Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi.
E se la vita ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo.
E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.
San Giuseppe Moscati

Il Giudizio Cattolico




Il Dibattito
Proponiamo ai nostri lettori una riflessione di un sacerdote su un fatto che ha suscitato nei giorni scorsi molte polemiche. La riflessione ci appare serena e argomentata. Speriamo quindi che a distanza di tempo si possa ragionare, e magari svolgere un dibattito, con costruttiva serenità di toni e onestà di intenti, nel pieno rispetto delle diverse opinioni.

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> Arte e architettura

Il miracolo di San Pietro che guarisce il paralitico alla Porta Speciosa di Francesco Mancini


La fissità algida del mosaico di San Pietro che guarisce il paralitico alla Porta Speciosa sull’altare a ponente del pilone della Veronica – soprattutto se comparato con il calore dell’originale pittorico nella Loggia delle Benedizioni – palesa il travaglio iconografico che scosse gli altari della Basilica Vaticana conseguentemente al mutamento di “gusto” determinatosi sotto il pontificato di Urbano VIII (1623-1644). La riduzione a mosaico di tele, tavole e affreschi congelò, infatti, la palpitante spontaneità degli originali nell ’immobilità vitrea delle copie. Nella fredde trasparenze delle tessere s’intravvedono le “spinte” che, tra ordini e contrordini dal 1729 al 1749-50, produssero l’allontanamento di ben dodici pale dalla Basilica di San Pietro.

L’icnografia della Basilica incisa da Matthaeus Greuter nel 1613 per il Papa Paolo V annota: Altare miraculi S. Petri sanantis claudum manu Ludovici Cigolij pictoris . Ludovico Cardi detto il Cigoli (1559-1613) dipinse la pala tra il 1604 e il 1607. Dell’opera a olio su lavagna sopravvivono solo alcuni lacerti albergati altrove (G. PAPI, La pittura in Italia. Il Cinquecento , Milano 1988, II p. 679) e un’incisione di Jaques Callot. Oggi sull’altare non sta nemmeno la sua copia musiva settecentesca, che notizie d’archivio danno per realizzata, ma la replica di un altro originale, di medesimo soggetto, e d’autore diverso. Il miracolo di San Pietro che guarisce il paralitico alla Porta Speciosa commissionato da Benedetto XIV per questo altare a Francesco Mancini (S. Angelo in Vado-PS 1679 Roma 1758) si trova altrove con la sua verità di originale da ostendere nel Giubileo del 1750.

Francesco Mancini si formò alla bottega di Carlo Cignani – in quegli anni impegnato come frescante nella cupola della cappella della Madonna del Fuoco nel duomo di Forlì – che l’orientò a una pittura legata all’insegnamento di Correggio e dei Carracci. Al Cignani Mancini rimase debitore per tutta la produzione emiliana fino al 1715. L’attività nelle Marche e in Umbria, dopo quella data, lo portò ad affermarsi con un linguaggio proprio, caratterizzato dalla resa perlacea e nitida delle figure, tessute di toni chiari e sottili effetti luministici e percorso da un vigoroso afflato emotivo. La decorazione dell’abside del duomo di Foligno offre in pieno la misura della sua arte: la compiuta spazialità architettonica della tradizione bolognese si inserisce appieno nella verve decorativa settecentesca. Il successivo intervento decorativo della volta del presbiterio spalancò a Mancini le porte di Roma ove si trasferì nel 1724 divenendo nel 1725 membro dell’Accademia di S. Luca e di quella di Francia nel 1732. Gli anni Trenta del Settecento lo videro protagonista di un’intensa attività segnata anche dall’incontro con il conte Guarniero Marefoschi che gli commissionò gli affreschi della volta e quattro ovali su tela nel sacello della Madonna della Misericordia di Macerata. Altre opere nel duomo di Macerata e in quello di Pisa mostrano il suo stile gradualmente liberarsi dalle esuberanze barocche e virare versò ciò che può essere definito un incipiente neoclassicismo: semplificazione delle forme in favore di una misura classica e gradevole, altissimo equilibrio compositivo, nobilissima qualità dell’esecuzione. Dentro la misura classica governata dal decoro le gradazioni cromatiche, di ascendenza correggesca, e le note luministiche, di provenienza carraccesca, sono dolcemente temperate dalla facilità esecutiva del rococò romano. L’elezione di Benedetto XIV nel 1740 consolidò la fortuna di Mancini che toccò il vertice nelle commissioni dell’ Adorazione dei pastori , per l’altar maggiore della Basilica di S. Maria Maggiore, e del Miracolo di S. Pietro per il nostro altare. Quest’ultima opera egli ottenne la carica di Principe dell’Accademia di S. Luca.

