Si
può parlare di
Totalitarismo
(T.) quando
una parte pretende di sostituirsi all’intero per realizzare una nuova totalità.
Nel T. politico, una fazione sociale pretende di sostituirsi alla società
intera, allo scopo di creare una nuova società. Questa rivoluzione viene giustificata
da una ideologia totale e imposta da un potere totale, che realizza una
mobilitazione totale della società mediante una burocrazia che usa una
tecnologia manipolatrice e mezzi di persuasione e di controllo di massa.
L’ideologia
del T. costituisce un corpus astratto e internamente coerente, ma refrattario a
ogni verifica fattuale, che usa un
metodo
finalizzato a suscitare un
movimento
permanente
capace di realizzare una rivoluzione: qui il contenuto è funzionale
al metodo e al mezzo, l’ortodossia all’ortoprassi, il dogma alla pastorale; non
contano il chi, il cosa e il perché, bensì il come, il dove e il quando. Il T.
ideologico pretende di rendere l’individuo assolutamente libero e indipendente,
capace di relazionarsi direttamente con gli altri e col mondo inserendosi nella
collettività, nella specie e nella natura, ossia fondendo tutti gli Io
nell’unico Noi e tutti i Noi nell’unico Esso.
A
questo scopo, il T. pretende di costruire una nuova società che sia capace di
ricreare l’umana natura mediante una prodigiosa mutazione antropologica che
abolisca ogni forma di limitazione, di condizionamento e di
alienazione,
ogni forma di
mediazione
tra l’Io e il Noi (autorità,
rappresentanza, gerarchia). Pertanto, il T. vuole distruggere la vecchia
società con tutte le sue istituzioni, specie se prestigiose e venerate.
Ad
esempio, scendendo nel concreto, il T. vuole abolire la religione, perché per esso
il senso e il fine dell’uomo sta nella sua vita naturale, terrena, storica. Il
T. vuole abolire la famiglia per sostituirla con una
comunità
animata da un collettivismo emozionale. Il T. vuole abolire
la scuola, sostituendola con un indottrinamento di massa che esclude verità da
insegnare o formazione da imporre ma abitui l’Io ad adeguarsi al Noi
comunitario. Il T. vuole abolire sia la politica, riducendola alla “gestione
delle risorse umane”, che la stessa economia, riducendola alla “gestione delle
cose”. Il T. vuole abolire la proprietà privata, perché essa è espressione
della personalità individuale, della sua libertà politica e del suo radicamento
sociale (Lenin). Il T. vuole abolire la categoria stessa del
privato,
cancellando vita privata, riservatezza
personale, rapporti privati, vita interiore; tutto deve diventare pubblico,
collettivo, aperto; ne deriva il progetto di una
società trasparente,
nella quale l’intimità e il pudore diventano
impossibili da praticare.
Il
T. ha una visione conflittuale della realtà. Pertanto esso non vuole l’ordine
ma un certo disordine sociale istituzionalizzato funzionale alla rivoluzione. Per
questo esso usa tutti i metodi che favoriscono lo sradicamento, la
frammentazione e la manipolazione sociale. Il T. si sforza di suscitare
conflitti sociali, siano essi tra ceti (liberalismo), tra classi (socialismo),
tra nazioni (fascismo), tra razze (nazismo), tra generazioni (sessantottismo).
Grazie a questa conflittualità permanente, il potere totalitario può pescare
nel torbido, dividere i propri nemici e imporsi a tutti.
