Il genio di
Shakespeare travalica epoche e culture e non è mai del tutto comprensibile,
afferrabile, inscrivibile in uno schema. «
Myriad-minded
»,
lo definì Coleridge. Da qualunque prospettiva lo si possa inquadrare, c’è
sempre qualcosa che sfugge: proprio come nel sorriso della Gioconda. Né l’uomo,
né l’opera si riescono a inquadrare in modo soddisfacente e gli studi critici,
mai fermi, da un lato spiegano sempre più, dall’altro rivelano un numero sempre
maggiore di aspetti enigmatici o ambigui.
In un famoso brano dell’
Amleto
i due amici-traditori, Rosencrantz e Guildenstern, cercano di carpire al
principe il suo segreto: egli, ben più furbo di loro, evade le inchieste con
grande
nonchalance
e dichiara
apertamente che non riusciranno mai a strappargli «
il cuore del suo mistero
» (
Ham
3.2, 353-354): è il drammaturgo, qui, a parlare in prima persona e a
sfidare letture troppo semplicistiche? Se sì, chi sono Rosencrantz e
Guildenstern? E, soprattutto, qual era il cuore del suo mistero, al di là del
mistero insito in ogni uomo in quanto creatura di Dio?
La prima domanda
è dunque: da dove viene l’enigma shakespeariano? Potrebbe essere connesso a
qualcosa di molto profondo, a una corda intima dell’essere? Oppure potrebbe
celare un esplicito riferimento al contesto in cui egli visse?
È illuminante, in questo senso, sapere almeno a grandi linee che il sistema
politico-religioso elisabettiano rappresentava una minoranza, anche all’interno
della minoranza protestante: per lo meno a livello statistico, dunque, era
altamente probabile che chi non apparteneva a quella ristretta cerchia nutrisse
almeno qualche rimpianto, qualche simpatia per l’antica fede, il cattolicesimo,
spazzato via da un giorno all’altro attraverso un atto del parlamento. Come
dire che la maggioranza dei sudditi era potenzialmente colpevole di altro
tradimento e che il compito del governo, con i suoi raffinati servizi segreti,
era quello di stanarne il maggior numero possibile e inoculare negli altri una
dose sufficiente di terrore da renderli innocui. Emerge una parola forse nuova
ai più, un nuovo reato da condannare senza sconti: “ricusante”, che indica quei
cattolici inglesi che rifiutavano di presentarsi al servizio religioso di Stato
prescritto per legge. Va da sé che i dissidenti politici fossero anche
dissidenti religiosi e che come tali fossero capillarmente perseguitati da un
regime che non poteva permettersi alcuna tolleranza, giacché i nemici religiosi
della regina (il Papa e il Re di Spagna in testa a tutti) erano anche i suoi
nemici politici.
In un clima tanto rovente, dunque, la seconda domanda si fa pressante:
qual era la fede (politica, religiosa, il che era lo stesso) di William
Shakespeare? Era un ammiratore incondizionato di Elisabetta e del suo sistema?
Era un osservatore neutrale della guerra che si svolgeva proprio in quegli anni
per l’anima dell’Inghilterra? Oppure era tra i numerosi dissidenti e doveva
esercitare il suo mestiere tra mille insidie e rischiando l’accusa di alto tradimento?
Più profondamente, se la fede è anche fatto personale, privato, intimo,
quale fu quella fede che diede spunto alle profondità abissali delle opere, la
fede da cui sgorga l’insondabile mistero shakespeariano? In cosa credeva veramente
William Shakespeare? Se “credo” significa, etimologicamente, “mi affido”, a chi
e a cosa si affidava? Qual era il fondamento della sua vita?
Era fede nella Chiesa di Stato, alle cui funzioni era obbligatorio
presentarsi pena una multa salatissima? O piuttosto, come suggeriscono alcuni
studiosi moderni, era soltanto fede nel botteghino teatrale e nei cospicui
incassi? Oppure ancora era qualcosa di “altro”? Qualcosa che andava al di là
del mondo contingente, e della convenienza del momento, qualcosa di proscritto
che lo costringeva a parlare per enigmi?
