Collegare
due temi come lo Spirito Santo e la politica può suonare strano alle orecchie
del mondo cattolico odierno. Esso infatti è stato abituato a un malinteso
“primato dello spirituale”, ossia a pensare che l’azione temporale del divino
Consolatore vada relegata nel campo individuale e privato, escludendola dalla
vita sociale e politica.
Spirito
Santo e carità sociale
Secondo questa mentalità, la separazione
tra soprannaturale e politica garantirebbe la “purezza” e l’efficacia sia dell’azione
divina che delle intenzioni umane. Non s’insiste forse, fino alla nausea, nella
contrapposizione tra Spirito e Legge, tra libertà dello Spirito e costrizione
delle istituzioni, tra eguaglianza nello Spirito e disuguaglianze sociali, tra
fratellanza nello Spirito e inimicizie politiche? Non vediamo forse gli odierni
sperimentatori dello Spirito, ossia certi pretesi “carismatici”, disdegnare l’impegno
nella politica. E nelle istituzioni?
Eppure, il legame tra lo Spirito Santo e la politica
c’è, ed è ben preciso. Se lo Spirito Santo è il
Summum Bonum,
egli è archetipo, fondamento e fonte di ogni bene
creato, non solo di quelli individuali ma ancor più del bene comune sociale,
ossia del bene che è oggetto della politica. Poiché lo Spirito Santo opera per
realizzare la gloria divina, Egli non può accontentarsi dell’omaggio resogli
dagli individui, ma deve anche inspirare quello resogli dalla società: parliamo
ovviamente di quelle società che, compiendo la loro missione, sono conformi al
progetto divino. Se quindi lo Spirito Santo non può disinteressarsi della vita
sociale e politica, tantomeno questa può disinteressarsi di Quello.
Lo Spirito divino è Carità increata e trascendente
eterna, inspiratrice di ogni retto amore creato e immanente. Ma la più alta
forma della carità terrena non è quella individuale né quella familiare, bensì
quella sociale, come hanno più volte ricordato i Papi (
Benedetto XVI
,
Caritas in veritate,
1-7). La
carità sociale
è quella virtù che
c’inclina ad amare la società, ossia a perseguire il bene comune (naturale e
soprannaturale) della comunità in cui viviamo. Del resto, la vita sociale si
basa su quella forma di carità che è l’amicizia e la carità sociale si esprime
appunto nell’amicizia tra gli associati, che richiede fra loro la tanto fraintesa
“solidarietà”. Come potrebbe esistere questa
amicalis sodalitas
senza una qualche influenza divina che vinca le
forze e le tendenze corruttrici e disgregatrici?
Spiega padre Royo Marìn: «
Le società non solo realizzano in maniera collettiva e temporale le
perfezioni della natura umana – conoscenza e amore – meglio dell’individuo, ma anche
sono capaci, collettivamente e temporalmente, di conoscenza e di amore
soprannaturali
. Perciò esse sono degne del
nostro amore di carità, e come tali esse vanno amate per Dio. Esse meritano
anche che le amiamo più di noi stessi – per quanto riguarda la nostra vita
temporale – in quando dobbiamo stimare il bene comune più del nostro bene
particolare. Esse meritano anche che le amiamo come mezzi in un certo modo
necessari
per glorificare Dio più pienamente
nell’eternità
»; quindi dobbiamo «
servire
queste società in modo disinteressato, ossia a motivo della gloria divina
ch’esse possono come tali procurare in noi e negli altri
» (
Teologìa de la caridad,
§ 438). Questo servizio deve arrivare al punto di preferire
la sopravvivenza della società alla nostra stessa sopravvivenza fisica: «
nessuno ha maggior amore di colui che dà la
propria vita per i suoi amici
», dice il Redentore (
Gv
., 15,13).
