Il Giudizio Cattolico

Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi.
E se la vita ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo.
E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.
San Giuseppe Moscati


> Attualità

A proposito della coscienza … un’opportuna lettura della Veritatis splendor del beato Giovanni Paolo II





Introduzione
1. Nel mese di settembre scorso il quotidiano La Repubblica ha pubblicato una lettera di papa Francesco indirizzata al giornalista Eugenio Scalfari, storico fondatore del Quotidiano. La lettera del Papa si configura come una risposta ad una lettera aperta che il giornalista aveva pubblicato sempre sullo stesso quotidiano il 7 agosto.
2. A scanso di equivoci ribadiamo come Cammino dei Tre Sentieri la nostra assoluta fedeltà al Vicario di Cristo, la nostra completa docilità e riverenza; ma, proprio perché riteniamo che l’autorità del Sommo Pontefice non debba correre il rischio di essere minimamente scalfita, riteniamo sia bene intervenire su uno dei passaggi di questa lettera che potrebbero facilmente essere letti come punti di evidente rottura con la dottrina di sempre della Chiesa Cattolica.
3. A conferma della possibilità di dire qualcosa in tal senso vi è anche il fatto –non assolutamente trascurabile- che la lettera in questione non è un atto di magistero formale del Sommo Pontefice.
4. Ci saremmo attesi che la Sala Stampa vaticana, all’indomani di alcuni titoli giornalistici che hanno immediatamente letto la lettera del Papa in una prospettiva di chiara “rottura” con la Tradizione, fosse intervenuta per fare chiarezza. Ma ciò non è di fatto accaduto.
5. Il passaggio su cui volgiamo soffermarci è questo: “Lei mi chiede –ovviamente papa Francesco si rivolge a Scalfari- se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che - ed è la cosa fondamentale - la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell'obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c'è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire.”
6. Tale passaggio è stato di fatto ripetuto nell’intervista che successivamente papa Francesco ha rilasciato ad Eugenio Scalfari nella residenza di Santa Marta il 24 settembre scorso e che poi è stata pubblicata sul quotidiano La Repubblica il 1° ottobre scorso. In questa occasione alla domanda di Scalfari: “Santità, esiste una visione del Bene unica? E chi la stabilisce?” Papa Francesco ha affermato: «Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene». A che Scalfari ha aggiunto: “Lei, Santità, l’aveva già scritto nella lettera che mi indirizzò. La coscienza è autonoma, aveva detto, e ciascuno deve obbedire alla propria coscienza. Penso che quello sia uno dei passaggi più coraggiosi detti da un Papa.” Papa Francesco ha aggiunto: «E qui lo ripeto. Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo»
7. Ritorniamo alla lettera di papa Francesco. Scalfari, infatti, aveva così chiesto nella lettera indirizzata al Papa il 7 luglio del 2013: “Se una persona non ha fede né la cerca ma commette quello che per la Chiesa è un peccato, sarà perdonato dal Dio cristiano?”
8. Rispondendo, il Papa giustamente ribadisce che la misericordia di Dio non ha limiti. E’ sicuramente un peccato contro lo Spirito Santo quello di ritenere che il perdono di Dio possa essere limitato: infatti non c’è né gravità di peccato né numeri di peccati dinanzi ai quali la misericordia di Dio è impotente. Laddove c’è il pentimento e la contrizione, Dio perdona sempre.
9. Riteniamo però che quando si parla a persone come Scalfari, che indubbiamente rappresentano modelli di vita di evidente indifferentismo religioso, è bene precisare che c’è contrizione e contrizione. Quando non c’è la possibilità di ricevere la Grazia santificante attraverso il sacramento della Penitenza, può bastare sì un atto di contrizione per ricevere il perdono di Dio, ma la contrizione deve essere perfetta e non imperfetta. La contrizione perfetta è avere dolore dei propri peccati non per timore del castigo divino ma per amore di Dio, cosa che, a detta dei grandi maestri di spirito, non è cosa molto facile.
10. La grande questione sta però quando il Papa scrive: “La questione per chi non crede in Dio sta nell'obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c'è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire.
11. Sarebbe stato opportuno –se non da parte del Papa per motivi di spazio- almeno da parte della Sala Stampa poter chiarire. Infatti dire che per chi non crede in Dio basti seguire la propria coscienza non solo è insufficiente ma può essere anche pericoloso.
12. Bisogna dire che ci sono due tipi di coscienza: la retta e la erronea. La differenza sta nel fatto che la coscienza retta è quella che non pretende decidere cosa è bene e cosa è male, ma che si fa illuminare da una verità che è esterna ad essa e che la precede: la legge naturale e soprannaturale.
13. La coscienza non è tenuta a “percepire” cosa e bene e cosa è male, ma a conoscere e poi a distinguere cosa è bene e cosa è male. Sottolineare l’aspetto della “percezione” vuol dire dare credito a quell’impostazione della teologia morale tipicamente ranheriana che già la Veritatis splendor di Giovanni Paolo II aveva condannato.
14. L’esempio è sicuramente estremo, ma attraverso gli esempi estremi si capiscono le cose. I vari Hitler, Pol Pot, Stalin … hanno agito secondo coscienza, hanno agito secondo la loro coscienza, hanno agito secondo una coscienza che “percepiva” autonomamente cosa fosse bene e cosa fosse male … e poi hanno fatto quello che hanno fatto.
15. Altra cosa è parlare di “coscienza erronea”, anche se in questo caso la responsabilità sta proprio nel non sapere: è un non-sapere invincibile (cioè incolpevole) o colpevole?
