Giovanni Bosco nasce il 16 agosto 1815 in una modesta
cascina nella frazione collinare “I Becchi” di Castelnuovo d’Asti (oggi
Castelnuovo Don Bosco): è figlio dei contadini Francesco Bosco (1784-1817) e
Margherita Occhiena (1788-1856).
Quando Giovanni aveva due anni, il padre contrasse una
grave polmonite che lo condusse alla morte il 12 maggio 1817, a soli 33 anni.
Francesco Bosco lasciò la moglie vedova a 29 anni, con tre figli da crescere:
Antonio (1808-1849, figlio della prima moglie), Giuseppe (1813-1862) e Giovanni;
inoltre la madre dovette provvedere al mantenimento e all’assistenza della suocera:
Margherita Zucca (1752-1826), anziana e inferma.
Erano anni di carestia e “Mamma Margherita”, come sarà
sempre chiamata dai Salesiani, dovette lottare e lavorare i campi con grande
sacrificio per assicurare il sostentamento alla famiglia e anche per
assecondare i talenti scolastici di Giovanni, malvisto dal fratellastro
Antonio, il quale considerava tempo e denaro gettati quell’occuparsi di libri,
mentre lui era costretto a zappare la terra.
Il primo
decisivo “sogno”
A nove anni il piccolo Giovanni fece un sogno e da
allora, fino alla fine dei suoi giorni, continuerà ad essere visitato da
sogni-rivelazioni che gli indicheranno la sua strada e lo faranno portavoce di
profezie dirette ai singoli, alle società, ai suoi amati giovani, alla
Congregazione salesiana, alla Chiesa. Lui stesso definì “profetico” quello dei
nove anni e che più volte raccontò ai ragazzi del suo Oratorio: gli pareva di
essere vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove si divertiva una gran
quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano.
Al sentire le bestemmie, egli si lanciò in mezzo a loro, cercando di arrestarli
usando pugni e parole. Ma in quel momento apparve un uomo maestoso, nobilmente
vestito: il suo viso era così luminoso che egli non riusciva a guardarlo. Lo
chiamò per nome e gli ordinò di mettersi a capo di tutti quei ragazzi. Giovanni
gli chiese chi fosse colui che gli comandava cose impossibili: “Io sono il
figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno”. In
quel momento apparve, vicino a lui, una donna maestosa, e in quell’istante, al
posto dei giovani, c’era una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e
parecchi altri animali. La Madonna gli disse: “Ecco il tuo campo, ecco dove
devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che adesso vedrai succedere
a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli”. Fu così che, al posto di
animali feroci, comparvero altrettanti agnelli mansueti, che saltellavano,
correvano, belavano, facevano festa.
Inizia la
sua vocazione
Proprio dopo questo sogno (i sogni, come don Bosco li
chiamava, possono definirsi anche “visioni”, come ha dichiarato il suo primo
biografo, Giovanni Battista Lemoyne S.D.B., 1839-1916), nel giovane Bosco si
accese la vocazione.
Per avvicinare i ragazzini alla preghiera e all’ascolto
della Santa Messa imparò i giochi di prestigio e le acrobazie dei saltimbanchi,
attirando in tal modo coetanei e contadini, i quali venivano da lui invitati a
recitare il Santo Rosario e alla lettura del Vangelo. Il 26 marzo 1826 Giovanni
prese la Prima Comunione.
Divenuta insostenibile la convivenza con Antonio
Bosco, Margherita fu costretta ad allontanare il figlio dai Becchi, mandandolo
a vivere, come garzone, a Moncucco Torinese, presso la cascina dei coniugi
Luigi e Dorotea Moglia, dove rimase dal febbraio 1827 al novembre 1829. Nel
settembre di quello stesso 1829 era arrivato a Morialdo il cappellano don Giovanni
Melchiorre Calosso (1759-1830), sacerdote settantenne, il quale, dopo aver
constatato quanto intelligente e desideroso di studiare fosse il giovane,
decise di accoglierlo nella propria casa per insegnargli la grammatica latina e
prepararlo così alla vita sacerdotale. Un anno dopo, precisamente il 21
novembre del 1830, don Calosso fu colpito da apoplessia e, moribondo, diede al
giovane amico la chiave della sua cassaforte, dove erano conservate 6000 mila
lire, che avrebbero permesso a Giovanni di studiare ed entrare in Seminario. Ma
il giovane preferì non accettare il regalo del maestro e consegnò l’eredità ai
parenti del defunto.