Ruolo formativo della società
Se
è vero che la società è composta fisicamente da individui, è anche vero che i
comportamenti individuali diventano costumi, ambienti, tradizioni e istituzioni,
per cui, in una seconda fase, sono queste realtà sociali a formare gli individui
futuri. Se l’azione individuale realizza la “perfezione primaria” e sostanziale
dell’uomo, l’azione sociale ne realizza quella “perfezione secondaria” che, sostiene,
perpetua e compie quella primaria, pur essendole accidentale e aggiuntiva
.
Proprio in questo consiste lo scopo della civiltà, «
che è la perfezione della natura umana socialmente posseduta
» (
P. Donat S.J.
,
Ethica
generalis et specialis,
Innsbruck 1941, II, p. 52)
; «
la civiltà si
riferisce alla
perfectio secunda
,
propriamente umana, acquisita o ricevuta dall’uomo e dalla società nell’esercizio
delle loro responsabilità
» (
V.
Rodrìguez O.P.
,
Temas-clave de
humanismo cristiano,
Madrid 1984, p. 245). Costumi,
ambienti, tradizioni e istituzioni civili plasmano nell’uomo una seconda natura
che può rafforzare o indebolire la prima.
Esempio capitale di questa seconda natura umana plasmata
dalla società sono le “abitudini” (
habitus
)
intese come tendenze, inclinazioni stabili; esse si formano per l’azione non
solo degli individui, ma anche e soprattutto dei fattori sociali come ambienti,
costumi, tradizioni, leggi, istituzioni. Ciò è determinante nell’assicurare la
conservazione e il progresso non solo culturali e civili, ma anche morali e
religiosi. Infatti «
gli atti di virtù,
che sono passeggeri, non si perdono né scompaiono, ma rimangono nel subconscio,
nell’abitudine che hanno generato. Così, ogni umana attività, ogni energia
psicologica e morale dell’uomo, vengono condensati nelle abitudini, (...) che
sono come un tesoro dell’intera attività umana
» (
S. Ramìrez O.P
.,
De habitibus in communi,
Madrid 1973, I, p. 6). Del resto, «
l’uomo
nasce imperfetto e può e deve perfezionarsi acquisendo abitudini personali e
sociali: mediante essi l’uomo ottiene attualizzazione e uniformità delle sue
capacità operative, prontezza e facilità nel ragionare, scegliere ed agire,
piacere nel fare ciò che è diventato connaturale grazie all’abitudine o seconda
natura
» (
Rodrìguez
,
cit.
, p. 248).
Le società che formano la Cristianità
Quali
sono queste società che possono essere animate dalla carità sociale per
realizzare la gloria di Dio e la salvezza delle anime? Sono tutte le forme di
società che uniscono gli uomini secondo la volontà e il progetto di Dio, dal
quale, come dice san Paolo, «
procede ogni
paternità, come in Cielo, così anche sulla terra
»; ossia sono le società dette
perfette
in quanto complete e
autosufficienti, come lo Stato, ma anche quelle
imperfette
in quanto parziali e dipendenti, come la famiglia, il
clan, la comunità locale, la corporazione professionale, l’associazione
assistenziale, l’associazione culturale o di apostolato; sono insomma tutte
quelle sane realtà associative che sono intermedie tra Dio e l’individuo e che
conducono questo a Quello, in quanto incarnano forme di autorità capaci di
formare e accrescere la persona.
Tutte queste società, quando professano la Fede
cristiana, costituiscono il tessuto di quella vasta società civile che si
chiama
Cristianità
. Essa è il
complesso di ambienti, associazioni e istituzioni che hanno il compito d’“incarnare”
i princìpi del Vangelo, ossia di trasformarli in vita sociale e di difenderne
le radici e basi terrene. La Cristianità è nata per ispirazione dello Spirito
Santo ed è stata edificata nei secoli dall’azione della Chiesa, dal sacrificio
degli apostoli, dal sangue dei màrtiri, dall’esempio dei confessori,
dall’insegnamento dei dottori, dall’austerità dei penitenti, dalla castità
delle vergini. «
La Cristianità è il
frutto dell’apostolato della Chiesa, che salva e santifica tutte le attività
terrene dell’uomo illuminandole e orientandole alla luce della fede. (…) Non
c’è Cristianità se non nella misura in cui (i poteri civili) governano la vita
economica e politica in funzione della subordinazione della vita terrena a
quella eterna e alla luce degli insegnamenti della fede, dunque agendo, in
questa missione temporale, come ministri di Cristo, al quale tutto l’ordine
temporale deve appartenere
» (
J.
