Inghilterra, 1559.
Elisabetta I non avrebbe potuto
imporre da subito la sua Chiesa artificiale con la forza: avrebbe rischiato di
perdere il trono. Per questo, perché, cioè, nella sua prudenza, iniziò in punta
di piedi, si disse di lei che fu tollerante. Addirittura, secondo alcuni
(ignoranti) libri di testo, che concedesse la libertà religiosa. Lungi da lei e
da tutti i sovrani del tempo.
Fu
essenzialmente un gioco di astuzia, giacché il governo rifiutò sempre la parte
dell’aggressore e negò sempre l’evidenza: in Inghilterra, continuò a sostenere William
Cecil–Lord Burghley strenuamente, nessuno era mai stato perseguitato per motivi
religiosi ma solo per dissidenza politica. Vale a dire per alto tradimento. Il
fatto che tutti i cattolici fossero traditori era un’equazione data per
scontata e sottolineata il meno possibile. In tutto ciò, il governo si dava
tempo: pazientemente canalizzata, la gente si sarebbe allineata con un sistema
che, in fondo, richiedeva solo una presenza formale al servizio domenicale.
I cattolici
inglesi, dal canto loro, impiegarono
qualche tempo per capire esattamente cosa fosse da farsi: nei primi anni alcuni
sacerdoti sostennero addirittura che i fedeli potessero tranquillamente presentarsi
al servizio religioso di Stato purché poi andassero anche a Messa. Per questo,
ad esempio, il marchese di Montague divenne un papista di chiesa. Persino Roma
non fu lestissima a pronunciarsi in proposito, giacché la situazione era
deliberatamente confusa. Ma il Papa proibì ufficialmente di frequentare il
servizio anglicano nel 1566, ribadendo il giudizio del Santo Uffizio di due
anni prima. Finalmente i due schieramenti si delinearono per quel che erano in
realtà: radicalmente incompatibili.
La ricusanza,
cioè il rifiuto di partecipare alle funzioni di Stato, divenne così per il
governo un fenomeno preoccupante. Cecil e compagni, però, non potevano non
essere ottimisti: il papismo non avrebbe potuto che affievolirsi con gli anni,
soprattutto per via della naturale estinzione degli anziani sacerdoti di Mary
Tudor. Avendo il governo reso impossibili nuove ordinazioni, l’antica fede si
sarebbe semplicemente estinta e la gente non avrebbe potuto fare a meno di
confluire nella Chiesa di Stato.
Ciò che
nessuno aveva previsto era che quei rami appassiti potessero ricevere nuova
linfa.
William Allen e il seminario
L’idea geniale venne a William
Allen, un giovane ricusante, ex professore di Oxford, braccato in tutto il
regno, che fuggì all’estero per essere ordinato sacerdote. Nel 1568, a Douai,
nelle Fiandre, egli ebbe l’onore di essere il primo in Europa, dopo san Carlo
Borromeo, ad applicare i decreti tridentini fondando un “seminario”, vale a
dire un “vivaio” per i semi: terreno fertile di coltura per i virgulti
destinati a diventare i pilastri della Chiesa. Linfa vitale del cattolicesimo.
Fu quell’idea rivoluzionaria a sancire la sopravvivenza del cattolicesimo
inglese.
I giovani cattolici che fossero riusciti a
lasciare l’Inghilterra avrebbero potuto ricevere un’istruzione consona alla
loro fede ed eventualmente farsi sacerdoti. L’iniziativa ebbe un successo
strepitoso. Da qui all’idea, da parte di alcuni, di tornare segretamente in
patria per dare assistenza spirituale e amministrare i sacramenti ai propri correligionari,
salvando così l’antica fede dall’estinzione. Non partirono per convertire gli
anglicani, ma solo per prendersi cura del gregge abbandonato. Il successo
strepitoso della missione, e la riconversione di moltissimi papisti di chiesa,
furono però fatti innegabili che spinsero i più arditi dei missionari a cercare
il dialogo con i protestanti e persino con i parlamentari, con i ministri e con
la sovrana in persona.
Di tutto ciò,
come del resto del Pellegrinaggio di Grazia, non c’è traccia nei libri di
storia italiani, rimasti ostinatamente ancorati all’obsoleta teoria
whig
-protestante del XVIII secolo, che
volle fare di Enrico VIII, Edoardo VI ed Elisabetta I i portavoce del loro
popolo. In realtà il popolo inglese si fece “anglicano” lentamente e dolorosamente,
solo attraverso persecuzioni, propaganda anticattolica, falsificazioni della
storia, finte congiure, diffamazione istituzionalizzata.
La missione inglese è invece uno degli episodi
più gloriosi della Riforma Cattolica. Cominciata dai sacerdoti di Allen, che
sapevano benissimo di rischiare lo squartamento se scoperti, dopo qualche anno
ricevette l’agognato rinforzo della Compagnia di Gesù, l’ordine recentemente fondato
da sant’Ignazio pronto a evangelizzare, o rievangelizzare, il mondo intero.
A questo punto,
se il cattolicesimo non era disposto a lasciarsi cancellare, non esisteva una
soluzione pacifica. Dopo gli imprigionamenti degli anni Sessanta, negli anni
Settanta le esecuzioni si fecero sempre più frequenti. Le solite, infamanti
esecuzioni per alto tradimento, quasi sempre dopo insopportabili torture. Ma
non trattavasi di persecuzione religiosa: assolutamente no. Quei traditori
morivano, si affrettò a spiegare Burghley al mondo intero, perché essendo
fedeli al Papa non erano più fedeli alla regina. La quale, nel frattempo, mano
a mano che invecchiava senza sposarsi né tanto meno concepire, andava sempre
più appropriandosi di attributi mariani e divini facendo di necessità virtù,
trasformando un gravissimo problema dinastico e nazionale in un mito giunto
fino a noi. Gloriana, la Regina vergine, era pronta per l’adorazione
incondizionata del suo popolo.
Gli occhi della regina
Il famoso “ritratto
dell’arcobaleno”, del 1601, ritrae la Regina vergine al colmo della potenza e
dello splendore, e senza mezza ruga nonostante i suoi 67 anni, mentre tiene
nella destra un arcobaleno, simbolo di pace e anche della dea Iride, messaggera
di Giunone, e con la sinistra dispiega il suo sfarzoso manto dorato come per
invitare i fruitori a osservarlo da vicino. Ma perché mai, invece di motivi
floreali o semplicemente ornamentali, l’interno del manto porta impresse
innumerevoli immagini di bocche, orecchie, soprattutto occhi? E perché quel
grosso, sinuoso serpente sulla manica sinistra? Semplice: per intimidire i suoi
sudditi. Il manto che l’avvolge e la protegge indica infatti gli
efficientissimi servizi segreti, grazie ai quali ella vede e sente tutto. La
Grande Sorella li guardava. Quanto al serpente, con le sue spire, è il simbolo
minaccioso della sua saggezza e della forza della sua mente, che porta in bocca
il suo cuore (un grosso rubino) impadronendosene. Per chi abbia letto qualcuna
delle lettere ufficiali da lei scritte, il parallelo tra le curve del serpente
e la contorta mente regale viene spontaneo.
Giacché i
servizi segreti erano la sua arma più potente: di fatto, riuscirono a
mantenerla sul trono ancora per 33 anni dopo la fatale scomunica. È proprio nel
1570 che William Cecil aveva cominciato a tessere la trama delle spie
governative dando loro un ordine e una gerarchia. La prima impresa era stata un
gran successo: il rapimento, nelle Fiandre, di un esule cattolico che era stato
molto influente sotto Mary,
John Story
,
e a cui Cecil e compagni avevano giurato vendetta. Nonostante avesse da anni
cittadinanza spagnola, l’anziano professore di Oxford fu catturato, portato a
Londra, barbaramente torturato nella Torre, fino ad avere l’onore di inaugurare
la famosa forca triangolare di Tyburn, dove in tempi di abbondanza si potevano
impiccare fino a dieci condannati insieme. Seguì lo squartamento rituale. Fu
questa la risposta della regina alla scomunica di Pio V.
