Il referendum per l’indipendenza della Scozia, che avrà
luogo fra tre giorni, ha un valore storico differente da quanto comunemente si
creda. È un giudizio della Storia, che potrà forse essere ancora rimandato, ma
certo non eliminato. E se al contrario dovessero vincere i sì, questo giudizio
non riguarderebbe, come si tende a far credere, l’uso della sterlina o delle basi
nucleari, ma secoli di ignominia gravanti sulla coscienza del popolo che più di
ogni altro al mondo ha saputo contornare il veleno della propria prepotenza
senza limiti con la panna montata del proprio indiscutibile fascino dei modi
più civili e tradizionali e dello stile di vita più aristocratico oggi
esistente al mondo.
È un giudizio della storia, dicevamo, che dimostra ancora
una volta quanto siano ormai sempre più insostenibili le corbellerie marxiste e
massoniche sull’economia come movente dei grandi eventi degli uomini, e questo
è comprovato da un piccolo particolare: il 13 settembre hanno sfilato per
Edimburgo 12.000 orangisti rivendicando il proprio grande passato e la civiltà
“british” e protestante di cui si sentono eredi. Erano bellissimi a vedersi (e
non mi meraviglierei se producessero un certo fascino anche in parte del mondo
tradizionale cattolico) con i loro costumi tradizionali, i loro stendardi, i
loro stemmi, la loro dignità, in effetti innegabilmente specchio di una civiltà
di splendore ed educazione. E sfilavano proprio in chiave di rivendicazione
religiosa e civile, che niente ha a che fare con le postazioni atomiche e solo
poco con la sterlina. È una questione di scontro di civiltà e religione, di
fierezza storica e nazionalismo di alto livello.
Esattamente come per gli scozzesi. Se potessimo interrogare
gli scozzesi separatisti, ci accorgeremmo che pochissimi fra loro pensano ai
soldi (peraltro, questo è un argomento forte dei sostenitori del no: “chi
cambia la strada vecchia per la nuova…”), mentre la grande maggioranza ha
risvegliato nel cuore l’orgoglio del proprio passato, quel fondo di
risentimento – sopito ma mai cancellato – per tutte le secolari violenze,
invasioni, oppressioni e ingiustizie subite dalla Corona di Londra. Ha
risvegliato la memoria di un Trono usurpato da una dinastia illegittima. Magari
la memoria di una regina, eroina della vera fede martire, decapitata da
un’altra regina, sua cugina, una delle più grandi assassine e fanatiche
anticattoliche che la storia europea abbia mai conosciuto, vera “Diocleziano”
della modernità.
Questo movimento separatista è diverso dagli altri,
dicevamo. La Catalogna ha poco di realmente differente dalla Castiglia, e ciò
che li spinge al separatismo sono realmente soprattutto moventi economici,
sebbene non manchi la memoria – molto lontana - di uno Stato sovrano che seppe
divenire grande potenza europea mediterranea. La Lega Nord è mossa da giuste
rivendicazioni di ordine economico e sociale, ma non certo da lontane memorie
di civiltà (a parte le ampolle del Po…). Stesso discorso, più o meno, per altri
casi analoghi in Europa. Ma la Scozia, così come l’Irlanda, ha una propria civiltà
e una propria storia di popolo antichissime.
La civiltà scozzese è più rude di quella inglese, come più
rudi sono le loro montagne, i loro pascoli, le loro coste. Ma non è meno
affascinante, anzi: è meno splendida ed educata, ma più radicata e sostanziale.
Chi vi è stato, chi ha potuto girare la Scozia, non ha potuto certo rimanere
indenne dal fascino di un mondo profondo, profondo come la sua storia
millenaria, di una gente che forse più di ogni altra in Europa ha mantenuto
intatte le proprie radici non solo con i secoli cristiani, ma perfino con
quelli precristiani, a partire dai propri cognomi. I loro costumi e le loro
cornamuse, le loro musiche e il loro whisky, l’angus e i castelli, e tutto il
resto, richiamano secoli di resistenza a quell’invasore del sud che fin dal
Medioevo non sapeva stare a casa propria, come tutta la storia successiva ha
ben dimostrato.
Gli scozzesi, oggi, stanno dicendo in maniera diretta e
chiara agli inglesi che loro non sono inglesi. Ma stanno anche dicendo, in
maniera indiretta e sottile, ai Windsor che la loro dinastia reale non sono i
Windsor, né tanto meno i loro antenati Hannover, bensì la Casa Stuart. Chi ora
dovesse pensare che sto esagerando nell’interpretazione degli eventi, è perché
probabilmente non si è fatto un giro per i castelli scozzesi e non ha visto i
quadri e le foto esposti al pubblico.
È la storia che inizia a presentare i suoi conti ad Albione.
E sarà un conto immenso, salatissimo, devastante, da regolare. Gli inglesi
hanno prodotto in età moderna una grande civiltà nel senso dei costumi e della
cultura, ma questa civiltà oggi l’hanno tradita e rovesciata, come ben ci
dimostra la follia collettiva e suicida che ha invaso l’Inghilterra odierna. Ma,
soprattutto, questa civiltà l’hanno costruita calpestando per secoli gli altri
popoli, utilizzandoli sempre – vicini e lontani, e noi italiani non siamo certo
stati risparmiati – e solo a proprio uso e consumo.
Poco importa se dovessero di misura vincere i no: il dado è
tratto, ormai, e tra qualche anno vinceranno i sì. Poco importa se, vincendo i
sì, la Regina dovesse restare formalmente Capo dello Stato scozzese: anzitutto
questo Stato esisterebbe e sarebbe scozzese non inglese, e poi… quanto
durerebbe la Regina (o i suoi eredi) come Capo di questo nuovo Stato? Poco
importa se l’economia dovesse andare peggio: quello che è chiaro, oggi, è che
gli scozzesi stanno dicendo al mondo che non sono inglesi, ma scozzesi, non
solo dal punto di vista etnico, ma anche storico, politico e soprattutto civile
e culturale. E lo stanno dicendo forte e chiaro.
Talmente forte e chiaro che – è notizia di oggi – in Galles
si è aperto il dibattito sull’indipendenza. L’Irlanda del Nord resterà ferma e
muta?
La storia sta presentando il suo conto agli inglesi e alla
loro dinastia, della quale, a causa del suo splendore (peraltro molto macchiato
dagli eventi di questi ultimi decenni, come ben sappiamo) e della ignoranza
storica oggi predominante, troppo spesso si dimenticano i crimini mostruosi
commessi nei secoli medievali e soprattutto nel Cinquecento, da un monarca
maledetto che, schiavo della sua libidine, ha tradito la Chiesa di Roma e
introdotto il protestantesimo in terra inglese e la cui figlia è stata, come
detto, la principale produttrice di martiri cattolici prima della Rivoluzione
Francese e dei secoli contemporanei.
Sarebbe una meravigliosa nemesi se gli scozzesi il 18
settembre iniziassero un cammino, forse lungo ma non impossibile, di giustizia
della storia e si affidassero alla memoria della Regina Mary Stuart e dei suoi
antenati e discendenti (uno dei quali, il Re Carlo I, decapitato da un
assassino fanatico protestante inglese), magari confidando nella forza
ritrovata di chi gli inglesi li conobbe da vicino e li seppe trattare come
meritavano, tale William Wallace.
In una Europa alla vigilia del suo disastro epocale, la
Scozia ha molto da insegnarci.