La
questione del tempo è legata alla questione dell’uomo. Chiedersi cosa è il
tempo è come chiedersi chi è l’uomo. Ciò perché l’uomo, sulla faccia della
terra, ha consapevolezza del tempo. Gli animali, non avendo autocoscienza, non
hanno alcuna consapevolezza del trascorrere dei fatti.
Ma cosa è il tempo? A questa domanda si
potrebbe rispondere molto semplicemente facendo appello al senso comune:
il tempo è durata delle cose e successione
di fatti.
Definizione semplice, scontata e abbastanza esauriente. Il tempo,
infatti, implica il trascorrere di un qualcosa. Senza la dinamica della
successione non può esserci tempo.
Se però volessimo passare dalla
definizione del tempo alla sua valutazione, allora ci accorgeremmo di non
poterci accontentare di sapere che il tempo è
durata delle cose e successione di fatti.
Per capire quando il
tempo è autentico e quando non lo è bisogna indirizzare l’indagine sulla mèta
del tempo. Il tempo dove è indirizzato? Il tempo è un andare verso il nulla o
verso qualcosa?
Non ci vuole molto per capire che il
tempo è un po’ come il camminare, che, paradossalmente, si realizza proprio
quando svanisce, cioè quando ci si ferma. Solo arrivando alla mèta il cammino
acquista senso. Così anche il tempo acquista senso solo quando si arresta. Il
tempo nel suo scorrere non si capisce. Può assumere significato solo quando è
indirizzato verso qualcosa che lo può arrestare e lo può “compiere”. Ma cosa
può davvero “compiere” il tempo? La risposta è unica: l’eternità … nient’altro
che l’eternità.
Quando si vogliono conoscere le varie
concezioni del tempo che si sono alternate nella storia del pensiero va
necessariamente tenuta in considerazione una tipologia fondamentale che divide
due grandi concezioni:
Il tempo senza
l’eternità
e
il tempo per l’eternità.
Il tempo senza
l’eternità
In
questa tipologia ritroviamo la concezione del tempo come semplice scorrere ma
senza un fine. Non c’è un obiettivo, non c’è una mèta, nulla è riconoscibile al
di fuori del tempo stesso. In questa tipologia si possono individuare almeno
cinque concezioni:
1.
Tempo ciclico
2.
Tempo soggettivo
3.
Tempo materiale
4.
Tempo
fenomenologico
5.
Tempo
ineluttabile
Diciamo qualcosa in merito a queste
singole concezioni.
La concezione del
tempo ciclico
fu dominante nel mondo antico. A differenza di ciò
che solitamente si dice, la convinzione secondo cui il tempo avrebbe una
dimensione circolare e quindi si configurerebbe come una sorta di “eterno
ritorno” si deve non solo al fatto che in tale concezione non viene
riconosciuto né un inizio né una fine, ma anche (io ritengo) soprattutto perché
nelle culture pagane mancava un autentico concetto di persona. La persona è
l’essere individuale razionale, cioè responsabile, quindi libero. Dal momento
che nelle culture pagane l’uomo veniva concepito come vittima del capriccio di
forze sovrastanti la sua vita (dèi e destino), ecco che la storia veniva
concepita non come l’esito dell’esercizio della libertà umana ma come un
divenire che inglobasse meccanicamente l’uomo. Da qui la concezione circolare e
non rettilinea del tempo.
La concezione del
tempo soggettivo
fa riferimento alle correnti filosofiche tipiche
della
modernità:
razionalismo,
empirismo e kantismo. La modernità si fonda sull’esaltazione dell’individuo sul
piano politico e del soggetto su quello conoscitivo. Se la conoscenza è
prevalentemente soggettiva, anche il tempo sarà prevalentemente soggettivo.
Kant giunse ad affermare che il tempo è una categoria trascendentale che
l’intelletto porrebbe affinché la conoscenza del reale possa essere possibile.
La concezione del
tempo materiale
fa riferimento alle correnti filosofiche più
specificamente materialiste. La materia è tutto, nulla esiste al di fuori della
materia, dunque anche il tempo è solo successione quantitativa di fatti. Una
successione che può essere “lineare” come afferma il semplice materialismo,
oppure “dialettica” come afferma il marxismo, ma pur sempre una successione
quantitativa di fatti.