Essendo
Cecil-Burghley un uomo molto indaffarato, egli affidò le redini del nuovo
efficiente servizio al suo fedele collaboratore, Francis Walsingham, che lo
trasformò in un’arma praticamente invincibile avvalendosi di professionisti di
prim’ordine e maestri di contraffazione. Esperti imitatori di sigilli e
calligrafie, decifratori di codici segreti, fluenti in diverse lingue, gli
agenti di Walsingham erano uomini svelti, intelligenti, pronti a tutto. Spesso
erano ex cattolici, da lui “girati” con la corruzione o con il ricatto, che si
infilavano in tutti gli ambienti nemici: comunità di ricusanti, di esuli
politici, persino nei seminari di Douai-Rheims, persino nell’
English
College
di Roma. Spesso erano anche uomini disperati, pronti a
tradire chicchessia in cambio di un lauto compenso. Alcuni si misero a lavorare
su due fronti, diventando doppi o tripli agenti; diversi ci rimisero la pelle.
Quanto alle
informazioni che passavano al loro padrone, non erano necessariamente vere:
capitava che la realtà fosse amplificata a dismisura per amplificare il
compenso. Così fece a tratti un agente che non rimase a lungo su suolo inglese
ma che fu estremamente utile a Walsingham: un sedicente francese, tale Henri
Fagot, che tradì il suo benefattore, l’ambasciatore Castelnau, il quale stava
cercando di ottenere la liberazione legale di Mary Stuart attraverso la
mediazione della Francia. Molti furono i cattolici inglesi (uno dei quali
imparentato con Shakespeare) mandati al patibolo da Fagot; che poi altri non
era che l’italiano Giordano Bruno, che dava sfogo così al suo odio
anticattolico.
Gli anni
Ottanta furono, a dire del governo, tutto un fiorire di “complotti cattolici”
contro la regina. Chissà, forse qualcuno era anche autentico ed era realmente
promosso dai Guisa o dal Re di Spagna; per la maggior parte, però, furono opera
di agenti provocatori che poi facevano brillare la bomba prima che scoppiasse.
Così fu, probabilmente, la congiura sventata da Bruno, quella di Throckmorton;
così fu, sicuramente, come dicemmo altrove, quella che portò i risultati
maggiori e più graditi ai collaboratori della regina, quella di Babington. Gli “occhi”
delle regina continuarono così a
proteggerla lungo tutto l’arco del regno. Ormai non erano più soltanto i suoi
occhi, ma anche le sue orecchie e la sua bocca. Come ammonisce il
Rainbow Portrait,
i suoi agenti la
proteggono, la avvolgono, e nulla le potrà sfuggire. State bene attenti,
sudditi, a quel che dite e fate. E anche a quello che non dite, non fate, non
pensate, ma che viene comodo supporre che diciate, facciate, pensiate. Quanto
al cuore che sta in bocca all’involuto serpente, è davvero quello della regina
o è quello di un traditore, strappato sul patibolo?
Alla morte di
Walsingham, nel 1590, i servizi segreti passarono sotto l’egida del
ventisettenne Robert Cecil, degno continuatore della politica paterna. Alla
morte del padre, nel 1598, egli divenne l’uomo più potente del regno; quando
morì anche la regina, orchestrò sapientemente la pacifica successione del
protestante re di Scozia. Poi, nel 1605, secondo alcuni storici, agenti da lui
assoldati diedero vita al “complotto” che diede il colpo di grazia alla causa
cattolica: la Congiura delle Polveri.
Padre Thomas Wodehouse e padre Cuthbert Mayne
Per quanto il governo potesse
fingere che l’assetto religioso non fosse poi cambiato di molto, e che tutto
andasse bene nell’epoca aurea della regina vergine, il seminario di William
Allen era un’autentica spina nel fianco: per colpa sua il cattolicesimo inglese
non si sarebbe tranquillamente estinto e avrebbe minacciato di distruggere la
vacillante Chiesa di Stato e il regime totalitario che dietro a essa si
nascondeva. Per questo i primi sacerdoti consacrati a Douai, e che tornarono in
patria a tener viva la fede tra i ricusanti (e non, per ora, a rievangelizzare
i protestanti), rischiavano grosso.
La scomunica
di Pio V aveva dato al governo il pretesto che cercava: l’evidenza del fatto
che nessun cattolico potesse essere fedele a una regina eretica e già deposta
dal Papa. Non per nulla il 1570 vide una importante riedizione, riveduta,
corretta ed ampliata, del
Book of Martyrs
di Foxe, le cui immagini di persecuzione e martirio erano ormai le uniche
fruibili da parte del popolo.
Dopo John
Felton, John Story era stato la seconda vittima sacrificale pubblica del
regime: il loro sangue servì a formare una nazione più consapevole della
cosiddetta minaccia cattolica. Di lì a tre anni il seminario di Allen consacrò
i primi sacerdoti; non a caso, proprio il 1574 vide un’altra vittima, questa
volta un sacerdote, padre Thomas Wodehouse. Non apparteneva alla nuovissima
generazione di missionari ma a quella precedente dei sacerdoti mariani. Il suo
reato quello di mettere in discussione il nuovo assetto religioso e, forse, la
legittimità della regina. Non ci sono giunti i dettagli della vicenda; sappiamo
solo che gli fu chiusa la bocca per sempre, probabilmente per squartamento.
Poi, nel 1577,
fu la volta del primo martire del seminario di Douai, padre Cuthbert Mayne, ex
pastore protestante, arrestato perché sacerdote cattolico. Nato nel Devonshire
nel 1543 o ‘44, fu ordinato ministro anglicano intorno ai diciotto anni. Mentre
studiava a Oxford, però, entrò in contatto con studenti poco ortodossi, molti
dei quali erano sul punto di riconciliarsi con l’antica fede. Quando il governo
intercettò una lettera in cui comparivano diversi nomi, fece scattare i
conseguenti ordini di arresto; al che il giovane Cuthbert fuggì al seminario di
Douai, fu riconciliato al cattolicesimo e poi ordinato sacerdote. Lasciò le
Fiandre solo nel 1576. Giunto in patria, trovò rifugio presso il cattolico sir
Francis Tregian, in Cornovaglia, e fu tradito da un nemico di quest’ultimo.
Puntualmente, dopo il fatto, Tregian fu espropriato di tutti i suoi beni, passò
ventotto anni in prigione e dovette poi ringraziare di non essere finito sul
patibolo ma di essere invece spedito a morire in Spagna.
Padre Mayne fu
arrestato dall’alto sceriffo della contea, uno dei nemici di Tregian che per il
suo atto eroico fu fatto cavaliere. Processato, fu condannato a essere
squartato per alto tradimento. I capi di imputazione non accennavano neppure a
eventuali complotti contro la regina, bensì applicavano le recenti leggi
introdotte a partire dall’atto di uniformità: era tradimento, ad esempio,
celebrare Messa.
Il gioco si
faceva sempre più duro.
Padre Edmund Campion, padre Robert Persons &
co.
Da tempo William Allen cercava
rinforzi, per la sua contro-riforma, presso l’ordine più prestigioso scaturito
dalla Controriforma: la Compagnia di Gesù. Il Padre generale, però, preferiva
formare i suoi prodigiosi missionari per mandarli in Estremo Oriente, piuttosto
che vederli macellare nella vicina Inghilterra.
