«
Chissà se in Vaticano hanno valutato fino in fondo l’impatto della foto
di Papa Francesco e del predecessore Benedetto XVI dentro le Sacre Mura. Chissà
se hanno calcolato il senso di disorientamento che il loro apparire, fianco a
fianco, può creare nella comunità cattolica, e non solo. La novità
plurisecolare ha già preso in contropiede il cerimoniale. Ma anche quando si
chiede un’impressione a ecclesiastici di rango, dietro la laconicità emerge un
imbarazzo palpabile
».
Con queste parole
inizia l’articolo sul
Corriere della Sera
di oggi 4 maggio 2013 di Massimo Franco. Massimo Franco da tempo ormai ha
iniziato a occuparsi della Santa Sede, quasi fosse un vaticanista. E lo fa
nello stesso stile con cui si occupa delle vicende politiche italiane: le sue
“fotografie della situazione”, nella loro lapalissiana evidenza, che può
apparire banale a prima vista, costituiscono in realtà una sempre intelligente spiegazione
della realtà attuale e realistica prospettiva delle possibili future
conseguenze. Con una differenza: che quando parla della Chiesa, il tono, pur
mantenendo sempre l’eleganza la sobrietà di un eminente opinionista del
CdS
, diventa impercettibilmente più
sardonico, meno accomodante, e le conclusioni più pessimistiche: come dire,
sobrio sì, ma sempre espressione della laicità nazionale.
Questa volta però occorre
dire che i toni di Franco non sono sardonici, ma realistici
tout court
, e in fondo quasi
“preoccupati”. Sì, “preoccupati” è la parola esatta, come quel “
e non solo
” lascia intendere. Perché
perfino ai laici del
CdS
, ai “non
amici” della Chiesa, perfino a chi della Chiesa non si sente figlio, non può
sfuggire la devastante sensazione che si prova a vedere due papi che si parlano
in Vaticano.
Non è solo questione
che ciò non è mai avvenuto: molte cose che avvengono non erano mai avvenute
prima. Ad esempio, Giovanni Paolo II detiene una specie di record di cose mai
avvenute prima che egli ha fatto avvenire: dall’incontro di Assisi per scendere
fino allo “scambio di battesimo” con gli stregoni africani, al bacio del
Corano, al rapporto scenico con le folle immense, ecc., ma, per quanto
dirompenti, si è riusciti in parte a gestirle e a farle rientrare infine in una
sorta di “innovazione normalizzata”.
Ma questa volta, con questa
innovazione, a cui si tenta di non dare peso, che si tenta di “far decantare”
con il sorriso di circostanza, la situazione è differente, e tutti, nel profondo
della personale onestà intellettuale, lo sentono: questa è una di quelle
circostanze che lasciano il segno per sempre, che cambiano la storia. Quella
foto di due papi che si parlano, entrambi vestiti di bianco (quasi si trattasse
di uno sdoppiamento della vista), rimane qualcosa di sconvolgente, che lascia
un amaro in bocca, o, almeno, una perplessità che solo gli ipocriti e i
superficiali possono negare.
Così è anzitutto per
gli stessi ecclesiastici vaticani. «
Un
capolavoro di laconicità curiale
» definisce il loro comportamento Massimo
Franco: e ha ragione. Del resto, questa volta, non ce la possiamo prendere con loro.
Essi stessi sono vittime di quanto sta accadendo, essi stessi vivono qualcosa
che fino a tre mesi fa era inimmaginabile. E la responsabilità di tutto questo,
occorre dirlo per onestà, non è loro, non è neanche di Papa Francesco, ma è di
colui che ha rinunciato, e di nessun altro, sebbene sia fuori discussione la
sua buona fede e occorra tener presente che il fatto che noi non conosciamo le
reali motivazioni della sua scelta renda qualsiasi tipo di giudizio sul merito della
questione insufficiente e inadatto.
Ma, è proprio questo il
punto: perché ha rinunciato? Sono passati quasi tre mesi dall’annuncio forse
più sconvolgente della Storia della Chiesa. E sono passati due giorni da quanto
il “papa emerito” ha deciso di tornare a vivere in Vaticano, a pochi passi dal
Papa “in carica” (ormai è necessario specificare); il quale, sembra voler
sempre dimenticare che è anche Pontefice Massimo della Chiesa universale e non
solo vescovo di Roma, mentre il papa emerito Benedetto XVI mantiene solo un
titolo, proprio quello di “papa”, sebbene emerito. A vederli insieme, e a
valutare le loro stesse decisioni riguardo se stessi, il loro modo di
presentarsi al mondo e alla storia da loro stessi deciso, sembrerebbe potersi
dire che in quella foto vi è il vescovo di Roma e il papa emerito. Manca quindi
ancora un terzo personaggio chiave?