16. E’ per questo che come Cammino dei Tre Sentieri abbiamo ritenuto opportuno offrire una selezione di alcuni passaggi chiave della Veritatis splendor, un’enciclica sulla morale scritta dal beato Giovanni Paolo II nel 1993. Una enciclica importante per fare chiarezza.
Perché l’Enciclica
17. Punto 30: “Rivolgendomi con questa Enciclica a voi, Confratelli nell'Episcopato, intendo enunciare i principi necessari per il discernimento di ciò che è contrario alla «sana dottrina», richiamando quegli elementi dell'insegnamento morale della Chiesa che sembrano oggi particolarmente esposti all'errore, all'ambiguità o alla dimenticanza. (E qui Giovanni Paolo II cita san Paolo:) Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole.”
18. Punto 29: “ (…) nell'ambito delle discussioni teologiche postconciliari si sono sviluppate (…) alcune interpretazioni della morale cristiana che non sono compatibili con la «sana dottrina» (2 Tm 4,3).”
19. Punto 4: “Si è determinata, infatti, una nuova situazione entro la stessa comunità cristiana, che ha conosciuto il diffondersi di molteplici dubbi ed obiezioni, di ordine umano e psicologico, sociale e culturale, religioso ed anche propriamente teologico, in merito agli insegnamenti morali della Chiesa. Non si tratta più di contestazioni parziali e occasionali, ma di una messa in discussione globale e sistematica del patrimonio morale, basata su determinate concezioni antropologiche ed etiche. (…) si respinge la dottrina tradizionale sulla legge naturale, sull'universalità e sulla permanente validità dei suoi precetti; (…)”
La questione della morale è una questione fondamentale
20. Al punto 5: “Mi rivolgo a voi, venerati Fratelli nell'Episcopato, che condividete con me la responsabilità di custodire la «sana dottrina» (2 Tm 4,3), con l'intenzione di precisare taluni aspetti dottrinali che risultano decisivi per far fronte a quella che è senza dubbio una vera crisi, tanto gravi sono le difficoltà che ne conseguono per la vita morale dei fedeli e per la comunione nella Chiesa, come pure per un'esistenza sociale giusta e solidale.”
Modernità e conseguenze sulla morale
21. Punto 36: “L'istanza moderna di autonomia non ha mancato di esercitare un suo influsso anche nell'ambito della teologia morale cattolica. (…)
Dalla ragione-ragionevole alla ragione razionalista
22. Punto 36: Dimenticando (…) la dipendenza della ragione umana dalla Sapienza divina e la necessità, nel presente stato di natura decaduta, nonché l'effettiva realtà della divina rivelazione per la conoscenza di verità morali anche di ordine naturale, alcuni sono giunti a teorizzare una completa sovranità della ragione nell'ambito delle norme morali relative al retto ordinamento della vita in questo mondo: tali norme costituirebbero l'ambito di una morale solamente «umana», sarebbero cioè l'espressione di una legge che l'uomo autonomamente dà a se stesso e che ha la sua sorgente esclusivamente nella ragione umana.
23. Punto 36: Di questa legge Dio non potrebbe essere considerato in nessun modo Autore, se non nel senso che la ragione umana esercita la sua autonomia legislativa in forza di un originario e totale mandato di Dio all'uomo. Ora queste tendenze di pensiero hanno condotto a negare, contro la Sacra Scrittura e la
dottrina costante della Chiesa, che la legge morale naturale abbia Dio come autore e che l'uomo, mediante la sua ragione, partecipi alla legge eterna, che non è lui a stabilire.”
La libertà come “assoluto”
24. Punto 32: “In alcune correnti del pensiero moderno si è giunti ad esaltare la libertà al punto da farne un assoluto, che sarebbe la sorgente dei valori. (…)
… la stessa coscienza sarebbe un “assoluto”
25. Punto 32: “Si sono attribuite alla coscienza individuale le prerogative di un'istanza suprema del giudizio morale, che decide categoricamente e infallibilmente del bene e del male. All'affermazione del dovere di seguire la propria coscienza si è indebitamente aggiunta l'affermazione che il giudizio morale è vero per il fatto stesso che proviene dalla coscienza. Ma, in tal modo, l'imprescindibile esigenza di verità è scomparsa, in favore di un criterio di sincerità, di autenticità, di «accordo con se stessi», tanto che si è giunti ad una concezione radicalmente soggettivista del giudizio morale.
Tutto questo perché non c’è più il senso della verità …
26. Punto 32: “Come si può immediatamente comprendere, non è estranea a questa evoluzione la crisi intorno alla verità. Persa l'idea di una verità universale sul bene, conoscibile dalla ragione umana, è inevitabilmente cambiata anche la concezione della coscienza: questa non è più considerata nella sua realtà originaria, ossia un atto dell'intelligenza della persona, cui spetta di applicare la conoscenza universale del bene in una determinata situazione e di esprimere così un giudizio sulla condotta giusta da scegliere qui e ora; ci si è orientati a concedere alla coscienza dell'individuo il privilegio di fissare, in modo autonomo, i criteri del bene e del male e agire di conseguenza. Tale visione fa tutt'uno con un'etica individualista, per la quale ciascuno si trova confrontato con la sua verità, differente dalla verità degli altri. Spinto alle estreme conseguenze, l'individualismo sfocia nella negazione dell'idea stessa di natura umana.”
Interpretazione “creativa” della coscienza
27. Al punto 54: “(…) le tendenze culturali sopra ricordate, che contrappongono e separano tra loro la libertà e la legge ed esaltano in modo idolatrico la libertà, conducono ad un'interpretazione «creativa» della coscienza morale, che si allontana dalla posizione della tradizione della Chiesa e del suo Magistero.”