Finché, nel
1579, anche per via della pressione di alcuni gesuiti inglesi, egli cedette. In
quell’anno fu infatti ufficialmente aperta la missione inglese dei gesuiti per
ordine della Santa Sede. Il primo gruppo in partenza era formato da due padri e
un fratello laico gesuiti, più quattro sacerdoti del seminario di Allen e due
giovani laici. Avevano due ordini principali: uno, tener viva la fede tra i
ricusanti e i papisti di chiesa senza per nessuno motivo immischiarsi in
questioni politiche né tentare di far apostolato tra gli eretici. Due, cercare
di rimanere in vita il più a lungo possibile. Tutte cose non facili,
naturalmente.
I giovani
missionari partirono separati, uno o due alla volta, per cercare di passare
indenni attraverso il setaccio preparato per loro dai servizi segreti di
Walsingham, che avevano frattanto divulgato in tutto il Regno la notizia che
una falange di agenti segreti papali stava per sbarcare su suolo inglese per
spodestare la regina e consegnare l’Inghilterra a Filippo di Spagna e al Papa,
che avrebbero provveduto a mandare al rogo tutti i protestanti. Tutti i porti
furono allertati come se si temesse un’invasione su larga scala. I missionari
però passarono sotto mentite spoglie. Il padre gesuita Robert Persons, travestito
da capitano delle guardie, riuscì persino a farsi regalare un cavallo e a
preparare la via senza intoppi a un “mercante” che stava aspettando, ossia
padre Edmund Campion.
La missione
dei due gesuiti fu un successo travolgente. Padre Persons riuscì addirittura a
mettere in piedi una tipografia “magica”, che si poteva smontare, trasportare e
rimontare altrove in tempi brevissimi, e a bombardare il Paese di scritti
politicamente e religiosamente scorrettissimi, che mettevano a nudo tutte le
debolezze del colosso statale dai piedi di argilla (ma mai accennavano a
questioni politiche e tanto meno alla legittimità della regina). Spostandosi
velocemente, e avvalendosi dell’aiuto di una quantità incredibile di laici, i
due gesuiti riuscirono a coprire intere contee. Non solo amministrarono i
sacramenti e offrirono formazione ai ricusanti più incalliti, ma riconciliarono
alla fede migliaia di “lapsi”, che avevano aderito alla Chiesa di Stato per
debolezza o per paura. Di questo passo, l’impalcatura del “nuovo assetto”
rischiava di barcollare e cadere.
Fu data loro
una caccia senza quartiere e senza esclusione di colpi; naturalmente fu messa
una taglia esorbitante sul loro capo. Gli effetti non si fecero attendere. La
prodigiosa missione gesuita durò appena un anno; quasi tutti i missionari,
gesuiti e seminaristi, furono scoperti, torturati, condannati per aver
complottato contro la regina. Solo padre Robert Persons riuscì a fuggire e i
superiori gli negarono categoricamente di tornare in patria. Dall’estero,
dunque, padre Persons divenne, insieme a padre Allen, il nemico numero uno del
regime elisabettiano e dedicò la vita a smascherarne le strategie: gli scritti
di Allen e Persons divulgarono la verità, in tutto il Continente, sulle
atrocità che si commettevano oltre Manica in nome della legge.
I dodici
martiri che soffrirono tra il 1581 e il 1582 sono:
Edmund Campion
, S.J.,
Thomas
Ford
,
William Filby
,
Ralph Sherwin
,
Alexander Briant
, S.J.,
Luke
Kirby
,
Robert Johnson
,
John Shert
,
Laurence Richardson
,
John Paine
,
Everard Haunse
,
Thomas Cottam
, S.J. Il più anziano, probabilmente, padre Campion (41
anni); il più giovane, padre Briant (non ancora 25).
Il martire più
famoso, oltre che il missionario più carismatico e colto, è senz’altro padre Edmund
Campion. La sua storia è però emblematica, molto simile a quella di tanti altri
che rientrarono in Patria per tenere in vita l’antica fede e che finirono prima
ferocemente torturati, poi altrettanto ferocemente squartati, tra atroci
tormenti, sul patibolo dei criminali.
Padre Campion
era stato lo studente più promettente dell’università di Oxford, uno dei
giovani “diamanti” d’Inghilterra, quanto a cultura, eloquenza e personalità.
Quando, fuggendo all’estero, passò al nemico, il governo si sentì pertanto
doppiamente tradito. Figuriamoci la reazione di Cecil e compagni quando vennero
a sapere, dai loro agenti segreti, che egli era entrato nel famigerato ordine,
spagnolo e papale, dei gesuiti. Appena tornato in Patria, padre Campion si
lanciò nella sua impresa evangelizzatrice con grande impeto; anche perché
sapeva benissimo (come testimonia il suo epistolario) che sarebbe stata
soltanto una questione di tempo.
Il suo arresto
avvenne per una serie di coincidenze. Uno: decise, diversamente da quanto era
solito fare, di tornare in un grande maniero appena lasciato, mosso a pietà
dalle suppliche dei cattolici che vivevano nei paraggi e si erano persi la
grande occasione di sentirlo predicare. Due: un cattolico rinnegato che ora
serviva Walsingham passò di lì proprio quella domenica sperando che vi si
celebrasse una qualche Messa clandestina; quale non fu la sua gioia quando
venne a sapere che a celebrare sarebbe stato proprio il famoso padre Campion.
Tre: la perquisizione del grande maniero era quasi terminata, dopo quasi ventiquattr’ore
di smantellamenti e demolizioni, e i
pursuivants
(cacciatori di preti professionisti) stavano per porgere le loro scuse alla
padrona di casa, quando uno di loro scorse una debole luce che filtrava dalla
fessura tra due gradini, smontati i quali scoprirono il nascondiglio di Campion
e di altri due sacerdoti.
Portato a
Londra e fatto sfilare per le strade tra il pubblico ludibrio, egli fu
rinchiuso nella Torre e, rifiutatosi di abiurare e di passare alla Chiesa di
Stato, fu prima selvaggiamente torturato, poi subito costretto a una disputa
impari con un gruppo di teologi elisabettiani (dalla quale emerse vincitore),
poi processato per alto tradimento. Non per aver rifiutato la supremazia regia,
non per aver celebrato Messa, ma per aver tramato contro la regina in persona:
era come criminale comune che si voleva la sua testa, non certo come martire.
Tutti coloro che lo avevano ospitato o appoggiato finirono agli arresti e
passarono guai seri. Qualcuno fu processato; qualcuno fu semplicemente arrestato
ed eliminato in circostanze misteriose.
L’esecuzione
di padre Campion e di alcuni dei suoi compagni, il primo dicembre 1581, avvenne
davanti a una folla che non credeva minimamente che quegli uomini fossero
traditori della patria. Ancora una volta, un istante prima di morire, padre
Campion difese se stesso e la propria fede in modo mirabile. La sua
testimonianza provocò diverse conversioni, persino di giovani cortigiani,
alcuni dei quali pagarono poi, a loro volta, con la vita.
Padre Thomas Cottam
Thomas Cottam morì quasi per
sbaglio, giacché si trovava in Patria solo di passaggio. Nato nel 1549 nel
Lancashire da genitori protestanti, studiò a Oxford, la più filocattolica delle
due università, e divenne maestro a Londra. Anche il fratello maggiore, John,
cattolico come lui, si diede all’insegnamento e fu assunto per la
Grammar School
locale dalla municipalità
di Stratford, nel Warwickshire, la scuola quasi sicuramente frequentata dal
giovane Shakespeare.
