Ieri
apologetica
era una parolaccia che suscitava scandalo anche in
ambienti cattolici; oggi è stata parzialmente riabilitata dalla drammatica
necessità di difendere la Fede spesso attaccata e derisa. Tuttavia lo “spirito
del mondo” continua ad alimentare nell’opinione pubblica una generale
avversione verso l’apologetica. Ciò finisce con l’influenzare anche molti
cattolici, i quali spesso evitano di difendere l’onore di Dio e della Chiesa o
lo fanno timidamente e inadeguatamente, perché timorosi di fare apologetica
commettendo il nuovo peccato di “proselitismo”.
Cerchiamo
allora di chiarire e dissipare almeno qualcuno degli equivoci che tutt’oggi
impediscono un’apologetica adeguata, franca e sicura, ossia senza timori né complessi.
Una catechesi militante
Il termine
apologetica
deriva dal greco
apologhetiké
(sottintendendo
epistème
,
scienza); è la dimostrazione razionale della credibilità della Fede cristiana, in
obbedienza al noto ammonimento di san Pietro: «
siate sempre pronti a rispondere
[
pros apologhìan
, nda]
a
coloro che vi chiedono le ragioni della vostra speranza
» (
1Pt.
, 3,15).
Dalla semplice
presentazione della Fede, l’apologetica si distingue per il suo aspetto essenzialmente
militante e missionario, in quanto si rivolge soprattutto a “quelli di fuori”:
aspetto caratteristico, questo, della Chiesa detta appunto
militante.
Difatti, contrariamente a quanto molti pensano, Dio,
Gesù Cristo e la Chiesa hanno nemici oggettivi (siano essi occulti o palesi,
impliciti o espliciti, consapevoli o inconsapevoli) che cercano d’impedire la
diffusione della Verità cristiana negandola, calunniandola e ridicolizzandola
in tutti i modi, anche sleali e pertinaci. Pertanto l’ordinaria catechesi dev’essere
sempre affiancata e sostenuta dall’apologetica, la quale non mira tanto ad annunciare
la verità cattolica quanto a dimostrarla e difenderla.
L’apologetica ha
dunque un ruolo primariamente
difensivo:
essa chiarisce e riafferma le verità di Fede non in astratto ma in concreto,
difendendola dai suoi nemici. Questo può farlo in vari modi, ad esempio rimuovendo
quegli ostacoli che impediscono la comprensione e l’accettazione della Verità:
equivoci, pretesti, pregiudizi, avversioni, calunnie.
L’apologetica
ha però anche un ruolo
offensivo:
essa attacca gli errori confutandone i sofismi, dimostrandone la falsità e la
contraddittorietà, smascherandone le vere motivazioni e denunciandone le gravi
conseguenze. Questa offensiva è necessaria in quanto, come nell’esercito, anche
nell’apologetica non basta che ci sia una retroguardia che difenda, ma ci vuole
anche un’avanguardia che attacchi. Del resto, spesso, “la miglior difesa è l’attacco”,
come dice il noto proverbio.
L’apologetica
può perfino svolgere un ruolo
preventivo:
essa previene alcuni errori che potrebbero diffondersi, per batterli in breccia
fornendone in anticipo la confutazione e l’antidoto. In tal caso, però, l’apologeta
deve stare ben attento a evitare di suscitare dubbi su questioni che non sono
in causa, o che lo sono solo in un ambiente molto ristretto; altrimenti rischia
d’indurre l’interlocutore in tentazioni che non ha – e che forse non avrebbe
mai avuto – senza poterlo preservarne.
Annuncio e polemica
Alcuni
pretendono che l’apologetica, specialmente quella offensiva, sia inutile o
addirittura controproducente, in quanto susciterebbe presunzione e aggressività
in chi la fa e timore e avversione in chi la subisce; bisognerebbe quindi
attenersi alla sola esposizione propositiva della dottrina cristiana (l’
annuncio,
come oggi si dice), la quale sarebbe
sufficiente per convertire le anime evitando tali pericoli. Questa posizione
rivela una mentalità che potremmo chiamare pacifista e una spiritualità che
assomiglia a quella quietistica; pertanto essa si pone in contrasto sia col
dettame delle Sacre Scritture che col carattere militante della Santa Chiesa.
