Io sono come un
otre esposto al fumo, ma non dimentico i tuoi insegnamenti
(Sal 118, 79).
Quando si dice che una cosa è
come fumo negli occhi
, si intende di solito, semplicemente,
qualcosa di fastidioso e irritante. Il fumo può tuttavia avere effetti più
gravi: se respirato, può provocare un’intossicazione. Nella società e nella
Chiesa attuali il fumo delle chiacchiere ideologiche appesta ormai l’atmosfera
da decenni: è naturale che tanti ne siano rimasti intossicati. Chi vi resiste,
come afferma la divina Parola, è
come un
otre esposto al fumo
: soffre profondamente, ma al tempo stesso lotta per
non lasciarsi intossicare o, eventualmente, per disintossicarsi. La stessa
Parola di Dio ci prescrive il tipo di terapia necessaria a questo fine: non
dimenticare i Suoi insegnamenti, che sono immutabili e, di conseguenza, sempre
validi, capaci di resistere a qualsiasi tentativo di “aggiornarli” in ragione
delle “mutate condizioni” della società.
Il
fumo
di
certe chiacchiere, in effetti, non è affatto qualcosa di innocuo: è anzi una
realtà estremamente nociva che infantilizza le persone impedendone la crescita
morale, le castra a livello psichico bloccandone lo sviluppo umano e le
sterilizza sul piano della vita soprannaturale, ovvero nella ricerca della
santità. Chi ci è nato e vissuto dentro può riportarne perfino dei danni
cerebrali: è incapace di ragionare correttamente, libero dagli schemi indeformabili
della “formazione” ricevuta. Questi sono d’altronde gli effetti di un
indottrinamento forzato di cui non hanno consapevolezza alcuna; un lettore
notava sconfortato che, con la maggior parte dei ministri sacri, chi si azzarda
ad avanzare qualche perplessità su certi aspetti dell’ultimo Concilio e della
“riforma” che ne è seguita, è subito investito da un fiume di parole (un
«tormentone che sembra imparato a memoria») e poi inesorabilmente ostracizzato…
È proprio così, caro amico: chi sia stato in seminario
o in una facoltà teologica conservando un minimo di indipendenza di giudizio
conosce bene quel
tormentone
, quella
versione della realtà e della storia che nella Chiesa è stata imposta come
l’unica visione legittima e per ciò stesso indiscutibile, neanche fossimo in un
regime totalitario. Quando poi, con uno studio più accurato (e soprattutto più
libero di spaziare nelle fonti), uno si accorge di essere stato
sistematicamente manipolato con una presentazione selettiva – e per di più deformata
e tendenziosa – di dati e testi, dopo il primo, istintivo moto di ribellione si
rende conto con profonda gratitudine di aver finalmente cominciato a respirare a
pieni polmoni un’aria pura… È una delle esperienze più gratificanti per chi ami
appassionatamente la verità; è una grazia inestimabile dello Spirito Santo. A
questo punto, certo, bisogna rimboccarsi le maniche per ricuperare la virilità
soffocata, rimettere in moto il processo di maturazione e riscoprire la vita di
grazia; ma il più, grazie a Dio (in senso vero e proprio), è fatto.
