Elizabeth Tudor (1533-1603,
Regina dal 1558) era figlia della seconda moglie di Enrico VIII, quell’Anna
Bolena mandata al patibolo dopo neppure tre anni di regno. Quel matrimonio, già
inesistente per la Chiesa Cattolica, era stato (ovviamente) annullato anche da
quella anglicana e l’illegittimità della principessina era stata universalmente
riconosciuta. In conseguenza, alla morte del padre ella vide salire al trono
prima il fratellastro bambino, Edoardo VI, e poi la sorellastra più anziana,
Mary Tudor, figlia di Caterina d’Aragona, anch’essa dichiarata illegittima da
Enrico VIII.
Dopo la
parentesi calvinista di Edoardo, Mary aveva riportato l’Inghilterra al
cattolicesimo, per la gioia del popolo, rimasto fedele a Roma in larghissima
maggioranza. Sapendo che molto difficilmente la sorella avrebbe avuto figli, la
giovane Elizabeth organizzò una piccola corte a casa propria e cominciò a
prepararsi a un eventuale gran momento. Quando, nel novembre del 1558, le
annunciarono la morte della regina Mary, al suo fianco c’era già l’uomo che
l’avrebbe aiutata a governare, e che l’avrebbe mantenuta sul trono, per tutti
quegli anni: William Cecil.
Mentre nel
regno di Mary Tudor il matrimonio di Enrico VIII e Caterina d’Aragona era stato
riconosciuto come «buono e valido», legittimando così totalmente la sovrana
regnante, nulla di simile accadde mai per quello con Anna Bolena, né Elisabetta
tentò mai di legittimarlo. Esso rimase nullo, per motivi diversi, sia per i
protestanti che per i cattolici; il che, oltre a creare una situazione poco
chiara, gettò il seme per enormi problemi a venire.
Quando
Elizabeth divenne regina, non era la prima volta che il testamento di Enrico
VIII veniva messo in discussione. Questa volta, chi lo contestava sosteneva che
in realtà la Regina di Scozia, Mary Stuart, avesse le carte più in regola,
oltre a un sangue reale più puro, per accedere al trono inglese. Ciò che si
profilava all’orizzonte, la futura unione di Scozia e Inghilterra sotto gli
Stuart, dovette però attendere una cinquantina d’anni; dopodiché si verificò,
nonostante il testamento di Enrico che escludeva dal trono tutti gli “stranieri”.
Il
protestantesimo di Elizabeth, necessariamente occultato nel regno della
sorella, non era in realtà un segreto per nessuno: infatti era a lei che
avevano fatto appello le varie trame per spodestare la regina papista (ma Mary Tudor
non aveva voluto giustiziarla). Ora, com’è logico, i protestanti si strinsero
intorno a lei mentre i cattolici cominciarono invece a sperare nella cattolica Regina
di Scozia; la quale, di fatto, allora sedicenne, si trovava in Francia, sposa
del Delfino, e ben difficilmente avrebbe ottenuto quel trono che suo suocero, Re
Enrico II di Valois, ora rivendicò in suo nome. Elizabeth, invece, ben presente
sulla scena insieme ai suoi astuti collaboratori, fu subito proclamata regina:
il che implicava che chi avesse dichiarato diversamente si sarebbe macchiato di
alto tradimento.
Innanzitutto
la giovane sovrana cambiò ancora una volta l’assetto religioso, nonostante
avesse giurato di non farlo alla sorella morente. Dovette però essere molto
cauta, per non rischiare ribellioni o attacchi stranieri. Anche in questo fu
assistita, come sempre, da Cecil, l’anticattolico per eccellenza. Egli le mostrò
tutti i vantaggi politici di una scelta protestante. L’importante era procedere
per piccoli passi (che diedero l’impressione di “tolleranza”, un concetto
allora inesistente per qualsiasi sistema di governo).
Il cambio di
bandiera inglese, con il suo “compromesso elisabettiano”, si rivelò presto di
un’importanza fondamentale per l’assetto politico e religioso di tutta Europa.
Perché se, da un lato, l’Inghilterra continuò al flirtare con la Spagna e a
prospettare un eventuale futuro rientro nell’ovile di Roma (scampando, per ora,
la scomunica), dall’altro finanziò tutti i ribelli protestanti d’Europa
incoraggiandoli a spodestare i rispettivi sovrani cattolici: gli ugonotti
francesi, i presbiteriani scozzesi, i calvinisti olandesi. Alla parsimoniosa
Elizabeth la guerriglia piaceva molto più della guerra aperta. Tutto ciò, a
lungo andare, non poteva non portare alla guerra. Che scoppiò, con la Spagna,
molti anni dopo, nel 1585, proprio perché gli inglesi continuavano a
interferire nelle Fiandre.