La pala illustra uno dei miracoli di S. Pietro narrati negli Atti degli Apostoli. L’architettura che fa da quinta alla scena – riprendendo nel taglio prospettico quella del dipinto di Cigoli – propone suggestioni  rimemoranti la secentesca facciata della Basilica vaticana. Tra la folla di donne, ragazzi e bambini S. Pietro e S. Giovanni salgono al “tempio di Gerusalemme per la preghiera verso le tre del pomeriggio” (At 3,1). Allo storpio della Porta Bella che sul lettuccio chiede l’elemosina, gli Apostoli han già detto di fissar lo sguardo su di loro. Il paralitico vede gli occhi dell’Evangelista dell’Amore levati in alto dove gli angeli invitano ad andar ancor più in su fin “ là dove si puote ciò che si vuole ” (Dante, Inf . V, 23); vede la mano sinistra di S. Pietro innalzata al cielo, nel gesto indicativo e oratorio, e nota il suo sguardo fisso sulla persona alle sue spalle. A questo personaggio – l’unico a competere figurativamente con il protagonista e che pare cercar l’ammiccamento del personaggio che gli sta diametralmente opposto intento alla lettura (cfr Mt,1-8) –  S. Pietro rammenta l’Autorità in forza della quale agisce, Autorità che evidentemente non tocca solamente il paralitico del miracolo. La destra di S. Pietro afferra quella dello storpio imprimendovi la vis guaritrice che le parole comandano: « Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina! » (3,6). L’elemosina di Pietro è ben più di una moneta: non gli spiccioli per vivere un giorno, non un “aiutino” per tirare a campare, ma la possibilità di vivere una vita dignitosa che si autosostiene lavorando e soprattutto il tesoro della vita eterna nel nome di Gesù Cristo. Splendore della carità divina che « non pur soccorre a chi domanda, ma molte fiate al dimandar precorre » (Dante, Paradiso XXXIII, 16,18), non solo cura i corpi, ma più ancora attende alla salvezza delle anime. La prima cosa che il miracolato farà, dopo che piedi e caviglie l’avranno rialzato, sarà entrare con gli Apostoli nel tempio camminando, saltando e lodando Dio (cfr. At 3,9).

Il miracolo offre il destro all’Apostolo per spiegare al popolo che l’autentico fine delle carità cristiana è la gloria di Dio che splende nell’uomo vivente, ossia nell’uomo salvato, nell’uomo redento. Non « per nostro potere e nostra pietà » abbiam « fatto camminare quest'uomo » (At 3,13; cfr. Mt 9,8), ma nel nome dell’Uomo-Dio Gesù Cristo, ucciso per ignoranza dagli uomini e risuscitato da Dio. La carità che primariamente Pietro fa al paralitico e a uomini, donne e bambini che si assiepano per veder l’evento, è quella della Verità. Nell’enciclica Deus Caritas est (19) Benedetto XVI ricorda le parole di S. Agostino: « Se vedi la carità, vedi la Trinità » vale a dire la Verità (De Trinitate VIII, 8,12). « Certo non siamo noi a possedere la Verità, ma è essa a possedere noi. Cristo che è la Verità ci ha presi per mano…e sappiamo che la sua mano ci tiene saldamente », Caritas Chirsti urget nos (2 Cor 5,14), ha ricordato il Successore di Pietro alla Curia Romana nei suoi auguri natalizi il 21 dicembre 2012.

Dio guarisce ed educa i nostri desideri. L’uomo chiede sempre poco, chiede solo ciò che gli sembra utile al momento, ma la carità di Dio va oltre, è sovrabbondanza straripante. Il paralitico s’accontenterebbe di un’elemosina, ma Cristo attraverso il suo Vicario lo guarisce e al posto dell’oro gli apre il tesoro del Regno dei Cieli. Anche oggi come ieri molti degli astanti sono attratti dal portento e, oggi forse ancor più di ieri, sembran paghi solo della sua visione; ma la Charis divina attraverso il Vicario di Cristo, offre ad essi una capacita visiva maggiore quella di chi vede nella propria coscienza. Chiamando e muovendo le coscienze al pentimento, alla conversione, la Carità opera la guarigione dalla paralisi del cuore ben più grave di quella del corpo.

Di tutto ciò sembra aver coscienza la giovane madre, in primo piano a sinistra, con i figli: la sua fede è quella dell’emorroissa (cfr. Mc 5, 25-34) e attraverso una catena di mani ella giunge a toccare il mantello di Pietro. La stessa fede semplice che muove molti nostri contemporanei nel desiderio di vedere e toccare il Papa.


mons. Marco Agostini 25 marzo 2013






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