Quando il 21 marzo 1831 il fratellastro si sposò, la
madre decise di dividere l’asse patrimoniale affinché Giovanni potesse tornare a casa e riprendere da settembre gli
studi a Castelnuovo, con la possibilità di una semi-pensione presso Giovanni
Roberto, sarto e musicista del paese, dal quale apprese tali arti. Imparò anche
altri mestieri, come quello del falegname e del fabbro, e con queste abilità riuscirà
a fondare diversi laboratori artigianali per i ragazzi dell’Oratorio di
Valdocco.
Per continuare a studiare a Chieri lavorò come
garzone, cameriere, addetto alla stalla. Alla scuola chierese fondò la “Società
dell’Allegria”, attraverso la quale, in compagnia di alcuni bravi giovani,
tentava di far avvicinare alla preghiera i coetanei, divertendoli con i suoi
giochi di prestigio e i suoi numeri acrobatici.
In quegli anni strinse forte amicizia con Luigi
Comollo (1817-1839), nipote del parroco di Cinzano. Il giovane era sovente
oggetto, per bontà e innocenza, dei maltrattamenti dei compagni: veniva
insultato e picchiato, ma egli accettava con un sorriso o una parola di perdono
queste sofferenze. Il giovane Bosco, dal canto suo, non sopportava di vedere l’amico
subire in questo modo, perciò con la sua notevole forza fisica, lo difendeva,
azzuffandosi con gli aggressori. L’amicizia d’anima che si stabilì fra Luigi e
Giovanni divenne fondamentale per la santità di quest’ultimo. Don Bosco stesso
affermerà nelle sue
Memorie
: «
Posso dire che da lui ho cominciato a
imparare a vivere da cristiano
» e comprese quanto fosse essenziale la
salvezza dell’anima, tanto che il suo programma di vita, ispirato a
Gn.
14,21, fu sempre: «
Da mihi animas, coetera tolle
» (“Dammi
le anime, prenditi tutto il resto”) e questo motto era scritto a grossi
caratteri su un cartello che teneva nella sua camera a Valdocco.
In Seminario Giovanni Bosco incontrò nuovamente il
carissimo amico Comollo, ma questi, il 2 aprile del 1837, già debole
fisicamente, si spense a soli 22 anni. Nella notte fra il 3 e il 4 aprile,
secondo una testimonianza diretta di Giovanni Bosco e dei suoi venti compagni
di camera, alunni del corso teologico, l’amico apparve, come un rombo di tuono
e sotto forma di una luce che, per tre volte consecutive, disse: “Bosco! Bosco!
Bosco! Io sono salvo!”. Il giovane chierico, profondamente scosso e turbato, da
quel momento in poi decise di porre la salvezza eterna al di sopra di tutto.
Sacerdote al
servizio della Chiesa e in guerra contro la Rivoluzione
Il 29 marzo 1841 ricevette l’ordine del diaconato e il
5 giugno 1841 venne ordinato sacerdote nella Cappella dell’Arcivescovado di
Torino. Don Bosco, dopo aver rifiutato una serie di incarichi, su invito di
colui che continuerà ad essere suo stimato e amato direttore spirituale, don Cafasso,
decise di entrare, i primi di novembre del 1841, nel Convitto Ecclesiastico di
San Francesco d’Assisi di Torino, fondato nel 1817 da don Luigi Guala (1775-1848)
e dal venerabile Pio Brunone Lanteri (1759-1830), perché, constatando gli
errori seminati fra il clero dal Giansenismo e il vuoto formativo in cui erano
lasciati i neo-sacerdoti, essi desideravano offrire una sana formazione ecclesiastica.
