Da sempre ci è
stato insegnato che la Fede è fondamentale per essere salvati. Ed è un
fondamentale indubitabile per un cattolico, dato che ci è stato insegnato da Cristo
in persona.
Nel Suo
insegnamento, infatti, «
la Fede figura
come l’obbligo fondamentale che gli uomini devono soddisfare per essere salvati»
e «
…agli occhi di Cristo il peccato per
eccellenza è la ripulsa volontaria della Fede (Gv 16, 9)
» (Enciclopedia
Cattolica, 1950, voce Fede).
Il Catechismo Tridentino
definisce la Fede in questi termini: «
noi
ne parliamo come di una disposizione, in forza della quale prestiamo assenso
completo alle verità divinamente manifestate
» e specifica «
Che una tale fede sia necessaria al
conseguimento della salvezza, nessuno potrà porlo seriamente in dubbio,
specialmente ricordando quanto è scritto: “Senza la fede è impossibile piacere
a Dio” (Eb 11,6)
» (Catechismo Tridentino, 9).
Cristo, a
differenza di molti insegnamenti odierni che confondono, è chiarissimo ed
inequivocabile:
«
Chi
crederà e sarà battezzato sarà salvo; chi invece non crederà sarà condannato
»
(Mc
16, 16); «
In verità, in verità vi dico:
Chi ascolta la mia parola e crede in Colui che mi ha mandato, ha la vita eterna
e non è sottoposto a giudizio, ma passa da morte a vita
» (Gv 5, 24); «
Io sono la resurrezione e la vita; chi crede
in me quand’anche fosse morto, vivrà, e chi vive e crede in me non morrà in
eterno
» (Gv 11, 25-26).
Gesù esige una
fede senza incertezze (Mc 11, 22 ss); per il cattolico è quindi indispensabile
credere in Cristo per salvarsi (Gv 3, 18). E credere in Cristo significa
adempiere la sua volontà, convertirsi e vivere secondo il Vangelo. «
Professare la Fede significa, in genere,
manifestare esternamente in modo qualunque l’intima adesione del proprio animo
alle Verità rivelate da Dio, e la sottomissione all’autorità magistrale della
S. Chiesa che la propone. La manifestazione esterna della Fede è obbligatoria,
in linea di massima, per tutti i credenti
» (Enciclopedia Cattolica, 1950,
voce Fede).
Eppure,
nonostante Gesù sia chiaro circa la necessità della fede, al giorno d’oggi troppo
spesso si afferma che per salvarsi sia sufficiente amare. E, se si chiede di
chiarire cosa si intende per “amare” e di indicare dove è scritto nelle Sacre
Scritture, ci si sente citare la carità, e le parole di San Paolo (1Cor 13,
1ss) e di San Giacomo (Gc 2, 17; 2, 26).
Prima di entrare
nel merito, si ricorda che «…
nessuno,
fidandosi del proprio giudizio, nelle materie di fede e morale, che fanno parte
del corpo della dottrina cristiana, deve osare distorcere la sacra Scrittura
secondo il proprio modo di pensare, contrariamente al senso che ha dato e dà la
santa madre chiesa, alla quale compete giudicare del vero senso e
dell’interpretazione delle sacre Scritture; né deve andare contro l’unanime
consenso dei padri, anche se questo genere di interpretazioni non dovesse
essere mai pubblicato
…» (Concilio di Trento, Decreto sulla Vulgata,
8.4.1546, Denzinger 1507).
Questo errore
sul rapporto fede/carità ha effetti gravi: trasforma la carità cristiana in
semplice compassione (così la Chiesa diventa automaticamente una società di
solidarietà puramente materiale e terrena) e di conseguenza convince che non è
necessario credere in Cristo e che qualsiasi religione porti alla salvezza.
Se infatti basta
amare, avere carità, per salvarsi, non serve credere obbligatoriamente in Gesù
ed essere cattolico. La compassione possono averla tutti, anche chi crede in
altre religioni.
È lampante che
c’è qualcosa che non va.
Ragionare così
significa all’atto pratico togliere significato alla Incarnazione di Cristo: se
per salvarsi è sufficiente amare (avere compassione) e dato che questo tipo di
amore (compassione) si può avere credendo in qualsiasi dio, si toglie senso
alla Vita, Morte e Resurrezione di N.S. Gesù Cristo!
