C’è un fatto
che è difficile smentire: le arti figurative hanno trovato nella cultura
cristiana la possibilità di raggiungere i livelli più alti. Da un certo punto
della storia l’Occidente ha quasi monopolizzato la produzione più
rappresentativa di queste arti.
Grande passione per la
concretezza
C’è però chi pone un’obiezione: se è vero che la religione cristiana,
per la sua concretezza e per la sua vocazione simbolica, ha stimolato
quantitativamente e qualitativamente la produzione delle arti figurative, è pur
vero che, subito dopo la nascita del Cristianesimo, l’arte che si ispirò a
questa religiosità si caratterizzò per una forte astrazione, quasi per una
sorta di “sconcretizzazione” rispetto all’arte pagana.
È questa un’obiezione che si fonda su un contenuto vero, ma non tiene
conto di ciò che religiosamente si pativa in quel periodo. La
“sconcretizzazione” della prima arte cristiana non era dovuta a un voluto
rifiuto del concreto, quanto alla condizione di clandestinità del
Cristianesimo, che aveva bisogno di presentarsi alternativamente alla tensione
idolatrica del paganesimo e così anche l’arte prodotta ricercava visibilmente
un’alternativa. Ciò durerà poco. Quando la polemica antipagana non avrà più
ragion d’essere, l’arte cristiana potrà divenire se stessa: amore del concreto
e trionfo dell’immagine.
Martiri per le immagini
Il
Cristianesimo è l’unica religione che può annoverare martiri per la difesa
delle immagini.
Nell’VIII secolo, l’Imperatore bizantino Leone III Isaurico decretò la
distruzione delle immagini sacre, perché, secondo lui, fonti di idolatria. Era
la famosa
iconoclastia
, che fu poi
condannata nel Secondo Concilio di Nicea del 787, dove si decretò solennemente
che il culto delle immagini di Dio e di sua Madre non solo è legittimo ma perfino
lodevole, ciò anche perché l’Incarnazione del Verbo ha reso possibile la
rappresentazione umana di Dio.
Durante gli anni dell’eresia iconoclasta, si distinse la figura di san
Giovanni Damasceno come grande apologista delle immagini sacre. Leone III
Isaurico cercò di colpire Giovanni. Lo calunniò come traditore presso un suo
amico, il Califfo di Damasco. Quest’ultimo cadde nel tranello e ordinò che
Giovanni fosse punito con il taglio della mano destra, ma il Santo si
raccomandò alla Vergine e le fece voto: qualora avesse avuto salva la mano, l’avrebbe
per sempre usata per scrivere in suo onore e della sua immagine. La grazia fu
accordata e san Giovanni Damasceno divenne il primo teorico del culto delle
immagini.
Durante le persecuzioni iconoclaste, molti furono i cristiani – soprattutto
monaci – che persero la vita. L’abate Giovanni di Monagria venne cucito in un
sacco e gettato in mare perché non voleva eseguire l’ordine di calpestare un’immagine
della Vergine.
Furono martirizzate anche delle donne. Teodosia, monaca di
Costantinopoli, fu uccisa perché rovesciò una scala su cui si era inerpicato l’inviato
dell’Imperatore per distruggere un’immagine di Cristo.
Ma il martirio più emblematico fu quello di Stefano il Giovane, famoso
monaco della Bitinia, che l’Imperatore Costantino V, figlio di Leone III, volle
avere al suo fianco nella guerra alle immagini sacre. Stefano si rifiutò
coraggiosamente. Si tentarono tutti gli stratagemmi. Si pensò finanche di
compromettere la sua onorabilità: si costrinse una monaca a dichiarare di
essere stata sedotta da lui, ma non vi fu verso di far recedere Stefano.
Allora si decise di trascinarlo con la forza a Costantinopoli. Fu
confinato in un’isola del Mar di Marmara, dove continuò a predicare in favore
delle immagini sacre. L’Imperatore gli parlò personalmente. Da qui un episodio
che è rimasto famoso: Stefano prese una moneta, indicò all’Imperatore l’effige
di lui ivi stampata e affermò deciso che se quell’immagine era degna di rispetto,
a maggior ragione dovevano essere degne di rispetto le immagini di Cristo e
della Vergine. L’Imperatore non fu d’accordo, allora Stefano gettò la moneta e
la calpestò. Fu la sua condanna: venne imprigionato e, malgrado non vi fu mai
un preciso ordine dell’Imperatore, la fazione degli iconoclasti lo condannò a
morte.
Ma perché il Cristianesimo è la religione
delle immagini?
I motivi che hanno reso il Cristianesimo la religione
per eccellenza delle arti figurative sono tre:
Primo:
il Dio personale.
Secondo:
la specificità dell’antropologia
cristiana.
Terzo:
il mistero dell’Incarnazione.