Daujat,
La face interne de
l’histoire,
Paris 1996, pp. 160-161).
La Cristianità è insomma il complesso delle società e
delle istituzioni che preparano, promuovono e difendono la penetrazione del
Vangelo in ogni fibra della vita civile, anche usando i tre classici poteri
dell’autorità politica: il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario. Nel XVII
secolo, il grande teologo e sociologo gesuita Francisco Suàrez chiamava la
Cristianità «
il corpo mistico politico
»
della Chiesa; intendeva dire che la Chiesa stessa, per radicarsi ed espandersi
nel tempo e nello spazio, ha bisogno d’“incarnarsi” in un ambiente sociale che
le prepari condizioni favorevoli, la promuova e la difenda nella vita civile.
Sebbene l’espressione “corpo mistico politico” non abbia avuto fortuna a causa
della progressiva separazione della politica dalla Religione, tuttavia essa esprime
un’esigenza che è evangelica e che viene insegnata dalla dottrina sociale della
Chiesa. Ad esempio, secondo Papa Pio XII, «
dalla
forma impressa alla società, consona o no alle leggi divine, dipende e
s’insinua anche il bene o il male nelle anime
» (discorso del 1
giugno 1941). Ovviamente «
è ben più facile vivere da cristiani, quando la mentalità, i costumi,
la cultura sono cristiani
» (
Daujat
,
cit.
, p. 162). Usando una nota parabola evangelica, possiamo dire che il seme divino,
se cade su un terreno accogliente e amico, di solito si sviluppa e fruttifica; se
invece cade su un terreno arido od ostile, di solito muore. Pertanto, le
autorità civili hanno in concreto il dovere di favorire quelle virtù sociali
che facilitano la salvezza eterna e di reprimere quei vizi sociali che la
ostacolano.
Seguendo l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino, il
filosofo Marcel De Corte ci ricorda l’importanza del ruolo dell’autorità
politica nella formazione delle virtù sociali: «
Le abitudini di giustizia, di forza e di temperanza si ottengono
innanzitutto sotto l’influenza dell’ambiente sociale e dell’esempio diffuso
dalle élites. (…) La maggior parte degli uomini obbediscono all’impulso
prudenziale diffuso, nell’ambiente sociale in cui vivono, dalle élites, le
quali fungono da tutori della debolezza della loro capacità valutativa. (…) Le
virtù morali sono il frutto dell’educazione ricevuta in seno alle diverse
società cui apparteniamo
» (
M.
De Corte
,
De la prudence,
Bouère
1974, pp. 21-22 e 31).
Rivoluzione e secolarizzazione
Fin
qui abbiamo parlato di una dottrina effettivamente, seppur molto imperfettamente,
realizzatasi lungo la storia cristiana. Ma oggi, chi parla più di virtù e vizi
sociali? Chi parla più degli obblighi dello Stato verso la Chiesa Cattolica?
Chi rievoca quel bene comune soprannaturale che è la Cristianità? Chi parla più
di questi temi, pur così strettamente legati alle verità rivelate e
particolarmente alla Regalità di Cristo?
La secolarizzazione della cultura e della mentalità,
che negli ultimi tempi ha gravemente contagiato anche il mondo cattolico, ha
separato il campo soprannaturale da quello naturale, soprattutto quello
religioso da quello politico, aprendo un fossato tra la fede e la vita civile.
