San
Francesco d’Assisi dice nel suo
Testamento
:
«
Quando io ero nei miei peccati, mi era
insopportabile vedere i lebbrosi, ma il Signore mi condusse in mezzo a loro e li
curai con tutto il mio cuore
».
In questo tempo di laicismo imperante,
in questo tempo in cui la dimensione religiosa viene sopportata solo se esprime
le caratteristiche dell’
optional
(ovvero: se c’è, va bene; se non c’è, va bene lo stesso), in questo tempo dove
si crede che tutti i problemi siano nelle disponibilità umane per cui è l’uomo
stesso a dover essere risposta a se stesso, in questo tempo i cristiani non
possono tacere. È urgente ribadire che senza Dio l’uomo non può veramente e
costantemente amare il prossimo. È urgente ribadire che qualsiasi amore che
abbia le connotazioni del puro filantropismo (l’amore dell’uomo per l’uomo) è
destinato inevitabilmente a fallire. È urgente ribadire che amare l’uomo per
l’uomo può avere sì una validità occasionale ma poi diventa sabbia che il vento
facilmente solleva e disperde.
Ma perché solo con Dio si può amare
veramente il prossimo? Ci sono due motivi per capirlo:
Primo:
solo attraverso Dio l’uomo può capire il limite altrui.
Secondo:
solo riconoscendo nell’altro la presenza di Dio, l’uomo può considerare il
proprio simile come la realtà più importante sulla faccia della terra.
Diciamo qualcosa in merito a questi due
motivi.
Solo attraverso
Dio l’uomo può capire il limite altrui
Per
comprendere questo motivo si può utilizzare un apologo. Immaginiamo un uomo che
abbia un viso mostruoso, inguardabile, ma egli non lo sa perché non si è mai
guardato allo specchio. Questi incontra un altro uomo che ha un piccolo difetto
fisico – roba da poco – e inizia a deriderlo. Lui che ha un viso mostruoso e
inguardabile deride chi ha un piccolo difetto fisico. Tutto questo accade perché
il protagonista non si è mai specchiato. Lo specchio è Dio.
Quando si fa l’esame di coscienza si è
sempre debitori nei confronti di Dio. Dio è l’assoluto, noi poca cosa, per cui
non si può mai essere creditori nei suoi riguardi ma sempre debitori. E allora
s’invoca il suo perdono. Ma se imploriamo misericordia, possiamo poi lesinare
misericordia verso chi ce la chiede? Ecco dunque che solo quando l’uomo si
specchia (e lo specchio è Dio), questi può aprirsi all’esperienza della
misericordia. È quando Dio non viene riconosciuto, che l’uomo tende ad essere
tollerante con se stesso e impietoso con gli altri. Solo quando Dio non viene
riconosciuto, che l’uomo cerca la “pagliuzza” nell’occhio altrui, dimenticando
di avere la “trave” nel suo.
Passiamo al secondo motivo.
Solo
riconoscendo nell’altro la presenza di Dio, l’uomo può considerare l’altro come
la realtà più importante sulla faccia della terra
A
riguardo si può fare questo esempio. Immaginiamo di essere dei giuristi che
devono teorizzare una legge che riconosca l’inalienabilità della persona umana
(cioè che l’uomo non possa mai essere utilizzato come strumento bensì sempre
riconosciuto come fine) ma che nello stesso tempo legittimi la
strumentalizzazione di altri esseri viventi. Per esempio: è giusto cibarsi di
vitelli, maiali, ecc… Dunque, dobbiamo teorizzare una legge che riconosca la
differenza qualitativa e ontologica (cioè di sostanza) tra l’uomo e l’animale.
Però con una caratteristica: questa legge non deve riconoscere che l’uomo sia
creatura di Dio, creato cioè “a Sua immagine e somiglianza” e quindi che l’uomo
stesso abbia un’anima immortale.
Ebbene, stando a questo esempio, quali
potrebbero essere gli elementi su cui fondare una tale differenza? Qualcuno
potrebbe indicare l’
attività intellettiva
come criterio di differenza. È indubbio che questa è un’evidente differenza tra
l’uomo e l’animale ed è altrettanto evidente che l’attività intellettiva è una
peculiarità dell’essere umano, ma sarebbe molto pericoloso se la si innalzasse
a componente fondamentale e discriminante. Se così fosse, come la metteremmo
con coloro che hanno handicap intellettivi? Se l’attività intellettiva non
fosse
una
componente ma
la
componente dell’essere umano,
dovremmo considerarli meno uomini. E i neonati che ancora non possono
esercitare pienamente l’intelligenza? Dunque, a riguardo si coglie bene quanto
sia pericolosa una simile convinzione.
Ma continuiamo nell’esempio. Qualcun
altro potrebbe indicare l’
aspetto
somatico
. Indubbiamente si tratta di un elemento caratterizzante, ma anche
in questo caso sarebbe molto pericoloso elevarlo a criterio fondamentale. Se
così fosse, basterebbe un semplice colore diverso di pelle per discriminare e
ritenere chi più e chi meno uomo. L’esempio potrebbe continuare, ma è evidente
che qualsiasi elemento si volesse evidenziare senza riconoscere il fatto che
l’uomo è creatura di Dio, diventa fallimentare.
Quando si toglie Dio, a pagarne le
conseguenze non è Dio, ma l’uomo. Valorizzare l’uomo per l’uomo (come pretende
fare il filantropismo) è da sciocchi. Solo Dio garantisce la grandezza
dell’uomo.
In una catechesi del mercoledì, precisamente il 12 gennaio
del 2011, Benedetto XVI disse queste parole: «
Cari amici, non dobbiamo mai dimenticare che quanto più amiamo Dio e
siamo costanti nella preghiera, tanto più riusciremo ad amare veramente chi ci
sta intorno, chi ci sta vicino, perché saremo capaci di vedere in ogni persona
il volto del Signore, che ama senza limiti e distinzioni. La mistica non crea
distanza dall’altro, non crea una vita astratta, ma piuttosto avvicina
all’altro, perché si inizia a vedere e ad agire con gli occhi, con il cuore di
Dio
».