È Cristo stesso, nella Sua eterna sapienza, a smontare preventivamente questo
errore, quando insegna il vero significato ed il vero fine della carità,
rispondendo alla domanda di un dottore della legge su quale fosse il più grande
comandamento della legge: «
“Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore,
con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”.
Questo è il più grande
comandamento
. Il secondo poi è simile a questo: “Amerai il tuo prossimo
come te stesso”
» (Mt 22, 37-39; cfr. Mc 12, 29-31).
Quindi Gesù pone una importantissima gerarchia: prima amate il Signore
Dio, quindi abbiate fede, poi, solo poi, amate il prossimo, quindi abbiate
carità.
Certo, è vero
che «
Gesù non si contenta quindi di una
fede sterile, non accompagnata dalle opere
», è vero anche però che
«
richiede
anche l’osservanza di tutti i suoi comandamenti
» (Commento ai Vangeli,
Borla-Testore), ed osservare i comandamenti significa credere. Che a sua volta
significa avere fede e cioè adesione totale a Cristo e alla Sua Rivelazione.
Sarebbe sufficiente questo, la parola del Maestro, per non avere dubbi.
A quanto pare non è così, dato che c’è chi continua a distorcerla.
Andiamo allora a rileggere i passi
portati ad inverosimile prova delle suddette
interpretazioni della carità, e si verificherà che i due Apostoli, nei detti
passi ed in generale, insegnano proprio l’esatto contrario di ciò che si vuol
far intendere. E lo fanno nel loro dato letterale, senza dover attingere alla
spiegazione ecclesiale.
Basta non soffermarsi solo sulle frasi che fanno gioco, senza leggerle
unitamente alle altre.
Permettetemi prima
una considerazione: far passare San Paolo e San Giacomo (mica due qualsiasi!)
come sostenitori del “basta amare” è quanto meno inverosimile.
Il passo di San
Giacomo in cui si afferma che «
la Fede,
se non ha le opere, è morta in se stessa
» (Gc 2, 17), infatti, non potrà
mai essere inteso come non necessità della fede e sufficienza delle opere
(carità). È lo stesso Apostolo a dirci che la Fede non può mancare, ma
chiaramente
ci spiega anche che non può essere una fede astratta, solo nominale, deve
essere messa in pratica.
Solo pochi
versetti dopo, infatti, nel portare l’esempio di Abramo giustificato dalle
opere (l’offerta del figlio Isacco) chiede «
Vedi
come la fede cooperava alle opere di lui, e per mezzo delle opere fu resa
perfetta la fede?
».
Padre Ricciotti,
nella Bibbia Salani del 1958 così commenta questi passi: «
Giacomo
invece vuol far risaltare che una fede astratta, teoretica, come quella dei
demonii, non basta, bensì deve tradursi nella pratica d’una vita virtuosa e
caritatevole
».
San Giacomo si
allinea quindi alla gerarchia stabilita da Cristo in Mt 22, 37-39 ed aggiunge
la spiegazione sulla funzione della carità: perfezionare la fede per non farla
essere pura forma.
Altro forte
assertore della assoluta necessità della Fede per salvarsi e del suo valore
giustificante è proprio quel San Paolo che con il suo inno alla carità ogni
tanto cercano di arruolare per sovvertire l’insovvertibile.
L’Apostolo delle
genti non ha scritto solo i versetti 1Cor 13, 1-13, ma è stato il più prolifico
quanto a Lettere, così che estrapolare una parte in cui elogia
giustamente
la carità, dimenticandosi però tutte le altre volte in cui ha espressamente
insegnato che senza la fede non ci si salva, è come minimo riduttivo (per non
dire altro).
Il solo versetto
di Eb 11, 6 «Or senza fede non è possibile piacere a Dio, poiché chi si accosta
a Dio deve credere che Egli esiste, e che Egli è rimuneratore di quelli che lo
cercano», rende vano ogni sforzo di poter riuscire nel suddetto tentativo di
arruolamento.
Se la prima
Lettera ai Corinzi (13, 1-13) è il giusto inno alla carità, si può
tranquillamente intendere il capitolo 11 della Lettera agli Ebrei come l’inno
alla fede, con tutti gli esempi di fede che elenca.