Ci si lamenta spesso della separazione tra fede e vita, ma poi ci s’illude che
la società umana possa sopravvivere disinteressandosi dell’unico vero Dio,
ripudiando l’unica vera Religione e separandosi dall’unica vera Chiesa. Ci si
lamenta della secolarizzazione della famiglia e dell’economia, ma poi si
accetta o addirittura si elogia la secolarizzazione della politica, del diritto
e dello Stato, senza rendersi conto che è proprio questa a favorire quella.
Forse che la prima Tavola dei Comandamenti, concernenti i doveri verso Dio,
riguarda solo l’individuo e non anche la società? Forse che questa divina
Tavola è stata sostituita da quella rivoluzionaria dei “Diritti dell’Uomo e del
Cittadino”, come è stato raffigurato nella parrocchia cattolica della città
svizzera di Martigny?
La mentalità cristiano-progressista sostiene
pretestuosamente che la fede verrebbe “purificata” separandosi dalla religione,
che la religione verrebbe “purificata” separandosi dalla morale, e che la
morale verrebbe “purificata” separandosi dalla politica. Ma così la fede
finisce col ridursi ad un codice di convinzioni finalizzato ad accontentare le
mondane “esigenze spirituali”, senz’alcun legame con la gloria di Dio e la
Redenzione dell’uomo; a sua volta, la morale finisce col ridursi ad un codice
di comportamento finalizzato ad esaudire le pretese individuali o collettive,
senz’alcun legame con la Legge divina e la santificazione umana; a sua volta,
la politica finisce col ridursi ad un codice di leggi finalizzato al progresso individuale
o collettivo, senz’alcun legame con i diritti di Dio e della Chiesa.
Lo “spirito del mondo” e le sue
ribellioni storiche
Specialmente
negli ultimi tempi, l’azione del demonio si è sempre più sollevata contro la
divina Provvidenza. Opponendo allo Spirito Santo quello che il Vangelo chiama “spirito
del mondo”, il demonio va influenzando i costumi, le mentalità, le culture e le
società per spingere l’uomo a ritorcere i doni divini contro Dio stesso. Lo “spirito
del mondo” va dominando la vita umana per mezzo della seduzione operata dalle
tre concupiscenze denunciate da san Giovanni: ossia quella della vista, quella
della carne e quella della vita (
1 Gv.
2,16). Questo spirito non solo inspira idee, sentimenti e azioni contrari alla
fede e alla morale, ma anima anche una lotta senza tregua contro la Chiesa e la
civiltà cristiana, mediante una cospirazione globale che coinvolge individui e
società. Lo fa seducendo gli animi, fomentando passioni disordinate, suscitando
vizi sociali, sobillando ambizioni, invidie e odii, manipolando interessi, e
soprattutto forgiando costumi, tendenze, mentalità, ideologie, leggi e
istituzioni contrarie alle virtù sociali, in modo da contrastare l’azione della
Chiesa e corrompere la Cristianità.
La teologia della storia insegna che l’azione dello “spirito
del mondo”, scimmiottando l’opera della divina Provvidenza, si è svolta in tre
fasi epocali, fomentando tre ribellioni ciascuna delle quali si è rivolta principalmente
contro una delle Persone della Ss.ma Trinità. Infatti, all’inizio, contro Dio
Padre ci fu la ribellione del Peccato Originale, commesso dai nostri
progenitori quando pretesero di diventare per natura simili al Creatore; poi, contro
Dio Figlio ci fu la ribellione commessa dal sinedrio ebraico quando rifiutò e condannò
a morte il Messia; contro Dio Spirito Santo infine ci fu – e tuttora perdura! –
la ribellione del “peccato di rivoluzione”, commesso dall’Europa nell’età
moderna.
Con l’espressione
rivoluzione,
il prof. Plinio Corrêa de Oliveira chiamava il pubblico e organizzato rifiuto
della missione santificatrice della Chiesa, rifiuto concretizzatosi non in una
singola ribellione ma in una progressiva rivolta contro la civiltà cristiana (
P. Corrȇa de Oliveira
,
Rivoluzione e Contro-Rivoluzione,
Milano
2009, I, 3). Quel peccato che Nostro Signore
condanna come «
peccato contro lo Spirito
Santo, che non verrà perdonato né in questo mondo né nell’altro
» (
Mt.