Torniamo al
fratello minore. Thomas Cottam si riconciliò con il cattolicesimo grazie al
laico Thomas Pounde, di cui diremo tra breve; poco dopo fuggì all’estero, come
tutti gli aspiranti seminaristi, che attraversarono la Manica senza permesso, e
cominciò gli studi a Douai. In realtà si sentiva chiamato ad andare missionario
in India; anche per questo entrò nell’ordine dei gesuiti, a Roma. Ebbe però
problemi di salute: fece dunque ritorno a Reims per qualche tempo in attesa di
guarire, dopodiché sarebbe potuto finalmente partire per l’Oriente. Ma purtroppo
non vide mai quelle terre. Appena ordinato sacerdote, nel 1580, si stava
recando in Patria per ristabilirsi definitivamente e per dire addio alla
famiglia quando venne tradito da una spia ed arrestato, subito allo sbarco a
Dover. Uno dei suoi compagni di viaggio escogitò un sotterfugio per farlo
rilasciare ed egli riuscì così a raggiungere Londra sano e salvo. Quando
apprese, però, che il suo salvatore stava ora passando guai seri per causa sua,
si costituì. Arrestato, fu sottoposto a diverse sessioni di tortura con diversi
strumenti, tra cui la famigerata
Scavenger’s
daughter,
che comprimeva il corpo fino a farlo sanguinare. Processato
insieme a padre Campion e ai suoi compagni, fu condannato a morte, ma dovette
attendere sei mesi prima di giungere al patibolo. Condivise la pena dei
traditori con i sacerdoti di Douai Filby, Kirby e Richardson. Furono tutti
beatificati nel 1886.
I dodici
sacerdoti macellati ritualmente nella stagione 1581-82 furono resi celebri, e
la loro memoria fu ripulita da ogni accusa politica, grazie a un fondamentale
scritto apologetico di padre Allen, intitolato
Breve storia del glorioso martirio di dodici reverendi sacerdoti
giustiziati negli ultimi dodici mesi per aver confessato e difeso la fede
cattolica, ma sotto la falsa accusa di tradimento, con una nota di varie cose
accadute loro nella vita e nella prigionia e una prefazione riguardante la loro
innocenza.
Intanto il
parlamento del 1584-85 inasprì le leggi anticattoliche.
Padre Henry Walpole e padre Robert
Southwell
Nel frattempo Allen e Persons avevano fondato altri
seminari, a Roma, in Francia, in Spagna.
Padre Henry
Walpole fu il primo martire del seminario di Valladolid. Nato nel 1558 da una
famiglia cattolica, riuscì a ricevere l’istruzione da gentiluomo che gli
spettava in quanto, come il giovane Campion, aveva giurato fedeltà alla
supremazia regia e aveva quindi potuto laurearsi a Oxford. A ventidue anni
assistette al dibattito impari tra un sanguinante e storpio padre Campion e i
teologi della regina; in seguito, fu presente alla cruenta esecuzione sua e dei
suoi compagni; Addirittura, Walpole si ritrovò il bianco corsetto che indossava
macchiato del sangue del martire. Convertitosi, scrisse una poesia in onore di
padre Campion e fuggì in Francia. Andò a studiare per il sacerdozio al collegio
inglese di Roma, dove fu ammesso nella Compagnia di Gesù. Completò gli studi di
nuovo in Francia; poi, ordinato sacerdote a trent’anni, seguì le truppe
spagnole nelle Fiandre e fece loro da cappellano. Fu imprigionato per un anno dagli
inglesi, che combattevano a fianco degli indipendentisti fiamminghi; poi si
trasferì a Valladolid. Partì per la missione inglese nel 1593. Fu però
identificato in una locanda, tradito da un compagno di viaggio, subito dopo lo
sbarco, e immediatamente arrestato: era ormai reato, per un inglese, essere
consacrato sacerdote all’estero e rientrare in Patria. Fu trasferito nella
Torre di Londra, dove fu orrendamente torturato, dal notorio Richard Topcliffe,
in almeno quattordici sessioni, fino a perdere definitivamente l’uso delle
dita. Tenuto prigioniero per due anni, subì lo squartamento di rito nel 1595,
dopo che, al processo, rifiutò come tutti i suoi compagni di pena di
sottoscrivere la supremazia regia.
Padre Robert
Southwell fu certo il martire più celebre di fine secolo. Nato nel 1561 da una
famiglia arricchitasi con le spoliazioni monastiche enriciane, fu però
cresciuto nella fede cattolica. Fuggì a Douai giovanissimo; si diresse poi a
Roma per entrare nella Compagnia di Gesù. Cominciò dunque gli studi sotto la
direzione spirituale di padre Persons. Fu amico di padre Simon Hunt, che era
stato (come il fratello di padre Cottam) precettore a Stratford, il paese del
giovane Shakespeare. In breve, dopo l’ordinazione, Southwell fu nominato
prefetto dell’
English College
nonostante
la giovane età. Rientrò in patria nel 1586 insieme al nuovo superiore della
missione inglese, padre Henry Garnet. Grazie al perfezionamento delle tecniche
di nascondimento e di fuga e ai miglioramenti che erano frattanto stati apportati,
i due riuscirono a sopravvivere molto più a lungo dei padri Campion, Cottam,
Walpole.
Di padre
Garnet diremo in seguito. Southwell rimase nascosto nel sottosuolo ricusante
per due anni, dicendo Messa, evangelizzando, predicando, scrivendo opere apologetiche
e poesie. Poi, nel 1588, mentre il Paese affrontava l’Armada spagnola (e i
cattolici subivano l’isteria di massa che ciò comportava), trovò dimora stabile
presso Lady Anne, contessa di Arundel, il cui marito, Philip Howard (del quale
altresì diremo tra breve), era prigioniero nella Torre per la sua fede. Di
giorno stava nascosto in una camera segreta di cui solo pochissimi servitori
erano a conoscenza; di notte portava avanti la sua attività missionaria tra i
cattolici della zona. Nel frattempo scriveva e, grazie all’appoggio dei suoi
ospiti e alla fitta rete di amici, stampava e divulgava. I suoi furono i primi
scritti cattolici a essere stampati in Inghilterra dai tempi di Campion e
Persons. Le sue opere, in prosa e poesia, gli valsero non solo la fama di
grande apologeta, ma anche di esperto poeta e uomo di lettere. Le sue poesie
furono i migliori esempi di barocco inglese e diffusero, tra l’altro, la “letteratura
delle lacrime” (di dolore per i propri peccati e di conversione); la sua prosa,
elegante e bilanciata, cercò sempre di rifuggire la polemica quanto più
possibile; la sua apologetica fu sempre un accorato appello al lucido
ragionamento. Cominciò a scrivere al marito della sua ospite che, dal carcere,
aveva disperato bisogno di direzione spirituale. La loro corrispondenza sfociò
presto in una intensa amicizia.
Padre
Southwell riprese la vita del missionario ramingo e braccato quando Lady Anne
cadde in disgrazia, perché cattolica, e fu sfrattata. In ogni caso, il regime
voleva la testa del gesuita a tutti i costi e per lui (e per i suoi ospiti) era
diventato troppo rischioso fermarsi troppo a lungo in un unico luogo. Mentre
girava le case dei ricusanti, divenne direttore spirituale anche del giovane
Henry Wriothesley, conte di Southampton, il futuro mecenate di Shakespeare. È
ormai certo che tra il missionario e il drammaturgo ci sia stato quantomeno un
fitto rapporto letterario.
La sua
missione terminò nel 1592, mentre si trovava di passaggio nel maniero della
famiglia Bellamy. Fu infatti tradito dalla giovane Anne Bellamy, che,
arrestata, non resse alle sevizie e rivelò al torturatore ufficiale di Sua
Maestà, Topcliffe, tutti i nascondigli segreti (
priest
holes
) della casa
e i giorni esatti in cui egli avrebbe potuto trovare l’ambita preda. Padre
Southwell fu arrestato mentre ancora indossava i paramenti sacri. Per
torturarlo meglio addirittura Topliffe se lo portò nella cantina di casa; egli,
però, non proferì neppure una parola, nonostante fosse sottoposto a supplizi
peggiori della morte. Rimase prigioniero per quasi tre anni prima di subire il
solito processo-farsa e di essere condannato allo squartamento. Ma,
diversamente da padre Campion e da tanti altri, non fu squartato da vivo:
mentre penzolava dalla forca un gruppo di giovani nobili, non cattolici, si
fece largo tra la folla e uno di loro lo tirò per i piedi per affrettargli la
fine. Quando il boia ebbe finito il suo lavoro di accanimento sul corpo ed
elevò la testa spiccata con il tradizionale grido «
Ecco la testa di un traditore!
