Il 13 febbraio
2014 il Parlamento belga approva la legge sull’eutanasia infantile. Il Belgio è
così il primo Paese al mondo a eliminare ogni limite di età per l’accesso alla
“dolce morte” (in Olanda è fissato a 12 anni). La procedura riguarda ogni
minore che «si trovi in una situazione medica senza uscita, in uno stato di
sofferenza fisica costante e insopportabile», il quale, con il consenso dei
genitori e di uno psicologo, presenti domanda di eutanasia. Anche un bambino -
è proprio il caso di dire - può arrivare a comprendere l’orrore che si cela
dietro questo falso pietismo. In questa sede ci limitiamo a porre una sola,
agghiacciante domanda: considerato che oggi le cure palliative rendono praticamente
impossibile uno «stato di sofferenza fisica costante e insopportabile», e che
un bambino non dispone neanche lontanamente dei mezzi necessari per comprendere
la reale portata di una simile decisione, a vantaggio di chi è stata pensata
questa legge, dei figli o dei genitori?
Questo nuovo,
inquietante atto contro la vita, la responsabilità e la solidarietà non può
essere considerato isolatamente, ma va interpretato come tappa ulteriore di un
percorso culturale che ha radici profonde. La civiltà contemporanea è in fin di
vita perché logorata dal “pensiero debole” di una cultura che si dichiara
incapace di conoscere la verità sull’uomo e che, pertanto, spiana la strada
alla legge della giungla e alla prepotenza del più forte. Oggi questa tracotanza
è al culmine e si rivela massimamente nel campo della bioetica, dove si avanza
a grandi falcate verso la dissoluzione del concetto stesso di “persona”, il
che, in un periodo in cui si fa un gran parlare di diritti “umani”, è a dir
poco paradossale.
L’
intellighenzia
mondiale è ancora
convinta della possibilità di violare l’essere umano “a compartimenti stagni”,
entro certi limiti, fissando arbitrariamente i paletti per stabilire fin dove è
lecito calpestare la vita. «Si serve l’uomo nella sua totalità o non lo si
serve per nulla», scriveva Albert Camus a proposito della sete di bellezza che
alberga nel cuore di ciascuno e del fatto che l’uomo non si riduce al proprio
ventre; e queste parole, estese alla bioetica, restano altrettanto vere. Rinunciare
alla “totalità” dell’umano produce disastri perché fa dipendere la personalità
non da ciò che si è ma da ciò che si fa, portando inevitabilmente a misurare la
dignità della vita in funzione della sua qualità e/o efficienza. Così facendo è
l’arbitrio del più forte a determinare quali soggetti debbano essere
qualificati come “persone” meritevoli della solidarietà collettiva, e quindi
della protezione dello Stato, e quali siano da relegare allo
status
di semplici “individui”
liberamente manipolabili. E passiamo a dimostrarlo.
Evitando
prevedibili riferimenti alla politica della Germania nazista, si può partire dal
pensiero eugenetico di Margaret Sanger che, tra l’altro, aiuta a vedere quale
ideologia si erge dietro l’attenzione contemporanea per il controllo delle nascite.
La Sanger, infatti, ha contribuito a fondare nel 1952 quello che oggi è il
punto di riferimento mondiale delle principali organizzazioni abortiste e
antinataliste, l’
International Planned
Parenthood Federation
(Federazione internazionale per la pianificazione
familiare) di cui è stata presidente fino al ’59. Per giustificare il controllo
delle nascite come programma sociale, nel 1922 Margaret Sanger scrive un vero e
proprio manifesto di cultura eugenetica,
The
pivot of civilization
(Il cardine della civiltà), dove «spiega che la
questione in gioco è opporre un fattore qualitativo a uno quantitativo, e
introduce le due categorie di cui si servirà per tutto lo svolgimento
dell’opera: i “fit” e gli “unfit”, cioè i forti, gli adatti, e i deboli, o inadatti».
Il suo sogno è quello di costruire una civiltà composta da un’unica, grande,
efficientissima «razza di geni» dove non vi sia posto per i «deboli di mente».
C’è poi chi, in
tempi più recenti, ha affrontato la medesima questione da un diverso angolo visuale:
«La rivista
New Scientist
nel 1992 ha
pubblicato un articolo di Donald Gould intitolato
Death by Decree
, letteralmente
Morte
per decreto
. Gould, tenuto conto che il numero dei vecchi aumenta, che essi
sono un costo - si pensi alle pensioni - che abbisognano più di ogni altra
categoria di ricoveri ospedalieri e di assistenza familiare, propone questa
soluzione: la legge stabilisca un limite massimo di durata della vita. […] Lo
Stato - suggerisce nei dettagli - convochi l’anziano arrivato al
settantacinquesimo anno in appositi centri per sottoporlo all’eutanasia. La
legge però deve contemplare alcune eccezioni: i
Lords
, gli scienziati, i vescovi, i sindacalisti, e i capitani
d’industria a riposo devono essere esentati. Perché? Così facendo si
faciliterebbe l’approvazione della legge - spiega Gould - e si premierebbero
ambizione e successo, cioè fattori dai quali dipende la prosperità della nazione».
