La
fissità algida
del mosaico di
San
Pietro che guarisce il paralitico alla Porta Speciosa
sull’altare a ponente
del pilone della Veronica – soprattutto se comparato con il calore
dell’originale pittorico nella Loggia delle Benedizioni – palesa il travaglio
iconografico che scosse gli altari della Basilica Vaticana conseguentemente al
mutamento di “gusto” determinatosi
sotto il pontificato di Urbano VIII (1623-1644). La riduzione a mosaico di
tele, tavole e affreschi congelò, infatti, la palpitante spontaneità degli
originali nell
’immobilità vitrea
delle copie.
Nella fredde trasparenze delle tessere s’intravvedono le
“spinte” che, tra ordini e contrordini dal 1729 al 1749-50, produssero
l’allontanamento di ben dodici pale dalla Basilica di San Pietro.
L’icnografia della Basilica incisa da Matthaeus
Greuter nel 1613 per il Papa Paolo V annota:
Altare miraculi S. Petri sanantis claudum manu Ludovici Cigolij pictoris
.
Ludovico Cardi detto il Cigoli (1559-1613) dipinse la pala tra il 1604 e il
1607. Dell’opera a olio su lavagna sopravvivono solo alcuni lacerti albergati
altrove (G. PAPI,
La pittura in Italia.
Il Cinquecento
, Milano 1988, II p. 679) e un’incisione di Jaques Callot.
Oggi sull’altare non sta nemmeno la sua copia musiva settecentesca, che notizie
d’archivio danno per realizzata, ma la replica di un altro originale, di
medesimo soggetto, e d’autore diverso.
Il
miracolo di San Pietro che guarisce il paralitico alla Porta Speciosa
commissionato
da Benedetto XIV per questo altare a Francesco Mancini (S. Angelo in Vado-PS
1679 Roma 1758) si trova altrove con la sua verità di originale da ostendere nel
Giubileo del 1750.
Francesco Mancini si formò alla bottega di Carlo
Cignani – in quegli anni impegnato come frescante nella cupola della cappella della
Madonna del Fuoco nel duomo di Forlì – che l’orientò a una pittura legata
all’insegnamento di Correggio e dei Carracci. Al Cignani Mancini rimase
debitore per tutta la produzione emiliana fino al 1715. L’attività nelle Marche
e in Umbria, dopo quella data, lo portò ad affermarsi con un linguaggio proprio,
caratterizzato dalla resa perlacea e nitida delle figure, tessute di toni
chiari e sottili effetti luministici e percorso da un vigoroso afflato emotivo.
La decorazione dell’abside del duomo di Foligno offre in pieno la misura della
sua arte: la compiuta spazialità architettonica della tradizione bolognese si
inserisce appieno nella
verve
decorativa
settecentesca. Il successivo intervento decorativo della volta del presbiterio spalancò
a Mancini le porte di Roma ove si trasferì nel 1724 divenendo nel 1725 membro
dell’Accademia di S. Luca e di quella di Francia nel 1732. Gli anni Trenta del
Settecento lo videro protagonista di un’intensa attività segnata anche
dall’incontro con il conte Guarniero Marefoschi che gli commissionò gli
affreschi della volta e quattro ovali su tela nel sacello della Madonna della
Misericordia di Macerata. Altre opere nel duomo di Macerata e in quello di Pisa
mostrano il suo stile gradualmente liberarsi dalle esuberanze barocche e virare
versò ciò che può essere definito un incipiente
neoclassicismo: semplificazione delle forme in favore
di una misura classica e gradevole, altissimo equilibrio compositivo,
nobilissima qualità dell’esecuzione. Dentro la
misura classica governata dal decoro le
gradazioni cromatiche, di ascendenza correggesca, e
le note luministiche, di provenienza carraccesca,
sono dolcemente temperate dalla facilità esecutiva del
rococò romano. L’elezione di Benedetto XIV nel 1740 consolidò la fortuna di
Mancini che toccò il vertice nelle commissioni dell’
Adorazione dei pastori
, per l’altar maggiore della Basilica di S.
Maria Maggiore, e del
Miracolo di S. Pietro
per il nostro altare. Quest’ultima opera egli ottenne la carica di Principe
dell’Accademia di S. Luca.
