Abbiamo
già avuto più volte modo di intrattenerci su quel grande scrittore cattolico
del ‘900 italiano qual è stato Giovannino Guareschi. Un cattolico, ma anche uno
scrittore tutto di un pezzo, nel senso che non solo sapeva scrivere
francamente, senza “peli sulla lingua” come si suol dire, ma anche con quella
capacità di “parlare al cuore” che fa di uno scrittore un grande scrittore.
Guareschi è stato anche un “profeta”,
uno che ha saputo capire prima di tanti altri i nostri tempi e soprattutto
quali sarebbero state le terribili conseguenze di certi nefasti errori.
Ovviamente tutto questo non gli derivava da chissà quali carismi, ma solamente
dalla sua straordinaria capacità di saper “guardare le cose”, di vederli con
quello stupore infantile e contadino che gli davano la possibilità di leggere
la realtà attraverso il buon senso, che filosoficamente possiamo anche definire
(anche se non c’è una perfetta coincidenza) “senso comune”.
Guareschi ha parlato di tante cose e
c’invita a capire tante cose. Per esempio ci dice molto su quella che è oggi
una moda molto consolidata tra tanti – troppi – cattolici: l’irenismo. Per la
serie: mai litigare, mai far polemica, bisogna sorvolare sulla verità…
l’importante è conservare il dialogo e l’armonia. Non è di molto tempo fa
l’affermazione di un noto vescovo italiano, monsignor Galantino, niente di meno
che segretario della Conferenza Episcopale Italiana, che alla domanda
rivoltagli da un giornalista su cosa eventualmente dire a un credente
omosessuale, ha risposto affermando che in questi casi bisogna mettersi in
ascolto piuttosto che parlare… come se Nostro Signore Gesù Cristo non avesse
parlato, denunciato, condannato chiaramente e duramente il peccato… e come se le
opere di misericordia spirituale
non
fossero, appunto, di “misericordia”.
Torniamo a Guareschi. Nel suo
Don Camillo e i giovani d’oggi
c’è un
significativo dialogo. Il pretino progressista, don Chichì, sentenzia
rivolgendosi al rude parroco della Bassa:
“Don
Camillo, la Chiesa è una grande nave che, da secoli, era alla fonda. Ora
bisogna salpare le ancore e riprendere il mare! E bisogna rinnovare
l’equipaggio: liberarsi senza pietà dei cattivi marinai e puntare la prua verso
l’altra sponda. E’ là che la nave troverà le nuove forze per ringiovanire
l’equipaggio. Questa è l’ora del dialogo, reverendo!”
Ma don Camillo
risponde:
“Litigare è l’unico dialogo
possibile coi comunisti. Dopo vent’anni di litigi, qui siamo ancora tutti vivi:
non vedo migliore coesistenza di questa. I comunisti mi portano i loro figli da
battezzare e si sposano davanti all’altare mentre io concedo ad essi, come a
tutti gli altri, il solo diritto di obbedire alle leggi di Dio. La mia chiesa
non è la grande nave che dice lei, ma una povera piccola barca: però ha sempre
navigato dall’una all’altra sponda.
(…)
Lei
allontana molti uomini del vecchio equipaggio per imbarcarne di nuovi
sull’altra sponda: badi che non le succeda di perdere i vecchi senza trovare i
nuovi. Ricorda la storia di quei fraticelli che fecero pipì sulle mele piccole
e brutte perché erano sicuri che ne sarebbero arrivate di grosse e bellissime poi
queste non arrivarono e i poveretti dovettero mangiare le piccole e brutte?”
Due punti importanti su cui riflettere.
Il primo. Don Camillo dice:
“Litigare è l’unico dialogo possibile coi
comunisti. Dopo vent’anni di litigi, qui siamo ancora tutti vivi …
Qui
Guareschi, ovviamente, non fa riferimento al litigio in quanto litigio, ma al
fatto che la scelta di rimanere se stessi, di continuare a testimoniare la
verità sempre e comunque siano le uniche possibilità per rimanere “vivi”. Vivi
come uomini che ancora riconoscono un ordine naturale. Il contrario di ciò che
sta avvenendo oggi. Chi è chiamato a proclamare la verità, ha paura di farlo… e
diviene una sorta di
zombie
: non si
capisce perché esiste. Oggi verrebbe da chiedersi di tanti sacerdoti che hanno paura
di proclamare la verità:
ma perché sono
sacerdoti? perché esistono?
Chi non avverte l’entusiasmo della verità, di
difenderla, di annunciarla, di amarla è come uno
zombie
, nel senso che la sua vita finisce con l’essere organizzata
sul disconoscimento dell’ordine naturale delle cose.
Don Camillo lo dice: il fatto che io litigo con i comunisti non
solo mi ha conservato “vivo”, ma ha fatto sì che i comunisti si conservassero
“vivi”. Infatti, quelli del paese del Prete della Bassa erano comunisti molto
spesso a parole ma assai poco nei fatti: “
I
comunisti mi portano i loro figli da battezzare e si sposano davanti all’altare
mentre io concedo ad essi, come a tutti gli altri, il solo diritto di obbedire
alle leggi di Dio.”
Veniamo al secondo punto. Don Camillo fa
capire quanto sciocca sia la pretesa di “annacquare” la verità per cercare di
attirare: si finisce in questo caso non solo di non attirare nessuno, ma anche
di perdere chi in precedenza aveva aderito. I dati sono quelli che sono.
L’apertura al “mondo” degli ambienti ecclesiali, voluta dalla teologia
postconciliare, non ha “convertito” il mondo, ha piuttosto “mondanizzato” la
Chiesa. Notizia di qualche mese fa. Secondo dati diffusi dalla Congregazione
Vaticana per gli Istituti di Vita Consacrata solo oltre 2600 i religiosi e le
religiose che abbandonano ogni anno i loro Ordini. Per la precisione, tra il
2008 e il 2012 sono state complessivamente decise 12.123 dispense formali dalla
vita religiosa, premessa per la successiva riduzione allo stato laicale con una
media annua di 2.624,6 casi.
Se gli alberi si devono giudicare dai
frutti …