», non ci fu nessuna ovazione da
parte della folla, come da copione, ma tutto un ammutolito scoprirsi il capo.
Le opere
poetiche di padre Southwell vennero date alle stampe quello stesso anno senza
alcuna obiezione da parte della censura ed ebbero un successo clamoroso.
Evidentemente, dunque, non contenevano nulla di sedizioso. Anche William
Shakespeare, che le aveva già lette in manoscritto, ne fu profondamente
influenzato.
Ex cortigiani: Pounde di Belmont e Philip
Howard
La ricusanza elisabettiana fu un
fenomeno trasversale, non confinato a una classe sociale o a un ordine di vita,
ed ebbe diversi rappresentanti persino a Corte. Ciò fu tanto più stupefacente
quanto più aumentavano le pressioni governative. Alcuni, come il maestro di
cappella reale William Byrd
(il
quale, tra l’altro, coraggiosamente musicò l’inno di padre Walpole in onore di
padre Campion), furono lasciati relativamente in pace; altri dovettero pagare.
Thomas Pounde
di Belmont, nato nel 1539,
era primo
cugino del conte di Southampton. Come il favorito regio Christopher Hatton, si
fece strada a Corte danzando e recitando negli intrattenimenti di palazzo
(detti
masques
). Era un bel giovane e
la regina lo ricoprì di favori, fino ad ammetterlo tra i gentiluomini che le
facevano da guardie del corpo. Ma un giorno, si dice, nel 1573, il bel
cortigiano fece uno scivolone mentre ballava e si prese un calcio e un commento
cattivo da Sua Maestà, il che lo ferì nell’orgoglio e gli rivelò un lato
relativamente nascosto di Elizabeth.
Secondo la tradizione, fu lì che prese la decisione definitiva di
convertirsi.
Si diede
allora all’assistenza dei prigionieri per la fede. Il suo comportamento destò
sospetti; in breve, fu arrestato e gettato in prigione, dapprima per sei mesi,
poi in modo definitivo. Dalla prigionia pregò un amico di scrivere al padre
generale dei gesuiti, Everard Mercurian, implorandolo di ammetterlo nella
Compagnia a distanza e sulla fiducia. Nel frattempo, insieme all’amico George
Gilbert, aveva fondato una società di giovani laici consacrati che, provenienti
da famiglie aristocratiche, rinunciavano a quasi tutti i loro beni per
sovvenzionare la causa cattolica. Dopo tre anni di “prova”, nel 1578, padre
Mercurian lo accettò nella Compagnia come fratello laico. Subì intanto numerosi
interrogatori umilianti; fu fatto sfilare in catene, lui, nobile, per le vie di
Londra. Fu messo alla tortura, ma non deviò di una virgola.
Il passo
successivo di tutta la trafila sarebbe stato la condanna a morte; invece Pounde
fu gettato in un sotterraneo, poi in varie prigioni, poi di nuovo nella Torre.
Come padre Southwell, scrisse diverse poesie dalla prigionia; la più famosa è
una satira contro il martirolgo protestante John Foxe, bersagliato anche da
padre Persons per le bugie contenute nel monumentale
Book of Martyrs.
Pounde rimase prigioniero, in tutto, ventinove
anni. Fu rilasciato sotto Re Giacomo, quando fu rilasciato anche il conte di
Southampton (arrestato da Elizabeth per motivi politici). Morì dieci anni dopo,
nel 1614. C’è chi, tra gli studiosi, vede un riferimento a lui nella località
di Belmont (il mondo cattolico), opposta a Venezia (la Londra protestante),
citata ne
Il mercante di Venezia
shakespeariano.
La famiglia di
Philip Howard, quella dei duchi di Norfolk, imparentata con i Tudor, era stata
la più potente del regno; ma poi, il suo bisnonno era stato gettato nella Torre
da Enrico VIII, suo nonno era stato decapitato per motivi politici, suo padre
idem sotto Elisabetta e le terre di Norfolk erano state espropriate dal
governo. Così al giovane Philip rimaneva soltanto il titolo della madre, che
era contessa di Arundel.
Nato nel 1557,
fu fatto sposare a quattordici anni con la giovane Anne Dacre, che proveniva da
una potente famiglia cattolica. Philip era invece stato allevato nella Chiesa
di Stato, il suo precettore non altri che John Foxe. Dopo l’esecuzione del
padre, legata al “problema” di Mary Stuart, egli visse qualche tempo con la
moglie ma poi, entrato in possesso della proprietà materna e riammesso a Corte,
si lanciò a capofitto in quel mondo dorato e luccicante. Fu molto vicino alla
regina, della quale era cugino di terzo grado. Nel giro di poco tempo, Anne,
virtualmente abbandonata e confinata in vari manieri in campagna, si riconciliò
alla fede. Quando il fatto fu scoperto, la regina aggrottò le ciglia, Philip
cadde in disgrazia e fu gettato nella Torre per un breve periodo. Pur non
pensando ancora di convertirsi a sua volta, era però rimasto traumatizzato dal
processo e dall’esecuzione di padre Campion, nel 1581. Scarcerato, fu rispedito
a casa, dove si riconciliò con Anne.
La cosa non
piacque a sua maestà, che mise Anne agli arresti domiciliari e ordinò a Philip
di cambiare dimora. Sapendo bene cosa rischiava, egli si convertì a sua volta
nel 1584; fu anch’egli rinchiuso in casa propria e allontanato dalla moglie.
Cercò allora di fuggire all’estero, ma fu tradito e arrestato all’imbarco. Fu
picchiato, multato di una cifra astronomica e gettato nella Torre senza
processo. Fu condannato per alto tradimento nel 1588, dopo la sconfitta dell’Armada,
accusato di aver pregato per gli invasori, ma la sentenza non fu eseguita. Nei
suoi dieci anni di prigionia, in cui gli fu spesso offerta la libertà in cambio
dell’abiura, ebbe tempo per meditare, pregare, scrivere. Le lettere di padre
Southwell, ospite di Anne, furono fondamentali nel suo cammino di santità.
Autore di pregevoli preghiere e ballate, resistette, senza mai più rivedere la
sua famiglia, fino alla morte, nel 1595, l’anno in cui fu giustiziato anche
l’amico gesuita.
Padre John Gerard
Chiamato «
Long John of the little beard
» dai suoi amici, era una figura
imponente, alto e atletico; era anche aristocratico e colto. Nato nel 1564, “fuggì”
a Douai a quattordici anni. Sperimentò il suo primo arresto a venti, rientrando
provvisoriamente in patria per riprendersi da una malattia. Ma non era ancora
un pesce grosso e fu rilasciato dietro pagamento di una cauzione; poté così fuggire
di nuovo, questa volta a Roma, per entrare nel noviziato gesuita. Si imbarcò
per la missione inglese, ancor prima dell’ordinazione sacerdotale, in un anno
critico, il 1588; i suoi tre compagni di viaggio sarebbero stati tutti
martirizzati, prima o poi. Si lanciò nella sua opera missionaria con entusiasmo
e con grande successo: nessuno, al vederlo, avrebbe mai creduto che quel
giovane gentiluomo, abilissimo cavallerizzo ed esperto falconiere, fosse in
realtà un gesuita in incognito. Come i suoi compagni ed amici, fu sempre
itinerante presso le grandi famiglie ricusanti; la sua opera evangelizzatrice
fu grandiosa.
