Capita spesso, almeno a me, di sentir incolpare
Dio per qualche male, per qualche sofferenza, per qualcosa che non va bene
nella vita, anche per cose futili. A volte, ahimé, anche con bestemmia.
Più volte ho cercato di spiegare che non
ha senso prendersela con Dio, visto che non è Lui che manda il male e ho anche cercato
di far capire che quella di incolpare Lui è solo la strada più comoda per non
guardare a fondo la verità, la realtà delle cose. “Se è Dio che mi manda il
male, non devo stare a ragionare su altro”, potrebbe essere la sintesi a cui
porta siffatto ragionamento.
Molto spesso ho anche chiesto come mai
poi, nei momenti belli, non si ringrazia Dio per averli concessi. Stando al
ragionamento di prima, se è Dio che manda il male, è sicuramente anche Dio che
manda il bene.
No, questo non fa comodo. Si è più
propensi ad attribuirsi i meriti del bene e ad imprecare contro il Cielo per il
male, non assumendosi le proprie responsabilità.
Uscendo, però, dai ragionamenti spicci
ed aprendo un buon manuale di teologia, si può tranquillamente scoprire che Dio
non può volere il male, perché è Bontà infinita. Egli lo può tollerare e lo tollera
solo per lasciare liberi gli uomini
.
San
Tommaso d’Aquino spiega che in Dio non c’è difetto alcuno, ma somma perfezione
e che Dio è il
sommo Bene in modo assoluto, e non soltanto in qualche genere o ordine di cose
.
È dunque un errore gravissimo pensare che,
se Dio può fare tutto ciò che vuole perché onnipotente, può volere
anche il male.
Padre Casali ricorda che «il male è assenza del bene»
e che, dunque,
«una cosa è essenzialmente male quando è contro Dio, che è il bene per essenza»
. Dio,
quindi,
non è la
causa del male, di nessun male, né di quello morale (il peccato) né di quello
fisico (la malattia, un terremoto, ecc.).
A
questo punto si deve ricordare la differenza tra il male morale e quello
fisico: se si rimane ancorati alla mentalità terrena, sarà difficile
comprendere che il vero bene è quello morale, quello cioè che porta dritti al
cospetto di Dio nella vita eterna.
Mi
rendo conto che, al giorno d’oggi, purtroppo, un discorso del genere può
sembrare non concreto, astratto, insensato, e molte volte me l’hanno detto. Se
però si torna a pensare che quella terrena è solo una vita di passaggio per la
vita eterna, che è meglio una sofferenza limitata temporalmente qui che una
eterna, si potrebbe facilmente tornare a comprendere e riuscire a dare un senso
anche alla sofferenza umana.
Il
male fisico, infatti, può essere permesso per motivi superiori, per un bene
superiore, che, molto spesso, noi non comprendiamo. Si deve sempre ricordare
che «una malattia, una disgrazia, una morte in quel dato tempo, pur essendo un
male relativamente alla vita terrena dell’uomo, nelle mani della Provvidenza
diventano un mezzo perché l’uomo meriti, si avvicini a Dio, raggiunga il suo
fine ultimo, cioè il suo vero Bene che non avrebbe raggiunto, (quindi avrebbe
avuto il massimo male) se non fosse venuta quella malattia, o la morte fosse
giunta più tardi quando non fosse stato più in grazia di Dio. Dio perciò nella
sua Provvidenza permette dei difetti particolari, perché non sia impedito il
bene universale. Ciò non vuol dire che noi possiamo conoscere la ragione per
cui Dio permette questi singoli mali»
.
Si è
oramai
totalmente immersi nella mentalità “a-soprannaturale” di
questo mondo: il male è solo il soffrire, una cosa è buona solo se non ci fa
soffrire, e via dicendo…
Questo modo
di intendere il male però è lontanissimo dal cristianesimo.
Quel che la dottrina
cattolica ha sempre insegnato è che una sofferenza non sempre è un male. Non è certamente
un male in assoluto.
L’unico
vero male è il peccato, che fa perdere Cristo.
«La causa del male morale è la perversa volontà
dell’uomo peccatore; la causa del male fisico è nella contingenza della natura
umana (ferita dal peccato)» e «siccome Dio è Padre e Provvidenza d’amore, sa
trarre da ogni male un bene: mentre non ha nessun legame col male, essendo però
la Causa prima e necessaria di tutto, tollera o permette il male (morale o fisico)
per un fine di bontà; … Ma né dell’uno né dell’altro è la causa»
.
In sostanza, il male fisico, il dolore, la sofferenza
non si possono comprendere se non alla luce del peccato originale: «
i mali fisici
sono una conseguenza di questo peccato, la cui responsabilità l’hanno i nostri
progenitori e non Dio
»
.
Anche il peccato non viene da Dio, ma
dall’interno dell’uomo e porta ad uno stato del tutto opposto a quella che sarà
la “corona della vita” (Gc 1, 12).
Dio, infatti, nella sua infinita bontà
ha dato all’uomo la libertà
.
Questa libertà ci rende responsabili dei
nostri atti
.
E, d’altronde, se non fossimo liberi non avrebbero senso il premio e il castigo
per il bene e il male che facciamo.
Ora, l’uomo, proprio perché libero, può
fare anche il male
,
anche se non lo dovrebbe fare. «La vera libertà» infatti «è la scelta del bene»
;
«poter fare il male è un difetto della volontà umana, che per sé tende al bene»
.
La libertà, insomma, per essere adoperata correttamente, deve portare a fare
spontaneamente il bene ed a farlo senza costrizioni. Dio non ha voluto nessuna
costrizione nella fede e nel rispetto delle Sue leggi.
«Avere la possibilità fisica di
scegliere il male invece del bene, non significa che ne abbiamo anche la
capacità morale e che lo possiamo fare lecitamente. La libertà deve essere
usata solo per fare il bene comandato dalla legge naturale e divina. La
capacità fisica di commettere il male e il peccato non ce ne dà il diritto»
.
Così, quando cadiamo nella tentazione la
responsabilità è nostra che non corrispondiamo al bene di Dio con la nostra
volontà
.
Allo stesso modo abbiamo visto non è Dio a mandarci una malattia, ma è la
nostra natura ferita dal peccato originale ad essere esposta.
Quando ci troviamo nella prova, nel dolore, dunque, si
deve seguire S. Giacomo che nella sua Lettera ammonisce:
«Nessuno, quando
è sottoposto alla prova, dica che è tentato da Dio; perché Dio non è tentatore
di male, e non tenta nessuno. Ma ciascun di noi è tentato dalla propria
concupiscenza, che lo attrae e lo alletta»
.
Padre Tintori, nella nota relativa al
versetto precedente (Gc 1, 12) chiarisce che «le tentazioni essendo prove, son
permesse da Dio per il bene degli eletti, ma la beatitudine sta nel superarle»
e
San Giacomo aveva già spiegato, in quel versetto, il premio per chi le supera:
«Beato l’uomo che soffre tentazioni, perché, quando sarà stato provato,
riceverà la corona di vita da Dio promessa a quelli che lo amano».
Invochiamo la Ss.ma Vergine affinché
sempre più ci sostenga nelle prove e lo Spirito Santo che porti sempre più nel
mondo la comprensione della assoluta Bontà di Dio, così da poter sentire sempre
più lodi al Creatore e sempre meno bestemmie.
Gc 1, 13-14, da
La Sacra Bibbia, annotata da G. Ricciotti, ed. Salani, 1958