I sette mesi che ci separano dal secondo
e definitivo Sinodo episcopale sulla famiglia saranno determinanti nel creare
un clima che prepari la vittoria di uno dei due schieramenti che si vanno
contrapponendo. Pertanto, è importante capire fin da ora che, nel passato
Sinodo, il fronte conservatore ha ottenuto un successo solo parziale, perché
non è riuscito ad impedire che nei documenti finali fossero inseriti alcuni
princìpi e orientamenti scandalosi.
Una svolta pastorale
che sottintende una premessa dottrinale
Il p. Antonio Spadaro, direttore della
Civiltà Cattolica
e
osservatore sinodale scelto da Papa Francesco, così riassume il presupposto
della svolta sinodale: «Non si pone una distanza – o, peggio, una opposizione –
tra Dio e la Storia» (A. Spadaro S.J.,
Introduzione
a
La famiglia è il
futuro. Tutti i documenti del Sinodo straordinario 2014,
Edizioni
La Civiltà Cattolica, Roma 2014, cit., p. 26), ossia, più chiaramente, tra la
Chiesa e la Rivoluzione secolarista e permissiva. In questa prospettiva, «riteniamo
necessario che la Chiesa, a tutti i suoi livelli, s’interroghi non solamente su
questa o quella questione particolare ma, grazie ad esse, anche sul modello
ecclesiologico che incarna» (cit., pp. 27-28). L’evoluzione storica impone
infatti di sostituire il vecchio modello ecclesiale della “fortezza assediata”
con quello della “tenda nomade piantata nel deserto” che funziona come
“ospedale da campo”, allo scopo di “accompagnare il popolo” nel suo cammino per
le travagliate vie della storia curandone le ferite ricevute; ma senza
pretendere d’indicarne l’orientamento o di correggerne i programmi e il
comportamento, perché questo sarebbe integrismo e massimalismo.
Fra le proposte sinodali, quella che ha
suscitato maggiore sconcerto prospetta di dare una qualche forma di
legittimazione religiosa a individui e famiglie irregolari, ossia in stato di
peccato: divorziati volontari, divorziati-risposati, unioni civili, coppie
conviventi (anche omosessuali). Si tratta di un’apertura non semplicemente
“pastorale”, ma anche disciplinare e implicitamente dottrinale: un tentativo di
giustificare la situazione di peccato, anche pubblico, in cui si trovano
“persone e famiglie ferite”, fino al punto d’ipotizzarne l’ammissione
all’Eucaristia.
Questa “svolta pastorale” diventa più
comprensibile, ma non certo ammissibile, se la consideriamo alla luce del
principio con cui è stata giustificata: quello della “gradualità della legge”
morale e religiosa, gradualità che ammetterebbe come valida una “comunione
imperfetta” (o “incompiuta” o “parziale”) tra i coniugi, così come tra loro e
la Chiesa, tra i fedeli e Dio. Ciò appare dagli accenni forniti non tanto dalla
conclusiva
Relatio
Synodi
(RS, del 18 ottobre 2014), quanto dalla intermedia
Relatio post Disceptationem
(RpD, del 13 ottobre 2014), che ha sintetizzato la prima fase dei lavori ma che
è stata contestata e parzialmente corretta dalla stessa assemblea sinodale.
Va notato che nella finale votazione
sinodale le tesi più gravi tra quelle che stiamo per riferire non hanno ottenuto
quella maggioranza qualificata dei consensi necessaria per essere inserite
nella
Relatio Synodi.
Tuttavia, vi appaiono ugualmente per volontà esplicita di Papa Francesco, per
cui anche queste tesi costituiranno la base della discussione nel prossimo Sinodo;
è quindi importante prenderle in attenta considerazione; ne indicheremo in
corsivo le parole e le frasi più significative.
.
L’apertura sinodale alle unioni irregolari
Il Sinodo premette che «il cambiamento
antropologico-culturale oggi richiede un approccio capace di cogliere le
forme positive della libertà
individuale
» (RpD, n. 5), dunque anche delle scelte di vita
compiute dagli sposi e dalle famiglie. «Occorre che nella proposta ecclesiale,
pur presentando con chiarezza l’ideale, indichiamo anche
elementi costruttivi
in quelle situazioni che non corrispondono ancora, o non più, a tale ideale»
(RpD, n. 36; RS, n. 41).