Le due domande vengono così a coincidere: in che modo il cuore del
mistero shakespeariano è connesso alla sua fede?
Un messaggio tra le righe
Ancora negli
anni Sessanta un biografo che potremmo definire imperialista, persino
“gingoista”, A.L. Rowse, affermò senza dubbio alcuno, ma anche senza alcun
indizio, che il bardo dell’Avon fosse «
un
membro ortodosso e conforme di quella Chiesa
[anglicana
] in cui era stato battezzato, era stato educato e si era sposato,
nella quale erano stati allevati i suoi figli e tra le cui braccia egli fu
infine sepolto
» (
William
Shakespeare: A Biography
, 1963, p. 43)
. La solita versione patriottica del genio
shakespeariano, coniata nel Settecento dagli intellettuali
Whig
protestanti. Ma, da allora, la ricerca ha fatto numerosi passi
avanti, oltre il pregiudizio, scavando dietro le righe e all’interno di ogni
riga, fino a riconoscere nel gioiello dell’opera shakespeariana infinite
sfaccettature, ciascuna che dà un riflesso diverso della luce e della vita.
In tale prospettiva non mancarono, fin dall’Ottocento, studiosi che
vollero inquadrare il genio del grande drammaturgo tra quegli strani,
inspiegabili prodigi che ogni tanto la Natura regala agli esseri umani. Come se
le sfaccettature fossero così numerose da renderlo assolutamente insondabile.
Fu uno Shakespeare spersonalizzato quello “per tutti i tempi”, come una
medicina per tutti i mali, poco radicato nella sua epoca perché troppo
impegnato a guardare lontano, al futuro, cioè ai giorni nostri. Tanto che, in
epoca moderna, non mancarono i critici che ne vollero fare uno di loro, non
uomo del suo tempo bensì uomo del Novecento ante litteram. Così le studiose
femministe videro in lui una punta di femminismo, i critici omosessuali una
punta di omosessualità, quelli donnaioli un cuore da playboy, quelli marxisti
una tendenza alla lotta di classe, quelli agnostici una vena di agnosticismo,
quelli animalisti o ecologisti una traccia di animalismo o di ecologismo...
Dimenticando che tutte queste sono categorie moderne e, soprattutto, che
appartenevano a loro, non a Shakespeare.
Il rischio, ovviamente, permane: è quello di interpretare un personaggio
e un’opera di cinquecento anni fa come se appartenessero al nostro tempo.
Certamente Shakespeare fu un uomo per tutti i tempi, come lo definì l’amico Ben
Jonson nell’elegia funebre che scrisse per lui; fu, però, innanzitutto, un uomo
del suo tempo. Che certo non scriveva per noi, ma per i suoi contemporanei. Se
aveva un messaggio, non era per noi ma per loro. Ma, qualora lo avesse, perché
celarlo tanto profondamente, intessuto tra le righe, tra le battute di
personaggi tanto diversi tra loro? Forse non era un messaggio ortodosso?
Quali che ne
siano gli argomenti, la corrente secondo cui Shakespeare non condividesse
appieno la religione di Stato
elisabettiana riscuote la maggioranza dei consensi. Non a caso, una delle
interpretazioni che va per la maggiore è quella di critici agnostici o atei, i
quali, coerentemente, vedono in Shakespeare un agnostico o un ateo. Soprattutto
nelle tragedie, essi vedono un destino sadico e feroce che si accanisce sugli
innocenti e li travolge. Senza speranza, senza gioia, senza senso. È forse
questa l’essenza più profonda del messaggio shakespeariano? Come spiegare
altrimenti l’amarezza, la disperazione che emana da tragedie dello stampo dell’
Amleto
o del
Re Lear
?