Il nuovo assetto
Così, nel 1559, fu la volta del
nuovo Atto di Supremazia, con cui la sovrana si fregiava del titolo di “governatore
supremo” della Chiesa anglicana. Non “capo supremo”, come suo padre, anche
perché era una donna, ma soprattutto perché il nuovo termine era più ambiguo e
poteva prestarsi a interpretazioni meno estreme. La sostanza, naturalmente, non
cambiava di una virgola.
Con il nuovo “Atto
di Uniformità” il governo imponeva a tutto il regno il libro della preghiera
comune e gli articoli di fede edoardiani, opportunamente ridotti da 42 a 39: gli
spigoli antipapali più aguzzi erano stati smussati, per non soffiare sul fuoco
dell’indignazione europea che, chissà, una volta infiammata avrebbe anche
potuto organizzare una crociata contro gli inglesi.
Né la nuova
Chiesa procedette ulteriormente sul sentiero calvinista. Al contrario, bloccò
le riforme e preservò diverse delle caratteristiche esteriori cosiddette “cattoliche”
che fecero inorridire i calvinisti puri: rimasero i paramenti sacri, l’incenso,
la musica, la gerarchia episcopale ed ecclesiale.
Come sotto
Edoardo, ciò non fu certo un omaggio al cattolicesimo ma ebbe invece due
obiettivi principali. Uno, gettare fumo negli occhi della gente, in patria e
all’estero: non per nulla la Chiesa anglicana definiva se stessa (e ancora si
definisce) come un ramo riformato di quella cattolica. Due, e questo valse soprattutto
per la gerarchia ecclesiale, poter sorvegliare i sudditi in modo capillare.
Molto meglio che sotto Edoardo.
La regina
impartiva ordini agli arcivescovi e ai vescovi, i quali poi ne esigevano
l’applicazione in tutte le parrocchie del regno: in questo modo tutti i pulpiti
del Paese divennero luoghi di propaganda politica e di controllo governativo. Stato
= Chiesa, Chiesa =Stato: non c’era scampo.
Le
Omelie
ufficiali del regime, in edizione
riveduta, corretta e ampliata, andavano lette ad alta voce a intervalli
regolari. Tra i titoli, quella (edoardiana) «sull’ordine e sull’obbedienza» al
sovrano e quella (del 1569) «contro la disobbedienza e la ribellione».
Un’ondata di opere catechetiche, anch’esse rivedute e corrette a partire dal
catechismo per bambini, insegnava in primo luogo che l’obbedienza ai sovrani era
scritta nella Bibbia. Persino i principali precetti evangelici, come quello di
amare il prossimo, furono forzati dentro tale ristretta interpretazione
Degli altri
contenuti della fede non importava poi molto al nuovo governatore della Chiesa,
che, notoriamente, durante i sermoni si annoiava e spesso si occupava di
tutt’altro. Che i sudditi le demandassero la salvezza della propria anima e la
seguissero in tutta fiducia: avrebbe saputo lei dove condurli. La parola
d’ordine era: “sottomissione”.
Per questo la
Chiesa anglicana è un ibrido, una chimera: perché fu costruita artificialmente,
non tanto in base a una fede ma in base alle esigenze politiche del momento.
Protestante, ma non troppo; “cattolica” solo per finzione e imitazione. Non
fece mai realmente presa sul popolo; nemmeno nel bel mezzo della rinascita
vittoriana.
I protestanti
veri, quelli duri e puri (puritani), rifiutarono di piegare il capo e di
contaminarsi mettendo piede nelle chiese di Stato, in cui vedevano il regno di
un anticristo quasi equivalente a quello papista. Rifiutarono tanto l’anglicana
supremazia regia quanto i pochi elementi esteriori somiglianti al
cattolicesimo. Furono perseguitati, ma meno duramente dei cattolici; perché,
sempre più divisi, non sembravano costituire una minaccia seria per il governo
e per la monarchia. Se ne sarebbero accorti, i governanti, dopo il 1640, quando
i puritani repubblicani avrebbero reciso sia l’anglicanesimo, sia il sovrano
che ne era a capo.
Ma il popolo
inglese era rimasto in maggioranza cattolico. Tre erano, grossomodo, le
possibili reazioni a una religione di Stato calata dall’alto senza possibilità
di appello.
