L’obiezione di coscienza si basa
sul primato della coscienza nella applicazione della legge. La coscienza può
esigere una più stretta adesione ai principi morali universali, alla legge
naturale e alla legge divina di quanto la legge formulata sia in grado di
esprimere.
La vera
obiezione di coscienza si presenta quando, dopo una meditazione prudente, una
legge concreta viene vista come contraria alla giustizia e al bene comune,
almeno per quanto riguarda l’agire concreto della persona, anche se una gran
parte della popolazione non la considera tale.
Tale maggiore
esigenza della coscienza deve portare oltre la legge, nel senso profondo della
legge stessa, e quindi esige dall’obiettore un maggiore e più sincero impegno
da parte sua, rispetto agli altri. Come esempio portiamo il classico caso del
servizio civile al posto del servizio militare, da parte degli obiettori. Essi
debbono profondere maggiore impegno di energie e di tempo al servizio della pace,
della vita e della patria.
Questo primo
aspetto dell’obiezione di coscienza suppone un contesto di valori morali
ampiamente condivisi, al quale si ispirano le leggi. Lo Stato deve promuovere e
difendere il primato della coscienza, se non lede i diritti altrui, e pertanto
non autorizzare l’obiezione per le leggi strettamente necessarie al bene
comune.
Necessità dell’obiezione di coscienza
Nelle società occidentali attuali
troviamo spesso contesti di valori morali discordanti, e non di rado in materia
morale le leggi esprimono visioni, che seppur condivise da una parte della
popolazione, sono tuttavia contrarie alla legge naturale, alla legge divina ed
evangelica. Se può essere lecito tollerare l’applicazione del male minore, in
nessun caso è permesso compiere ciò che è intrinsecamente cattivo. L’obiezione
di coscienza diventa allora particolarmente necessaria di fronte alle “leggi”
che vorrebbero imporre una condotta immorale: «
Le leggi di questo tipo non creano nessun obbligo per la coscienza, ma
sollevano piuttosto un
grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante
l’obiezione di coscienza
. Sin dalle
origini della Chiesa, la predicazione apostolica ha inculcato ai cristiani il
dovere di obbedire alle autorità pubbliche legittimamente costituite (cfr. Rm
13,1-7; 1 Pt 2,13-14), ma nello stesso tempo ha ammonito fermamente che “bisogna
obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”
» (Giovanni Paolo II,
Evangelium Vitae
, 73). Di fronte a un
ordine immorale non è lecito rifugiarsi nella giustificazione dell’obbedienza
dovuta, ma la persona ha il dovere di negare l’obbedienza.
Gli Stati ove
vigono visioni morali diverse sul valore della vita e sulla dignità umana
dovrebbero proteggere il primato della coscienza, e non penalizzare gli
obiettori. Le famiglie, gli operatori sanitari e i ricercatori cristiani devono
cercare attivamente forme di associazione e di riconoscimento del diritto di
obiezione in questi campi, per favorire l’esercizio libero della coscienza in
rispetto della dignità della persona, del valore intangibile della vita umana e
della legge naturale e divina.
Obbedienza eroica al Signore
Laddove ingiustamente non viene
riconosciuto il diritto di obiezione, la Chiesa chiama i suoi figli a una
obbedienza eroica al Signore. «
La Chiesa
propone l’esempio di numerosi santi e sante che hanno testimoniato e difeso la
verità morale fino al martirio o hanno preferito la morte ad un solo peccato
mortale. Elevandoli all’onore degli altari, la Chiesa ha canonizzato la loro
testimonianza e dichiarato verso il loro giudizio, secondo cui l’amore di Dio
implica obbligatoriamente il rispetto dei sui comandamenti, anche nelle
circostanze più gravi, e il rifiuto di tradirli, anche con l’intenzione di
salvare la propria vita
» (Giovanni Paolo II,
Veritatis Splendor
, 91).