Certamente, gli innumerevoli aspetti dell’opera shakespeariana (composta,
tra l’altro, nell’arco di più di vent’anni) la rendono di non facile
interpretazione. È indubbiamente difficile, partendo dalle opere, risalire a
quali che fossero le convinzioni dell’autore. Ma, per chi vuole provarci, onde
non cadere in preda a facili tentazioni – la più insidiosa delle quali è
quella, anche più semplice, di tirare l’acqua al proprio mulino – non è
sufficiente analizzare un solo elemento, né un pugno di opere: come afferma uno
dei più illustri studiosi viventi, Peter Milward, è necessario passare al
setaccio l’intero canone alla ricerca di indizi ricorrenti e ricostruire così
il “disegno del tappeto” shakespeariano (
Elizabethan
Shakespeare,
2007, p. 126).
“Il disegno del tappeto”
Cosa si celava,
dunque, dietro la sua «
infinita varietà
»
(
Antonio e Cleopatra,
2.2, 241-242)? Per
capire di più è necessario accostare più da vicino l’autore a quanto accadeva
intorno a lui. Si scoprirà che la sua reticenza somiglia molto, ancora una
volta, a quella del principe Amleto, che vorrebbe parlare ma non può: «
spezzati, cuore mio, perché devo tenere la
lingua a freno
» (1.2, 159).
Il mondo di Amleto è pervaso da spionaggio e corruzione: non per nulla il
padre viene occultamente assassinato con del veleno versato nell’orecchio. Non
per nulla una delle battute più famose, pronunciata, non a caso, da un
personaggio minore, afferma esserci «
del
marcio in Danimarca
». Davvero parlava della Danimarca medievale? O si
riferiva, piuttosto, alla sua Inghilterra?
Passiamo dunque al “disegno nel tappeto”. Accostando il canone shakespeariano
con una certa attenzione è facile avvertire che è tutto, dall’inizio alla fine,
pervaso da un alone filocattolico: rimpianto per un passato perduto, simpatia
per gli ordini religiosi (regolarmente sbeffeggiati, invece, dagli scrittori
politically correct
di allora),
imprecazioni in nome dei santi, della Madonna, delle reliquie, della Santa
Croce; toccate e fughe che accennano alla confessione, alla Messa, al
Purgatorio… Una questione di atmosfera, dunque, innanzitutto. Di un certo
clima, che non sfuggì a diversi critici ottocenteschi dall’orecchio allenato. Fu
a partire da quel momento che vita e opere cominciarono a essere rivisitati,
scandagliati, riesplorati. Diverse furono le scoperte interessanti. Al punto
che l’apparente eresia delle eresie, Shakespeare cattolico, ha cominciato ad
affermarsi in modo sempre più deciso e innegabile.
Tanto per cominciare, l’ambiente in cui egli nacque e crebbe era
anticonformista quanto bastava appena a non finire nei guai: nelle ondate
persecutorie che si scatenavano regolarmente, era raro che non uscissero nomi a
lui connessi. Qualche esempio. Il padre, John, nascose tra le travi della
soffitta un testamento spirituale cattolico, redatto nientemeno che da san
Carlo Borromeo e diffuso in Inghilterra dai missionari gesuiti. Il documento fu
rinvenuto nel Settecento, ma la sua autenticità venne dimostrata solamente nel
1923. Il nome di John Shakespeare compare inoltre nella lista di ricusanza
compilata nel 1592, mentre quello della giovane Susanna, figlia del
drammaturgo, comparirà nel 1606. La madre, Mary Arden, apparteneva invece a un’antica famiglia
gentilizia il cui capostipite, Edward Arden, subì l’atroce pena dei traditori
nel 1583 soltanto per la sua religione. Persino i maestri di scuola di
Stratford erano per lo più filocattolici o ricusanti; uno di loro fuggì
all’estero per farsi gesuita; un altro ebbe un fratello giustiziato per il suo
sacerdozio. E poi c’è la famosa “pista del Lancashire”, suggerita dapprima,
timidamente, nel 1937 e poi con sempre maggior forza: il giovane Shakespeare
potrebbe essersi allontanato da casa per andare a fare il
pedagogo-musico-attore presso una grande famiglia ricusante del Nord; dove
entrò in stretto contatto con lo straordinario padre gesuita Edmund Campion,
che avrebbe subito il martirio di lì a poco.