Numerose
furono le sue avventure, gli arresti mancati per un soffio, i nascondigli più o
meno improvvisati, le privazioni per sfuggire ai
pursuivants
.
Finché
un giorno, mentre si trovava a Londra, fu identificato, arrestato e rinchiuso
nella prigione di Marshalsea. Non si perdette certo d’animo per questo. Alla
commissione inquisitoria dichiarò che non avrebbe dato alcuna risposta a
domande concernenti altri. Accusato di distogliere la fedeltà dei sudditi dalla
regina al Papa, rispose che la politica non lo riguardava e che i gesuiti erano
sotto stretta proibizione di avere a che fare con faccende di Stato. Fu allora
incarcerato, in attesa che le autorità decidessero che fare di lui. Trascorse
mesi in catene; fu poi trasferito in diverse carceri di diverso rigore dalle
quali riuscì egregiamente a portare avanti la sua opera di apostolato, e non
solo tra carcerieri e compagni di pena. Molti andavano a trovarlo dall’esterno
per confessarsi e ricevere direzione spirituale e, anzi, era diventato comodo
per tutti sapere dove poter trovare padre Gerard senza possibilità di errore,
lui che era sempre in fuga da una parte all’altra del regno.
Nonostante
le condizioni di vita estremamente malsane, nonostante la mancanza di aria e
luce, nonostante il fetore, le pulci, i topi, l’alimentazione scarsa e
scadente, si dichiarò estremamente soddisfatto della sua nuova situazione.
Persino il suo superiore, padre Garnet, scrisse al padre generale della
Compagnia che il lavoro da lui svolto in prigione era tanto fruttuoso da sembrare
quasi incredibile. Anche se sia Gerard, sia Garnet sapevano che non poteva
durare.
Dopo
quasi tre anni di carcere comune, infatti, egli fu trasferito nella Torre, il
terrore di tutti i prigionieri, poiché tutti sapevano cosa avveniva nei suoi
sotterranei. Durante un nuovo interrogatorio, continuando tranquillamente ad
ammettere di voler convertire l’Inghilterra intera, padre Gerard dichiarò che
ciò non equivaleva assolutamente a tradimento: tutti i suoi convertiti erano
fedeli alla regina ed egli avrebbe voluto che anch’ella si convertisse, insieme
a tutto il
Privy Council
e al
parlamento. Poiché rifiutava di far nomi, fu affidato al notorio Richard
Topcliffe, che lo sottopose più volte ai suoi trattamenti di favore. Come per
padre Southwell, però, le torture non gli strapparono nessuna dichiarazione
contro i suoi amici. Fu allora rispedito in cella.
Ora,
nella cella accanto era rinchiuso a un gentiluomo cattolico del Warwickshire,
Francis Arden (quasi certamente imparentato con la famiglia di Shakespeare),
arrestato nove anni prima e ancora in attesa di esecuzione. I due prigionieri
riuscivano a comunicare in tutta tranquillità, probabilmente corrompendo i
corruttibili guardiani. La moglie di Arden riusciva di tanto in tanto, pagando
chissà quale cifra, a far loro pervenire del pane e del vino con i quali egli
celebrava Messa. Dalla Torre padre Gerard riusciva anche a corrispondere con
padre Garnet. Con lui egli concordò un piano di fuga, non senza prima avergli
chiesto se valesse la pena di tentare: qualora ciò avesse potuto essere
controproducente per la causa cattolica, sarebbe rimasto tranquillo lì dove si
trovava ad attendere l’esecuzione. Garnet lo incoraggiò a tentare purché
facesse molta attenzione e, soprattutto, non mettesse altre vite a repentaglio.
Per farla breve, il 4 ottobre 1597, trentatreesimo compleanno di “Long John”,
due eroici fratelli laici gesuiti si accostarono alla Torre in barca e
lanciarono una fune ai due prigionieri. John Gerard e Francis Arden furono così
tra i pochissimi che riuscirono a fuggire dalla famigerata Torre di Londra. Il
loro carceriere, che in breve tempo si convertì anch’egli, li seguì il mattino
dopo.
Padre
Gerard continuò indisturbato la sua pericolosa quanto fruttuosa attività
missionaria fin oltre la fine del regno di Elizabeth. Infine, in occasione
della congiura delle polveri, fu costretto alla fuga. Morì settantatreenne
mentre era direttore spirituale di quel seminario inglese di Roma in cui aveva
studiato da giovane. Ci rimane la sua splendida autobiografia, che racconta
tutte le avventure, tutti i rischi, a cui un missionario elisabettiano andava
incontro. Altro che terre selvagge ai confini del mondo.
Due Margherite (e John Roche)
Ormai, dal 1585, era alto
tradimento ospitare un sacerdote cattolico e nasconderlo alle autorità. Di tale
reato si macchiarono in molti, a quei tempi.
Margaret
Clitherowe, la “Perla di York”, moglie di un macellaio, aveva tra i trenta e i
trentatrè anni; si era convertita intorno ai diciotto ed era stata in prigione
più di una volta. Rilasciata dietro pagamento di multe salate da parte del suo
facoltoso (e protestante) marito, continuò imperterrita, sebbene nel modo più
discreto possibile, la sua fervida attività di apostolato e assistenza. Fino a
che, nel 1586, non rimase vittima della legge appena varata. Fu dunque
arrestata nuovamente, non perché fosse stata colta sul fatto, ma perché fu
trovato del materiale “incriminante” in casa sua e perché uno dei ragazzini che
ospitava come apprendista era stato costretto a testimoniare contro di lei. Uno
dei suoi ospiti, padre Francis Ingleby, fu scovato poco dopo e squartato in
quanto sacerdote. Lei, invece, fu condannata a morte per… spappolamento, poiché
questo prevedeva la legge nel caso in cui l’imputato non accettasse il processo
e rifiutasse di dichiararsi colpevole o innocente.
Lo
fece per diverse ragioni. Uno: gli unici testimoni del suo “misfatto” erano i
suoi giovani figli e altri ragazzini, garzoni o simili, che vivevano in casa
sua, sui quali si sarebbero accaniti i suoi persecutori fino a che non avessero
dichiarato quanto si esigeva da loro. Due: voleva evitare che una giuria che la
riteneva innocente fosse invece costretta a dichiararla colpevole, con tutti i
sensi di colpa che ne sarebbero derivati. In casi simili, infatti, i giurati
erano solitamente amici e parenti dell’imputato, che dovevano così dare prova
della propria fedeltà alla regina condannando i loro cari (e macchiandosi di
peccato mortale). Tre: un eventuale processo avrebbe portato alla luce i
rapporti che ella aveva con gli altri ricusanti della città, facendo emergere
il fatto, ad esempio, che la stanza che ella aveva adibito a cappella segreta
era stata presa in affitto dai vicini; il che non avrebbe potuto non nuocere a
quei vicini e ad altri amici che organizzavano Messe clandestine.
Era
il 25 marzo 1586, festa dell’Annunciazione e primo giorno del nuovo anno.
Margaret, che, tra l’altro, in quel momento non era certa di non essere
gravida, fu spogliata, fatta sdraiare sopra una pietra appuntita e ancorata al
suolo in posizione simile a un crocifisso. Le fu appoggiata sopra una porta di
legno, sulla quale fu caricato un enorme peso di pietre e terra. Grazie
all’intercessione di una gentildonna (protestante) di York, l’agonia durò “soltanto”
una quindicina di minuti, invece dei tre giorni stabiliti dalla legge, prima
del cedimento della cassa toracica. Il suo corpo fu lasciato in quella
posizione per sei ore, dopodichè fu sepolto sotto un mucchio di letame. Sei
settimane dopo i suoi amici lo riesumarono segretamente e gli diedero degna
sepoltura. Meg Clitherowe fu la prima donna martire a noi nota del regime
elisabettiano. La sua casa, nel centro storico di York, nel vecchio quartiere
dei macellai chiamato a ragione
The
Shambles,
è oggi meta di pellegrinaggio.