Come applicazione pratica di questa
“svolta pastorale”, il Sinodo sostiene che bisogna considerare l’attuale
situazione di coppie e famiglie irregolari non tanto nei loro aspetti negativi
quanto in quelli positivi, capaci di evolversi verso forme di convivenza che,
sebbene non corrispondano all’ideale evangelico, sono comunque «
relazioni di qualità
»
(RS, n. 9) che dimostrano solidarietà di coppia o sociale. Fra queste
“relazioni di qualità”, il Sinodo include le convivenze, i matrimoni civili,
quelli tra divorziati-risposati, perfino tra omosessuali. Sono tutti stati di
vita
“imperfetti”
ma parzialmente validi, tappe di un processo graduale che può compiersi nella
perfetta famiglia cristiana: «Tutte queste situazioni vanno affrontate cercando
di trasformarle in opportunità di cammino verso la
pienezza
del matrimonio e della famiglia»
(RS, n. 43).
Ad esempio, «una nuova sensibilità della
pastorale odierna, consiste nel cogliere gli elementi positivi presenti nei
matrimoni civili e nelle convivenze» (RS, n. 41). «Anche in tali unioni è
possibile cogliere autentici valori familiari, o almeno il desiderio di essi»
(RpD, n. 38). Ad esempio, «le situazioni dei divorziati-risposati esigono un
attento discernimento e un
accompagnamento
di grande
rispetto,
evitando ogni linguaggio e atteggiamento che li faccia sentire discriminati, e
promuovendo la loro partecipazione alla vita della comunità ecclesiale» (RS, n.
51). Pertanto, il Sinodo non esclude la possibilità di ammettere i
divorziati-risposati alla piena comunione ecclesiale e quindi all’Eucaristia,
sia pure
gradualmente
e a certe condizioni (cfr. RpD, n. 47; RS, n. 52).
Perfino le convivenze omosessuali vanno
considerate con rispetto, perché «vi sono casi in cui il mutuo sostegno
costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners» (Rpd n. 52). Tali
coppie possono avere «una crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica,
integrando
la
loro dimensione sessuale» (RpD n. 51). Pertanto, i conviventi omosessuali
«hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana» (RpD, n. 50).
Il p. Spadaro così riassume la questione:
«La Chiesa è chiamata ad
accompagnare
i processi culturali e sociali che riguardano la famiglia, per quanto ambigui,
difficili e poliedrici possano essere. (…) La
Relatio Synodi
ha accolto il desiderio di
dare un riconoscimento agli elementi positivi anche nelle
forme imperfette
di
famiglia e nelle situazioni problematiche. In questo senso, ha operato un
cambio di prospettiva. Non ha messo davanti l’ideale per giudicare, alla luce
di esso, il negativo delle situazioni
imperfette,
ma lo ha fatto (…) per riconoscere ciò che di positivo si può discernere anche
in situazioni che
non
realizzano pienamente
quell’ideale» (pp. 30 e 21).
Di conseguenza, i cristiani che si
trovano in situazioni canonicamente irregolari e moralmente colpevoli, anche se
scandalose, non dovrebbero considerarsi scomunicati né messi ai margini della
Chiesa, anzi nemmeno discriminati: come insegna il neo-teologo Walter Veltroni,
“nessuno deve sentirsi escluso”. «Occorre accogliere le persone
con
la loro esistenza
concreta» (RS, n. 11), anche se immorale. Evitando di giudicarle, senza
pretendere di convertirle, la Chiesa dovrebbe limitarsi ad accettare persone e
coppie irregolari “così come sono”, prima esprimendo rispetto e stima e
fiducia, poi
accompagnandole
nel loro cammino e avviandole a una graduale regolarizzazione per tappe che
potrebbe arrivare fino alla
“piena
conformità”
alla morale e alla
“piena
comunione”
con la Chiesa.
Se quindi un sacerdote richiama alla
coscienza della “persona in stato irregolare” il suo peccato, lo rimprovera
della sua colpa e lo ammonisce a convertirsi rompendo i legami illeciti e
regolarizzando la situazione matrimoniale, egli si comporta da zelante
fanatico, da pastore intransigente, inumano e inopportuno, perché pretende che
una situazione “complessa” e difficile si adegui a quella ideale, senza
considerare gli aspetti positivi (etici e religiosi) della convivenza
irregolare.