E poi gli “anni perduti”, in cui Shakespeare misteriosamente lasciò a
Stratford moglie, figlioletti piccolissimi, fratelli, amici e genitori e, in
una data imprecisata, si recò a Londra a cercar fortuna nel peggior modo
possibile: facendo l’attore. Si era scelto la professione più insicura del
mondo, poiché, tra pestilenze e divieti della municipalità puritana, l’ambiente
teatrale era a continuo rischio di chiusura. Ma, ancora una volta, dietro
l’apparente irrazionalità di quel trasferimento emerge una possibilità molto
concreta e logica: quella di una fuga. Giacché proprio in quel periodo la
famiglia Arden cadde in disgrazia in seguito a una “congiura” cattolica, la
stessa che travolse Edward, e tutti i parenti furono inquisiti dal governo. Per
secoli la tradizione volle darci a bere una fuga in seguito a caccia di frodo…
Ma andiamo, siamo seri. Se fuga fu, fu da qualcosa di molto più grosso e
pericoloso.
Da chi andò William, una volta a Londra? Probabilmente cercò la
protezione di un nobile filocattolico che, guarda caso, aveva stretti legami
con le famiglie ricusanti del Lancashire. Peccato che il nobile in questione,
Ferdinando, Lord Strange, desse fastidio a qualcuno molto in alto e fosse
eliminato senza tanti complimenti. Da chi? Dai gesuiti, affermò il governo
inglese molto più tardi, dopo il 1606. Dal governo, suggeriscono invece gli
studiosi “cattolicisti” alla luce degli studi più recenti. Fatto sta che
Shakespeare dovette cercare la protezione di qualche altro… nobile cattolico:
il conte di Southampton, rampollo della potente famiglia dei visconti di
Montague.
Montague? Sì, è proprio il nome inglese dei “Montecchi”, la famiglia di
Romeo. Interessante, allora, individuare un possibile riferimento ambiguo alla
regina stessa in un brano dell’apparentemente innocente
Romeo e Giulietta.
Dalla sua postazione sotto il balcone, infatti,
Romeo invoca l’amata e la paragona al sole (2.1, 46-51):
Arise, fair sun,
and kill the envious moon,
Who is already sick
and pale with grief
That thou, her
maid, art far more fair than she.
Be not her maid,
since she is envious.
Her vestal livery
is but pale and green,
And none but fools
do wear it; cast it off!
«Sorgi, fulgido sole, e uccidi la luna invidiosa / che
è già malata e pallida di dolore / perché tu, sua damigella, sei molto più
bella (fulgida) di lei. / Non essere sua damigella perché è invidiosa. / La sua
vestale livrea è pallida e verde / e la indossano soltanto i folli: gettala
via!».
Perché Romeo, innamorato, ce l’ha tanto con la luna, che di
solito degli innamorati è complice? Illuminante è il fatto che essa fosse un
simbolo assolutamente ricorrente e ormai scontato nientemeno che della sovrana
in persone, Elisabetta “la grande”, la Regina Vergine, nella veste di Diana,
Cinzia, eccetera. Peccato che, a differenza di quelle, ella non fosse immortale
né eternamente giovane (riguardo alla verginità, ovviamente, non si è mai
saputo). In quel periodo aveva oltrepassato i sessant’anni e, vero, era
invidiosa della bellezza delle giovani damigelle di cui si circondava. Ancora
più interessante è il fatto che una di esse fosse da poco stata resa gravida
proprio dal conte di Southampton. A convalidare l’allegoria, qualora il
pubblico non se ne fosse avveduto, abbiamo la livrea “pallida e verde” della
luna: quella della regina era bianca e verde. Per questo, a titolo di foglia di
fico, l’aggettivo “
pale
” fu in
seguito sostituito con “
sick
”,
malaticcio.