Il Dio personale
La concezione di un Dio
personale
è importante per la valorizzazione dell’individualità. Il concepire Dio in
maniera
impersonale
(monisticamente)
come qualcosa cioè di non definito e di non definibile, svaluta il senso della
distinzione
.
La
personalità
di Dio, quindi
il suo essere
altro
dalla creazione,
è legittimazione metafisica della distinzione. Ammettendo il Dio personale, si
ammette la possibilità della diversificazione: il reale non è uno, ma
molteplice; non una sola, ma tante sostanze costituiscono il reale.
Nella distinzione può avere senso la descrizione. Se tutto è
indistinto, il descrivere è una fatica inutile. Se invece il reale è all’insegna
delle differenze, allora la descrizione si legittima: più è sottolineata la personalità
di Dio, più forte diviene il senso dell’immagine,
essendo questa un elemento distintivo del reale.
Più è sottolineata la personalità di Dio, più forte diviene la passione
per il contrasto cromatico. L’artista,
che è sensibile alla molteplicità della realtà, spesso traduce questa
sensibilità con l’esplosione del colore, nella convinzione che è proprio il
contrasto cromatico a poter maggiormente evidenziare la distinzione del reale
stesso.
Il Medioevo è stata forse l’unica epoca che non ha avuto tentazioni “cromo
clastiche”, cioè non ha ostacolato l’esplosione del colore e questo soprattutto
per il suo prendere molto sul serio il Cristianesimo. Ha scritto lo storico Le
Goff: «
(...) con una sorta di
esasperazione, (...), l’uomo medievale
(...)
è chiamato a vedere e a pensare a colori l’universo e la società
».
La famosa frase di Rodolfo il Glabro, secondo cui intorno all’anno
Mille l’intera Europa era ricoperta di un bianco mantello di chiese, viene
malamente interpretata. L’“
albus
”
del cronista medievale non vuol significare “bianco”, ma “splendente”,
“brillante di colori”. Infatti, oggi sappiamo con certezza che le cattedrali
medievali non erano grigie, così come appaiono oggi, ma colorate tanto all’interno
quanto all’esterno.
E non solo le cattedrali, tutte le arti figurative di questi secoli
sono all’insegna dell’esplosione del colore. Dipinti, miniature, affreschi,
vetrate, uniformi, abbigliamento di tutti i giorni, gonfaloni, stemmi,
bandiere... Quanta diversità rispetto al monotono bianco – o per lo meno ad un
uso misurato del colore – dominante nelle immagini della classicità!
A differenza della monotonia cromatica che spesso è segno di tristezza
e di disaffezione alla vita, il colore vivace è invece segno di vita, è trionfo
dell’entusiasmo. E non è azzardato affermare che un simile trionfo del colore
nel Medioevo sia segno della convinzione di un altro e ben più importante
trionfo sul piano esistenziale: la vittoria sul peccato e sulla morte – problemi
fondamentali dell’uomo – da parte del Verbo incarnato.
Tanto questa esplosione di colore era legata alla cultura cristiana e
fatta propria dalla cultura ecclesiastica, che il Protestantesimo non tardò a
combattere il colore che trionfava in quell’epoca e in quella cultura. La
Riforma imbiancò le cattedrali, cancellò i loro affreschi e i loro dipinti.
Cercò, insomma, di imporre la “serietà” dei colori scuri, convinta che i colori
accesi dell’arte medievale costituissero un segno distintivo della dissolutezza
del Cattolicesimo.
La specificità dell’antropologia
cristiana
Il
Cristianesimo è convinto dell’importanza dei “segni”. L’uomo non può accostarsi
alle realtà invisibili senza che queste siano
significate
visibilmente. Vi è un motivo antropologico: l’uomo non
è solo spirito ma anche corpo, egli deve arrivare con tutto se stesso al
divino. Gesù stesso ha voluto segni per i suoi sacramenti.
La dignità anche corporale dell’uomo ha determinato, rispetto alle
culture precristiane, un cambiamento radicale di prospettiva nell’ambito del
lavoro, si pensi all’“
Ora et labora
di san Benedetto: il lavoro manuale
ha dignità quanto quello intellettuale.
Ma torniamo alle arti figurative. Nella prospettiva cristiana tutto ciò
che l’uomo crea assume dignità artistica per due motivi.
Primo: perché la manualità dell’uomo rappresenta un’attività dignitosa
(a differenza della mentalità pagana in cui la manualità era un’attività da
schiavi).