Non si creda che ci piaccia la polemica sterile,
fine a se stessa: dal nuovo punto di osservazione, semplicemente, la propaganda
di partito si riconosce subito e, per quanto possa essere irritante, non fa più
la minima presa. Che il supremo Pastore si scomodi, a cinquant’anni esatti di
distanza,
jour pour jour
, per
visitare la parrocchia romana dove il Papa dell’epoca celebrò la prima Messa in
italiano, ormai ci fa solo sorridere: è un atto di pura propaganda
perfettamente omogeneo a tutto il resto. Quello di allora fu un tipico gesto
rivoluzionario promosso da individui che, con il Concilio ancora in corso, lo
avevano già interpretato nel senso da loro voluto e avevano già iniziato ad
applicare – sempre a modo loro – la Costituzione liturgica, non a caso la prima
ad essere promulgata. Ciò che rattrista maggiormente è che il sommo Pontefice
li abbia docilmente seguiti…
Quello, tuttavia, era soltanto il preludio di una rivoluzione
ben peggiore: una Messa –
culmine e fonte
di tutta la vita cristiana, come ci hanno ripetuto fino alla nausea – non solo
tradotta nella lingua parlata, fatto che già da solo la trasforma in non più
che pio trattenimento (e, in breve tempo, trattenimento
tout court
), ma pure rifatta a tavolino come un cadavere sezionato
di cui poi si riappiccichino i pezzi a piacimento e imposta all’orbe universo in
luogo di quel corpo vivente che era cresciuto e maturato per due millenni. Come
se non bastasse, nel passaggio dal testo tipico latino a quello nelle lingue
volgari si sono moltiplicate ulteriori manipolazioni e falsificazioni, finanche
nel cuore stesso del santo Sacrificio, cioè nella formula di consacrazione: rendere
pro multis
con
per
tutti
non è una traduzione, sono due espressioni diverse; è un fatto carico
di ripercussioni sulla fede del Popolo di Dio, ma gli ideologi del
post-concilio ci hanno inculcato che il loro significato sarebbe identico; si
sarebbe trattato anche lì di una semplice interpretazione…
A questo punto la gran parte dei fedeli, ora che potevano
finalmente capire le parole della Messa (come se non fossero mai esistiti i
messalini bilingui, che i nostri nonni conoscevano a menadito), ha pensato bene
di non andarci più: una volta “capito” il gioco, evidentemente, non valeva più
la pena di giocarlo. Dal canto loro i giovani ministri, non provando alcuna
attrattiva per lo scialbo rito rifilato loro dall’alto, hanno provato a
renderlo più interessante con la propria creatività e inventiva, oppure si sono
risolti a limitarsi a “timbrare il cartellino” dei propri doveri d’ufficio per
potersi poi dedicare ai loro veri interessi, magari del tutto profani – nel
migliore dei casi – o decisamente illeciti e contrari al loro stato – nel
peggiore. Chi potrebbe del resto appassionarsi ad un’attività costruita
sull’inammissibile ipocrisia del tacito assunto: “Sappiamo tutti perfettamente
che non funziona, ma dobbiamo farlo ugualmente”?
Ormai nemmeno quei pochi fedeli che, nonostante
tutto, continuano a venire in chiesa sono persuasi da quel che dicono i preti,
visto che proprio loro si smentiscono di continuo con i propri stessi
comportamenti. Prendiamo per esempio un’affermazione classica del
tormentone
ideologico post-conciliare:
«Il Concilio ha restituito la Bibbia al Popolo di Dio». Poi, per proclamare la
Parola sacra nell’assemblea liturgica,
ut aiunt
,
prendono l’ultimo arrivato e lo mandano sul pulpito a leggere un testo che il
malcapitato non ha mai visto prima, zeppo di nomi e termini assolutamente
sconosciuti: cosa capirà l’
assemblea
liturgica
della divina Scrittura, pur proclamata nella sua lingua nativa, a
parte la figuraccia di quel poveretto? O, forse, per
restituire la Bibbia al popolo
si intende che ognuno se la legga e
se la interpreti per conto e a modo suo, come i protestanti? Proprio per
evitare che persone impreparate mettessero a rischio la propria e l’altrui fede,
si erano saggiamente poste delle limitazioni alla lettura dell’Antico
Testamento, all’epoca in cui si aveva a cuore la salvezza eterna di quanti
Cristo ha redento con il Suo sangue.
Altro esempio per quelli che sono convinti di
andare avanti
, ma in realtà sono rimasti
indietro e regrediscono sempre di più, dato che l’unico reale progresso, nella
Chiesa, consiste nel ritornare alle radici: non si è mai parlato tanto dello
Spirito
(che un tempo si chiamava
Spirito Santo); il fatto è che poi si pecca abitualmente contro di lui
impugnando la verità conosciuta o, più semplicemente, ignorandola completamente,
specie in ambito morale. Eppure basterebbe aprire un catechismo – meglio quello
di san Pio X, piuttosto che quello tedesco od olandese – per conoscere le
verità della fede (il che, sia detto per inciso, è ancora necessario alla
nostra salvezza). All’epoca della
Rete
,
qualsiasi testo è facilmente reperibile: non cerchiamo scuse, per le
chat
e per il
gossip
abbiamo sempre tempo… Poi non lamentiamoci, almeno, se ci
sentiamo soffocare nell’anima: l’aria pura c’è e sappiamo dove trovarla. Fine
del quaresimale.
P.S.: scusate, qualcuno sa dirmi che fine ha fatto
il divin Sacrificio? Finanche nelle omelie del Vescovo di Roma, è totalmente
assente… Si direbbe che, nella nuova Messa, sia rimasta soltanto la Parola – o
piuttosto le
parole
: perfino lì,
ancora fumo!