Una
delle parole oggi più usate è quella di “laicità”; ormai quasi tutti si
professano “laici”, per convinzione o per partito preso o per conformismo,
comprese molte autorità cristiane. Alcune lo fanno solo per motivi tattici
basati su giudizi di fatto, ad esempio per “non regalare una parola
all’avversario”, oppure per non essere emarginate nel dibattito pubblico,
oppure per riservare alla Chiesa uno spazio di libertà politica; altre invece lo
fanno per motivi ideologici basati su giudizi di valore, ossia per ricuperare,
mediante quella parola, anche un concetto ritenuto valido.
Tuttavia la parola “laicità” non può essere ammessa
acriticamente, ma anzi va vagliata con tutta la diffidenza dovuta alle
espressioni ambigue e quindi pericolose.
Tre versioni della “laicità”
Nel suo significato originario, la laicità esprimerebbe semplicemente
la condizione del
laico,
ossia del
cristiano che non è stato elevato alla condizione ecclesiastica; la “morale
laica” sarebbe quella riguardante i semplici fedeli, senza comportare
responsabilità ecclesiastiche; la “civiltà laica” sarebbe quella che promuove i
valori cristiani nel campo temporale; la “società laica” sarebbe quella
costituita da semplici fedeli per scopi secolari; lo “Stato laico” sarebbe quello
che, pur essendo ufficialmente cristiano, non è governato da ecclesiastici ma
da semplici fedeli e non si basa sulle leggi del Diritto Canonico ma su quelle
del Diritto Civile.
Se fosse intesa in questo senso, la “laicità”
avrebbe un significato chiaro e inequivocabile e il suo uso non farebbe
problema, perché sarebbe compatibile con le esigenze del Cristianesimo. Eppure,
è evidente che oggi la parola “laicità” non viene intesa in quest’originario e
legittimo significato.
Alcuni ritengono che la laicità sia la
condizione di chi professa solo le verità e virtù naturali conoscibili
dall’intelletto e praticabili dalle forze umane, allo scopo di perseguire solo
i fini naturali indicati dalla retta ragione e realizzabili dalla libera
volontà, mettendo da parte la dimensione soprannaturale senza negarla né
combatterla. Pertanto il “laico” sarebbe colui che prende una posizione non
cristiana né anticristiana ma acristiana, seguendo la natura creata ma scartando
il piano divino svelato dalla Rivelazione e avviato dalla Redenzione.
La “cultura laica” sarebbe quindi quella che
si fonda solo sulla filosofia razionale e sull’etica naturale; la “civiltà
laica” (con la sua scuola) sarebbe quella che insegna solo i valori umani e
terreni; la “società laica” (con il suo Stato) sarebbe quello che si basa solo
sul diritto naturale e sulle scienze sociali. Se fosse intesa in questo senso, la
“laicità” avrebbe un significato chiaro, ma incompatibile con le esigenze del
Cristianesimo, perché peccherebbe di naturalismo. Comunque sia, anche in questo
caso, è evidente che oggi la parola “laicità” non viene intesa in questo
astratto e pericoloso significato.
Altri ritengono che la “laicità” consista non
in una dottrina ma semplicemente in un metodo di pensiero e di azione avalutativo
e pragmatico, improntato alla neutralità ideologica e alla moderazione pratica.
Il “laico” cioè assumerebbe una terza posizione – giusta ed equilibrata per il mero
fatto di essere intermedia – tra gli opposti estremismi del laicismo e del
fondamentalismo, entrambe posizioni parimenti condannabili in quanto
“unilaterali” ed “esagerate”, espressioni di mentalità, ideologie, fazioni,
società (e soprattutto Chiese) intransigenti, rigide, chiuse e settarie.
Questa posizione infatti presuppone una concezione
della cultura e della vita regolata dallo “spirito critico”, dal “metodo del
dubbio”, dal “libero pensiero”, dal “diritto all’eresia” e dal “dialogo nella
tolleranza”, rifiutando ogni dogma, pregiudizio, privilegio, discriminazione,
imposizione e proibizione, e mirando allo smascheramento e alla soppressione di
ogni ideologia (specie se religiosa). Il “laico” deve quindi rinunciare alla
pretesa di possedere la verità e di essere nel giusto, tanto più alla pretesa
d’imporre agli altri una fede, una morale e un diritto oggettivi.
Al contrario, egli deve essere
“problematico”, “mettersi in discussione”, “aprirsi all’altro”, “accettare il
diverso” e “farsi prossimo”, rispettando in tutti non solo la comune natura
umana ma anche le loro opinioni, scelte e azioni, per quanto ritenute false,
ingiuste e dannose.
Analogamente, la morale, la civiltà, la
scuola, la società e lo Stato “laici” devono assicurare il “libero esame”, la
“libera ricerca”, la “libera autorealizzazione”, la “pari opportunità” e il
“libero mercato” delle idee, proibendo ogni ortodossia od ortoprassi (specie se
religiose). Inoltre i poteri “laici” devono realizzare la “soggettività
sociale”, in modo che l’uomo venga riconosciuto e tutelato in quella sua
trascendente “dignità umana” che lo mette al di sopra di ogni verità, legge e
autorità e lo pone al riparo da ogni imposizione, proibizione e punizione
(specie se religiose).
Questo “metodo laico” risolverebbe i moderni
conflitti, perché assicurerebbe una pacifica convivenza tra credenti e non
credenti capace di promuovere una civiltà basata sull’autentico
umanesimo,
al fine di costruire una
società “aperta” e rinnovare gli Stati (ma soprattutto le Chiese) in senso
“laico”, ossia purificandoli da dogmatismi e fanatismi.