La linea teologica adottata da Lanteri e da Guala era di stampo ignaziano ed
alfonsiano, più benigna, misericordiosa e positiva rispetto a quella rigorista
insegnata alla Facoltà teologica dell’Università di Torino. Gli allievi del
Convitto, nel quale don Cafasso entrò nel 1834, venivano anche avviati
all’attività pastorale con diverse esperienze nelle parrocchie della città. Si
curavano poi, in modo particolare, la vita spirituale e la preghiera.
Nella terra subalpina prendono vita i moti
risorgimentali e la Chiesa, duramente perseguitata sotto Napoleone (1769-1821),
ora si appresta, dopo il Regno del cattolico Carlo Alberto (1798-1849), salito
al trono nel 1831 (molto attento alla riforma del clero, avendo stabilito un
fecondo accordo con Papa Gregorio XVI, 1798-1849) a ricevere feroci attacchi
dal governo liberale e massonico.
In seguito alla tragica guerra dichiarata
dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese alla Chiesa, sorse un’energica
risposta di ricristianizzazione: l’
Amicizia
Cristiana
, fondata dallo svizzero Nikolaus Joseph Albert von Diessbach
(1732-1798), un militare al servizio di Casa Savoia che, dopo la conversione
dal Calvinismo, entrò nella Compagnia di Gesù. L
’Amicizia Cristiana
, iniziativa che, seppur segreta, ebbe ampia
risonanza in tutta Europa, sorse fra il 1779 e il 1780 a Torino. L’eredità di
padre Diessbach venne raccolta da Brunone Lanteri, fondatore degli Oblati di
Maria, il quale, contro i seminatori della menzogna e dell’eresia, fece sorgere
l’
Amicizia Cattolica
(1817). Con lui
altri amici, devoti del Sacro Cuore di Gesù, sostennero la Chiesa e lo fecero
leggendo e studiando testi di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556), sant’Alfonso
Maria de’ Liguori (1696-1787), san Francesco di Sales (1567-1622), santa Teresa
d’Avila (1515-1582).
La preparazione di don Giovanni Bosco nel Convitto durò
tre anni. Proprio in quel tempo avvenne il fatto che gli aprì la strada alla missione
che fin da bambino desiderava realizzare: essere sacerdote fra i giovani e
insegnare loro a conoscere la dottrina cattolica, ad amare il Signore e la
Madonna, indicando la strada per la salvezza dell’anima.
Non fu un
“santo sociale”
Bartolomeo Garelli, muratore di 16 anni, arrivato da
Asti, orfano, analfabeta, povero, indifeso, si presentò, l’8 dicembre 1841, nella
sacrestia della Chiesa di San Francesco d’Assisi e fu il primo ad essere
istruito da don Bosco: egli è il prototipo di tutti i giovani, di tutte le
famiglie e di tutti i popoli che san Giovanni Bosco ha evangelizzato. Proprio
con Garelli nacque l’Oratorio di San Francesco di Sales e, dopo pochi giorni, giunsero
con lui sei ragazzini e altri si aggiunsero, mandati da don Cafasso. Qual era
lo scopo dell’Oratorio fondato da don Bosco? Si dice che don Bosco si occupò
della gioventù povera per sollevarla dalla miseria e dall’ignoranza, offrendo
anche la possibilità di qualificarsi con un lavoro per mantenersi
dignitosamente nella vita. Ma, in realtà, l’unico vero fine dell’azione
“sociale” di don Bosco fu quello di portare il maggior numero di anime in
Paradiso, partendo proprio da quelle che la Provvidenza gli affidava.