Perché Benedetto XVI ha
rinunciato? Nell’articolo di Franco viene detto che il card. Ruini avrebbe dichiarato
che «
Joseph Ratzinger ha scelto di non
spiegare a nessuno i motivi che l’hanno spinto a compiere il suo gesto
».
Cosa dedurre da questa affermazione? L’unica deduzione logica è che allora non
si è dimesso perché “stanco” e non certo perché malato (anzi, padre Lombardi
ripete in continuazione che non ha alcuna malattia, se non la naturale
senilità), ma per ragioni ben precise. Quali sono però queste ragioni?
Non solo quasi tutto il
mondo cattolico, ma anche la “laicità” e il sistema massmediale, elogiano
sperticatamente Papa Francesco, ogni giorno. Si parla di “incantesimo” (brutto
concetto, in realtà: sa di finzione, di “magia”, di mancanza di naturalezza,
quasi a ribadire che il suo successo è opera artificiale dei massmedia;
soprattutto si sente che gli incantesimi finiscono prima o poi…): tutto quello
che fa (che voglia andare a Castel Gandolfo in treno, che corra tra la folla, che
rimandi il Regina Coeli facendo impazzire la RAI per lo slittamento d’orario, o
che telefoni di sua iniziativa a Napolitano, o, soprattutto, che ci dica che
vuole “una Chiesa povera tra i poveri”, ecc.) è spontaneo, bellissimo, dettato
dalla carità e dalla naturalezza. Poi, di colpo, ce lo vediamo accanto a
Benedetto XVI: due stili a confronto, due mondi che si guardano, quasi due
chiese differenti che si passano il testimone. Il problema, però, è che la
Chiesa del papa emerito è sempre presente. Non solo in Vaticano, con la sua
persona e – ci si può giurare – con coloro che in Curia lo rimpiangono e forse
da oggi in poi lo sentiranno e lo cercheranno come “ancora di salvezza” – a
torto o a ragione – da utilizzare nei confronti delle innovazioni del Vescovo
di Roma; è presente nei cuori dei fedeli, di centinaia di milioni di persone.
Mi domando quale vero
cattolico, quale sincero figlio della Chiesa (a partire da quei milioni di
fedeli che ogni giorno esaltano in totale buona fede e convinzione la naturalezza
e la “tenerezza” di Papa Francesco) non ha provato interiore sconcerto, almeno
per un istante, vedendo quella foto? Davvero, come dicono (con la parola o con
gli scritti), tutto è bellissimo, tutto è normale e meraviglioso? Davvero non
si sente nel cuore e nell’intelletto la portata dirompente dell’evento? E,
soprattutto, una sorta di “scelta” interiore? Davvero non ci si rende conto,
nel più profondo del cuore, che quei due uomini vistiti uguali (e in maniera
assolutamente unica al mondo) rappresentano entrambi un’unica entità, il
Papato, per il quale però vi è un solo “posto a sedere”, e la rappresentano in
maniera se non opposta certamente differente? Davvero i cattolici, anche i più
ingenui, buoni, sinceri, non percepiscono il peso di una scelta?
Non è questione di
Italia-Argentina, come fa capire Massimo Franco, non è una partita di calcio
fra vecchio sistema corrotto e novità fresca d’oltreoceano: troppo banale. Forse
in parte è anche questo, ma non è questo il cuore della questione. La questione
è un’altra, e si struttura in tre sotto-questioni fondamentali:
1)
Cosa ci fa un papa emerito in Vaticano?
Quale sarà il suo ruolo ora? Perché ha scelto non solo di dimettersi, ma di
rimanere in Vaticano? Questa ultima domanda è, a mia opinione, ancora più radicalmente
lacerante della precedente. In fondo, se fosse tornato in Baviera a suonare il
pianoforte con il fratello, a leggere e pregare, magari in un convento per non
esporsi al pubblico, si sarebbe potuto dire che effettivamente era uscito di
scena. Ma, per quanto prometta l’assoluto ritiro, egli è in Vaticano, e si
fregia ancora del titolo di papa, e si veste ancora di bianco. Chiunque in
Vaticano può andarlo a trovare quando vuole. Vi è anche la stanza degli ospiti.