La pala illustra uno
dei miracoli di S. Pietro narrati negli Atti degli Apostoli. L’architettura che
fa da quinta alla scena – riprendendo nel taglio prospettico quella del dipinto
di Cigoli – propone suggestioni
rimemoranti la secentesca facciata della Basilica vaticana. Tra la folla
di donne, ragazzi e bambini S. Pietro e S. Giovanni salgono al “tempio di
Gerusalemme per la preghiera verso le tre del pomeriggio” (At 3,1). Allo
storpio della Porta Bella che sul lettuccio chiede l’elemosina, gli Apostoli han
già detto di fissar lo sguardo su di loro. Il paralitico vede gli occhi
dell’Evangelista dell’Amore levati in alto dove gli angeli invitano ad andar ancor
più in su fin “
là dove si puote ciò che
si vuole
” (Dante,
Inf
. V, 23); vede
la mano sinistra di S. Pietro innalzata al cielo, nel gesto indicativo e oratorio,
e nota il suo sguardo fisso sulla persona alle sue spalle. A questo personaggio
– l’unico a competere figurativamente con il protagonista e che pare cercar
l’ammiccamento del personaggio che gli sta diametralmente opposto intento alla
lettura (cfr Mt,1-8) – S. Pietro rammenta
l’Autorità in forza della quale agisce, Autorità che evidentemente non tocca solamente
il paralitico del miracolo. La destra di S. Pietro afferra quella dello storpio
imprimendovi la
vis
guaritrice che le
parole comandano: «
Non possiedo né argento
né oro,
ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo,
il Nazareno, cammina!
»
(3,6). L’elemosina di Pietro è ben più di una moneta: non gli spiccioli per
vivere un giorno, non un “aiutino” per tirare a campare, ma la possibilità di
vivere una vita dignitosa che si autosostiene lavorando e soprattutto il tesoro
della vita eterna nel nome di Gesù Cristo. Splendore della carità divina che «
non pur soccorre a chi domanda, ma molte
fiate al dimandar precorre
» (Dante,
Paradiso
XXXIII, 16,18), non solo cura i corpi, ma più ancora attende alla salvezza delle
anime. La prima cosa che il miracolato farà, dopo che piedi e caviglie
l’avranno rialzato,
sarà entrare con gli Apostoli nel tempio camminando, saltando e
lodando Dio (cfr. At 3,9).
Il
miracolo offre il destro all’Apostolo per spiegare al popolo che l’autentico
fine delle carità cristiana è la gloria di Dio che splende nell’uomo vivente,
ossia nell’uomo salvato, nell’uomo redento. Non «
per nostro potere e nostra pietà
» abbiam «
fatto camminare quest'uomo
» (At 3,13; cfr. Mt 9,8), ma nel nome
dell’Uomo-Dio Gesù Cristo, ucciso per ignoranza dagli uomini e risuscitato da
Dio. La carità che primariamente Pietro fa al paralitico e a uomini, donne e
bambini che si assiepano per veder l’evento, è quella della Verità.
Nell’enciclica
Deus Caritas est
(19)
Benedetto XVI ricorda le parole di S. Agostino: «
Se vedi la carità, vedi la Trinità
» vale a dire la Verità (De
Trinitate VIII, 8,12). «
Certo non siamo
noi a possedere la Verità, ma è essa a possedere noi. Cristo che è la Verità ci
ha presi per mano…e sappiamo che la sua mano ci tiene saldamente
»,
Caritas Chirsti urget nos
(2 Cor 5,14), ha
ricordato il Successore di Pietro alla Curia Romana nei suoi auguri natalizi il
21 dicembre 2012.
Dio
guarisce ed educa i nostri desideri. L’uomo chiede sempre poco, chiede solo ciò
che gli sembra utile al momento, ma la carità di Dio va oltre, è sovrabbondanza
straripante. Il paralitico s’accontenterebbe di un’elemosina, ma Cristo
attraverso il suo Vicario lo guarisce e al posto dell’oro gli apre il tesoro
del Regno dei Cieli. Anche oggi come ieri molti degli astanti sono attratti dal
portento e, oggi forse ancor più di ieri, sembran paghi solo della sua visione;
ma la
Charis
divina attraverso il
Vicario di Cristo, offre ad essi una capacita visiva maggiore quella di chi
vede nella propria coscienza. Chiamando e muovendo le coscienze al pentimento, alla
conversione, la Carità opera la guarigione dalla paralisi del cuore ben più
grave di quella del corpo.
Di tutto
ciò sembra aver coscienza la giovane madre, in primo piano a sinistra, con i
figli: la sua fede è quella dell’emorroissa (cfr. Mc 5, 25-34) e attraverso una
catena di mani ella giunge a toccare il mantello di Pietro. La stessa fede
semplice che muove molti nostri contemporanei nel desiderio di vedere e toccare
il Papa.