Secondo: perché un’opera per essere artistica deve anche avere una
funzione armonizzante con il vero, deve cioè tendere al vero. Famosa è una
favola medievale che racconta di due penitenti che si accostano a una immagine
della Madonna per invocare una grazia. Uno è un bravo suonatore di viola, l’altro
un povero calzolaio. Il primo si mette di impegno e suona la più bella melodia
che conosce... e la sua preghiera viene esaudita. Il povero calzolaio, invece,
dinanzi a quella musica stupenda non osa proporre nulla alla Vergine e crede
che il suo pellegrinaggio sia stato vano. Poi gli balena un’idea: potrebbe
creare per la Madre di Dio delle graziose scarpette, così che possa apparire
ancora più bella tra le schiere degli angeli. Si mette di buona lena e fabbrica
delle stupende scarpette dorate. Ma non ha il coraggio di offrirle alla
Madonna: dopo che Ella aveva ricevuto in dono una melodia così bella, non osa
presentare alla Vergine così poca cosa come un paio di scarpette, anche se
finemente decorate. Si fa comunque coraggio. Ed anche a lui la Madonna concede
immediatamente la grazia.
La Vergine apprezza quelle scarpette, quanto la bella melodia. Ciò che
rende gradito un dono non è il contenuto in sé, né tanto meno la forma, ma il
dare il meglio di se stessi – quindi il proprio cuore – nel momento in cui si
produce il dono. La cultura cristiana, ponendo la manualità dell’uomo in una
dimensione altrettanto nobile quanto l’attività intellettuale, fa sua una
convinzione che è già presente in una parte – dunque non in tutta – della cultura
classica: nelle arti figurative non c’è differenza tra
artista
e
artigiano
.
Però, mentre nella cultura classica l’identificazione risulta penalizzante per
l’artista, perché quest’ultimo viene in un certo qual modo abbassato ad
artigiano; nella cultura cristiana avviene il contrario: è l’artigiano che può
divenire artista... indipendentemente da cosa costruisce e sa costruire.
Nella cristianità medievale, vi è l’obbligo di fare cose belle. Anche
le cose utili devono essere belle; e la stessa bellezza ha una sua utilità.
Scrive Van Loon, storico delle idee: «
(...)
un francese o un italiano del Duecento o del Trecento avrebbe scosso il capo
perplesso, se qualcuno avesse espresso seri dubbi circa l’utilità di esser
circondati da cose belle
». Finanche san Tommaso d’Aquino, spesso tacciato
erroneamente di freddo intellettualismo, ha parlato in una certa maniera dell’arte.
Ricercando nell’
Index thomisticus
si
possono trovare citazioni come questa: «
(...)
belle sono le cose , anche fatte bene dall’uomo, che, anche soltanto viste e
sentite, comunque cognite, danno gioia
».
Il mistero dell’Incarnazione
Il rapporto Cristianesimo-valore
dell’immagine si fa più evidente considerando il mistero dell’Incarnazione.
Il Verbo incarnato rivela pienamente il Padre e rende visibile il
Padre: «
Chi ha visto me ha visto il Padre
»
(
Gn
. 14,9). In nessun’altra religione
troviamo una verità di tal genere.
È anche per questo che in contesti nati e sviluppatisi nella cultura
cristiana, le arti figurative raggiungono le espressioni più alte. Se Dio si è
manifestato visibilmente all’uomo, allora l’immagine diviene un valore che si
fonda anche metafisicamente. In un certo qual modo non si può fare a meno dell’immagine.
Nel Cristianesimo, l’immagine diviene anche arma contro lo
spiritualismo. Proprio perché legata al mistero dell’Incarnazione, diviene
difesa di questo mistero. Il noto maestro campionese,
Benedetto Antelami, che operava a Parma intorno al 1200,
utilizzava la sua arte scultorea per arginare il Catarismo, eresia gnostica e
spiritualista, che negava i valori dell’Incarnazione e della Croce. La sua
scultura è tutta un inno sublime – parimenti poetico e comunicativo – alla “carnalità” del Cristianesimo. Nel
Battistero di Parma, l’umanità di Cristo e i fatti più importanti della sua
vita sono descritti in tutti i particolari terreni, ma pregni dell’azione
divina, redentrice del mondo.
Il Cristianesimo evidenzia nelle arti figurative l’aspetto
comunicativo, rendendole veicolo dei temi forti della fede. Ciò a partire già
dall’età paleocristiana, con le raffigurazioni simboliche delle catacombe: il
Buon Pastore, il pesce, la colomba, il pavone, le agapi, le figure di oranti
con le braccia aperte che simboleggiano l’anima pia. Questo interesse
comunicativo si intensificò poi nei secoli successivi quando l’arte cristiana
poté liberarsi dal rigidismo simbolico delle origini, assumendo un maggiore e
più convincente spessore narrativo. Arrivò il momento in cui gli artisti
cristiani vollero andare oltre le fonti canoniche per trovare più particolari
da descrivere.
