Celebrazione
eucaristica della seconda domenica di Quaresima. Prima Messa del mattino; la
Messa “dei ragazzi”. Lettura del Vangelo sulla trasfigurazione di Gesù. Arriva
il momento dell’omelia e il sacerdote invita due bambini a salire davanti
all’altare e porsi al suo fianco. La predica è interamente sostituita da un
colloquio tra il prete e i bambini: lui domanda cos’hanno capito del brano
evangelico, loro rispondono, lui corregge le risposte. La spiegazione della
trasfigurazione si esaurisce in poche, “vibranti” parole: «Avete presente il
neon che è tutto fluorescente? Così è Gesù trasfigurato, luminoso come una
lampadina [sic!]». Sarebbe bastato alzare lo sguardo al cielo per trovare un
termine di paragone un po’ meno prosaico, ma il sacerdote si è lasciato
ispirare dall’elettronica. La Messa prosegue tra schitarrate liturgiche, ormai
classiche, e - era in corso un battesimo - applausi vari.
All’uscita mi
sono fermato a riflettere e ho subito richiamato alla mente la prima volta che ho
avuto piena cognizione di che cos’è la Messa. Nonostante il catechismo, ho
dovuto attendere i 16 anni per averla: il professore di Religione che la
Provvidenza ha voluto donarmi alle scuole superiori, in I liceo tenne una
lezione sull’argomento. Chiamò una compagna di classe alla lavagna, le chiese
di disegnare una collina con tre croci sulla cima e, nel cielo, una macchina
del tempo. Noialtri, sorridendo, iniziammo a guardarci con aria interrogativa.
«Questa - disse il Prof. indicando il disegno - è la Messa. Durante la celebrazione
noi siamo misticamente riportati sul Calvario, in quel preciso momento della
Storia in cui Cristo ha donato la vita per l’umanità». Sono trascorsi dodici
anni: quella lezione non l’ho più dimenticata. Un modo semplice ma
efficacissimo per spiegare agli adolescenti di oggi che, all’elevazione delle
Sacre Specie, Cristo viene nuovamente (anche se incruentemente) innalzato sulla
croce.
Ora, se le
cose stanno così, è doveroso trarre da questa verità di fede tutte le
conseguenze che ne derivano: ogni comportamento tenuto durante la S. Messa è
tenuto ai piedi della croce di Cristo che muore per noi; se io strimpello la
chitarra, lo faccio al cospetto di Dio-Figlio che s’immola a Dio-Padre; se
applaudo, lo faccio al cospetto di Dio-Figlio che s’immola a Dio-Padre. Il
popolo dei fedeli è in larghissima parte insensibile a una simile, tremenda
verità per una ragione semplicissima: perché questa verità non è più insegnata
o, se lo è, viene trasmessa male. Basti pensare a quanti, oggi, non si
inginocchiano neanche più al momento della consacrazione, quel momento in cui
S. Francesco d’Assisi invitava i fedeli a “tremare” perché il Creatore
dell’universo si rende presente sull’altare.
Una tale
perdita del senso del sacro nella liturgia cattolica fu rilevata con parole
puntualissime dal non-cattolico Franco Battiato alcuni anni or sono, quando,
intervistato da Fabio Fazio a
Che tempo
che fa
nel novembre 2005, commentò così il “tradizionalismo” liturgico
dell’allora neoeletto papa Joseph Ratzinger: «Trovo che la liturgia dovrebbe
essere una cosa molto seria, fatta con criterio. Non puoi all’interno di una
Messa mettere dei ragazzini che cantano in uno stile di serie C della musica
leggera italiana più triviale, che trovo, tra le altre cose, la vera blasfemia.
Cioè: tirare in ballo Cristo, Dio: “tu sei con noi”, “tu sei di più”, dicono
delle cose incredibili… Calma! Parla così del tuo compagno di banco…». È
grottesco che un’analisi così lucida della grandezza del mistero liturgico (e
del suo tradimento) provenga dall’esterno del mondo cattolico; per di più da un
musicista intellettuale che dice di credere nella reincarnazione e cioè - detto
per inciso - in una dottrina che, al contrario di quella cristiana, non
manifesta alcun atto d’amore di Dio per l’uomo.