La coscienza
San Bonaventura dà una precisa e corretta definizione di coscienza
28. Al punto 58: “«La coscienza — scrive san Bonaventura — è come l'araldo di Dio e il messaggero, e ciò che dice non lo comanda da se stessa, ma lo comanda come proveniente da Dio, alla maniera di un araldo quando proclama l'editto del re. E da ciò deriva il fatto che la coscienza ha la forza di obbligare».”
L’errore “contestualista”: la morale dovrebbe adattarsi al contesto
29. Al punto 56: “(…) alcuni (teologi) hanno proposto una sorta di duplice statuto della verità morale. Oltre al livello dottrinale e astratto, occorrerebbe riconoscere l'originalità di una certa considerazione esistenziale più concreta. Questa, tenendo conto delle circostanze e della situazione, potrebbe legittimamente fondare delle eccezioni alla regola generale e permettere così di compiere praticamente, con buona coscienza, ciò che è qualificato come intrinsecamente cattivo dalla legge morale. In tal modo si instaura in alcuni casi una separazione, o anche un'opposizione, tra la dottrina del precetto valido in generale e la norma della singola coscienza, che deciderebbe di fatto, in ultima istanza, del bene e del male. Su questa base si pretende di fondare la legittimità di soluzioni cosiddette «pastorali» contrarie agli insegnamenti del Magistero e di giustificare un'ermeneutica «creatrice», secondo la quale la coscienza morale non sarebbe affatto obbligata, in tutti i casi, da un precetto negativo particolare.”
L’errore “opzionalista”: ciò che rende buona la scelta morale è la semplice “opzione fondamentale”
30. Punto 65: “Alcuni autori (…) propongono una revisione ben più radicale del rapporto tra persona e atti. Essi parlano di una «libertà fondamentale», più profonda e diversa dalla libertà di scelta, senza la cui considerazione non si potrebbero né comprendere né valutare correttamente gli atti umani. Secondo tali autori, il ruolo chiave nella vita morale sarebbe da attribuire ad una «opzione fondamentale», (…). Gli atti particolari derivanti da questa opzione costituirebbero soltanto dei tentativi parziali e mai risolutivi per esprimerla, sarebbero solamente «segni» o sintomi di essa. (…).
31. Punto: 65: “(…) una distinzione che in alcuni autori assume la forma di una dissociazione, allorché essi riservano espressamente il «bene» e il «male» morale alla dimensione trascendentale propria dell'opzione fondamentale, qualificando come «giuste» o «sbagliate» le scelte di particolari comportamenti «intramondani», riguardanti cioè le relazioni dell'uomo con se stesso, con gli altri e con il mondo delle cose. Sembra così delinearsi all'interno dell'agire umano una scissione tra due livelli di moralità: l'ordine del bene e del male, dipendente dalla volontà, da una parte, e i comportamenti determinati, dall'altra, i quali vengono giudicati come moralmente giusti o sbagliati solo in dipendenza da un calcolo tecnico della proporzione tra beni e mali «premorali» o «fisici», che effettivamente seguono all'azione. (…) L'esito al quale si giunge è di riservare la qualifica propriamente morale della persona all'opzione fondamentale, sottraendola in tutto o in parte alla scelta degli atti particolari, dei comportamenti concreti.”
32. Punto 67: “Queste tendenze sono (…) contrarie allo stesso insegnamento biblico che concepisce l'opzione fondamentale come una vera e propria scelta della libertà e collega profondamente tale scelta con gli atti particolari. (…) Va pertanto affermato che la cosiddetta opzione fondamentale (…) viene revocata quando l'uomo impegna la sua libertà in scelte consapevoli di senso contrario, relative a materia morale grave. Separare l'opzione fondamentale dai comportamenti concreti significa contraddire l'integrità sostanziale o l'unità personale dell'agente morale nel suo corpo e nella sua anima.”
33. Punto 68: “(…) l'uomo non si perde solo per l'infedeltà (all’) opzione fondamentale, mediante la quale si è consegnato «tutto a Dio liberamente».113 Egli, con ogni peccato mortale commesso deliberatamente, offende Dio che ha donato la legge e pertanto si rende colpevole verso tutta la legge (cf Gc 2,8-11); pur conservandosi nella fede, egli perde la «grazia santificante», la «carità» e la «beatitudine eterna».114 «La grazia della giustificazione — insegna il Concilio di Trento —, una volta ricevuta, può essere perduta non solo per l'infedeltà, che fa perdere la stessa fede, ma anche per qualsiasi altro peccato mortale». 115
34. Punto 69: “Le considerazioni intorno all'opzione fondamentale hanno indotto, come abbiamo ora notato, alcuni teologi a sottoporre a profonda revisione anche la distinzione tradizionale tra i peccati mortali e i peccati veniali. Essi sottolineano che l'opposizione alla legge di Dio, che causa la perdita della grazia santificante — e, nel caso di morte in un simile stato di peccato, l'eterna condanna —, può essere soltanto il frutto di un atto che coinvolge la persona nella sua totalità, cioè un atto di opzione fondamentale. Secondo questi teologi il peccato mortale, che separa l'uomo da Dio, si verificherebbe soltanto nel rifiuto di Dio, compiuto ad un livello della libertà non identificabile con un atto di scelta né attingibile con consapevolezza riflessa.”