La Lettera ai
Romani, poi, è chiara sulla necessità delle fede per la salvezza. «
Ma ora all’infuori della Legge s’è
manifestata la giustizia di Dio, attestata dalla Legge stessa e dai Profeti;
giustizia
di Dio mediante la fede in Gesù Cristo
;
estesa a tutti quelli che in
essa credono
; giacché non v’è differenza; tutti hanno peccato e rimangono
lontani dalla gloria di Dio, e son giustificati gratuitamente per la grazia di
Lui a mezzo della redenzione in Cristo Gesù
» (Rm 3, 21-24).
Nel capitolo 4
insiste sulla necessità della fede senza la quale le opere poco potrebbero (in
questo caso la circoncisione, che dichiara non necessaria, Rm 4, 9-10 «
Poiché noi diciamo “Fu imputata ad Abramo la
fede a giustizia”: come fu imputata? quand’era circonciso o quand’era
incirconciso? non nel tempo della circoncisione, ma prima
»).
«
Nella lettera ai Romani San Paolo conclude
che non la pratica di opere esteriori rende giusto l’uomo, bensì la
sottomissione del suo spirito a Dio, sostanziata nella Fede alla sua parola
»
(Enciclopedia Cattolica 1950, voce Fede). (cfr. ad esempio Rm 3, 27-28)
Lo stesso
concetto esprime, anche in modo polemico, nella Lettera ai Galati, «
…sapendo che non è giustificato un uomo
dalle opere della Legge, bensì solo per la fede di Gesù Cristo, anche noi
abbiamo creduto in Cristo Gesù per essere giustificati in forza della fede in
Cristo, e non già in forza della Legge ... Se poi procurando d’esser
giustificati in Cristo…
». Padre Ricciotti così commenta l’espressione «
Giustificati in Cristo
»: «
mediante la fede in Lui
» (Bibbia Salani
1958).
Ancora nella
Lettera ai Galati: «
Riconoscete dunque
che quelli che provengono dalla fede, questi sono i figli di Abramo.
» (Gal
3, 7).
San Paolo,
dunque, chiarisce in modo netto che la fede, oltre ad essere legata alla
carità, è però legata anche all’obbedienza e soprattutto alla conversione (Rm
1, 5).
In definitiva, nella Lettera ai Romani ed in quella ai Galati,
San Paolo pone la fede quale presupposto indispensabile per la giustificazione,
negando tale caratteristica alle “opere”.
E questo chiude i giochi.
Per mero spirito di approfondimento, vista la chiarezza di quale sia
l’originale concetto di fede e di carità e del loro rapporto, verifichiamo
anche i “pareri” autorevoli di altri Apostoli, primi e diretti depositari della
parola di Cristo, per riscontrare come il Suo insegnamento non sia mai stato
cambiato.
Già il Concilio
di Gerusalemme, sotto la presidenza di San Pietro, confermò il primato
dell’obbligo della Fede su tutti gli altri obblighi (At 15, 7 ss; cf. 10,
34-43).
San Giovanni, apostolo della carità, quindi più che autorevole in
materia,
lo
dichiara espressamente: «
Questa è la
legge che Dio ci impone: di credere al Figlio suo
» (1Gv 3, 23).
La spiegazione perfetta di come sia da intendere la carità cristiana ce
la dà qualche versetto dopo: «
Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da
Dio. E chiunque ama Colui che lo generò, ama anche colui che è nato a esso.
Da questo conosciamo che amiamo i figli di Dio, se amiamo Dio e osserviamo
i suoi comandamenti
. Poiché questo è amare Dio, che noi osserviamo i suoi
comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Poiché tutto quello che è
nato da Dio, vince il mondo;
e questa è la vittoria che vince il mondo, la
fede nostra
» (1Gv 5,
1-5)
.
San Giovanni,
quindi, evidenzia l’intima connessione tra l’amore di Dio e del prossimo e,
soprattutto, evidenzia come senza il primo non ci potrebbe essere il secondo,
non inteso solo come compassione umana, («
Da questo conosciamo che
amiamo i figli di Dio, se amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti
»),
ci dice espressamente che la vera carità è
in
primis
l’amore verso Dio, senza il quale amore non potremmo amare in modo
giusto. Ci si fermerebbe appunto alla pura e semplice compassione.
In definitiva «
Dio è l’oggetto primo e principale della
carità, conformemente al precetto … (Mt 22, 37). Il prossimo è l’oggetto
secondario della carità
» (Enciclopedia Cattolica, 1950, voce Carità).