Ora, la prima
accusa che si suole muovere a questa concezione della liturgia è quella di
“intellettualismo”: come se, volendo escludere i coretti e le chitarre, si
nutrisse uno spirito antievangelico dal momento che Gesù ci ha detto di farci
“come i bambini”. Nessuno vuole negare l’importanza dei piccoli nel Regno di
Dio e il fatto che la loro preghiera è graditissima al Signore. Non a caso san
Pio X, con il decreto
Quam Singulari
,
volle ristabilire l’antico uso di permettere la prima Comunione in tenera età;
proprio perché i bambini, con la loro purezza di cuore, possono più degnamente
ricevere il Santissimo e rigenerare così le tante ferite inferte al Corpo
mistico di Cristo dai peccati degli adulti. Tuttavia ciò non autorizza gli
adulti a introdurre in maniera indiscriminata i bambini all’interno della
liturgia. Gesù ci ha anche comandato di “essere perfetti come il Padre”; e se
dobbiamo ricercare la perfezione in ogni nostra azione, a maggior ragione
dobbiamo farlo nella Messa che è il principale atto di culto offerto a Dio.
Quante volte
capita di ascoltare le Letture da bambini che sanno leggere a stento? Si tratta
della Parola di Dio, non della poesia di Natale; e la Parola di Dio va
proclamata, non farfugliata. Se un bambino è preparato adeguatamente allora ben
venga la sua partecipazione, diversamente è meglio evitare. Quanto alla “questione
musicale”, le parole di Battiato sono più che esaustive. Giusto un’osservazione
in più: la straordinarietà della Messa va evidenziata attraverso ogni aspetto,
dunque anche quello musicale. L’uso di uno strumento che si suona ai falò sulla
spiaggia o alle feste con gli amici non è indicato per rendere omaggio a Dio
nel momento più sacro che esista.
Non è
possibile non vedere in questa prassi di “mondanizzazione liturgica” una grave
banalizzazione del rito che conduce inevitabilmente a indebolire i fondamenti
stessi della fede, per quell’inscindibile vincolo che lega
lex orandi
e
lex credendi
.
E, a proposito di banalizzazione, torniamo all’episodio citato in apertura:
oggi capita sempre più spesso che i sacerdoti non si limitino semplicemente ad
avvallare certi usi (e abusi) liturgici, ma che siano essi stessi autori,
magari inconsapevoli, di condotte oggettivamente dissacranti. Non mi riferisco
qui ai casi più clamorosi che presentano gli estremi della blasfemia, ma ad un
generale atteggiamento di superficialità e faciloneria nello stile della
celebrazione, nella pronuncia delle parole del Canone, nella scelta delle
parole dell’omelia: così, di rozzezza in rozzezza, diventa normale paragonare
Cristo trasfigurato a una lampadina piuttosto che al sole.
Qualcuno
sicuramente troverà esagerata questa critica, ma, per usare una similitudine
medica, nelle malattie spesso sono i piccoli sintomi a svelare la presenza di
un grande male. Qui stiamo parlando effettivamente di una piccolezza, un
dettaglio; eppure, questo è certo, fino a qualche decennio fa una simile scelta
retorica all’interno di un’omelia avrebbe suscitato non poche perplessità,
quantunque destinata a un pubblico di bambini. Perché? Perché non siamo al
catechismo dove, se proprio l’educatore non sa trovare di meglio, può ricorrere
anche agli esempi più banali per spiegare le verità di fede; siamo nella
liturgia, dove non s’invitano i fedeli - anche se bambini - a salire presso
l’altare (che diventa un palco) o ad applaudire come si fa col pubblico nei
teatri. Nella liturgia la forma è sostanza e anche il linguaggio e i gesti del
sacerdote devono adeguarsi alla grandezza del Mistero che si sta realizzando. Invece
la Chiesa di oggi preferisce la banalità del mondo al fasto di Dio, con
risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Ed io, che ho avuto la grazia di conoscere
i Francescani dell’Immacolata nella mia città, di ammirare la loro cura
straordinaria delle celebrazioni, di innamorarmi della Messa in
Vetus Ordo
grazie alla loro
(giustissima) predilezione per questo rito, oggi sono defraudato di un mio
sacrosanto diritto.
Quousque tandem?