In realtà, la
semplice esposizione propositiva della dottrina cristiana non basta ad
assicurare l’evangelizzazione, tantomeno la sua efficacia e stabilità. Il
Vangelo difatti non è solo Parola da ricevere ma anche e soprattutto Spirito da
assimilare e Legge da praticare. Ma questo viene impedito dal Peccato Originale
e dalle sue conseguenze individuali e sociali, specie nell’attuale situazione d’indifferenza
o di ribellione a Dio. Pertanto non basta “annunciare” la Verità, bisogna anche
difenderla e attaccarne i nemici. La Chiesa stessa, come
Magistra Verbi,
non si può limitare ad esporre, proporre ed
esortare, ma deve anche insegnare, ammonire, condannare e talvolta perfino
imporre in coscienza, esigendo che l’uomo accetti (liberamente) la Verità e che
il comportamento si adegui (sinceramente) alle parole. Del resto, Dio stesso
condiziona la piena conversione religiosa alla integrale proposizione e difesa
della Verità, come ammoniva dom Guéranger.
Per convertire
le anime, non basta che l’apologetica sia razionalmente solida e convincente;
difatti alle argomentazioni razionali l’uomo potrà sempre opporre obiezioni pregiudiziali,
psicologiche, emotive e passionali, di solito suscitate da una mentalità erronea
alimentata da una vita disordinata. L’apologeta deve quindi rivolgersi anche ai
sentimenti e alla sensibilità dell’uomo, in modo che le sue passioni cessino di
essere ostacoli e diventino anzi ponti per la conversione. Nel preparare e facilitare
l’atto di fede, i motivi di ordine psicologico ed emotivo sono molto più efficaci
di quelli mentali e razionali; l’importante è che i primi vengano messi al
servizio dei secondi, non al rovescio, come pretende l’errore modernistico da
Blondel a oggi.
Inoltre l’apologetica
deve coinvolgere e convincere l’uomo per intero, in tutte le sue facoltà. Essa
quindi non deve suscitare solo simpatia, amore e zelo, ma anche meraviglia,
timore e perfino avversione: meraviglia per le opere e i progetti divini,
timore per i Suoi giudizi, avversione per i Suoi nemici. L’apologeta non deve
solo attirare, affascinare e lusingare, ma anche scuotere, ammonire,
minacciare; se deve unire nella Verità, deve anche dividere dall’errore, deve
insomma essere “segno di contraddizione”: proprio come fece Gesù Cristo, il
quale per giunta non se ne preoccupava affatto. L’importante è che quest’azione
divisiva e distruttiva sia al servizio di quella unitiva e costruttiva, non al
rovescio.
In questa
prospettiva rientra il ruolo della
polemica.
L’apologeta può e deve polemizzare contro gli errori e contro i vizî. Secondo i
Padri della Chiesa, così facendo egli offre a Dio il dono della mirra, che
esprime simbolicamente la disposizione a sacrificare la propria tranquillità e fama
alle esigenze della lotta per la causa evangelica. Tuttavia, come avverte san
Paolo, bisogna polemizzare con misura, ossia
opportune et importune,
ma non
inopportune;
la polemica deve restare al servizio della conversione alla Fede, per cui deve
evitare di suscitare una maggiore avversione alla Verità o un pretesto per
combatterla con maggior acredine. Questa situazione tuttavia capita molto più raramente
di quanto si crede.
La polemica
cristiana non è una gara sportiva ma una esercitazione militare; l’importante
quindi non è partecipare ma vincere. L’ideale sta nel convincere l’avversario
traendolo dalla giusta parte; ma se questo non è possibile, bisogna almeno
disarmarlo, ossia confonderlo e smascherarlo, in modo che le sue possibili
vittime si rendano conto che non ha argomenti validi da opporre e si
sottraggano alla sua nefasta influenza. A questo scopo, il cristiano può e deve
usare tutte le tecniche della persuasione, compresa la (sana) retorica e
dialettica. Come diceva sant’Ignazio di Loyola, «
ogni mezzo
[onesto]
va usato
per fare la gloria di Dio
».
L’apologeta e l’errante
Fra questi
mezzi a disposizione dell’apologetica, i Padri della Chiesa includono anche il
deridere e ridicolizzare tutto quanto l’avversario mette al servizio
dell’errore: motivazioni, pretesti, esempi, perfino la sua persona. Infatti l’apologeta
deve impedire che l’errore seduca gl’ingenui grazie alla posizione o al
prestigio o all’abilità del suo propagandista; a questo scopo, san Francesco di
Sales esortava i cristiani a smascherare e ridicolizzare le false pretese e la
falsa fama di chi si fa strumento dell’errore. Né vale obiettare al riguardo
che bisognerebbe salvaguardare la dignità dell’errante; infatti costui va
rispettato come persona, ma non può esserlo come propagandista dell’errore; se
si mette al servizio dell’errore e del vizio, causando grave danno alle anime
di ingenui e sprovveduti, l’errante perde la propria dignità morale e il
diritto alla onorabilità e al prestigio così malamente usati. Questo punto,
tanto importante quanto delicato, merita di essere ben chiarito a scanso
d’equivoci.