La pericolosità del messaggio si estende, come al solito, su
vari livelli: semplice satira, con la bellezza della giovane esaltata di fronte
all’avvizzimento e all’invidia della sovrana; vera e propria sovversione,
d’altro canto, se si considera che la giovane è invitata a “uccidere” la – già
moribonda – luna e, in ogni caso, a non servirla. Un simile brano non avrebbe
mai potuto essere incluso in una recita a Corte (
C. Asquith,
Shadowplay
,
2005, p. 74)
.
Passiamo a qualche altro indizio nelle opere. Perché, ad
esempio, Shakespeare infarcisce i drammi classici di elementi anacronistici
come abbazie, chiese, campanili, monasteri?
Nel
Tito Andronico,
una
truculenta tragedia senechiana ambientata nel tardo impero romano, uno strano
riferimento ai resti di un’antica abbazia fa da campanello d’allarme per una
lettura in filigrana filocattolica dell’opera, infarcita di allusioni topiche a
partire dalle petizioni che i nobili cattolici rivolgevano inutilmente alla
sovrana implorando tolleranza. La violenza di gruppo inflitta alla figlia del
protagonista viene deliberatamente definita “martirio” e ricalca da vicino il
deturpamento delle statue della Madonna e dei santi, “idoli papisti”, ad opera
dei protestanti.
Nella
Commedia degli
errori,
sempre ambientata nel mondo classico,
abbiamo un’altra, anacronistica abbazia, situata accanto a certi
“fossi”, che fa da sfondo
al luogo di
un’esecuzione. Si tratta di un riferimento topico di un’importanza non
trascurabile, come si scoprì negli anni Trenta, giacché lo scenario era
identico a quello del
Theatre,
il
primo edificio teatrale in cui Shakespeare lavorò: lì, in seguito alla
sconfitta dell’Armada (1588), era giustiziato un sacerdote cattolico per il
solo fatto di essere tale. Quell’ambientazione è dunque il tributo a un
martire?
I sacerdoti erano braccati dal regime e automaticamente
colpevoli di alto tradimento per la loro semplice presenza su suolo inglese: è
quanto accade allo sfortunato mercante degli
Errori
: in questo senso è di una certa rilevanza che “mercante” fosse
una parola in codice per “missionario” e che fosse diffusa in tutti gli
ambienti cattolici. Ovviamente i riferimenti erano molto più espliciti per chi
li sapeva riconoscere, mentre potevano
passare quasi inosservati a occhi disattenti o a orecchie profane.
Ritroviamo riferimenti ai sacerdoti, e alla macellazione
rituale e legalizzata loro inflitta dal regime, nel
Mercante di Venezia,
in cui la pena del cuore strappato era anche
troppo realistica e applicabile al quotidiano. Giacché la pena per alto
tradimento prevedeva la castrazione e l’eviscerazione da vivi e in pubblico;
seguiva l’estrazione del cuore, poi la decapitazione e lo squartamento del
cadavere, i cui resti andavano poi esposti in catene in vari punti della città,
con la testa impalata sul ponte di Londra.
