La
modernità (ce lo siamo detto più volte) ha una caratteristica ben precisa: la
pretesa dell’uomo di raggiungere una completa autosufficienza. Pretesa che a
sua volta può essere raggiunta stabilendo un principio di netta separazione tra
l’ordine naturale e quello soprannaturale, tra la vita dell’uomo e il giudizio
di Dio, tra la politica e la religione, tra lo Stato e la Chiesa. Ovviamente la
modernità ha avuto tanti “padri”, alcuni più famosi altri meno… Ma tutti hanno
dato un contributo al successo di una categoria che ha portato e porta con sé
tante conseguenze che definire “catastrofiche” è una sorta di eufemismo.
Tra i
“padri” della modernità va annoverato un filosofo del Medioevo, l’inglese Guglielmo
di Ockham (1280-1349). Famoso per chi studia la filosofia, meno o per nulla
famoso per chi si disinteressa di questa disciplina. Una pedina però importante
nello scacchiere della modernità, una pedina di cui si deve parlare quando si
tratta di apologetica filosofica.
Dal
nominalismo al razionalismo e all’idealismo
Veniamo
al suo pensiero. Guglielmo di Ockham polemizzò tanto con san Tommaso quanto con
Duns Scoto, ma in realtà voleva polemizzare con tutta la Scolastica. Sì: con
tutta la Scolastica… Perché per lui ragione e fede non sarebbero armonizzabili
ma del tutto in contrasto. La realtà – diceva – è costituita da esseri
individuali e ciascuno di questi possiede caratteristiche proprie (ogni cane è
diverso dall’altro, ogni uomo è diverso dall’altro...) e fin qui gli si può
dare anche ragione. Ma poi aggiungeva (sbagliando!) che non ci sarebbe alcuna
essenza comune (l’essenza di uomo, di cane, ecc...).
Riguardo
il problema degli universali, Guglielmo di Ockham seguì il
nominalismo
, cioè la convinzione che non esisterebbero concetti
universali, o meglio che questi concetti sarebbero solo “nomi” e basta. La
parola “uomo”, per esempio, sarebbe solo un simbolo creato convenzionalmente.
Per
questo Ockham può essere considerato il padre del
razionalismo
e dell’
idealismo
moderni. Del razionalismo moderno, perché la sua teoria lo porta a ritenere che
la ragione non possa conoscere ciò che è aldilà dell’esperienza sensibile.
Dell’idealismo moderno, perché la sua teoria afferma che gli universali
sarebbero solo nomi a cui non corrisponderebbe una realtà oggettivamente esistente.
Negazione
della dimostrabilità dell’esistenza di Dio
Il vero
sapere per Ockham è solo esperienza sensibile e basta; e non deve sfociare in
un processo astrattivo. Tale convinzione produce almeno due conseguenze: il
rifiuto del principio di causa e il rifiuto del principio di sostanza. Per la
causa egli diceva che il procedere di un fenomeno dall’altro (il lampo e il
tuono) non darebbe la certezza che il primo fenomeno (il lampo) sia causa del
secondo (il tuono). Per la sostanza diceva che l’uomo percepisce sì le qualità
che costituiscono i singoli oggetti, ma non può andare oltre e concepire queste
qualità come attaccate ad un sostrato, che è appunto la sostanza.
Negato
il valore ontologico dell’universale, è del tutto naturale che Ockham arrivasse
a negare qualsiasi possibilità di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio.
La ragione non porta più alla fede. La fede non perfeziona più la ragione. Con
Ockham alla fede ragionevole succede la fede cieca. Riguardo Dio, egli affermò
che non vi è nessun argomento che possa fornirci certezza della sua esistenza,
se non probabilità.
Negando
l’analogia dell’ente, Ockham arrivò a negare qualsiasi tipo di discorso certo
sugli attributi divini e giunse finanche ad ammettere – altrimenti secondo lui
si sarebbe dovuto ammettere in Dio una limitazione – la possibilità che Dio
possa contraddirsi.
Teorico
dell’assolutismo e del laicismo
Ovviamente
in politica Ockham fu un tenace sostenitore dell’indipendenza dello Stato nei
confronti della Chiesa. Attaccò l’assolutismo cosiddetto “teocratico” del Papa
(in realtà il potere del Papa non era mai stato teocratico), affermando che
l’autorità imperiale non derivasse dalla Chiesa. L’autorità imperiale – affermava
– non deriva dal Papa bensì dagli elettori che rappresentano il popolo, nel
quale l’autorità risiede. Insomma, l’autorità politica proviene da Dio
attraverso il popolo. Per questo, per l’elezione dell’imperatore, non sarebbe
necessaria la conferma del Papa.
È
l’inizio dell’assolutismo, ovvero della concezione secondo cui chi comanda non
deve render conto di nessun giudizio al di sopra di sé. In questo periodo di
simili tesi politiche fu famoso diffusore un altro importante “padre” della
modernità: Marsilio da Padova.
Bibliografia
Corrado Gnerre,
Studiare la filosofia per rafforzare la
Fede,
vol. I, Studi apologetici Joseph oboedientissimus, Benevento 2008.