La domanda è teologica (oltre che canonica) e si pone sul piano dei principi: può
esistere un “Pietro emerito” in Vaticano accanto al “Pietro in carica”? Oppure,
sta cambiando la natura stessa del Papato?
2)
Quale sarà il ruolo di Papa Francesco in
questo epocale cambiamento? Tutti si chiedono quali riforme attuerà e attendono
con ansia la risposta. Ma le farà veramente queste riforme? E fino a che punto?
Finora, da quel che si è visto, Papa Francesco è un “buon Pastore” di anime.
Sarà anche un buon riformatore di strutture politiche ed economiche? E come si
relazionerà con il suo “ospite” che, in fondo, si è autoinvitato a “casa sua”?
3)
La fantastoria, si sarebbe detto fino a
qualche mese fa, ma oggi non è più così: cosa potrà mai accadere se Papa
Francesco decidesse di abdicare? Due papi emeriti? In tre a vestirsi di bianco?
E dove andrebbe ad abitare? Tornerebbe in Argentina (un “papa locale”?) o
andrebbe anche lui a vivere al
Mater
Ecclesiae
in Vaticano?
È inutile negarlo:
vedendoli insieme, si percepisce il rischio di una Chiesa sempre più divisa,
diretta verso esiti inimmaginabili. Si può volere bene a entrambi, certo, si
può esternare tutto l’amore per papa Francesco e al contempo voler bene al papa
emerito, ma ciascuno di loro è talmente diverso dall’altro che qualsiasi cosa farà
Papa Francesco sarà sempre rapportato a quello che avrebbe fatto o non fatto il
predecessore. Ciò accade con i papi defunti, figuriamoci con chi è ancora vivo
e vive in Vaticano e si veste di bianco. È evidente che Benedetto XVI ha posto
tutti, ma ognuno di noi nel particolare, dinanzi non solo a una situazione mai
accaduta prima e sovraccarica di incognite, ma anche dinanzi a una sorta di
scelta interiore.
In fondo, questo
accadrà a ciascuno di noi nei prossimi tempi: ogni questione da risolvere, ogni
decisione presa o non presa da Papa Francesco, avrà sullo sfondo il suo
predecessore. Specie quando l’incantesimo comincerà a finire, lo ricorderemo
(già lo ricordiamo) nella certezza morale delle sue encicliche, nella
profondità teologica dei suoi messaggi, nella fermezza del comportamento in
pubblico, che non suscitava entusiasmi di folla ma donava fermezza teologica
(seppur con qualche sbavatura) e tranquillità emotiva e spirituale.
Chi scrive non ha
condiviso tutto del pontificato di Benedetto XVI: ma per otto anni, ha visto un
Papa, solo un Papa, cui relazionarsi. Oggi, vede un buon pastore, un vescovo di
Roma, un papa emerito, un mistero irrisolto, una decisione inquietante, un
pericolo sovrastante. Due uomini vestiti di bianco che parlano fra loro.
Soprattutto, non
comprende quella che è la più inquietante delle due decisioni prese dal
precedente pontefice, che, come detto, non è la prima (la rinuncia), ma la
seconda: tornare a vivere in Vaticano. Come dire: non ci sono più, ma ci sono.
Sono emerito, ma pur sempre papa. Il papa è un altro, ma io abito in Vaticano e
mi vesto di bianco, come lui. Sto nascosto in preghiera e studio, ma sono
raggiungibile in ogni momento. Vivo nel silenzio, ma nessuno potrà mai sapere
fino a che punto. Ci sono, e non ci sono.
Per quanto mi sforzi,
non riesco a trovare una situazione più inquietante nell’intera storia della
Chiesa. Cosa sta accadendo alla Chiesa Cattolica?
Affidiamoci come sempre
alla seconda virtù teologale, sulla quale il papa emerito ha scritto una degna
enciclica, e ricordiamo che il Fondatore della Chiesa sembra dormire mentre la
barca della Chiesa affonda, ma all’urlo di Pietro, dell’unico Pietro, si
sveglia e le acque in tempesta si chetano.
Noi aspettiamo e
preghiamo, certi del futuro intervento di Cristo.