Margaret
Ward fu invece una delle 33 vittime delle ritorsioni post-Armada, nel 1588. La
sua storia ci è nota perché tramandataci da padre Southwell (che avrebbe subito
il martirio sette anni dopo). Donna di buona famiglia, visse per qualche tempo
nel rispettabile quartiere londinese di Whitehall, probabilmente come dama di
compagnia. Le sue connessioni altolocate le permettevano di far visita ai
prigionieri di Bridewell. Dapprima, come tutti i visitatori, fu perquisita ogni
volta; poi, forse anche grazie a qualche mancia, i carcerieri chiusero un
occhio ed ella contrabbandò una fune che portò a un sacerdote, padre William
Watson; insieme concordarono un piano di fuga. Il giorno dell’evasione,
Margaret era d’accordo con un barcaiolo che avrebbe atteso nei pressi.
Purtroppo, però, durante la fuga padre Watson cadde e si ruppe un braccio e una
gamba, il che non gli permise di recuperare la fune; conseguentemente, il
barcaiolo si rifiutò di trasportarlo. Meg Ward si rivolse allora al giovane
irlandese John Roche
(forse
servitore di lei),
che non solo
acconsentì al trasporto, ma scambiò anche i propri abiti con quelli del
sacerdote. Padre Watson riuscì a fuggire; John Roche fu arrestato e condannato
allo squartamento.
Anche
Meg Ward fu immediatamente arrestata, perché era stata l’unica visitatrice di
Watson, e torturata affinché rivelasse il nascondiglio del sacerdote, cosa che
non fece. Fu frustata e lasciata appesa per i polsi tanto a lungo da rimanere
storpia per via delle ossa dislocate; fu poi condannata a morire a Tyburn, pena
insolita una donna. Naturalmente, come a quasi tutti gli altri, le fu offerto
di avere salva la vita in cambio della presenza formale al servizio religioso
di Stato. La morte di Meg Ward impressionò persino la regina, che in seguito
perdonò altre due donne, condannate per delitti affini, che avevano affrontato
il processo per tradimento con grande coraggio.
John
Roche e Meg Ward sono ricordati nella piccola, antica chiesa londinese di Santa
Ethelreda, dove le loro effigi sono tra le otto statue di martiri ai lati della
navata (tra cui anche i due martiri enriciani John Forrest e John Hoghton).
Padre
Watson, purtroppo, per il quale Meg Ward aveva dato la vita, non resse nel
fervore e divenne uno dei capi della fazione cattolica degli “appellanti”, che
si affermò verso la fine degli anni Novanta e rimase influente sotto James
Stuart. Erano questi sacerdoti diocesani, ferocemente antigesuiti, che volevano
scendere a compromessi con il governo accettando, di fatto, la supremazia regia
e il servizio religioso di Stato in cambio di una fantomatica tolleranza che
non venne mai. Molti anni dopo l’evasione, Watson fu coinvolto in una assurda
congiura contro il re e, denunciato da padre Garnet, fu condannato per alto
tradimento.
Nicholas Owen e padre Henry Garnet e la “Congiura delle Polveri
”
I due gesuiti erano quasi
inseparabili. L’uno, come si è detto, fu sacerdote e superiore della missione
inglese per vent’anni, dal 1586 alla morte sul patibolo. L’altro, umilissimo
fratello laico, suo servitore personale, lo aiutò a nascondersi per tutto il
tempo e cercò infine di salvarlo a costo della vita.
Nicholas Owen
era nato a Oxford intorno al 1564 da
umile famiglia cattolica; diversi dei suoi fratelli, come lui, scelsero qualche
forma di vita consacrata. Piccolo e storpio, falegname di professione, poco più
che ventenne offrì i suoi servigi a padre Garnet, proprio nel momento in cui i
gesuiti si erano resi conto che per continuare la missione era indispensabile
perfezionare i piani di sbarco, accoglienza, mimetizzazione. Divenne in breve
il miglior artefice in assoluto dei nascondigli speciali per sacerdoti, i
miracolosi
priest holes,
molti dei
quali restano a noi ignoti a tutt’oggi, che salvarono la vita a tanti
missionari. Essi si resero necessari soprattutto a partire dall’inasprimento
delle leggi del 1585, quello che travolse Meg Clitherowe e tanti altri. Più che
di “buchi”, o tane, si trattava di anfratti e passaggi segreti perfettamente
integrati nell’architettura delle grandi case manoriali dei ricusanti,
mimetizzati tra mobili, scalinate, rivestimenti murari. Il coraggioso Owen, presto
ribattezzato dagli amici “Little John” perché di giorno era spesso in compagnia
di “Long John” Gerard, lavorava soprattutto di notte, nel modo più silenzioso
possibile, in modo che neppure la servitù potesse notare i cambiamenti
introdotti.
Già
imprigionato diverse volte, fu di nuovo arrestato insieme a padre Gerard nel
1594, mentre i due intraprendevano la rievangelizzazione del Norfolk. Fu
sottoposto a tortura nonostante la proibizione legale di torturare gli storpi.
Per sua fortuna, il governo non sapeva ancora che era lui il misterioso artefice
dei nascondigli e lo torturò “soltanto” per estorcergli informazioni generiche
e perché rivelasse il nascondiglio di padre Garnet. Non parlò e fu rilasciato
grazie all’intervento di un cattolico abbiente; continuò indisturbato il suo
lavoro per parecchi anni, ben oltre la fine del regime elisabettiano.
Finché, nel
novembre del 1605, non scoppiò la bomba (ma solo in senso metaforico) della
Congiura delle Polveri. Nella caccia all’uomo senza precedenti che seguì,
giacché Robert Cecil voleva assolutamente coinvolgere i gesuiti nella “congiura”,
la perquisizione giunse a Hindlip, la dimora che Owen aveva dotato di più di
dieci nascondigli e in cui si era rifugiato insieme a padre Garnet e altri
sacerdoti. I ricercati si divisero e attesero. Owen e Ralph Ashley, un altro
fratello laico, rimasero presto senza cibo e, dopo tre giorni di nascondimento,
mentre ancora infuriava la perquisizione, dovettero uscire allo scoperto;
tentarono di offrirsi in pasto ai
pursuivants
sperando di porre così fine alla caccia, risparmiando i sacerdoti nascosti
negli altri “buchi”. Non funzionò: la ricerca continuò per altri quattro giorni
fino a che non furono tutti trovati e identificati.
Ormai il
governo conosceva il ruolo fondamentale di Nicholas Owen nella rete missionaria
sotterranea: se avesse parlato, essa non avrebbe più avuto segreti per i
servizi governativi e quasi tutti i sacerdoti cattolici presenti su suolo
inglese sarebbero stati arrestati, insieme alle famiglie che li ospitavano. La
sua tortura fu dunque particolarmente accurata e feroce. Tanto feroce,
rifiutandosi egli di parlare, da ucciderlo, il 2 marzo del 1606. Per errore,
certo, perché avrebbero voluto che parlasse, non che morisse. In ogni modo, per
infangare il suo nome, diffusero la falsa notizia che si fosse tolto la vita
nel timore di un’altra sessione di tortura. “Little John” non si era lasciato
sfuggire nulla: non un nome, non un indizio.
Henry Garnet
veniva da una famiglia gentilizia, che si distingueva da diverse generazioni
quanto a erudizione. Nacque tra il 1553 e il 1555 nel Derbyshire e crebbe a Nottingham,
dove suo padre, un “papista di chiesa”, era il direttore della
Grammar School.