35. Al punto 70: “L'Esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia ha ribadito l'importanza e la permanente attualità della distinzione tra peccati mortali e veniali, secondo la tradizione della Chiesa. E il Sinodo dei Vescovi del 1983, da cui è scaturita tale Esortazione, «non soltanto ha riaffermato quanto è stato proclamato dal Concilio Tridentino sull'esistenza e la natura dei peccati mortali e veniali, ma ha voluto ricordare che è peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso».116 (…) «Si ha, infatti, peccato mortale anche quando l'uomo, sapendo e volendo, per qualsiasi ragione sceglie qualcosa di gravemente disordinato. In effetti, in una tale scelta è già contenuto un disprezzo del precetto divino, un rifiuto dell'amore di Dio verso l'umanità e tutta la creazione: l'uomo allontana se stesso da Dio e perde la carità. L'orientamento fondamentale, quindi, può essere radicalmente modificato da atti particolari.”
L’errore “intenzionalista”: ciò che rende buona l’atto è solo la “buona intenzione”
36. Punto 77: “Per offrire i criteri razionali di una giusta decisione morale, (alcune) teorie tengono conto
dell'intenzione e delle conseguenze dell'azione umana. Sono certamente da prendere in grande
considerazione sia l'intenzione — come insiste con una forza particolare Gesù in aperta contrapposizione
agli scribi e farisei, che minuziosamente prescrivevano certe opere esteriori senza badare al cuore (cf Mc
7,20-21; Mt 15,19) —, sia i beni ottenuti e i mali evitati, a seguito di un atto particolare. Si tratta di
un'esigenza di responsabilità. Ma la considerazione di queste conseguenze — nonché delle intenzioni —
non è sufficiente a valutare la qualità morale di una scelta concreta.”
37. Punto 78: “La ragione per cui non basta la buona intenzione ma occorre anche la retta scelta delle
opere, sta nel fatto che l'atto umano dipende dal suo oggetto, ossia se questo è ordinabile o meno a Dio, a
Colui che «solo è buono», e così realizza la perfezione della persona. L'atto è buono, quindi, se il suo
oggetto è conforme al bene della persona nel rispetto dei beni per essa moralmente rilevanti. L'etica
cristiana, che privilegia l'attenzione all'oggetto morale, non rifiuta di considerare l'interiore «teleologia»
dell'agire, in quanto volto a promuovere il vero bene della persona, ma riconosce che esso viene
realmente perseguito solo quando si rispettano gli elementi essenziali della natura umana.”
38. Punto 79: “È da respingere quindi la tesi, propria delle teorie teleologiche e proporzionaliste, secondo
cui sarebbe impossibile qualificare come moralmente cattiva secondo la sua specie — il suo «oggetto»
— la scelta deliberata di alcuni comportamenti o atti determinati prescindendo dall'intenzione per cui la
scelta viene fatta o dalla totalità delle conseguenze prevedibili di quell'atto per tutte le persone
interessate.”
39. Punto 80: “Ora la ragione attesta che si danno degli oggetti dell'atto umano che si configurano come
«non-ordinabili» a Dio, perché contraddicono radicalmente il bene della persona, fatta a sua immagine.
Sono gli atti che, nella tradizione morale della Chiesa, sono stati denominati «intrinsecamente cattivi»
(intrinsece malum): lo sono sempre e per sé, ossia per il loro stesso oggetto, indipendentemente dalle
ulteriori intenzioni di chi agisce e dalle circostanze. Per questo, senza minimamente negare l'influsso che
sulla moralità hanno le circostanze e soprattutto le intenzioni, la Chiesa insegna che «esistono atti che,
per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze, sono sempre gravemente illeciti, in
ragione del loro oggetto».131 Lo stesso Concilio Vaticano II, nel contesto del dovuto rispetto della
persona umana, offre un'ampia esemplificazione di tali atti: «Tutto ciò che è contro la vita stessa, come
ogni specie di omicidio, il genocidio, l'aborto, l'eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che
viola l'integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, gli
sforzi per violentare l'intimo dello spirito; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni
infraumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato
delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni del lavoro con le quali i lavoratori sono
trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili; tutte queste cose,
e altre simili, sono certamente vergognose e, mentre guastano la civiltà umana, ancor più inquinano
coloro che così si comportano, che non quelli che le subiscono, e ledono grandemente l'onore del
Creatore».132 Sugli atti intrinsecamente cattivi, e in riferimento alle pratiche contraccettive mediante le
quali l'atto coniugale è reso intenzionalmente infecondo, Paolo VI insegna: «In verità, se è lecito,
talvolta, tollerare un minor male morale al fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più
grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene (cf Rm 3,8),
cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della
persona umana, anche se nell'intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o
sociali».”133
40. Punto 81: “Insegnando l'esistenza di atti intrinsecamente cattivi, la Chiesa accoglie la dottrina della
Sacra Scrittura. L'apostolo Paolo afferma in modo categorico: «Non illudetevi: né immorali, né idolatri,
né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il
Regno di Dio» (1 Cor 6,9-10). Se gli atti sono intrinsecamente cattivi, un'intenzione buona o circostanze
particolari possono attenuarne la malizia, ma non possono sopprimerla: sono atti «irrimediabilmente»
cattivi, per se stessi e in se stessi non sono ordinabili a Dio e al bene della persona (…).
Per questo, le
circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo
oggetto in un atto «soggettivamente» onesto o difendibile come scelta.”