Amiamo il
prossimo solo se amiamo Dio. E come si ama Dio se non credendo in Lui ed
osservando la Sua legge? E come si farebbe ad avere la carità senza la fede?
Alla luce dei passi riportati, se la
carità è principalmente essere amici di Dio ed essere amici di Dio significa
credere in Lui e nel Suo essere rimuneratore; se solo in secondo piano la
carità è amare il prossimo, appare dunque impossibile trasformare la carità in
semplice amore naturale, in quella che è solo compassione, e sminuire
l’importanza della fede nell’economia della salvezza della nostra anima;
diventa difficile poter interpretare la carità in modo diverso, diametralmente
diverso, dal suo reale significato cristiano, se non quando si cade
nell’errore, frequentissimo ai nostri giorni, di fare “l’autoesegesi” dei testi
biblici.
La sintesi è che
carità = amore per Dio e, sulla scia dell’amore per Dio, amore per il prossimo.
Non solo amore per il prossimo, dimenticandosi di Dio.
Solo in Dio e
per Dio, infatti, la carità si estende agli altri, al prossimo. La carità è, in
sostanza, l’unità di misura con cui valutare il proprio amore verso Dio.
«
Nell’ordine sovrannaturale mentre amiamo
Dio, nostro Padre comune, dobbiamo amare
per Lui
tanto i suoi figli
naturali, come pure tutti quelli che sono chiamati a diventarlo
»
(Enciclopedia Cattolica, voce Carità, 1950).
La carità dunque non può sostituire
la fede; non è sufficiente per la salvezza; è invece complementare alla fede,
la perfeziona, la completa.
Vediamo però
come questo rapporto tra fede e carità è stato spiegato dal Magistero della
Chiesa Cattolica, in conformità con il vero significato delle due virtù
teologali.
Il Catechismo di
San Pio X definisce la carità come «
quella
virtù soprannaturale per cui amiamo Dio per se stesso sopra ogni cosa, e il
prossimo come noi medesimi per amor di Dio
» (Can. 240).
Padre
Dragone, nella nota Spiegazione al Catechismo di San Pio X, così scrive al can.
240: «[La carità, nda]
Come virtù è una
capacità e una buona inclinazione, che spinge a compiere atti buoni. Essendo
soprannaturale, viene infusa con la grazia santificante ed è superiore alle
nostre capacità naturali
», «
La carità
induce a osservare la volontà di Dio espressa nella sua legge. L’amore di
carità dev’essere sommo e farci amare Dio sopra tutte le cose
», «
Dio è l’oggetto primario o principale della
nostra carità, ma è anche il motivo della carità
», «
Oggetto secondario della carità è il nostro prossimo … Il motivo per
cui amiamo il prossimo è sempre l’amore di Dio
» (Spiegazione del Catechismo
di San Pio X, Dragone).
In
definitiva conferma
in toto
quel che
sopra si è detto: c’è distinzione tra compassione umana e carità cristiana, la
carità è innanzitutto amare Dio, credendo in Lui e in Cristo ed osservando la
Sua legge.
Altra
conferma è il can. 249 del Catechismo di San Pio X: «
Come si dà prova della carità? Si dà prova della carità osservando i
comandamenti ed esercitando le opere di misericordia, e se Dio chiama, seguendo
i consigli evangelici
».
Tutte i Simboli
professione della fede hanno evidenziato come il credere sia necessario.
Nel Simbolo
pseudo-atanasiano
Quicumque
, ad
esempio, è affermato che «
(1) Chiunque
voglia venir salvato, è necessario anzitutto che abbia la fede cattolica: (2)
se qualcuno non l’avrà conservata integra e inviolata, senza dubbio perirà in
eterno
».
Anche il Simbolo
trinitario-cristologico del 4° Sinodo di Toledo, iniziato il 5.12.633
confermava che «
chi l’avrà custodita
[la Fede, nda]
con grande fermezza, avrà
la salvezza perpetua
».