Don Bosco non fu un “santo sociale” (mai i suoi primi
collaboratori hanno utilizzato questa definizione) perché i “santi sociali” non
esistono, come non sono esistiti nella Torino dell’Ottocento. Questa è
un’accezione modernista, che punta sulla falsa convinzione che la rilevanza,
anche religiosa, di una persona e/o di un’azione dipenda dai benefici materiali
e socio-economici che apporta alla collettività e, soprattutto, alle classi
sociali più disagiate. Don Bosco, come tutti i santi, era animato da un fuoco
di carità, vale a dire dall’amore adorante verso Dio e, per amorosa obbedienza
all’Onnipotente, da un fuoco d’amore verso il prossimo; tutto ciò che fece per
gli altri fu unicamente riflesso del suo amore verso la Trinità e il suo amore
verso il prossimo ebbe sempre un unico intento, salvare le anime, di cui tutto
il resto fu strumento.
Il fondatore dei Salesiani insegnava, prima di tutto,
a trattare con il mondo senza farsi schiavi del mondo ed è proprio questa
libertà che respirarono e vissero i suoi giovani, i quali, attraverso gli occhi
e le amabili parole di don Bosco, compresero davvero il significato delle
parole Paradiso ed Inferno.
Un’immensa
opera di carità
Nel corso dell’inverno 1841-1842 egli si adoperò a
consolidare il piccolo Oratorio, ospitato nel Convitto, dove si teneva il
catechismo festivo con il consenso dell’Arcivescovo di Torino, Monsignor Luigi
Fransoni (1789-1862).
Don Bosco cercava, per le vie della capitale
subalpina, i bambini e i ragazzi che vivevano di espedienti e di delinquenza:
si recava a Porta Palazzo e in piazza San Carlo, catturando questa povera
gioventù con la sua santità e la sua simpatia: scalpellini, muratori,
stuccatori, selciatori, quadratori… immigrati dalle campagne in cerca di
un’occupazione in città e, non conoscendo nessuno, erano come degli orfani,
esposti a mille pericoli. Molto buoni ed onesti erano, invece, i piccoli
spazzacamini, che il fondatore dei Salesiani difendeva dagli abusi di chi era
più prepotente di loro.
Insieme a don Cafasso iniziò a visitare anche le
carceri e inorridì di fronte al degrado nel quale vivevano giovani dai 12 ai 18
anni, rosicchiati dagli insetti e desiderosi di mangiare anche un misero tozzo
di pane. Dopo diversi giorni i carcerati decisero di avvicinarsi al sacerdote,
raccontandogli le loro vite e i loro tormenti. Don Bosco sapeva che quei
ragazzi sarebbero andati alla rovina senza una guida e quindi si fece
promettere che, non appena fossero usciti di galera, lo raggiungessero alla Chiesa
di San Francesco.
La seconda domenica di ottobre del 1844 diede
l’annuncio ai suoi giovani che l’Oratorio si sarebbe trasferito da San
Francesco d’Assisi al Rifugio, fondato dalla marchesa Giulia Colbert Falletti
di Barolo (1786-1864) a favore delle ragazze a rischio prostituzione. Qui don
Bosco divenne cappellano dell’Ospedaletto di Santa Filomena, un’istituzione
sanitaria per le bambine povere e disabili, anch’essa fondata dalla marchesa di
Barolo.
Coadiuvato dal teologo don Giovanni Borel (1801-1873),
riuscì a proseguire l’Oratorio festivo, la cui vita, però, non era semplice in
quanto la Marchesa lamentava la presenza dei tanti ragazzi di don Bosco in una
realtà che era prettamente femminile e, per di più, pericolante. Inoltre la
salute del sacerdote, anche a motivo del suo indefesso lavoro, era molto
provata: sputava sangue.