Come si vede, questa impostazione basata
sul primato della persona sulla legge morale, della misericordia sul rigore,
della carità sulla verità, non si limita a tollerare e curare pastoralmente la
situazione peccaminosa, ma giunge ad accettarla e giustificarla dottrinalmente
come un “male minore”, anzi come un “bene imperfetto”. Questo ci fa capire meglio
come sia possibile che alcune associazioni cattoliche italiane abbiano
recentemente proposto di legalizzare le convivenze, anche omosessuali, alla
sola condizione che non vengano parificate alla famiglia fino al punto di poter
adottare figli.
A questa impostazione e prospettiva, il
sensus communis
ci
spinge ad obiettare che un uomo può solo essere sposo fedele o infedele, può
aver contratto matrimonio valido o invalido, può avere una famiglia regolare o
irregolare, può generare figli legittimi o illegittimi;
tertium non datur.
Allora ci domandiamo: come potrebbero mai esserci sposi “imperfettamente
fedeli”, matrimoni “parzialmente validi”, famiglie “imperfettamente regolari”,
figli “parzialmente legittimi”? Tutto questo non finisce col relativizzare il
matrimonio sacramentale, giustificando le “nozze a tappe” e il “divorzio
cattolico”?
.
Gradualità della legge morale e della comunione con
Dio
Spesso una novità pastorale ne presuppone
una dottrinale. Anche qui, l’“apertura pastorale” alle convivenze irregolari
viene giustificata da una innovazione dottrinale, per quanto mascherata e
ambigua. Essa si basa su due princìpi: quello della cosiddetta “gradualità
della legge”, secondo cui può essere ammessa una conformità
parziale
alla morale
cristiana; e quello della “gradualità della comunione”, secondo cui può essere
ammessa una unione
parziale
con la Chiesa e con Dio stesso. Ossia, la “validità parziale” dei matrimoni e
delle convivenze (anche omosessuali) è un’applicazione pratica della
“conformità parziale” del soggetto alla legge morale, a sua volta confermata
dalla “comunione parziale” del fedele con Dio e con la Chiesa.
Partendo dal presupposto che «la
condiscendenza divina accompagna
sempre
il cammino umano» (RS, n. 14), «non è saggio pensare a
soluzioni uniche
o
ispirate alla logica del “tutto o niente”» (RpD, n. 40). A questa impostazione
integrista il Sinodo oppone che persone e relazioni vanno valutate secondo la
«legge di gradualità» (RpD, n. 47), ossia tenendo conto del grado di
consapevolezza della legge morale e religiosa e del grado di coinvolgimento
nella situazione familiare e sociale vissuta.
Infatti, «occorre distinguere senza
separare i diversi gradi mediante i quali Dio comunica all’umanità la grazia
dell’alleanza» (RS, n. 13), rispettando quella «legge della gradualità (cfr.
Familiaris consortio,
n. 34) propria della pedagogia divina» (RpD, n. 13). La storicità e relatività
della legge divina sarebbe dimostrata dal fatto che Dio stesso permise
all’antico Israele di attenuare il rigore del matrimonio originario col
matrimonio mosaico, tollerando il ripudio, le seconde nozze e la poliginia
(cfr. Dt 24, 1 ss.). Con questo s’insinua che la Chiesa potrebbe oggi
riammettere il divorzio, le seconde nozze e la poligamia per le “persone e
famiglie ferite”, che si sentono messe in situazioni insostenibili, incapaci di
mantenere un impegno matrimoniale unico e definitivo. Ma ciò significherebbe
asservire la legge evangelica a una sorta di “morale della situazione”. Il
tanto osannato progresso della legge morale si concretizzerebbe dunque in un
ritorno alla tolleranza mosaica?