12, 31-32), a livello sociale si è
storicamente manifestato nella Rivoluzione anticristiana occidentale. Dopo la
subdola incubazione dell’Umanesimo antropocentrico del XV secolo, questo
peccato sociale esplose con la rivoluzione protestante del XVI secolo – non a
caso fu fatta contro la Chiesa e lo Spirito divino che l’anima – per poi
progredire nelle rivoluzioni liberali e comuniste del XIX e XX secoli. Il loro
spirito empio è ben espresso dalla frase del noto letterato socialista André
Gide: «
Avrò fatto molto, se avrò
scacciato Dio dal suo altare per innalzarvi al suo posto l’Uomo
» (
A. Gide
,
Diario,
settembre 1947); oppure dal
noto politico radicale Gaetano Salvemini: «
Morirò
contento, se avrò strappato molte anime dalle grinfie della Chiesa Cattolica
».
Il comunismo come peccato contro lo
Spirito Santo
Se
consideriamo il maggior errore (e orrore) del nostro tempo, ossia il
socialismo-comunismo, possiamo capirlo e valutarlo a fondo non solo come “vizio
sociale”, secondo la condanna di Pio XI, ma anche e soprattutto come
“satanocrazia”, come lo chiamava Berdjaev, ossia come totale e irriducibile opposizione
all’azione dello Spirito Santo, e in concreto alla missione sociale della Chiesa
e della civiltà cristiana.
Diretta filiazione della
fraternité
proclamata dalla Rivoluzione Francese, la “solidarietà” socialcomunista
è un surrogato – caricaturale e pervertito – della carità cristiana, anzi di
quella vera fratellanza (e quindi uguaglianza) spirituale che può essere creata
solo dello Spirito Santo e operata dalla Grazia. A questa fratellanza
cristiana, l’unica che può apparentare spiritualmente gli uomini delle più
diverse razze, culture e condizioni sociali, il comunismo oppone e sostituisce
un’assurda “fratellanza”, priva di comune paternità, espressa ideologicamente
dall’egualitarismo. In questa prospettiva, gli uomini sono tutti fratelli non per
parentela spirituale, ossia perché creati dal Padre, redenti dal Figlio e animati
dallo Spirito Santo, bensì per evoluzione biologica, ossia perché resi materialmente
uguali dal lavoro collettivizzato e dall’annullamento in una società olistica e
totalitaria, dedita al culto dell’Uomo o della Natura.
La “fratellanza” comunista è appunto l’anti-religione
dello “spirito del mondo”, che ha cercato di realizzare una salvezza tutta
terrena, di creare una nuova umanità a sua immagine e somiglianza, scimmiottando
metodi, norme e istituzioni della Chiesa Cattolica, sostituendo la Redenzione
con la Rivoluzione e la carità con la “solidarietà”. Questo spirito mondano è
un “amore” che non procede né dal Padre (infatti nega la Creazione) né dal
Figlio (infatti nega anche la Redenzione), ma procede unicamente dalla
“Storia”, che nella sua naturale evoluzione manifesterebbe una fumosa e
arbitraria volontà collettiva di auto-redenzione terrena e temporale. In
realtà, questa pseudo-fratellanza umanitaria e ugualitaria è del tutto
immaginaria; l’unica uguaglianza effettivamente realizzabile in questo mondo e
con metodi mondani è quella che livella tutto non in alto ma in basso, anzi
sottoterra, ossia l’uguaglianza dei cimiteri… ed è appunto quella realizzata
dal comunismo (e dal nazional-socialismo) lungo l’intero XX secolo.
Quest’analisi teologica del comunismo come “satanocrazia”
nemica del divino Spirito è la sola che ne penetri la vera essenza e che
spieghi come mai, nonostante il suo fallimento storico, esso mantenga tuttora un
certo qual fascino sugli uomini, seducendoli con l’utopistica promessa di una
felicità terrena ottenibile a buon mercato, ossia non solo senza l’ascesi delle
virtù sociali, ma anzi con la prativa dei vizi sociali.