A Valdocco
nascono i salesiani
Dopo un periodo trascorso all’aperto, finalmente, il
12 aprile 1846, giorno di Pasqua, don Bosco trovò un posto per i suoi ragazzi,
una tettoia con un pezzo di prato: la tettoia Pinardi a Valdocco. Qui, oltre
all’Oratorio festivo, presero avvio la realtà educativa, le scuole serali, la
scuola di musica-canto, i laboratori per dare una professione ai suoi amati
figli e nel 1854 don Bosco diede inizio alla Società Salesiana, con la quale
assicurò la stabilità delle sue opere. Dieci anni dopo porrà, come aveva visto
in sogno, la prima pietra del santuario di Maria Ausiliatrice: ancora oggi è
visibile, nella cappella delle reliquie della basilica, il punto preciso dove
la Madonna indicò il sito dove sarebbe sorta.
Nel 1872, con santa Maria Domenica Mazzarello
(1837-1881), fondò l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, con lo scopo
di educare, con il medesimo spirito salesiano, la gioventù femminile.
Il metodo educativo di don Bosco, che si prefiggeva di
formare degli «
onesti cittadini e dei
buoni cristiani
», e la sua attività ispirata dall’autentica carità
cristiana hanno raggiunto tutto il mondo, arrivando anche nei Paesi di
tradizione non cristiana. Il perdurare e il moltiplicarsi delle sue opere lo
hanno fatto conoscere e studiare, tanto che oggi disponiamo di un’abbondante
bibliografia sulla sua persona e sul suo stile educativo. Meno noti, invece, i
suoi scritti, nonostante la sua predilezione per questo genere di apostolato,
necessario per la cresciuta alfabetizzazione fra il popolo, per la mancanza di
libri idonei alle persone semplici e per l’aumento della stampa anticattolica e
anticlericale. Per lui, che aveva chiesto nella sua prima Santa Messa
l’efficacia della parola, un mezzo più adatto non poteva esistere.
Gli scritti
del Santo e la sua battaglia apostolica
Sono da ricordare le diverse collane pubblicate per
molti anni, che hanno avuto un grande successo:
Letture Cattoliche
,
Biblioteca
della Gioventù Italiana
,
Selecta ex
Latinis Scriptoribus
,
Latini
Christiani Scriptores
, “
Bollettino
Salesiano
”,
Letture Ascetiche
,
Letture Drammatiche
,
Letture Amene
,
Bibliotechina dell’Operaio
. Don Giovanni Bosco condivideva
l’opinione del cardinale Louis-Edouard Pie (1815-1880), modello e punto di
riferimento di san Pio X (1835-1914): «
Quando
tutta una popolazione, fosse anche la più devota e assidua alla Chiesa e alle
prediche, non leggesse che giornali cattivi in meno di trent’anni diventerebbe
un popolo di empi e di rivoltosi. Umanamente parlando non vi è predicazione di
sorta che valga contro la forza della stampa cattiva
».
Per confutare i protestanti si servì sempre della
roccia della Tradizione, attingendo particolarmente alle fonti dei Padri e
Dottori della Chiesa. L’autore sosteneva che i protestanti facevano ogni sforzo
per imitare gli gnostici nel muovere guerra agli insegnamenti della Chiesa Cattolica.
Don Bosco combatté tenacemente contro le idee protestanti e contro i disegni
liberali e massonici del Risorgimento; avvertì e ammonì lo stesso Vittorio
Emanuele II (il sovrano che tradì la cattolicità di Casa Savoia, apparentandosi
alle leggi massoniche): con una profezia gli annunciò che, se avesse firmato la
legge Rattazzi (approvata il 2 marzo 1855), per la soppressione degli Ordini
religiosi e l’incameramento dei loro beni da parte dello Stato, ci sarebbero
stati “grandi funerali a corte” e che “La famiglia di chi ruba a Dio è
tribolata e non giunge alla quarta generazione”: si avverarono entrambi i vaticini.