Per capire questa impostazione, bisogna
riferirsi alle seguenti frasi-chiave della riflessione sinodale: «La dottrina
dei
gradi di comunione,
formulata
dal Concilio Vaticano II, conferma la visione di un modo articolato di
partecipare al
mysterium
Ecclesiae
da parte dei battezzati» (RpD, n. 18). «La Chiesa si
volge con rispetto a coloro che partecipano alla sua vita in modo
incompiuto
e
imperfetto,
apprezzando più i valori positivi che custodiscono anziché i limiti e le
mancanze. (…) Riguardo alle convivenze, ai matrimoni civili e ai
divorziati-risposati, compete alla Chiesa di riconoscere quei “semi del Verbo”
(cfr.
Ad gentes,
11) sparsi oltre i suoi confini visibili e sacramentali» (RpD, n. 20).
Come si vede, un matrimonio imperfetto,
parzialmente valido, o una famiglia imperfettamente, parzialmente legittima,
sono possibili in quanto giustificati su un piano ben più generale ed elevato.
La parziale conformità alla morale viene qui giustificata con la parziale
conformità alla legge divina e alla comunione ecclesiale. Dunque, la conformità
alla legge canonica e alla morale evangelica, la comunione con la Chiesa e
l’unione con Dio, possono tutte essere imperfette, incompiute, parziali, secondo
una scala di gradi più o meno elevati ma tutti comunque validi. Tra un ostinato
libertino e un casto monaco, tra chi vive in peccato mortale e chi vive una
santità eccelsa, tra l’apostata e il fedele, tra uno scomunicato e un membro
vivo della Chiesa, insomma tra chi nega Dio e chi è unito a Lui, esiste solo
una
differenza di grado,
non qualitativa ma quantitativa.
Pertanto, nessuno può essere considerato
scomunicato o nemico della Chiesa, per il semplice fatto che, come afferma il
Concilio Vaticano II, «Dio si è unito ad ogni uomo», sia pure solo «
in un certo qual modo
»
(
Gaudium et spes,
22 b), ossia imperfettamente, in qualche grado. Al massimo, un uomo può essere
nemico dell’umanità o della solidarietà o della pace, e quindi condannabile
come “integrista” e “fanatico”. Comunque sia, a parte questa residua categoria
di reietti, tutti gli uomini sono parzialmente onesti, fedeli, cattolici, in
stato di grazia, santi; il che significa che sono tutti anche parzialmente
disonesti, infedeli, pagani, in stato di disgrazia, malvagi. Ma allora, l’uomo
sarebbe forse
simul
justus et peccator,
come voleva Lutero? La Chiesa si limiterebbe ad
accompagnare e assistere i peccatori, senza pretendere di guarirli e
santificarli?
A questa impostazione e prospettiva, il
sensus fidei
c’impone
di obiettare che un cristiano può solo essere onesto o disonesto, può osservare
o violare la legge morale, può essere unito o separato da Dio, può essere in
stato di grazia o di disgrazia, può essere dentro o fuori la Chiesa;
tertium non datur.
Allora ci domandiamo: com’è possibile che un cristiano sia “imperfettamente
onesto”, “parzialmente osservante della morale”, “imperfettamente unito a Dio”,
“parzialmente in stato di grazia”, in “imperfetta comunione” con la Chiesa?
Tutto questo non finisce forse col relativizzare la morale e la Fede e a
giustificare il peccato e l’apostasia?
.
Una posizione pericolosa sostenuta da una teoria
erronea
Il fatto che la pericolosa prassi
pastorale del Sinodo, per giustificarsi, sia costretta a ricorrere a una teoria
erronea, ne rivela la debolezza e l’improprietà. Non possiamo ammettere la
tesi, secondo cui l’attuale situazione di crisi spirituale esige che le verità
e le norme morali siano accettate e applicate solo se e nella misura in cui
risultino ammesse dalla coscienza individuale o gradite alla opinione pubblica.
La graduale consapevolezza e anche il progressivo adempimento della legge
morale o evangelica non dispensano il fedele dall’obbligo di conoscerla e
praticarla per intero, ad esempio dal rispettare integralmente tutti i
Comandamenti: chi ne viola gravemente anche uno solo non può essere gradito a
Dio. La fedeltà cristiana è dimostrata solo dal compimento delle opere, dalla
osservanza della Legge (naturale o rivelata che sia): “probatio fidei est
exibitio operis”.