Soprattutto, il missionario braccato per cui «
nessun porto è libero
» è Edgar nel
Re Lear
, costretto a travestirsi da
povero demente per sfuggire alla cattura. Ogni porto è allertato contro di lui,
come si soleva fare soltanto per la paura delle invasioni “papiste”,
specificamente missionarie. Nello stesso dramma abbiamo una delle scene più
agghiaccianti dell’intero canone: la tortura e l’accecamento (senza processo)
dell’anziano conte di Gloucester, falsamente accusato di tradimento. Oltretutto,
nel canone shakespeariano, tale accusa infamante è solitamente riservata a
personaggi innocenti, i quali, anzi, sono i più fedeli in assoluto e disposti a
pagare la loro fedeltà con la vita. Questo fa Cordelia, quando viene uccisa in
prigione per l’incrollabile fedeltà verso il padre (il suo Paese?) che non
aveva abbandonato pur nell’esilio. Fondamentali, a questo punto, gli studi
accademici che hanno rintracciato quanto l’opera shakespeariana, drammatica e
poetica, sia pregna dell’influsso di scrittori gesuiti, soprattutto dei padri
Robert Persons (ottimo prosatore) e Robert Southwell (ottimo poeta).
Leggendo tra le righe, gli elementi sovversivi si fanno via
via più fitti, persino nelle commedie, persino in quelli che sembravano
innocenti poemetti classicheggianti, persino in alcuni dei
Sonetti.
Nella
Lucrezia,
addirittura,
si può leggere in controluce non una storiella di intrattenimento ripescata dai
libri di scuola ma una pericolosa allegoria delle violenze inflitte al Paese da
re Enrico VIII in persona (riprese poi un po’ ovunque e in modo particolarmente
chiaro nel
Racconto d’inverno
). In
Venere e Adone,
la seduzione politica
della corte elisabettiana a danno dei giovani nobili provenienti da famiglie
cattoliche.
E via di questo passo. Stupiscono alcuni temi ricorrenti che,
se riscontrati in opere isolate, possono non destare particolari sospetti, ma
che diventano messaggi chiarissimi proprio per la loro ricorrenza lungo tutto
il canone, dalle opere giovanili a quelle mature, dalle commedie alle tragedie
ai drammi storici ai
romances
.
Parliamo dell’esilio dei buoni, della liceità del tirannicidio e, soprattutto,
dell’invasione straniera (spesso guidata da quegli stessi esuli “rinnegati”)
come unico rimedio per salvare un Paese ferito e oppresso dai suoi stessi
governanti.
Qui il terreno si faceva davvero caldo per il drammaturgo e
per la sua compagnia: tanto che una volta, addirittura, gli “Uomini del Lord
Ciambellano” (era questo il nome della compagnia) furono inquisiti dal governo
per la parte che un loro dramma aveva avuto nell’incoraggiamento di una
congiura di palazzo. Parliamo del
Riccardo
II
e della congiura di Essex, del 1601. La paura avrebbe dovuto ammutolirlo;
lui invece procedette direttamente a rappresentare l’
Amleto
infarcendolo di riferimenti obliqui all’intera faccenda,
oltre che di rimpianto per il bel tempo andato, dove le anime dei defunti
chiedono aiuto ai vivi. Il fantasma paterno, che proviene esplicitamente dal
purgatorio cattolico, rappresenta infatti l’antico ordine, la
Christianitas
perduta per sempre, uccisa
dal “nuovo ordine” elisabettiano. È ormai risaputo che nel ministro intrigante,
Polonius, Shakespeare abbia voluto ritrarre William Cecil, Lord Burghley (morto
tre anni prima), il braccio destro della regina e il principale responsabile
dell’amarissima persecuzione dei cattolici. Amleto lo uccide mentre si era
nascosto ad origliare dietro a un arazzo: esattamente quanto aveva fatto il figlio
e degno successore di costui, Robert Cecil, durante il processo al conte di
Essex.
Persino il grande soliloquio del principe (3.1, 58-90) cambia
profondamente, se riletto in questa luce. Amleto deve scegliere se «
essere
», cioè piegarsi e sopravvivere, o
«
non essere
», cioè «
prendere le armi contro un mare di guai
»
(ribellarsi al nuovo sistema) e rimanere ucciso di conseguenza. Né, quando
parla del «
pugnale snudato
», si
riferisce al proprio suicidio, bensì all’arma levata contro il tiranno. La
paura della morte, e dell’aldilà, paralizza quel gesto; sarà solo alla fine del
dramma che il principe “non sarà”, cioè sacrificherà la vita, mentre all’amico Orazio
spetterà il ruolo dell’“essere”, cioè di sopravvivere e narrare cosa realmente
è accaduto, salvando così il buon nome dell’amico. Allo stesso modo, l’Europa
doveva sapere cosa esattamente stava accadendo in Inghilterra: una persecuzione
religiosa sistematica e spietata, mascherata da azione politica, senza
precedenti.