Nella Bolla
Unam
sanctam
del 18.11.1302 Bonifacio VIII nel confermare l’unicità della Chiesa Cattolica ribadiva
che «
Noi siamo obbligati, spinti dalla
fede, a credere e a considerare
una sola
chiesa, santa, cattolica e questa stessa apostolica, e noi questa con fermezza
crediamo e con semplicità confessiamo, al di fuori della quale non c’è salvezza
né remissione dei peccati
…»
Il Concilio di
Trento (Sessione 5°), nel Decreto sul peccato originale (17.6.1546) ricorda che senza la fede cattolica «
non si può essere graditi a Dio
» (Eb
11,6). E nel cap. 8 del Decreto sulla giustificazione (13.1.1547), elimina ogni
dubbio: «
Quando l’Apostolo dice che
l’uomo viene giustificato ‘per la fede’ e ‘gratuitamente’ [Rm 3, 22-24], queste
parole si devono intendere secondo il significato accettato e manifesto dal
concorde e permanente giudizio della Chiesa Cattolica, e cioè che
siamo
giustificati mediante la fede
, perché ‘la fede è il principio dell’umana
salvezza’, il fondamento e la radice di ogni giustificazione, ‘senza la quale è
impossibile essere graditi a Dio’ [Eb 11, 6]
».
Il Concilio
addirittura aveva anatemizzato l’idea protestante delle opere sufficienti per
la salvezza senza la fede.
Can. 1: «
Se qualcuno afferma che l’uomo può essere
giustificato davanti a Dio con le sole sue opere, compiute mediante le forze
della natura umana, o grazie all’insegnamento della legge, senza la grazia
divina che gli viene data per mezzo di Gesù Cristo: sia anatema
».
Innocenzo XI il
2.3.1679 condanna 65 proposizioni della dottrina morale lassista, alcune delle
quali purtroppo sembrano riecheggiare anche ai nostri giorni, quando si sentono
discorsi che rendono la Fede un orpello non necessario e la giustizia di Dio
inesistente.
Tra queste
proposizioni condannate, infatti, vi sono «4
.
L’infedele che non crede, guidato dall’opinione meno probabile, è scusato
dall’infedeltà
»; «
16. Non si ritiene
che la fede cada sotto un precetto speciale e relativo a se stessa
»; «
17. È sufficiente compiere una volta sola
nella vita un atto di fede
».
Nella
Costituzione «
Unigenitus Dei Filius
»,
8.9.1713 sugli errori giansenisti di Pasquier Quesnel, tra gli errori
condannati da Clemente XI, vi è il nr. 54 «
È
solo la carità che parla a Dio; e questa sola Dio ascolta
»
L’ovvia
conseguenza di un concetto come quello che stiamo confutando è
l’indifferentismo, purtroppo molto in voga anche oggi. Questo porta a pensare
che, se basta la carità (amare) per salvarsi, sia irrilevante la religione che
un uomo sceglie, che ognuno è libero di scegliere quella che vuole. Insomma,
ogni religione è buona per salvarsi.
L’indifferentismo
fu fortemente condannato da Pio IX, che nel Sillabo (8.12.1864), sulla scia di
Leone XII (
Ubi
primum
, 5.5.1824), di Gregorio XVI (
Mirari
vos
, 15.8.1832) e
della sua enciclica
Qui pluribus
(9.11.1846), tra i vari errori condanna le seguenti proposizioni: «
15. Ogni uomo è libero di abbracciare e
professare quella religione che, guidato dal lume della ragione, ciascuno avrà
ritenuto vera
», «
16. Gli uomini, nel
culto di qualsiasi religione, possono trovare la via della salvezza eterna, e
conseguire l’eterna salvezza
», «
17.
Per lo meno si deve ben sperare per quanto riguarda l’eterna salvezza di tutti
quelli che non si trovano in alcun modo nella vera chiesa di Cristo
».
Pio IX, poi, nell’enciclica
Quanto conficiamur moerore
ai vescovi
d’Italia del 10.8.1863 ribadisce quanto oramai inequivocabilmente chiaro circa
l’importanza della fede, specificando anche che è la fede cattolica l’unica via
di salvezza: «
Ma è pure notissimo il
dogma cattolico, che cioè
nessuno può salvarsi fuori della chiesa cattolica
,
e che non possono ottenere la salvezza eterna quelli che sono pertinacemente
contumaci verso l’autorità e le definizioni della medesima chiesa e quelli che
sono separati dall’unità della chiesa stessa e dal romano pontefice, successore
di Pietro, a cui dal Salvatore venne affidata la custodia della vigna
…».