Un conto sono le moderne teorie sulla coscienza, altro l’antica “casistica”
41. Punto 76: “Siffatte teorie non sono però fedeli alla dottrina della Chiesa, allorché credono di poter
giustificare, come moralmente buone, scelte deliberate di comportamenti contrari ai comandamenti della
legge divina e naturale. Queste teorie non possono richiamarsi alla tradizione morale cattolica: se è vero
che in quest'ultima si è sviluppata una casistica attenta a ponderare in alcune situazioni concrete le
possibilità maggiori di bene, è altrettanto vero che ciò riguardava solo i casi in cui la legge era incerta e,
pertanto, non metteva in discussione la validità assoluta dei precetti morali negativi che obbliga senza
eccezione. I fedeli sono tenuti a riconoscere e a rispettare i precetti morali specifici, dichiarati e
insegnati dalla Chiesa in nome di Dio, Creatore e Signore.”125
Non c’è libertà senza verità
Non affidare la propria giustificazione alla Legge non significa poter fare a meno dei precetti
42. Punto 17: “«Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà» (Gal 5,13), proclama con gioia e fierezza
l'apostolo Paolo. Subito però precisa: «Purché questa libertà non divenga pretesto per vivere secondo la
carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri» (ibid.). La fermezza con la quale
l'Apostolo si oppone a chi affida la propria giustificazione alla Legge, non ha nulla da spartire con la
«liberazione» dell'uomo dai precetti, i quali al contrario sono al servizio della pratica dell'amore:
«Perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non
uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole:
Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Rm 13,8-9).”
43. Al punto 84: “L’essenziale legame di Verità-Bene-Libertà è stato smarrito in larga parte dalla cultura
contemporanea e, pertanto, ricondurre l'uomo a riscoprirlo è oggi una delle esigenze proprie della
missione della Chiesa, per la salvezza del mondo. (…)Questo relativismo diviene, nel campo teologico,
sfiducia nella sapienza di Dio, che guida l'uomo con la legge morale. A ciò che la legge morale prescrive
si contrappongono le cosiddette situazioni concrete, non ritenendo più, in fondo, che la legge di Dio sia
sempre l'unico vero bene dell'uomo».”
La libertà, se è vera, ha l’obbligo di cercare la Verità
44. Al punto 34: “Se esiste il diritto di essere rispettati nel proprio cammino di ricerca della verità, esiste
ancor prima l'obbligo morale grave per ciascuno di cercare la verità e di aderirvi una volta conosciuta.
In tal senso il Card. J. H. Newman, eminente assertore dei diritti della coscienza, affermava con
decisione: «La coscienza ha dei diritti perché ha dei doveri».”
La libertà si esprime anche con la proibizione
45. Al punto 52: “I precetti negativi della legge naturale sono universalmente validi: essi obbligano tutti e
ciascuno, sempre e in ogni circostanza. Si tratta infatti di proibizioni che vietano una determinata azione
semper et pro semper, senza eccezioni, perché la scelta di un tale comportamento non è in nessun caso
compatibile con la bontà della volontà della persona che agisce, con la sua vocazione alla vita con Dio e
alla comunione col prossimo. È proibito ad ognuno e sempre di infrangere precetti che vincolano, tutti e
a qualunque costo, a non offendere in alcuno e, prima di tutto, in se stessi la dignità personale e comune
a tutti.”
La legge naturale
Il valore della legge naturale e la sua imprescindibilità
46. Al punto 12: “Dio ha (creato, formato e ordinato) l’uomo (…) con sapienza e con amore al suo fine,
mediante la legge inscritta nel suo cuore (cf Rm 2,15), la «legge naturale». Questa «altro non è che la
luce dell'intelligenza infusa in noi da Dio. Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve compiere e ciò che
si deve evitare. Questa luce e questa legge Dio l'ha donata nella creazione».”
I Dieci Comandamenti sono legge naturale
47. Al punto 13: “Come leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica, «i dieci comandamenti
appartengono alla rivelazione di Dio. Al tempo stesso ci insegnano la vera umanità dell'uomo. Mettono
in luce i doveri essenziali e, quindi, indirettamente, i diritti fondamentali inerenti alla natura della
persona umana». (…) I comandamenti rappresentano, quindi, la condizione di base per l'amore del
prossimo; essi ne sono al contempo la verifica. Sono la prima tappa necessaria nel cammino verso la
libertà (…)”
La Legge naturale coinvolge e pone il fine della persona nella sua integrità: come ‘corpo informato
dallo spirito’ e come ‘spirito incarnato’.
48. Al punto 50: “Si può ora comprendere il vero significato della legge naturale: essa si riferisce alla
natura propria e originale dell'uomo, alla «natura della persona umana»,89 che è la persona stessa
nell'unità di anima e di corpo, nell'unità delle sue inclinazioni di ordine sia spirituale che biologico e di
tutte le altre caratteristiche specifiche necessarie al perseguimento del suo fine.”
La Legge naturale è universale
49. Al punto 51: “Il presunto conflitto tra la libertà e la natura si ripercuote anche sull'interpretazione di
alcuni aspetti specifici della legge naturale, soprattutto sulla sua universalità e immutabilità. «Dove
dunque sono iscritte queste regole — si chiedeva sant'Agostino — se non nel libro di quella luce che si
chiama verità? (…)».
Proprio grazie a questa «verità» la legge naturale implica l'universalità. Essa, in
quanto iscritta nella natura razionale della persona, si impone ad ogni essere dotato di ragione e vivente
nella storia. (…) La scissione posta da alcuni tra la libertà degli individui e la natura comune a tutti,
come emerge da alcune teorie filosofiche di grande risonanza nella cultura contemporanea, oscura la
percezione dell'universalità della legge morale da parte della ragione.”