La concezione del
tempo fenomenologico
fa riferimento non solo alla fenomenologia di
Husserl ma anche al “vitalismo” di Bergson. Per capirci qualcosa bisogna saper
intendere il “fenomeno” come termine filosofico. Esso non è semplicemente la
realtà in quanto tale, bensì la realtà così come appare e si fa conoscere dal
soggetto. Per cui il “fenomeno” non è la realtà in sé, bensì la realtà colta
dal soggetto. In Bergson è la realtà “colta dal vissuto del soggetto”, quindi
dalla situazione individuale del soggetto stesso. Insomma, per farla breve,
riaffiora la componente soggettiva. Siamo sempre nell’ambito del soggettivismo
moderno: il tempo ha senso se è filtrato dalla soggettività umana.
La concezione del
tempo ineluttabile
fa riferimento prevalentemente al pensiero di
Heidegger. Per il filosofo tedesco si può studiare l’essere solo attraverso
l’ente. L’ente privilegiato per cogliere l’essere è l’uomo e il punto di
partenza antropologico riduce tutto il reale a prospettiva antropologica. Dal
momento che l’uomo è segnato dalla morte, la morte stessa diviene il principio
di definizione del reale… e la morte diviene il principio di definizione del
tempo. È una concezione del tempo… per la morte.
Il tempo per
l’eternità
Dunque
concepire il tempo senza l’eternità porta inevitabilmente al “tempo per la
morte” (Heidegger). È la dissoluzione del tempo. Ma c’è anche un altro modo di
concepire il tempo ed è pensarlo indirizzato all’eternità, cioè tempo che è
finalizzato per l’eterno. Il tempo che riconosce l’eternità e trova significato
solo in questa dimensione.
In questa tipologia ritroviamo tutti i
filosofi che hanno riconosciuto la metafisica classica, la quale, ovviamente,
apre al riconoscimento del fondamento del reale e quindi al riconoscimento
razionale di Dio, come creatore (quindi altro) del reale.
In questa tipologia si possono
individuare almeno due concezioni:
1.
Il tempo
“immagine dell’eternità”
2.
Il tempo
“distensione dell’eternità”
È Platone che definisce il tempo come
“immagine dell’eternità”. Definizione non solo bella ma anche indiscutibilmente
vera. La filosofia di Platone può essere riassunta in una sola parola:
“nostalgia”. Tutto il suo pensiero è legato a questo stato d’animo. Platone
afferma che l’unica spiegazione dell’esistenza di molti desideri di assoluto e
di infinito che albergano nel cuore dell’uomo sta nel fatto che l’uomo proviene
dall’Assoluto e dall’Infinito. Così come la vita dell’uomo, anche il reale è
un’immagine dell’Eterno. Ed è immagine dell’Eterno anche il tempo.
Platone, però, da pagano, si ferma ad un
tempo che riflette l’eternità. Questa rimane sul piano del reale senza coinvolgere
pienamente il soggetto. È sant’Agostino che completa stupendamente l’intuizione
platonica. È vero – egli dice – che il tempo è “immagine dell’eternità”, ma si
manifesta tale nell’autocoscienza umana. Entrando in se stesso, l’uomo scopre
quanto il suo essere sia “distensione nell’eternità”. Solo l’uomo vive la
permanenza del passato attraverso il ricordo e l’anticipazione del futuro
attraverso il progetto. L’animale non ha questa consapevolezza. Il tempo trova
significato nell’
animus
che non è la
semplice coscienza del sé, bensì coscienza del sé nella prospettiva
dell’eternità.
Questa tipologia del tempo per
l’eternità rende adeguatamente ragione al tempo. C’è un detto popolare che
dice: “
il tempo è l’unica cosa che non si
può restituire
”.
È così se ci si
ferma alla sua pura dinamica, al suo inarrestabile scorrere. È così se il tempo
è un fluire senza sbocco. Ma se il tempo è indirizzato verso la pienezza
dell’essere, allora acquista significato e scopo… e può essere “restituito”.
Immaginiamo un fiume che sbocchi in una sorta di pozzo senza fondo, le acque si
perderanno inevitabilmente; ma il fiume vero è quello che sfocia nel mare o in
un lago. In questo caso le acque non si perdono, trovano un’altra condizione,
ma stanno lì, non svaniscono.
Il tempo indirizzato verso l’eternità scopre
di essere prefigurazione di una pienezza che, sola, può soddisfare il cuore
dell’uomo. Solo così il tempo è davvero autentico… a differenza
dell’inautenticità di un tempo che si dissolve nel nulla.