Thomas More
(Tommaso Moro, 1478-1535), figlio di un giurista londinese, si
avviò giovane alla carriera forense.
Umanista ma al contempo cattolico
Nel 1499, mentre studiava
legge, conobbe Erasmo da Rotterdam, ancora giovane e poco noto, che visitava
l’Inghilterra per la prima volta. Tra i due umanisti nacque quell’amicizia
profonda che è nota a tutti. Frattanto il giovane Thomas alloggiava presso i certosini
di Londra e fu attratto dalla loro austerità, dalla loro cultura, dalla loro
irreprensibilità morale; tanto che meditò a lungo se proseguire gli studi, come
voleva suo padre, o se farsi monaco. Anche dopo aver optato per la prima
possibilità, nutrì sempre grande affetto e profonda ammirazione per gli ordini
religiosi, in particolare per i certosini e per i francescani osservanti.
Nel 1504, a
venticinque anni, More divenne uno dei rappresentanti eletti (i
Commons
)
in parlamento e l’anno seguente si sposò; quattro figli seguirono l’uno dopo
l’altro. Le sue tre figlie furono presto note come le donne più colte
dell’intero regno.
La sua vita
domestica, anche da padre di famiglia, somigliò quanto più possibile a quella
monastica: Messa, preghiera e meditazione si accompagnavano per lui
quotidianamente all’allegria, all’amicizia e all’amore per la cultura. Grande
umanista e maestro di ironia, More non disprezzò usi e costumi medievali, come
quello di portare un cilicio, consuetudine che gli rimase per tutta le vita.
Quando, in
Utopia
(1516), vagheggiò
l’abolizione della proprietà privata, egli non era un profeta del comunismo: si
rifaceva, piuttosto, all’ideale monastico, in cui tutti lavoravano per il bene
comune.
La prima
moglie, Jane, morì giovanissima. More si risposò presto con una vedova, Alice,
che riuscì a organizzare una casa che diventava sempre più difficile da
gestire, con tanti amici e intellettuali che la frequentavano. Casa More,
infatti, divenne presto una sorta di circolo letterario noto a tutti gli uomini
di cultura.
La carriera politica
Intanto era stato nominato vice
sceriffo della città di Londra; la gente cominciò ad amarlo per la sua
indulgenza e anche perché gli piaceva scherzare. Continuando intanto a far
parte della Camera dei
Commons,
prese
poi parte a diverse ambascerie, in Francia e nelle Fiandre. Proprio nelle
Fiandre concepì e cominciò a scrivere
Utopia,
il dialogo in stile neoplatonico che servì a More, essenzialmente, per dire
quello che pensava dei prìncipi europei, delle loro guerre meschine, del loro
modo di amministrare la giustizia e di governare i loro Paesi. Per questo egli
ricorse allo stratagemma del viaggiatore che racconta ciò che ha visto in un
paese lontano, esattamente come, anni dopo, Amleto avrebbe criticato l’Inghilterra
“travestendola” da Danimarca.
Intorno al
1517 More entrò a far parte del Consiglio del re; l’anno seguente fu elevato
alla
nobiltà
minore e nominato vice
tesoriere. È l’anno in cui Enrico vide pubblicato il suo
Assertio septem sacramentorum.
Nel 1523 la Camera
dei Comuni scelse More come
Speaker
:
è suo il famoso discorso in cui si implora la libertà di parola come condizione
minima per avviare un dialogo. Le autorità dovettero ben presto riconoscere che
More era difficile da asservire. Come accade ancor oggi in casi simili, dunque,
egli fu tolto di mezzo con una bella promozione, a cancelliere del ducato di
Lancaster nel 1525.
Quando, alla
caduta di Wolsey nel 1529, gli venne conferita la prestigiosissima carica di
Gran Cancelliere, egli si affermò come giudice giusto, incorruttibile e,
particolare di non poco conto, rapido nel risolvere le cause. Accettando
quell’incarico gravoso, egli sperava di poter contribuire a salvare il suo
Paese dall’abisso in cui vedeva chiaramente che il re lo stava precipitando.
Patti chiari fin dall’inizio, però: avrebbe accettato l’alta carica, ma il re
doveva lasciare in pace la sua coscienza riguardo al “divorzio”.