Egli rientra, a pieno titolo, fra i protagonisti della
storia della Chiesa militante. Attraverso libri e articoli, omelie e conferenze
lottò, divenendo anche oggetto di vilipendi e di attentati (si salvò sempre
grazie all’intervento celeste e al “Grigio”, il misterioso e grosso cane grigio
che compariva al bisogno per poi sparire nel nulla), per difendere la Fede,
Santa Romana Chiesa, il Sommo Pontefice, diventando anche confidente di Pio IX
(1792-1878), il quale chiese a lui consiglio per la nomina dei nuovi vescovi da
collocare nelle diocesi vacanti, dove era passata la persecuzione
liberal-massonica.
Il “sogno
delle due colonne”
Tre furono i suoi “Amori bianchi”: l’Eucarista, la
Madonna, il Papa. Celebre il cosiddetto “Sogno delle due colonne”, considerato
profetico per il futuro della Chiesa: il sogno, raccontato dal santo la sera
del 30 maggio 1862, descrive una terribile battaglia sul mare, scatenata da una
moltitudine di imbarcazioni contro un’unica grande nave, che simboleggia la
Chiesa con il suo comandante, il Sommo Pontefice. La nave, colpita
ripetutamente, viene guidata dal Papa ad ancorarsi, sicura e vittoriosa, fra
due alte colonne emerse dal mare: quella dell’Eucaristia, simboleggiata da una
grande Ostia con la scritta “
Salus credentium
”,
e quella della Madonna, simboleggiata da una statua dell’Immacolata, con la
scritta “
Auxilium Christianorum
”.
Santa Maria
Ausiliatrice e lo spirito missionario
Specialissima la sua devozione per Maria Vergine, in
particolare per Maria Ausiliatrice e per Maria Immacolata. Dopo san Pio V
(1504-1572), con la vittoria dei Cristiani nella Battaglia di Lepanto del 1571,
Innocenzo XI (1611-1689), con la liberazione di Vienna dall’assedio dei Turchi
(1683), e Pio VII (1742-1823), che stabilì la festa di Maria Ausiliatrice il 24
maggio 1815, in ringraziamento a Maria Santissima per la sua liberazione dalla
ormai quinquennale prigionia napoleonica, il grande diffusore della devozione a
Maria Auxilium Christianorum
, alla
quale la Chiesa attribuisce la sconfitta di tutte le eresie, è stato proprio san
Giovanni Bosco.
Con una solenne celebrazione, nella basilica di Maria
Ausiliatrice di Torino, l’11 novembre 1875 si diede a battesimo la prima
spedizione missionaria salesiana, diretta in Argentina e preconizzata da don
Bosco. Guidati da don Giovanni Cagliero (1838-1926), che diventerà il primo vescovo
e il primo cardinale salesiano, i missionari si imbarcarono dal porto di Genova
il 14 novembre.
Il Don Bosco
“riadattato” a oggi e Don Bosco come veramente fu
San Giovanni Bosco morì all’alba del 31 gennaio 1888 e
venne sepolto nell’Istituto salesiano “Valsalice”, sulla precollina torinese,
per venire poi, con la beatificazione, traslato nel santuario di Maria
Ausiliatrice. Il 2 giugno 1929 Pio XI lo beatificò, dichiarandolo santo il 1º
aprile 1934, giorno di Pasqua.
A partire dal Concilio Vaticano II, don Bosco è stato
dipinto nelle biografie come un assistente sociale, un imprenditore
spregiudicato, un manager acuto, un anticipatore della moderna psicologia. Molti
luoghi comuni sono stati inventati per stare al passo con i tempi e con questa
operazione si è dimenticati chi sia stato realmente: un sacerdote inviato da
Dio, che si consumò per donargli più anime possibile, per difendere il Sommo
Pontefice e i diritti di Santa Romana Chiesa.