Uno: piegare
il capo senza soverchie domande. Se quello veniva comandato dai capi secolari e
spirituali insieme, quello si doveva fare. Nessuno era particolarmente convinto
di affidare alla regina la salvezza della propria anima; nemmeno i protestanti,
naturalmente, da sempre accaniti sostenitori della libertà di coscienza, più o
meno guidata. Ma certo c’era da fidarsi dei dotti prelati, laureati di Oxford e
Cambridge, che da Londra a Canterbury, da York a Norwich, predicavano dal
pulpito che così dovesse essere.
Due: piegare
il capo a denti stretti ben sapendo che la nuova religione non era quella
istituita da Gesù Cristo. Essendo il nuovo servizio un servizio protestante,
molti protestanti non allineati non ebbero problemi a frequentarlo, magari
criticando sottovoce l’abito del celebrante o l’uso dell’incenso. Per i
cattolici, l’opzione era quella di fare presenza formale alle funzioni
domenicali, per non pagare le salate multe, cercando di non ascoltare e,
magari, recitando a memoria le antiche preghiere in latino. Coloro che
operarono questa seconda scelta furono etichettati come papisti di chiesa,
church papists.
Molti di loro, di
nascosto, continuavano anche a partecipare a Messe clandestine celebrate da
sacerdoti mariani in incognito.
Tre: rifiutare
il compromesso con l’eresia. Rifiutare che i propri figli fossero educati
secondo i nuovi dettami. Rifiutarsi, dunque, di comparire nella chiesa
parrocchiale. Dal latino per «rifiuto»,
recuso,
un nuovo termine per un nuovo delitto: «ricusante» (
recusant,
pron
. rèkjusant)
.
Ci volevano tanta forza e tanto coraggio per essere ricusante. E anche tanti
soldi. Sempre di più ce ne volevano, mano a mano che si saliva nella scala
sociale e sempre più con il passare del tempo.
A partire
dagli anni Settanta-Ottanta, visto che il fenomeno della ricusanza si estendeva
invece di scomparire, la persecuzione si fece sempre più dura e le multe
lievitarono fino a rendere necessaria l’espropriazione dei beni e a mandare in
rovina anche i più ricchi e potenti. Il martirio cominciò a non sembrare
improbabile, né lontano.
Il triumvirato
Diversi furono
i favoriti regi: i più universalmente noti, Christopher Hatton, Walter Ralegh,
Robert Devereux conte di Essex. Ma gli uomini in assoluto più importanti a
fianco di Elizabeth furono tre (uno di essi poi sostituito dal figlio) e
soltanto uno fu un cortigiano e un “favorito”. Tutti protestanti, l’uno più
convinto dell’altro e il più convinto ai limiti del fanatismo.
Il primo, William
Cecil
(1520-1598), fu forse l’uomo
più intelligente dell’epoca e, come dicemmo, l’artefice essenziale dell’ascesa
al potere di Elizabeth. La regina gli fu tanto grata da affidargli cariche
sempre più importanti e remunerative e persino da elevarlo alla nobiltà con il
titolo di Lord Burghley, lui, il nipote di un oste. Lavoratore metodico e
instancabile, fu, fino alla morte, il principale responsabile della politica
elisabettiana. Il momento estremo, nel 1598, non lo colse certo impreparato: da
anni infatti si era affiancato il figlio Robert Cecil
(1563-1612), intelligente quanto lui e forse anche più
spregiudicato, che prosperò soprattutto nel regno seguente. I due Cecil
divennero ricchissimi, oltre che molto potenti, e fondarono una specie di
dinastia.
Erano entrambi
innanzitutto anticattolici e dedicarono la vita allo smantellamento del papismo
inglese, necessario alla sopravvivenza al potere della loro famiglia.
Appartenevano a un ramo estremo del pensiero calvinista, che aveva
completamente reciso il legame tra vita buona e salvezza eterna. Mentre,
infatti, per i puritani “ordinari” gli eletti dovevano necessariamente essere
contraddistinti da una vita virtuosa, segno della predilezione di Dio, per i
calvinisti estremi l’uomo non aveva la facoltà, esclusivamente divina, di
distinguere il bene dal male e perciò una vita “virtuosa” semplicemente non
esisteva, né come causa, né come effetto della salvezza: come dire che Dio
decideva indipendentemente dalle azioni umane. Come dire che anche il peggiore
dei delitti poteva in realtà essere un bene agli occhi di Dio, soprattutto se
commesso da un eletto e per il bene della vera fede contro il regno
dell’anticristo. Coerentemente, i Cecil non si fermarono davanti a nulla.