Abbiamo detto
che l’apologetica deve difendere la Fede dall’errore. Tuttavia l’errore non
esiste in astratto ma solo in concreto, ossia in quanto professato dagli
erranti; l’apologetica quindi deve affrontare non solo parole, scritti e
immagini erronei, ma anche le persone che li usano per diffondere quegli
errori. I grandi apologisti cristiani hanno sempre predicato e scritto contro
un errante o una setta di erranti, tanto da intitolare spesso le loro opere usando
la parola
adversus
(“contro”), seguita
dal nome del responsabile.
«
Ho odiato l’errore e ho amato l’errante
»,
disse giustamente sant’Agostino; ma con ciò intendeva dire che l’errante va
amato non nel suo errare, bensì solo nella sua condizione di umana creatura che,
sebbene sia moralmente ammorbata dall’errore, resta sempre passibile di guarigione,
ossia di conversione. Comunque sia, quando l’errante, nonostante i chiarimenti
ricevuti, si ostina a diffondere pubblicamente l’errore, identificandosi
oggettivamente con esso e «
servendosi
della propria libertà come pretesto per fare il male
» (
1Pt.
, 2,16), allora l’apologeta deve polemizzare con lui e al
limite denunciarlo davanti alla Chiesa, come esigeva san Paolo. Chi pensa che
ciò non sia conforme al Vangelo, si ricordi che il Divin Redentore attaccava i
suoi nemici, accusava i peccatori, ammoniva gl’indecisi, esortava i tiepidi. Così
deve agire anche il vero apologeta; l’importante è ch’egli polemizzi lealmente
e non per odio personale, ma per disinteressato amore della Verità e per carità
verso l’errante.
Non scandalizziamoci,
dunque, se talvolta un apologeta polemizza contro un errante: ciò è richiesto
dalla
sequela Christi
e dalla
parresìa
(franchezza) evangelica, è un
aspetto della Chiesa militante, è strumento della normale battaglia della Fede,
necessario alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime. Se la Verità è cibo
dell’anima e chi lo dispensa è oggettivamente lodevole, indipendentemente da
intenzioni soggettive difficilmente valutabili, all’opposto l’errore è veleno
dell’anima e chi lo diffonde è oggettivamente criticabile, indipendentemente da
intenzioni soggettive difficilmente valutabili. Il grande apologeta Joseph de
Maistre diceva che «
l’errore è come una
moneta falsa coniata da pochi criminali consapevoli e colpevoli, e poi diffusa
da molti ignari e forse incolpevoli
»; ma ciò non toglie che lo spaccio di
moneta falsa resta un crimine e che l’autorità deve individuarne il colpevole, tentare
di dissuaderlo e, se ciò non basta, impedirgli di perpetrare quel crimine.
Buona fede e mala fede
Spesso l’errore
si ammanta di false apparenze, si mette sotto una falsa luce e al riparo di un
falso prestigio, allo scopo d’ingannare e sedurre ingenui e sprovveduti. Pertanto,
l’apologeta non può dare per scontata l’“autenticità” dell’errore e la
“sincerità” dell’errante, non può limitarsi a considerarli quale si presentano
e pretendono di essere, non può accettarli a scatola chiusa né adattarli alle
proprie esigenze pratiche. Pertanto, prima di confutare l’errore, spesso
l’apologeta deve smascherarlo, ossia deve svelarne e denunciarne la vera
natura, i veri scopi, i veri metodi; infatti esso va sempre esposto e confutato
oggettivamente, così com’è, per i reali pericoli che comporta, senza attenuarli
né aggravarli.
L’apologeta
deve evitare un altro pericoloso equivoco: quello d’illudersi che l’errante sia
sempre
sincero e leale, ossia “in
buona fede”, come se questa illusione fosse una condizione irrinunciabile per
“dialogare” con lui allo scopo di convertirlo. Anche se si suppone che
l’errante sia “in buona fede”, bisogna comunque contrastarlo, se non altro per
disingannarlo prima ch’egli s’indurisca nell’errore, si ostini nella colpa e
muoia nella impenitenza. Ovviamente la “buona fede” dev’essere presunta, finché
non se ne ha prova contraria; ma quando la si ha, non si può agire contro l’evidenza
e quindi non resta altro che constatare e contestare la malafede, cosa peraltro
molto più frequente di quanto si pensi. In tal caso, la prudenza obbliga
l’apologeta a cambiare l’impostazione stessa del “dialogo” e talvolta a
interromperlo o a rifiutarlo, non solo per evitare quelle vane discussioni
tanto pericolose per la fede, ma anche per sciogliere l’equivoco e sfuggire alla
trappola, smascherando l’avversario e impedendo che il suo inganno possa
sedurre e traviare gli ingenui che assistono.
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