Don Bosco, il grande sognatore, sognò di mutare i lupi
in agnelli e per la maggior parte dei suoi ragazzi vi riuscì. Don Bosco è stato
negato da tutti coloro che lo dipingono come “precursore del Concilio Vaticano
II”: parola magica, con la quale viene dato
l’imprimatur
,
il sigillo di garanzia a tutto ciò che si desidera allineare alle esigenze
della modernità, compresi quei santi che proprio non avevano intenzione di
venire a patti con il mondo, anzi, lottarono contro le filosofie moderne, il
liberalismo, il soggettivismo, la libertà religiosa. Don Bosco indica al
cattolico, allora come oggi, la strada da percorrere per vivere in
sancta
laetitia
su questa terra e per godere la beatitudine eterna dopo la
morte.
Tutta la sua esistenza, di profonda umiltà, si dipana
fra gli arcani del cielo e le realizzazioni dei progetti divini in terra:
l’anima autentica di questo uomo di Dio, orgoglioso della sua divisa di
ministro dell’altare, è imbevuta di misticismo. Il sogno, la visione e il
realismo nell’esistenza di questo padre e maestro dei giovani si sorreggono a vicenda,
nutrendosi reciprocamente. Con la Croce di Cristo, pronto a condividerla con le
mortificazioni e le penitenze che non lesinava, ha redento migliaia e migliaia
di persone. Un santo sacerdote che ha sperimentato ciò che può realizzare la
Grazia e che fu in grado di infondere nei suoi figli il segreto dell’esistenza:
«
Tutto passa: ciò che non è eterno è
niente!
».
Il demonio veniva spesso a fargli visita nelle ore
notturne, per non farlo riposare ed egli accettava, al fine di distrarre il
maligno dalle anime dei suoi ragazzi. Scrutatore dei cuori, taumaturgo
(moltiplicava ostie, pane, castagne; resuscitò anche un morto), profezie, sogni,
visioni, miracoli, bilocazioni «
di cui
Dio aveva arricchito il suo Servo, resero universale l’opinione che, per
provvidentissima disposizione divina, allo scopo di promuovere la restaurazione
cristiana dell’umana società, deviata dal sentiero della verità, Dio avesse
appunto inviato Giovanni Bosco, l’uomo cioè che, di umili natali, ignoto e
povero, senza alcuna ambizione e cupidigia, ma sospinto dalla sola carità verso
Dio e verso il prossimo, zelantissimo della gloria di Dio, benemerentissimo
della civiltà e della religione, riempì il mondo del suo nome
» (Lettera
decretale di Pio XI
Geminata Laetitia
che proclama Santo Giovanni Bosco. Roma, San Pietro 1° aprile 1934).
Come nel Medioevo, dopo le orde barbariche, i monaci
avevano gettato le fondamenta di una civiltà cristiana, culturalmente,
artisticamente, scientificamente ed economicamente solida, così don Bosco,
contemporaneamente alla nefasta azione delle orde rivoluzionarie, lanciò contro
di essa una sfida difensiva e offensiva di travolgente dimensione, puntando sul
centro nevralgico e strategicamente decisivo per la costruzione di una società,
ovvero l’educazione della gioventù, la quale avrebbe dovuto seguire tre linee
(pedagogia preventiva): la ragione, la religione, l’amorevolezza.
Bibliografia
:
Giovanni
Bosco
,
Memorie dell’Oratorio dal
1815 al 1855. Esclusivamente pei Soci
Salesiani
, edizione critica a cura di Antonio Da Silva Ferreira ISS, Fonti,
Roma, LAS, 1991.
G.B.
Lemoyne
,
Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco raccolte dal sacerdote
salesiano Giovanni Battista Lemoyne
, Ed. 1904.
E.
Ceria
,
Epistolario di San Giovanni
Bosco
, 4 volumi, dall’anno 1835 al 1880, Torino, SEI, 1955-1959.
Opere Edite di San
Giovanni Bosco
, ristampa anastatica,
volumi XXXVII, Roma, Editrice LAS, 1844-1888.
Cristina Siccardi,
Don Bosco
mistico – Una vita tra cielo e terra
,
Torino, La fontana di Siloe, 2013.
Eugenio Pilla
,
I sogni di Don
Bosco nella cornice della sua vita
, Siena, Cantagalli, 2004.