La verità della legge naturale è l’antidoto a qualsiasi deriva totalitaria
50. Al punto 99: “Solo Dio, il Bene supremo, costituisce la base irremovibile e la condizione insostituibile
della moralità, dunque dei comandamenti (…). Così il Bene supremo e il bene morale si incontrano nella
verità: la verità di Dio Creatore e Redentore e la verità dell'uomo da Lui creato e redento. Solo su questa
verità è possibile costruire una società rinnovata e risolvere i complessi e pesanti problemi che la
scuotono, primo fra tutti quello di vincere le più diverse forme di totalitarismo per aprire la via
all'autentica libertà della persona. «Il totalitarismo nasce dalla negazione della verità in senso oggettivo:
se non esiste una verità trascendente, obbedendo alla quale l'uomo acquista la sua piena identità, allora
non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini. Il loro interesse di classe,
di gruppo, di Nazione li oppone inevitabilmente gli uni agli altri. Se non si riconosce la verità
trascendente, allora trionfa la forza del potere, (…)»”.155
Non c’è legge senza Dio
La Legge naturale e la Legge soprannaturale hanno entrambe Dio come autore
51. Al punto 45: “Anche se nella riflessione teologico-morale si è soliti distinguere la legge di Dio positiva o
rivelata da quella naturale, e nell'economia della salvezza la legge «antica» da quella «nuova», non si
può dimenticare che queste e altre utili distinzioni si riferiscono sempre alla legge il cui autore è lo stesso
unico Dio, e il cui destinatario è l'uomo. I diversi modi secondo cui nella storia Dio ha cura del mondo e
dell'uomo, non solo non si escludono tra loro, ma al contrario si sostengono e si compenetrano a
vicenda.”

Tra Legge e Grazia c’è interazione
52. Al punto 23: “Così mirabilmente (…) sant'Agostino sintetizza la dialettica paolina di legge e grazia: «La
legge, perciò, è stata data perché si invocasse la grazia; la grazia è stata data perché si osservasse la
legge».”
La coscienza e l’obbligo di aderire alla verità
Il rapporto tra coscienza e legge naturale: la coscienza non può prescindere dall’obbligatorietà
53. Al punto 59: “ Mentre (…) la legge naturale mette in luce le esigenze oggettive e universali del bene
morale, la coscienza è l'applicazione della legge al caso particolare, la quale diventa così per l'uomo un
interiore dettame, una chiamata a compiere nella concretezza della situazione il bene. La coscienza
formula così l'obbligo morale alla luce dalla legge naturale: è l'obbligo di fare ciò che l'uomo, mediante
l'atto della sua coscienza, conosce come un bene che gli è assegnato qui e ora. Il carattere universale
della legge e dell'obbligazione non è cancellato, ma piuttosto riconosciuto, quando la ragione ne
determina le applicazioni nell'attualità concreta.”
54. Al punto 60: “Come la stessa legge naturale e ogni conoscenza pratica, anche il giudizio della coscienza
ha carattere imperativo: l'uomo deve agire in conformità ad esso. Se l'uomo agisce contro tale giudizio,
oppure, anche in mancanza di certezza circa la correttezza e la bontà di un determinato atto, lo compie,
egli è condannato dalla sua stessa coscienza, norma prossima della moralità personale. La dignità di
questa istanza razionale e l'autorità della sua voce e dei suoi giudizi derivano dalla verità sul bene e sul
male morale, che essa è chiamata ad ascoltare e ad esprimere. Questa verità è indicata dalla «legge
divina», norma universale e oggettiva della moralità. Il giudizio della coscienza non stabilisce la legge,
ma attesta l'autorità della legge naturale (…)
La questione della coscienza erronea, dell’ignoranza invincibile e della coscienza colpevolmente erronea
55. Al punto 62: “La coscienza, come giudizio di un atto, non è esente dalla possibilità di errore. (…)
Certamente, per avere una «buona coscienza» (1 Tm 1,5), l'uomo deve cercare la verità e deve giudicare
secondo questa stessa verità. Come dice l'apostolo Paolo, la coscienza deve essere illuminata dallo
Spirito Santo (cf Rm 9,1), deve essere «pura» (2 Tm 1,3), non deve con astuzia falsare la parola di Dio
ma manifestare chiaramente la verità (cf 2 Cor 4,2). D'altra parte, lo stesso Apostolo ammonisce i
cristiani dicendo: «Non conformatevi alla mentalità di questo mondo, ma trasformatevi rinnovando la
vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2).
Il monito di Paolo ci sollecita alla vigilanza, avvertendoci che nei giudizi della nostra coscienza si
annida sempre la possibilità dell'errore. Essa non è un giudice infallibile: può errare. Nondimeno
l'errore della coscienza può essere il frutto di una ignoranza invincibile, cioè di un'ignoranza di cui il
soggetto non è consapevole e da cui non può uscire da solo. Nel caso in cui tale ignoranza invincibile
non sia colpevole, ci ricorda il Concilio, la coscienza non perde la sua dignità, perché essa, pur
orientandoci di fatto in modo difforme dall'ordine morale oggettivo, non cessa di parlare in nome di
quella verità sul bene che il soggetto è chiamato a ricercare sinceramente.”
56. Al punto 63: “È comunque sempre dalla verità che deriva la dignità della coscienza: nel caso della
coscienza retta si tratta della verità oggettiva accolta dall'uomo; in quello della coscienza erronea si
tratta di ciò che l'uomo sbagliando ritiene soggettivamente vero. Non è mai accettabile confondere un
errore «soggettivo» sul bene morale con la verità «oggettiva», razionalmente proposta all'uomo in virtù
del suo fine, né equiparare il valore morale dell'atto compiuto con coscienza vera e retta con quello
compiuto seguendo il giudizio di una coscienza erronea. Il male commesso a causa di una ignoranza
invincibile, o di un errore di giudizio non colpevole, può non essere imputabile alla persona che lo
compie; ma anche in tal caso esso non cessa di essere un male, un disordine in relazione alla verità sul
bene. Inoltre, il bene non riconosciuto non contribuisce alla crescita morale della persona che lo compie:
esso non la perfeziona e non giova a disporla al bene supremo. Così, prima di sentirci facilmente
giustificati in nome della nostra coscienza, dovremmo meditare sulla parola del Salmo: «Le inavvertenze
chi le discerne? Assolvimi dalle colpe che non vedo» (Sal 181,13). Ci sono colpe che non riusciamo a
vedere e che nondimeno rimangono colpe, perché ci siamo rifiutati di andare verso la luce (cf Gv 9,39-
41).