Conclusione
Come
contrastare questa falsa fratellanza che proviene da una falsa carità? Possiamo
farlo solo praticando quella vera fratellanza che nasce dalla vera carità donata
dallo Spirito Santo. All’offensiva dello “spirito del mondo”, alla politica
rivoluzionaria che cerca di estinguere nella società ogni residuo di civiltà
cristiana, l’azione dello Spirito Santo contrappone la forza del proprio “fuoco
divoratore” ed anima la riscossa delle virtù soprannaturali. Ma queste virtù
debbono estendersi dal campo individuale a quello sociale, a partire da quello
familiare. In questi tempi d’individualismo e di “personalismo” ridotto a
individualismo socializzato, bisogna insistere su questa dimensione sociale
della vita soprannaturale. Come l’uomo non può salvarsi se non mediante
l’azione di quella realtà sociale che è la Chiesa, così l’umanità non potrà
salvarsi se non mediante la restaurazione di quella realtà politica che è la
Cristianità.
Il già citato padre Royo Marìn afferma che, nel campo
spirituale, la
carità sociale
si
esercita principalmente in queste forme: insegnamento pubblico (specialmente
della gioventù), formazione civile (specialmente quella apostolica), correzione
dei vizi sociali (specialmente di quelli contro la purezza) e infine «
la retta formazione dell’opinione pubblica
»
(
Royo Marìn
,
cit.
, 442).
Orbene, questi esercizi della carità sociale non sono altro che applicazioni
pratiche delle virtù cristiane, specialmente di quelle cardinali, e dei
precetti evangelici che impongono di “istruire gli ignoranti”, “consigliare i
dubbiosi” e infine – cosa scomoda ma indispensabile – “ammonire i peccatori”.
Ma com’è possibile praticare queste virtù e precetti, se non accogliendo e
facendo fruttificare quei doni soprannaturali dello Spirito Santo che sono alla
radice delle virtù sociali?
Come si vede, ritorniamo sempre al divino Spirito e
alla sua provvidenziale azione terrena, temporale e sociale. In questa
situazione di caos generale, è sempre a Lui che si rivolge il nostro grido e la
nostra speranza di riscatto e di riscossa. I pochi resti della un tempo
gloriosa Cristianità sembrano patetiche rovine del passato agli occhi distratti
di chi considera solo le cose dal livello terreno e temporale. Ma noi cattolici
dobbiamo vedere tutto dall’alto e dal punto di vista eterno, e ripetere la
considerazione che faceva santa Teresa d’Avila: ella diceva che avrebbe
volentieri dato la vita per difendere, non solo la Chiesa in sé, ma anche «
la più piccola verità, la più piccola
cerimonia, la più piccola tradizione della Santa Chiesa
» (
Teresa d’Avila
,
Autobiografia,
XXXV, 5). Noi
dobbiamo adeguarci a questo spirito, disponendoci a dare il nostro tempo, le
nostre forze, la nostra reputazione e, se necessario, anche la nostra vita per
difendere la più piccola verità, tradizione, cerimonia, legge, autorità e
istituzione cristiana sopravvissuta, anche se appare ormai in rovina, anche se
sembra irrecuperabile.
Possiamo essere certi che, sulle rovine del mondo
occidentale, come sulle misere ossa della stupefacente visione del profeta
Ezechiele (
Ez.
37, 10-13), Dio non
mancherà di alitare nuovamente il suo Spirito vivificatore, facendo risuscitare
a nuova vita l’antica Civiltà, creando in questo modo la Cristianità del XXI
secolo. E qui l’auspicio può essere espresso solo con la formula della bella
preghiera del Salmista, ripresa dalla Liturgia, quando si rivolge a Dio
dicendo: «
Invia il tuo Spirito, che
creerà ogni cosa; allora il volto della terra verrà rinnovato
».