In
particolare, il T. cerca di trasformare i conflitti economici in conflitti
ideologici e le guerre internazionali in guerre civili al servizio della
rivoluzione. Gli è quindi necessaria la creazione di un “nemico oggettivo” da
additare al popolo come “male assoluto”: l’aristocratico, il gesuita, il
clericale, il nemico della patria, il borghese, il capitalista, il massone,
l’ebreo, il comunista, il fascista, il nazista, l’antidemocratico, il
moralista, il matusa, il razzista, lo xenofobo, l’“omofobo”, lo “specista”…
Il
T. fa ampio e capillare uso della propaganda per sedurre, manipolare e
mobilitare l’opinione pubblica, creando un fittizio consenso di massa. Tale
propaganda è tanto irrazionale e relativistica nei contenuti quanto razionale e
scientifica nei metodi, mettendo le regole della retorica al servizio del
progetto utopistico. Essa sfrutta gl’istinti primari e i riflessi condizionati
delle folle, ingabbiandole in false alternative che spingono a una scelta
prefissata (schiavitù o ribellione? reazione o rivoluzione? borghesia o
proletariato? nazionalismo o internazionalismo? fascismo o comunismo? xenofobia
o solidarismo?) La propaganda del T. manipola e falsifica il linguaggio, facendo
sì che le parole veicolino significati opposti a quelli di uso comune, allo
scopo di relativizzare la realtà, confondere le menti e neutralizzare i
dissidenti, ma soprattutto di falsificare la memoria storica e cancellare i
valori e le tradizioni popolari.
Il
T. rovescia l’ordine sociale, mettendo ciò che è generale e comune al servizio
del particolare e della fazione. Pertanto esso pone la società al servizio
dello Stato, lo Stato al servizio del Partito, il Partito al servizio del
Dittatore. Lo Stato totalitario, organizzato come una burocrazia capillare e
oppressiva, serve a controllare, poi paralizzare e infine sostituire la
società, assorbendone tutte le funzioni. Il Partito totalitario, setta
ideologica composta da rivoluzionari di professione e organizzata come apparato
paramilitare, serve a mobilitare lo Stato contro la vecchia società. Il
Dittatore totalitario, spesso un capo carismatico, un guru o sciamano, serve ad
assicurare una certa unità artificiale del Partito (e quindi dello Stato e
dell’intero regime) e impedire che il Partito ristagni o si atrofizzi perdendo
la purezza e la carica rivoluzionaria, anche sottoponendolo a periodiche
“purghe”.
Per
creare la nuova società, il T. deve imporre a quella vecchia un consenso coatto
e una obbedienza assoluta ottenibile solo cancellando ogni dissidenza od
opposizione. A questo scopo servono la militarizzazione generale, l’uso di una
polizia segreta che costringa tutti allo spionaggio e alla delazione
reciproche, la costruzione dell’“universo concentrazionario” (lager nazisti,
gulag sovietici e laogai maoisti) e le finte “emergenze” interne o esterne che giustificano
una legislazione di guerra.
Il
T. fa uso del
terrore
come strumento
permanente di governo rivoluzionario. Esso serve, da una parte, a porre la
società in stato di paura, instabilità, frammentazione, ricattabilità,
manipolabilità; dall’altra, a fornire al regime una forza di penetrazione e di mobilitazione
della società. Il terrore si esercita non solo su individui od organizzazioni,
ma anche su interi ceti, classi, razze, categorie intellettuali, anche se non
si oppongono attivamente al regime. Di fronte al T. non è possibile restare
neutrali, poiché esso attacca non solo i propri oppositori ma anche tutti i cittadini,
seppure indifferenti.
Il
T. in senso stretto caratterizza i regimi dittatoriali e monopartitici; esempi
storici ne sono il regime giacobino, quelli comunisti, quello nazista e in
parte quello fascista; alcuni includono anche certi regimi islamici. Ma il T. in
senso ampio caratterizza anche regimi ”democratici e pluralisti”, ad esempio socialdemocratici
o radicali o tecnocratici; si parla quindi di “deriva totalitaria del
liberalismo”. Per questo molti studiosi sostengono che il T. è «
una varietà di tirannia a legittimazione
democratic
a» (Fisichella), è «
la
tirannide della età della democrazia di massa
» (Polin), è «
un regime che rende umanamente impossibile
praticare le virtù cristiane
» (Del Noce) e che crea «
una forma moderna di schiavitù
» (Hayek).
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