Intesa in questo senso, la parola “laicità”
ha ormai un significato diffuso, approvato e praticato, ma anch’essa risulta
incompatibile con le esigenze del Cristianesimo. Innanzitutto, pur pretendendo
di garantire il “pluralismo”, essa esclude in partenza proprio l’unica posizione
giusta: ossia quella cristiana, la quale non è intermedia tra i due opposti
estremismi del laicismo e del fondamentalismo, ma è semplicemente superiore a questa
falsa alternativa. Inoltre, la storia recente ci dimostra che, quando si è
tentato di applicare rigorosamente il “metodo laico” alla società politica, o
peggio ancora alla Chiesa Cattolica, entrambe hanno subìto una tale crisi
d’identità e di unità da perdere in credibilità e da scivolare nella
frammentazione e nella conflittualità permanente.
Appare insomma evidente che, pur
presentandosi come un mero metodo neutrale e avalutativo, in realtà questa
“laicità” è forma preparata per ricevere un contenuto, mezzo per realizzare un
fine, via per arrivare a una meta. La sua stessa impostazione favorisce una
“dialettica ermeneutica”, un gioco interpretativo che fa vincere chi riesce a
meglio imporre i presupposti ideologici impliciti e soggiacenti alla sua
metodologia. Difatti la storia dimostra che, a lungo andare, tale “laicità”
tende a perdere l’astrattezza del metodo e ad assumere la concretezza di un
preciso progetto ideologico: quello del laicismo.
“Laicità” laicista
Lo si ammetta o lo si neghi, piaccia o dispiaccia, la concezione ormai
dominante della laicità è quella laicista, imposta dalla cultura anticristiana
dominante e tuttora propagandata dai mass-media, insegnata nelle scuole e
perfino sancita da molte legislazioni, tanto da caratterizzare la cultura,
l’etica pubblica e la “religione civile” della società.
Questa “laicità” è la qualità delle dottrine,
persone e società che professano e praticano la supremazia (e talvolta anche il
culto) della natura, della ragione, della coscienza e della libertà; tale qualità
le rende aperte, dialoganti, tolleranti, pluralistiche, democratiche e
solidali, impegnate a promuovere la causa della civiltà, del progresso e della
pace, lottando contro le “superstizioni” (ossia le verità rivelate, insegnate e
tramandate) e contro le “tirannie” (ossia le autorità, leggi, istituzioni e usanze
tradizionali), proprio come imponeva il vecchio giuramento massonico. Questa “laicità”
si basa su un umanesimo secolarizzato, secondo il quale la vita deve svolgersi
entro una prospettiva rigorosamente immanente escludendo ogni riferimento al
trascendente; in tale contesto, religioni e Chiese possono essere tollerate
solo a condizione di porsi al servizio della “modernità” fornendole un mero
“supplemento d’anima”.
Questa categoria di “laicità” viene applicata
soprattutto ai complessi e difficili rapporti tra religione e politica. Essa consiste
nell’assicurare la
libertà
religiosa delle
confessioni poste in stato di
eguaglianza,
in modo da favorire un pluralismo confessionale che realizzi la
fraternità
universale e pacifica,
proprio come sanciva il noto trinomio della Rivoluzione Francese. Di
conseguenza, la “laicità” esige la
neutralità
confessionale del potere politico, la
separazione
tra Stato e Chiese e la
parificazione
dei culti davanti alla legge, con
divieto
di discriminare
in senso positivo mediante privilegi o almeno in senso
negativo mediante proibizioni. Dunque lo Stato non dev’essere confessionale
(tantomeno cristiano cattolico!), anche se per ipotesi tutti i cittadini lo
reclamassero; infatti non è la “democrazia” a comportare la “laicità”, ma è
proprio tale “laicità” a rendere una società “democratica”; ciò spiega perché
molti regimi totalitari, da quello giacobino a quello sovietico, siano stati
giustificati come “democratici” proprio in nome della “laicità della politica”.
Incoerenza del cristiano “laicizzante”
Insomma, il cristiano “laicizzante” commette l’errore
radicale di accettare la premessa fondamentale del laicismo: ossia la laicizzazione
,
intesa come categoria ideologica che
impone di desacralizzare e secolarizzare non solo la società ma anche la Chiesa
allo scopo di adeguarle alle esigenze della “modernità”, ossia dell’umanità che
pretende di emanciparsi da Dio. Invece di costituire una soluzione intermedia che
evita gli opposti estremismi del laicismo e del fondamentalismo, la “laicità”
adatta il laicismo alla mentalità e sensibilità cristiane, facendolo
inavvertitamente assimilare ai fedeli in modo indolore per evitare traumi,
rifiuti e opposizioni. Invece di opporre una diga al laicismo, la “laicità” gli
getta un ponte e spinge i cristiani ad attraversarlo trasbordandoli dalla
posizione netta, coerente e salda del teocentrismo quella equivoca, incoerente
e scivolosa dell’antropocentrismo. Pertanto la “laicità” non si oppone affatto
al laicismo, ma anzi lo realizza mediante una propaganda che un linguaggio
elusivo, seducente e insidioso, e una strategia che opera a “velocità lenta” e
nei tempi lunghi. “Laicità” e laicismo vanno quindi rifiutati entrambi come
complici, e i “laicizzanti” vanno bollati come i servi sciocchi dei laicisti.
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