In realtà, quella che è stata presentata
come applicazione della “legge della gradualità”, è invece applicazione di
quella “gradualità della legge” rifiutata da Giovanni Paolo II nel brano
capziosamente citato dal Sinodo: «I coniugi non possono considerare la Legge
solo come un mero ideale da raggiungere in futuro, ma debbono valutarla come un
comando di Cristo Signore a impegnarsi a superare le difficoltà. Perciò la
cosiddetta “legge della gradualità”, o cammino graduale, non può identificarsi
con la “gradualità della legge”, come se nella Legge divina ci fossero vari
gradi e varie forme di precetto per uomini e situazioni diverse» (Giovanni
Paolo II,
Familiaris
consortio,
n. 34). Durante i lavori sinodali, parlando a nome del
Circulus Gallicus B,
il noto teologo e vescovo André Léonard giustamente obiettò che questo falso
gradualismo porta a legittimare a priori le situazioni irregolari o peccaminose
(cfr.
La famiglia è il
futuro,
op. cit., pp. 208-210).
Nel campo matrimoniale, tale inammissibile
gradualità porta ad ammettere che le nozze si realizzino per gradi, ossia che i
fidanzati giungano progressivamente a diventare sposi, passando attraverso
tappe di convivenza per verificare la loro maturità nell’impegnarsi infine nel
giuramento sacramentale, in modo da evitare che matrimoni affrettati o
sbagliati diventino indissolubili (come pretende Fulvio De Giorgi,
La personalizzazione dello
sguardo. Per un rinnovamento della pastorale familiare,
su
Il Regno,
annuale
2009, Bologna 2010, pp. 57-67). Ma l’insegnamento e la pastorale della Chiesa
non hanno mai ammesso simili nozze per tappe graduali. Il matrimonio
sacramentale è valido solo se i fidanzati danno alla loro unione un consenso
incondizionato che li rende subito sposi e che non ammette ritrattazioni.
La gradualità della conversione di una
situazione da immorale a morale, mediante rottura di legami e situazioni
illecite, non permette che le tappe intermedie di tale cammino vengano
considerate di per sé come lecite, tantomeno come inevitabili fasi di
maturazione. «In ogni caso, bisogna evitare di benedire queste relazioni,
perché tra i fedeli non sorgano confusioni circa il valore del matrimonio»
(Benedetto XVI,
Sacramentum
caritatis,
n. 29).
Analogamente, la graduale conversione di
una legge civile da immorale a morale non può avvenire compiendo una serie di
parziali correzioni moralmente illecite, ma solo rendendola gradualmente
conforme alla morale. Anche qui, non “gradualità della legge” ma “legge della
gradualità”.
Travisando la famosa parabola evangelica,
il Sinodo ritiene che la Chiesa, senza ostinarsi a sradicare la zizzania dal
campo, debba solo limitarsi a seminarvi il grano; fuor di metafora, non
rifiutare le convivenze irregolari, ma svilupparne gli immancabili aspetti
positivi (così il p. Spadaro, cit., p. 21). Ma c’è un problema, ben noto a chi
pratica l’agricoltura: se la zizzania non viene estirpata, giunge a soffocare
il grano rovinando le messi; ossia, se le convivenze irregolari non vengono
condannate come illecite e corrette come illegali, esse ostacoleranno la
formazione di sane famiglie e da abuso diventeranno uso, da eccezione regola.
Come ammoniva il mio compianto amico p. Antonio Di Monda, non esiste dunque un
preteso “diritto della zizzania” ad essere accettata, ma semmai esiste la
possibilità ch’essa sia momentaneamente tollerata per evitare un male maggiore.
Si può tollerare e correggere ciò che è abnorme, non mai accettarlo e
giustificarlo, nemmeno col pretesto di favorire un ipotetico passaggio graduale
alla normalità. Come non è lecito giustificare “mali minori”, anche se
teoricamente facilitassero il passaggio a un bene, così non è lecito
giustificare situazioni matrimoniali o familiari irregolari, anche se
teoricamente facilitassero il passaggio a una situazione regolare.
In conclusione, resta valido il celebre
principio di san Dionigi Areopagita, ripreso da sant’Agostino e san Tommaso:
«bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu» (“il bene è risultato
della integrità della causa, il male invece da un suo qualunque difetto”).
Fonte:
Riscossa Cristiana