57. La coscienza, come giudizio ultimo concreto, compromette la sua dignità quando è colpevolmente
erronea, ossia «quando l'uomo non si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa
quasi cieca in seguito all'abitudine al peccato».109Ai pericoli della deformazione della coscienza allude
Gesù, quando ammonisce: «La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo
corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce
che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tua tenebra!» (Mt 6,22-23).”
L’errore di considerare l’attenzione alla morale come moralismo
La morale scaturisce logicamente, ma non cronologicamente né ontologicamente, dall’appartenenza a
Cristo
58. Al punto 8: “Dalla profondità del cuore sorge la domanda che il giovane ricco rivolge a Gesù di
Nazaret, una domanda essenziale e ineludibile per la vita di ogni uomo: essa riguarda, infatti, il bene
morale da praticare e la vita eterna. L'interlocutore di Gesù intuisce che esiste una connessione tra il
bene morale e il pieno compimento del proprio destino. Egli (che è un pio israelita) se pone questa
domanda a Gesù, possiamo immaginare che non lo faccia perché ignora la risposta contenuta nella
Legge. È più probabile che il fascino della persona di Gesù abbia fatto sorgere in lui nuovi interrogativi
intorno al bene morale. (…) Se vogliamo dunque penetrare nel cuore della morale evangelica e coglierne
il contenuto profondo e immutabile, dobbiamo ricercare accuratamente il senso dell'interrogativo posto
dal giovane ricco del Vangelo e, più ancora, il senso della risposta di Gesù, lasciandoci guidare da Lui.”
59. Al punto 49: “Una dottrina che dissoci l'atto morale dalle dimensioni corporee del suo esercizio è
contraria agli insegnamenti della Sacra Scrittura e della Tradizione: tale dottrina fa rivivere, sotto forme
nuove, alcuni vecchi errori sempre combattuti dalla Chiesa, in quanto riducono la persona umana a una
libertà «spirituale», puramente formale. Questa riduzione misconosce il significato morale del corpo e
dei comportamenti che ad esso si riferiscono (cf 1 Cor 6,19). L'apostolo Paolo dichiara esclusi dal Regno
dei cieli «immorali, idolatri, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, ubriaconi, maldicenti e rapaci»
(cf 1 Cor 6,9-10). Tale condanna — fatta propria dal Concilio di Trento.
— enumera come «peccati
mortali», o «pratiche infami», alcuni comportamenti specifici la cui volontaria accettazione impedisce ai
credenti di avere parte all'eredità promessa. Infatti, corpo e anima sono indissociabili: nella persona,
nell'agente volontario e nell'atto deliberato, essi stanno o si perdono insieme.”
60. Al punto 110:“Predicando i comandamenti di Dio e la carità di Cristo, il Magistero della Chiesa insegna
ai fedeli anche i precetti particolari e determinati e chiede loro di considerarli in coscienza come
moralmente obbligatori. Svolge, inoltre, un importante compito di vigilanza, avvertendo i fedeli della
presenza di eventuali errori, anche solo impliciti, quando la loro coscienza non giunge a riconoscere la
giustezza e la verità delle regole morali che il Magistero insegna.”
Centrare tutto sull’amore a Cristo non vuol dire dimenticare i Comandamenti
61. Punto 76: “Quando l'apostolo Paolo ricapitola nel precetto di amare il prossimo come se stessi il
compimento della legge (cf Rm 13,8-10), non attenua i comandamenti, ma piuttosto li conferma, dal
momento che ne rivela le esigenze e la gravità. L'amore di Dio e l'amore del prossimo sono inseparabili
dall'osservanza dei comandamenti dell'Alleanza, rinnovata nel sangue di Gesù Cristo e nel dono dello
Spirito.”
Il rispetto della legge morale è anche garanzia dell’uguaglianza fra gli uomini
62. Punto 95: “La vera comprensione e la genuina compassione devono significare amore alla persona, al
suo vero bene, alla sua libertà autentica. E questo non avviene, certo, nascondendo o indebolendo la
verità morale, bensì proponendola nel suo intimo significato di irradiazione della Sapienza eterna di Dio,
giunta a noi in Cristo, e di servizio all'uomo, alla crescita della sua libertà e al perseguimento della sua
felicità.
63. Punto 96: “Di fronte alle norme morali che proibiscono il male intrinseco non ci sono privilegi né
eccezioni per nessuno. Essere il padrone del mondo o l'ultimo «miserabile» sulla faccia della terra non fa
alcuna differenza: davanti alle esigenze morali siamo tutti assolutamente uguali.”