Scrive Piero Bargellini: «
Dall’ingenuo
desiderio di sapere di più,
sorsero,
fin dai primi anni, i cosiddetti Vangeli apocrifi, ai quali gli artisti s’ispirarono
più volentieri che non ai vangeli canonici, scarni ed essenziali. Anche gli
Atti dei Martiri subirono interpolazioni leggendarie, formando passioni spesso
fantastiche. Le storie degli Eremiti, poi, completarono tutta una letteratura
facilmente illustrabile, dalla quale derivò molta materia offerta all’arte,
considerata particolarmente adatta, per edificare e commuovere le anime dei
fedeli
». Ed ecco le raffigurazioni musive dei templi bizantini, le luminose
vetrate delle cattedrali gotiche, i dipinti ciclici di Giotto raffiguranti temi
narrativi di grande respiro, in cui tutto si fa vivo, in cui è impossibile non
penetrare e sentirsi parte integrante delle immagini rappresentate.
«
Con Giotto
– scrive Hans Sedlmayr –
nasce
(è, questo, un avvenimento di importanza universale) una pittura che,
nella superficie liscia del quadro, rappresenta i corpi con luci e ombre, nella
loro completa rotondità, gli spazi nella loro spazialità, una pittura che
concepisce prospettivamente le cose nel loro rapporto visibile. Il dipinto,
comprendente in sé pittura, scultura e architettura, diviene un microcosmo, il
successore cioè, della cattedrale. Esso procede cominciando dalla
rappresentazione di avvenimenti e di figure sacre, collocati su una “scena”,
per giungere poi alla loro rappresentazione nella realtà (sembra che proprio in
quel preciso momento essi stiano davanti a noi) e alla loro proiezione nel
presente. Tutto il mondo che ci circonda viene così santificato e scoperto
passo passo
».
La elevazione della vita
quotidiana
Il Cristianesimo non impone la suggestione mistica
solo per il luogo sacro, ma anche per i luoghi della vita quotidiana, essendo l’Incarnazione
la sublimazione del quotidiano.
L’urbanistica della città medievale è pensata, studiata, per destare
stupore, meraviglia.
Bonvesin de la Riva, nel XIII secolo, tiene a enumerare con stupore
tutti le meraviglie della sua Milano. Ed è una meraviglia la città di San
Gimignano con le sue numerosi torri – veri e propri
silos
asciugapanni
utilizzati dai tintori – collegate con passerelle. Si poteva vivere a San
Gigimignano quasi senza toccare terra, a dimostrazione di quanto l’uomo debba
elevare al cielo le sue ansie quotidiane.
Il fattore “sorpresa” è determinante per capire il simbolismo dell’urbanistica
medievale. La presenza della “sorpresa” è segno che la vita umana non può fare
a meno dell’avvenimento cristiano: la sorpresa del Dio-Uomo che irrompe nella
storia di ognuno. Il rifiuto della pianta regolare, nella città medievale, non
è dovuto al fatto che esse vengono edificate sulle alture, quanto a questo
bisogno dell’inaspettato, del nuovo, della sorpresa che esplode
inaspettatamente.
Dopo aver percorso strade strette e sinuose, ecco l’esplosione
immediata e folgorante della Cattedrale maestosa, che s’innalza al di sopra di
ogni altra costruzione e perciò appare ancora più alta. Scrive lo storico dell’arte
Lopez: «
(...) il Medioevo in generale non
ha avuto simpatia per la pianta regolare e la via larga e diretta. Al
contrario, quasi tutte le città non hanno un solo centro ma parecchi, non
arterie parallele ma vie tortuose che puntano in varie direzioni. (...) già
Tacito nota e deplora il fatto che i Germani, “forse perché incapaci di
costruire”, impiantano la loro dimora dovunque li attiri una fonte, una
collina, una foresta. Ma il grande storico non si rendeva conto che anche la
sorpresa e l’apparente disordine possono avere il loro fascino; un edificio
visto da lontano è rimpicciolito ai nostri occhi, una chiesa che sbuca alla
svolta di una via stretta e tortuosa ci sembra più maestosa e più alta
».
Il mistero dell’Incarnazione impone che le arti figurative siano
manifestazioni non lontane dalla vita, non astratte, non disincarnate, ma si
collochino all’interno della dinamica dell’esistenza dell’uomo.
Molti dipinti medievali raffigurano, oltre gli avvenimenti
significativi della Storia della Salvezza, scene di vita quotidiana: contadini
che legano i covoni, che uccidono il maiale, che banchettano e si riposano.
Andrea Pisano, scultore del Trecento, scolpisce, nella zona inferiore
del campanile di Giotto a Firenze, ventidue rilievi poligonali che sono una
vera e propria glorificazione dei mestieri dell’uomo.
Bibliografia
H.Sedlmayr,
Perdita del centro,
Borla,
Roma 2011.
P.Bargellini,
L’Arte cristiana,
Belvedere,
Firenze 1959.
R.Pernoud,
Luce del medioevo,
Volpe,
Roma 1978.