I ragazzi furono
segretamente cresciuti nella fede cattolica: più tardi, le tre figlie fuggirono
in Europa per entrare in convento. Il giovane Henry avrebbe dovuto andare a
studiare a Oxford; la cosa non s’ebbe a fare, però, quando suo fratello
maggiore ne fu espulso per aver praticato segretamente il suo cattolicesimo e
per aver tenuto in camera una statua della Vergine. Henry dovette dunque
cercarsi un mestiere e divenne apprendista del famoso stampatore Richard
Tottel, a Londra. La conoscenza dell’arte tipografica gli tornò poi
estremamente utile.
Dopo tre anni
di apprendistato decise, insieme a un amico, di fuggire all’estero per entrare
nella Compagnia di Gesù. Andarono in nave in Portogallo, poi a piedi a Santiago
de Compostela e infine a Roma, al Collegio di Sant’Andrea, per il noviziato.
Due anni dopo, nel 1577, fu ammesso nella Società e si trasferì al collegio di
Sant’Ignazio, dove poté fruire dell’insegnamento di luminari dello stampo di
Bellarmino, Suarez, Clavio. Divenne in breve docente di filosofia, matematica,
ebraico.
Dopo undici
anni di vita accademica si offrì di partecipare alla missione inglese; lasciò
dunque Roma nel 1586 insieme a padre Southwell. Giunti in Patria, i due
missionari si ricongiunsero all’unico gesuita rimastovi, un grande amico di
Garnet, padre William Weston, il quale rimase a piede libero, dopo il loro
arrivo, solo per pochi mesi. Al che padre Garnet fu nominato superiore della
missione e, di conseguenza, divenne il bersaglio numero uno del governo di
William Cecil. Passò ben vent’anni in Patria, nel nascondimento, sotto diversi
alias, protetto dalla solita rete di amici, veri e falsi, a volte salvandosi
per un soffio. Grazie a lui la rete missionaria cattolica vide di nuovo una
tipografia clandestina, che diffuse, tra l’altro, l’opera apologetica di padre
Southwell. Le sue maggiori protettrici furono le sorelle Vaux, la cui famiglia,
tanto per cambiare, era stata mandata in rovina dalle leggi di ricusanza.
Gli anni
Novanta videro una ulteriore recrudescenza delle leggi anticattoliche e della
persecuzione; tra i tanti, il martirio di padre Walpole e di padre Southwell.
Nel 1597 un giovane sacerdote, Christopher Robinson, fu giustiziato
barbaramente, tra atroci sofferenze, a Carlisle, nel Nord; poco dopo accadde lo
stesso a York per un altro sacerdote e tre laici. Padre Gerard, come si è
detto, era invece riuscito a evadere dalla Torre dopo tre anni di
prigionia.
Poi, nel 1603, la regina morì e re Giacomo di
Scozia, che venne a Londra a prendersi il trono offertogli da Robert Cecil su
un piatto d’argento, ostentò tolleranza per tutti, persino per i cattolici;
fino a che non si accorse che, senza persecuzione, i papisti aumentavano in
modo esponenziale persino a Corte. Stipulata frattanto, l’anno seguente, una
pace definitiva con la Spagna, e tolto a quel Paese il motivo principale per
sentirsi incline a proteggere i cattolici inglesi, tornò a inasprire leggi e
persecuzioni. Finché, come dice la vulgata, un gruppo di giovani gentiluomini
cattolici, stufi di essere defraudati di beni e di diritti, ricorsero a un
piano folle e disperato per liberarsi del re e di tutto il parlamento. La
versione ufficiosa, ben più plausibile, è che Cecil avesse intuito che ci
voleva un colpo grosso per sradicare l’antica fede dal cuore degli inglesi.
Fatto sta che, come tutti sanno, Guy Fawkes fu colto con “le mani nel sacco”
proprio nel momento in cui “stava per accendere la miccia”. Mai fu congiura
esposta e raccontata con maggiore dovizia di particolari; mai fu una simile
sovrabbondanza di dettagli meno convincente e più contraddittoria. Dopo che,
come al solito, i congiurati furono portati a dichiarare tutto quanto gli
inquisitori volevano sentire, furono messi a morte. In fretta e furia, perché
nel frattempo gli agenti governativi erano riusciti a mettere le mani su padre
Garnet e sui suoi compagni; e nessun congiurato doveva testimoniare che i
gesuiti non c’entravano.
In realtà
padre Garnet era venuto a sapere che Robert Catesby, l’artefice della congiura
(forse al soldo di Cecil stesso) stava organizzando qualcosa di tremendo, ma lo
aveva pregato di desistere, di qualunque cosa si trattasse, per il bene
dell’intera causa cattolica in Inghilterra. Questo suo sapere fu, ovviamente,
usato contro di lui e il superiore della missione fu trasformato dagli “inquirenti”
governativi nella mente stessa del complotto. Mentre padre Garnet veniva
interrogato, e forse torturato affinché ammettesse di essere a parte della
congiura, “Little John” veniva fatto a pezzi dai carnefici.
Il superiore
dei gesuiti inglesi fu giustiziato il 3 maggio 1606; come per padre Southwell,
però, la folla non permise che fosse squartato vivo ma gli assicurò una morte
rapida tirandolo per i piedi. Nonostante il governo avesse fatto tutto quanto
era in suo potere per infangarne la reputazione e, pare, avesse persino
costretto il più grande drammaturgo di tutti i tempi a fare lo stesso (nel
famoso atto secondo del
Macbeth
), la
gente non si era lasciata ingannare. Quel medesimo giorno padre John Gerard,
ormai il ricercato numero uno, riuscì a imbarcarsi sotto mentite spoglie sulla
nave che lo avrebbe portato lontano per sempre.
Subito dopo
l’esecuzione di padre Garnet si sparse la voce di eventi miracolosi: la testa
impalata non si era annerita, come capitava di solito, in seguito al
trattamento di bollitura. Dopo sei settimane, poiché numerosi gruppi di
passanti si fermavano a contemplare quel volto bianco e a pregare, il governo
decretò che fosse girata a faccia in su. Ma non riuscì a controllare l’altro
miracolo, quello della “paglia di Garnet”: una brattea di mais su cui, si dice,
durante l’esecuzione erano schizzate gocce di sangue che avevano disegnato
esattamente il volto del martire. La preziosa reliquia fu gelosamente
custodita, in una piccola teca di cristallo, dapprima presso l’ambasciata
spagnola di Londra e poi presso i padri gesuiti di Lièges; in seguito se ne
perdettero le tracce nel crogiolo della Rivoluzione Francese (l’ultima menzione
risale al 1797).
La versione
governativa della storia fu data alle stampe insieme a molti altri opuscoli
pieni di particolari tanto dettagliati quanto poco credibili. Sopravvive, tra
gli altri documenti, una copia del processo a padre Garnet e ai suoi “complici”
in edizione di lusso rilegato in pelle umana, quella del condannato; artefice
del pregiato libro non altri che lo stampatore reale, Robert Barker. Pare che
simili procedimenti fossero consuetudine, sebbene negli anni a seguire si
cercasse di non farne troppa pubblicità. Il volumetto fece parlare di sé piuttosto
di recente, quando, il 2 dicembre 2007, fu messa all’asta a Doncaster e venduta
per 5.400 sterline.
Mentre
Nicholas “Little John” Owen fu canonizzato dalla Chiesa Cattolica, lo stesso
non è avvenuto per padre Henry Garnet; perché, tecnicamente, la sua condanna
ebbe luogo “soltanto” per motivi politici e, si dice, la sua posizione riguardo
il complotto non potrà mai essere chiarita definitivamente. Neanche se, dopo la
sua esecuzione, diversi furono i miracoli e le grazie a lui attribuiti (non
ultimo la fuga di padre Gerard). Tanto è riuscito a fare il regime ceciliano.