Il secondo, Robert
Dudley
(1532-1588), era il figlio di
quel duca di Northumberland che aveva cercato di soffiare il trono a Mary Tudor
regalandolo a Lady Jane. Di lui, probabilmente, la giovane Elizabeth era
innamorata. Non lo sposò per via di diversi impedimenti. Il primo era che ella
sentiva come disdicevole e umiliante il fatto di sposare un suddito: ciò, tra
l’altro, avrebbe scatenato invidie di palazzo e fazioni di corte. Il secondo,
forse determinante, era che quando Elizabeth si aggiudicò il trono egli era già
sposato. Poco male: la moglie non viveva con lui e si diceva fosse gravemente
malata. Sarebbe stata solo una questione di tempo. Le cose si complicarono
orrendamente, però, quando ella morì all’improvviso cadendo dalle scale.
Incidente, suicidio o omicidio? Se suicidio, perché? Per lasciare via libera ai
due? Se omicidio, chi avrebbe avuto interesse a eliminare una moglie scomoda in
modo drastico? Lui? Lei? Oppure qualcuno che voleva rendere impossibile,
attraverso uno scandalo inaudito, il matrimonio regio? Certo quella morte
improvvisa e poco chiara bastò, al momento ad impedire le nozze: c’è che dice
che Cecil non fosse estraneo alla faccenda, dal momento che una morte naturale,
e un eventuale matrimonio, lo avrebbero escluso dal potere. Quando, poi, fu
passata abbastanza acqua sotto i ponti da far dimenticare la brutta faccenda,
Elizabeth si era ormai fatta troppo scaltra per voler condividere il trono con
chicchessia; non è da escludere, inoltre, che sapesse di non poter avere figli.
Dagli anni Ottanta, dunque, forgiò il mito della “Regina Vergine”, sposata al
suo popolo.
Dudley non
perdette comunque l’influsso che aveva sulla sovrana e anzi fu nominato conte
di Leicester. Capeggiò una potente fazione politica e fu grande mecenate,
soprattutto (ovviamente) di letterati che esaltassero il protestantesimo e il
sistema elisabettiano. Più avanti, allo scoppio della guerra aperta con la
Spagna, fu il luogotenente regio nelle Fiandre, dove si distinse per scarsa
abilità strategica. Fu il nobile più influente dell’età elisabettiana e rimase
al fianco di Elizabeth, tra alti e bassi, fino alla morte, che fu per lei un
colpo terribile.
Il terzo, Francis
Walsingham (1532?-1590), era un uomo di estrazione più umile ma assolutamente
geniale. Non per nulla Cecil-Burghley lo mise a capo dei servizi segreti che
aveva cominciato a organizzare intorno al 1570. Da giovane visse per qualche
anno in Europa da esule mariano; studiò, tra l’altro, a Padova e imparò
l’italiano. Calvinista convinto, era certo, come Cecil e suo figlio, che agli
eletti da Dio tutto fosse lecito. Odiò con tutte le sue forze il cattolicesimo
e i missionari inglesi inviati da Roma, dell’arresto e della tortura dei quali
si occupò anche personalmente. Dei suoi prodigiosi agenti segreti, che nulla
poteva fermare, diremo tra breve. Avrebbe voluto stabilire una specie di patto
anticattolico internazionale, alleandosi con i turchi, se necessario; quei
turchi sconfitti a Lepanto nel 1571, quando la regina aveva mandato messaggi
congratulatori ai cattolici vincitori (ma non aveva inviato neppure una nave).
Quando Burghley divenne gran tesoriere, Walsingham gli subentrò come segretario
di Stato e detenne quella carica fino alla morte. Giocò carte false dall’inizio
alla fine, specialmente per assicurarsi l’eliminazione della minaccia numero
uno della causa protestante: la regina scozzese.
Per la tragica
vicenda di Mary Stuart si veda l’apposita voce.
L’anno dopo la
sua esecuzione, come tutti sanno, la Spagna attaccò con la grande
Armada
che fu fatta a pezzi dagli
esperti comandanti elisabettiani, Francis Drake in testa a tutti; erano costoro
per lo più ex pirati, autorizzati a saccheggiare i galeoni mercantili spagnoli
tramite una “patente di corsa” regia, il che li aveva trasformati in corsari, o
privateers
.
Dopo la
sconfitta dell’
Armada
le persecuzioni
contro i cattolici si inasprirono ancora. Il reato di ricusanza fu punito con
pene sempre più severe; il sangue dei martiri, religiosi e laici, prese a
scorrere sempre più copioso.
La resistenza
cattolica nell’Inghilterra elisabettiana merita un capitolo a sé, e si veda a
riguardo la relativa voce. Essa fu uno dei fatti più eroici della storia, ma
sui manuali, scolastici e non, non se ne trova traccia; su quegli stessi
manuali che esaltano la “tolleranza” di Elizabeth e il suo “governo
illuminato”.