Il Concilio
Vaticano I, nella Costituzione dogmatica
Dei
Filius
, nel capitolo 3 sulla Fede, conferma, in sintonia con l’insegnamento
di Gesù e con tutto il precedente Magistero, che prestare il proprio consenso
alla predicazione del Vangelo, quindi la Fede, «
è necessario per ottenere la salvezza
» e che «
l’atto di Fede è un’opera che riguarda la salvezza, con cui l’uomo
offre a Dio stesso la sua libera obbedienza, acconsentendo e cooperando alla
sua grazia, alla quale potrebbe resistere
» (3010, pag. 1051, Denzinger).
Poco dopo è
ancora più esplicito: «
Poiché ‘senza la
fede è impossibile essere graditi a Dio’ [Eb 11, 6] e condividere le condizioni
di suoi figli, nessuno può essere mai giustificato senza di essa e nessuno
conseguirà la vita eterna se in essa non ‘persevererà fino alla fine’ [Mt 10,
22; 24, 13]
».
Il Concilio Vaticano
I arrivò ad anatemizzare alcuni concetti sulla non necessità della Fede. Su
tutti, riprendendo quanto suddetto, riportiamo il canone n. 6: «
Se qualcuno dice che i fedeli sono nella
stessa condizione di coloro che non sono ancora pervenuti all’unica vera fede,
così che i cattolici potrebbero avere un giusto motivo di mettere in dubbio,
sospendendo il loro assenso, quella fede che hanno abbracciato sotto il
magistero della chiesa, fino a che non avranno completato la dimostrazione
scientifica della credibilità e della verità della loro fede: sia anatema
»
Lo stesso
concetto viene espresso anche da Pio XII nell’enciclica
Mystici
corporis
del
29.6.1943.
Anche nel
Concilio Vaticano II, si afferma che Cristo ha inculcato con parole esplicite
la necessità della Fede e del Battesimo e che «
non potrebbero essere salvati quegli uomini che, pur ignorando il fatto
che la chiesa cattolica è stata fondata come necessaria da Dio per mezzo di
Gesù Cristo, non volessero però entrarvi o rimanervi
» (Lumen Gentium, 14, 4136
Denzinger).
Lo stesso
Concilio Vaticano II, nella Costituzione pastorale
Gaudium
et
spes
, n. 28, specifica l’impossibilità
di intendere la carità da sola come sufficiente per la salvezza, ma sia da
intendere come collegata alla fede: «
Certamente
tale amore e tale amabilità non devono in alcun modo renderci indifferenti
verso la verità e il bene. Anzi lo stesso amore spinge i discepoli di Cristo ad
annunciare a tutti gli uomini la verità che salva
».
Non è certo l’equivocità
dell’insegnamento di N.S. Gesù Cristo o del Magistero perenne, quindi, il
problema di chi continua a ripetere che “basta amare per salvarsi”, rispondendo
che non c’è alcun bisogno di convertirsi.
Come abbiamo
visto, sono tantissimi i passi in cui la Chiesa Cattolica spiega che invece è
la Fede in Dio ed in Cristo la via della salvezza.
«
Da quanto sopra si deduce immediatamente che
l’obbligo della Fede è, per sua natura, grave ... Anzi tra gli obblighi gravi
quello della Fede è, dal punto di vista oggettivo, il più grave
»
(Enciclopedia Cattolica, 1950, voce Fede).
Tutte le opere
del mondo non ci aiuteranno se non crederemo in Dio.
Un ultimo
pensiero si deve avere per quel che si intende per opere. Queste non sono solo
ed esclusivamente solidarietà ed aiuto materiale ai poveri, agli ammalati, in
generale a chi ha bisogno, ma qualsiasi atto che, partendo da un apertura del
cuore verso il prossimo scaturente dall’amore di Dio, si estrinsechi in un
prodigarsi per gli altri. Così potranno intendersi come opere anche l’annuncio
del Vangelo a chi non crede o il riprendere fraternamente un amico che sta
sbagliando.
Altrimenti si
arriverebbe anche al paradosso che l’unico vero cattolico è solo chi fa della
solidarietà, che, invece, può essere fatta meccanicamente, senza vero amore
inteso come carità cristiana.
Non si sta asserendo, in
conclusione, che la carità non conta nulla, si commetterebbe l’errore opposto a
quello che si sta confutando.
Si sta invece affermando il
principio reale: sia la fede che la carità sono fondamentali. La seconda
perfeziona e rende vera la prima. Non bastano però le sole opere a salvarci. Si
deve credere in Colui che è la Carità per antonomasia.