Contro l’eresia e contro il “divorzio” del re
Nel frattempo, More si occupò
anche di eresie. Coerentemente con le idee
esposte in
Utopia
tanti anni
prima, avversò duramente l’eresia in quanto ingannava i semplici e seminava
sedizione, ma fu sempre tollerante con gli eretici in quanto individui
(compreso, per un certo periodo, il suo futuro genero), soprattutto se ingenui
o incolti.
La carriera
pubblica di More terminò quando il re accettò le sue dimissioni, il 16 maggio
1532, il giorno dopo che il clero si era formalmente sottomesso alla Corona.
More addusse motivi di salute e sperò di essere lasciato in pace per dedicarsi
ai suoi scritti e, perché no, per cominciare a tirare le fila della sua vita,
sebbene fosse allora soltanto cinquantaquattrenne.
Ma non si
illudeva sul fatto di essere caduto in disgrazia. Per prima cosa, dunque,
compose il proprio epitaffio. Poi si dedicò anima e corpo all’apologetica;
senza uno stipendio, però. Gli uomini di Chiesa raccolsero infatti un’ingente
somma che, permettendogli di mantenere se stesso e la famiglia senza
preoccupazioni, avrebbe incoraggiato e sostenuto il suo lavoro di scrittore; ma
egli rifiutò ritenendo che l’intera forza morale di suoi scritti sarebbe venuta
meno, se egli fosse stato al soldo del clero. Intanto il re e Cromwell lo
osservavano. Ma anche l’Europa intera, ormai, osservava quanto accadeva in
Inghilterra; ed era voce diffusa che More, ormai universalmente stimato, fosse
stato cacciato in malo modo.
Assentandosi
deliberatamente dall’incoronazione di Anna, ribadì il suo silente disaccordo
per la politica regia. Sentiva, ormai, il cerchio stringersi intorno a lui. Nel
marzo del 1534, con l’Atto di Successione, il re obbligò tutti i sudditi a
disconoscere l’autorità papale; rifiutarsi di sottoscriverlo equivaleva a
rendersi complici di tradimento. Avendo rifiutato di giurare, More, Fisher e
gli altri furono rinchiusi nella Torre. L’anno seguente, quando il parlamento
passò l’atto di Tradimento, divenne punibile con la morte negare la supremazia
regia sulla Chiesa. More si difese rinchiudendosi nel silenzio più totale a
riguardo.
Verso il martirio
Fu processato il primo luglio
1535. Grazie a una falsa testimonianza, fu giudicato colpevole e condannato
all’intero supplizio dei traditori. Accolse il giudizio come una liberazione:
finalmente ora poteva parlare chiaro in quanto non aveva nulla da perdere. Non
se l’era cercato, il martirio, perché temeva di non essere pronto a sostenerlo
fino alla fine. Ma, ora che era inevitabile, tenne una lunga orazione in cui
affrontò la questione in tutti i suoi aspetti. Disse, tra l’altro, che l’Atto di Supremazia, emanato da Dio sapeva
che razza di parlamento, ripugnava alle leggi di Dio e alla sua Chiesa, il cui
capo supremo non poteva essere altri che il Papa; e che l’Inghilterra, o il suo
parlamento, erano un nulla di fronte a tutto il resto della Cristianità.
Nonostante
le ire che quel suo discorso doveva aver provocato, però, nel giro di pochi
giorni gli fu comunicato che il re, nella sua infinita bontà e misericordia,
gli aveva graziosamente commutato la pena in semplice decapitazione, come a
Fisher.
La mattina
del 6 luglio 1535 un giovane giurista, un amico, gli fu mandato, piangente, a
comunicargli che l’esecuzione avrebbe avuto luogo quel giorno stesso e che, in
occasione del suo ultimo discorso, quello sul patibolo, il re lo pregava di
usare poche parole. È quello che More fece: si congedò dagli astanti chiedendo
loro di pregare per lui e di testimoniare che moriva «
nella fede e per la fede della Santa Chiesa cattolica
». Pregassero
per lui in questo mondo, ed egli avrebbe pregato per loro nell’altro. Dichiarò
infine che moriva «
fedele servo del re, ma, prima, servo di Dio
».
Anche grazie
alla loro fama, Fisher e More furono da subito venerati come santi in tutto il
mondo cattolico, nonostante il riconoscimento ufficiale della Chiesa abbia
dovuto attendere fino alla fine dell’Ottocento (questo perché l’accesso ai
documenti fu vietato dalla Corona fino al 1850). Thomas More fu canonizzato
insieme a Fisher, a quattrocento anni dalla morte, nel 1935.