Rilette in questa luce, anche le altre grandi tragedie sono
la narrazione dello strazio di un popolo. Anche in
Re Lear,
come si è visto, un nuovo ordine malvagio e opportunista
soppianta e distrugge i buoni e gli innocenti. Anche Macbeth trucida, con re
Duncan, l’antico ordine e, come Riccardo III, trasforma la sua terra in una
tomba collettiva: non per nulla l’assassinio di Duncan è paragonato a un
sacrilegio, con possibili riferimenti obliqui alle profanazioni delle Specie
consacrate perpetrate dai protestanti.
Finché, nel 1610, Shakespeare fu pubblicamente accusato, nero
su bianco, di essere stato in combutta con il nemico numero uno del regime,
padre Persons. L’accusa non ebbe conseguenze penali ma non sarà stato un caso,
forse, se egli si ritirò dalle scene l’anno seguente, al culmine della
carriera, senza un’apparente spiegazione.
E perché, due anni dopo, quando ormai non stava più a Londra,
egli fece il suo primo e unico acquisto di un immobile in quella città per non
abitarvi mai? Perché cedette quella porzione di palazzo, la
Blackfriars Gatehouse,
a un oscuro
fittavolo (ricusante) per un prezzo simbolico? Tutto diventa molto più chiaro
quando si scopre che il suddetto palazzo era un rifugio per sacerdoti e ricusanti braccati dal
governo, i quali avevano forse il compito di ripagarlo pregando per la sua
anima. Magari proprio per questo Prospero, il protagonista della
Tempesta,
si congeda dal suo pubblico
augurandosi che «
la loro indulgenza lo
renda libero
» (cfr.
Temp,
ep
.
20).
Visse e morì cattolico
I
pettegolezzi non mollarono la presa neppure dopo la morte: a fine Seicento il
reverendo anglicano Davies, lo stesso che addusse la caccia di frodo come
motivo della fuga a Londra, dichiarò che Shakespeare «
morì papista
». Certo che morì papista: perché era rimasto tale per
tutta la vita. Nonostante tutto il Sette e l’Ottocento si siano fatti in
quattro per cancellare quella macchia dalla sua reputazione e per trasformarlo,
come si è detto, nel paladino del sistema.
La complessità, la profondità shakespeariane sono dunque direttamente
collegate alla sua fede: una fede proscritta, necessariamente sotterranea, la
cui sopravvivenza era legata al nascondimento, ai doppi sensi, alle molteplici
interpretazioni, alle letture tra le righe in mezzo a significati
apparentemente “neutri” per comunicare con i propri correligionari e
incoraggiarli alla resistenza. Se non voleva essere del tutto silenziato, la
complessità e la non facile interpretazione erano d’obbligo.
Non a caso la più cupa delle tragedie, il
King Lear,
che richiama continuamente il
libro di Giobbe, ricalca tanto esplicitamente la Passione di Cristo, con scene
strazianti che «
perforano il costato
»
(4.5, 85) e con Lear che tiene in braccio la figlia morta come la Madonna con
il corpo di Cristo, nella classica raffigurazione della Pietà. Il parallelo che
si inferisce è quello tra l’agonia dell’Uomo-Dio con il lento spegnersi della
fede di un intero popolo.
Così la “Passione” di un Paese che grondava sangue, e per il
quale la gloria della Resurrezione era ancora lontana, era diventata anche la
Passione letteraria del Bardo dell’Avon.