Per continuare nella
dimostrazione di quanto sia valida, in questa materia, la teoria del piano
inclinato, possiamo fare un ultimo esempio citando l’ormai famoso articolo
pubblicato sul sito web del
Journal of
Medical Ethics
il 27 febbraio 2012, dal titolo
After-birth abortion: why should the baby live?
(Aborto
post-natale: perché il neonato dovrebbe vivere?), a firma di Alberto Giubilini
e Francesca Minerva, ricercatori presso l’Università di Melbourne e allievi, non
a caso, di Peter Singer, il “bioeticista” che si batte per i diritti degli
animali e poi teorizza l’infanticidio. Nell’articolo si legge che «quando
dopo la nascita
si verificano le stesse
circostanze che giustificano l’aborto prima della nascita, quello che chiamiamo
aborto post-natale
debba essere consentito.
A dispetto dell’ossimoro dell’espressione, proponiamo di chiamare questa
pratica “aborto post-natale”, anziché “infanticidio” per evidenziare che lo
stato morale dell’individuo ucciso è paragonabile a quello di un feto (su cui
gli “aborti” nel senso tradizionale del termine sono normalmente effettuati)
più che a quello di un bambino».
Sorvoliamo pure
sulla proposta “linguistica”, che è il classico tentativo di sterilizzare il
linguaggio al fine di desensibilizzare le coscienze; e osserviamo che i due
sostenitori dell’infanticidio legale seguono un percorso logico del tutto
coerente con le premesse da cui partono. Se è consentito l’aborto nei confronti
dell’essere umano nella fase di vita prenatale, non si vede perché debba essere
vietata la soppressione del neonato nel primo periodo di vita post-natale,
giacché lo «stato morale» è sostanzialmente identico. Cosa s’intende per stato
morale è presto detto: una condizione di vita non autonoma in cui le “funzioni
superiori”, ossia le facoltà intellettive, non sono in atto ma solo in potenza.
Dunque la potenzialità delle
facoltà
corrisponde alla potenzialità dell’essere umano
nella sua interezza
; sono gli accidenti che informano la sostanza;
e, in definitiva, è la qualità della vita a decidere della vita stessa. Ecco un
limpido esempio di pensiero che scinde “individuo” e “persona”, per cui la
piena dignità dell’essere umano non è data dalla sua natura, da ciò che è, ma
dalle sue capacità, da ciò che può fare. Inutile aggiungere che questa concezione
può estendersi a qualunque altra condizione di vita che, pur essendo pienamente
sviluppata, presenta le medesime caratteristiche; insomma il ragionamento si
applica bene a ogni tipo di «unfit», per usare la definizione di Margaret
Sanger.
Gli esempi
riportati mostrano come sia possibile, e addirittura logico, una volta fatto
cadere il principio di intangibilità della persona dal concepimento alla morte
naturale, teorizzare l’annientamento dell’essere umano quando non risponde più
ai criteri di utilità sociale e non è in grado di gestire autonomamente le
dinamiche relazionali. A ben vedere questa visione del mondo tradisce una
concezione “superomistica” dell’essere umano che è quanto di più lontano dalla
realtà possa esistere: l’uomo, come ogni essere contingente, non ha in sé la
propria ragion d’essere e pertanto è destinato a vivere una vita contrassegnata
dal limite, dall’inizio alla fine. Secondo la prospettiva delineata, invece, il
limite dev’essere superato; ogni ostacolo alla piena realizzazione di sé va
eliminato, si tratti di un figlio non voluto, di un anziano da accudire o di un
malato da curare. E lo Stato avrebbe il compito di garantire questi “servizi”.
In fondo l’unico essere umano che piace a questo tipo di cultura è quello al
massimo delle sue capacità, indipendente, che contribuisce al benessere
collettivo senza costituire un peso per la società. Insomma un essere umano che
non esiste ma che si cerca utopicamente di costruire mediante un processo di
graduale abbattimento dei propri limiti. Eppure, lungi dal rappresentare
un’esaltazione dell’uomo, questa concezione lo svilisce privandolo della sua
vera dignità che non sta nell’efficienza ma nell’essenza, perché seguendo il
percorso logico che parte dalla separazione tra individuo e persona si arriva a
fare di chi “persona” non è ancora (secondo l’arbitrio del più forte) o non si
considera più (secondo criteri di efficienza), nient’altro che una cosa.
Nel 1947 il
filosofo Romano Guardini scriveva: «Ogni violazione della persona, specialmente
quando s’effettua sotto l’egida della legge, prepara lo Stato totalitario.
Rifiutare questo e approvare quella non denota chiarezza di pensiero né
coscienza morale vigile».
BIBLIOGRAFIA