Un conto è la misericordia verso il peccatore, altro è accondiscendere al peccato
64. Punto 104: “In questo contesto si apre il giusto spazio alla misericordia di Dio per il peccato dell'uomo
che si converte e alla comprensione per l'umana debolezza. Questa comprensione non significa mai
compromettere e falsificare la misura del bene e del male per adattarla alle circostanze. Mentre è umano
che l'uomo, avendo peccato, riconosca la sua debolezza e chieda misericordia per la propria colpa, è
invece inaccettabile l'atteggiamento di chi fa della propria debolezza il criterio della verità sul bene, in
modo da potersi sentire giustificato da solo, anche senza bisogno di ricorrere a Dio e alla sua
misericordia. Un simile atteggiamento corrompe la moralità dell'intera società, perché insegna a
dubitare dell'oggettività della legge morale in generale e a rifiutare l'assolutezza dei divieti morali circa
determinati atti umani, e finisce con il confondere tutti i giudizi di valore. Dobbiamo, invece, raccogliere
il messaggio che ci viene dalla parabola evangelica del fariseo e del pubblicano (cf Lc 18,9-14). Il
pubblicano poteva forse avere qualche giustificazione per i peccati commessi, tale da diminuire la sua
responsabilità. Non è però su queste giustificazioni che si sofferma la sua preghiera, ma sulla propria
indegnità davanti all'infinita santità di Dio: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13). Il fariseo,
invece, si è giustificato da solo, trovando forse per ognuna delle sue mancanze una scusa. Siamo così
messi a confronto con due diversi atteggiamenti della coscienza morale dell'uomo di tutti i tempi. Il
pubblicano ci presenta una coscienza «penitente», che è pienamente consapevole della fragilità della
propria natura e che vede nelle proprie mancanze, quali che ne siano le giustificazioni soggettive, una
conferma del proprio essere bisognoso di redenzione. Il fariseo ci presenta una coscienza «soddisfatta di
se stessa», che si illude di poter osservare la legge senza l'aiuto della grazia ed è convinta di non aver
bisogno della misericordia.”
65. Al punto 105: “A tutti è chiesta grande vigilanza per non lasciarsi contagiare dall'atteggiamento
farisaico, che pretende di eliminare la coscienza del proprio limite e del proprio peccato, e che oggi si
esprime in particolare nel tentativo di adattare la norma morale alle proprie capacità e ai propri
interessi e persino nel rifiuto del concetto stesso di norma. Al contrario, accettare la «sproporzione» tra
la legge e la capacità umana, ossia la capacità delle sole forze morali dell'uomo lasciato a se stesso,
accende il desiderio della grazia e predispone a riceverla.”
La bestemmia secondo cui la Legge di Dio è impossibile da praticare
66. Punto 103: “Solo nel mistero della Redenzione di Cristo stanno le «concrete» possibilità dell'uomo.
«Sarebbe un errore gravissimo concludere che la norma insegnata dalla Chiesa è in se stessa solo un
"ideale" che deve poi essere adattato, proporzionato, graduato alle, si dice, concrete possibilità
dell'uomo: secondo un "bilanciamento dei vari beni in questione". Ma quali sono le "concrete possibilità
dell'uomo"? E di quale uomo si parla? Dell'uomo dominato dalla concupiscenza o dell'uomo redento da
Cristo? Poiché è di questo che si tratta: della realtà della redenzione di Cristo. Cristo ci ha redenti! Ciò
significa: Egli ci ha donato la possibilità di realizzare l'intera verità del nostro essere; Egli ha liberato la
nostra libertà dal dominio della concupiscenza. E se l'uomo redento ancora pecca, ciò non è dovuto
all'imperfezione dell'atto redentore di Cristo, ma alla volontà dell'uomo di sottrarsi alla grazia che
sgorga da quell'atto. Il comandamento di Dio è certamente proporzionato alle capacità dell'uomo: ma
alle capacità dell'uomo a cui è donato lo Spirito Santo; dell'uomo che, se caduto nel peccato, può sempre
ottenere il perdono e godere della presenza dello Spirito»”.164
La separazione tra fede e morale e l’esempio dei martiri
67. Punto 88: “La contrapposizione, anzi la radicale dissociazione tra libertà e verità è conseguenza,
manifestazione e compimento di un'altra più grave e deleteria dicotomia, quella che separa la fede dalla
morale. (…). Urge ricuperare e riproporre il vero volto della fede cristiana, che non è semplicemente un
insieme di proposizioni da accogliere e ratificare con la mente. È invece una conoscenza vissuta di
Cristo, una memoria vivente dei suoi comandamenti, una verità da vivere.”
Il martirio per rispettare la legge di Dio
68. Punto 91: “La Chiesa propone l'esempio di numerosi santi e sante, che hanno testimoniato e difeso la
verità morale fino al martirio o hanno preferito la morte ad un solo peccato mortale. Elevandoli all'onore
degli altari, la Chiesa ha canonizzato la loro testimonianza e dichiarato vero il loro giudizio, secondo cui
l'amore di Dio implica obbligatoriamente il rispetto dei suoi comandamenti, anche nelle circostanze più
gravi, e il rifiuto di tradirli, anche con l'intenzione di salvare la propria vita.”
69. Punto 92: “Il martirio è quindi anche esaltazione della perfetta «umanità» e della vera «vita» della
persona, come testimonia sant'Ignazio di Antiochia rivolgendosi ai cristiani di Roma, luogo del suo
martirio: «Abbiate compassione di me, fratelli: non impeditemi di vivere, non vogliate che io muoia...
Lasciate che io raggiunga la pura luce; giunto là, sarò veramente uomo. Lasciate che io imiti la passione
del mio Dio».”145
70. Punto 93: “Il martirio è infine un segno preclaro della santità della Chiesa: la fedeltà alla legge santa di
Dio, testimoniata con la morte, è annuncio solenne e impegno missionario usque ad sanguinem perché lo
splendore della verità morale non sia offuscato nel costume e nella mentalità delle persone e della
società. Una simile testimonianza offre un contributo di straordinario valore perché, non solo nella
società civile ma anche all'interno delle stesse comunità ecclesiali, non si precipiti nella crisi più
pericolosa che può affliggere l'uomo: la confusione del bene e del male, che rende impossibile costruire e
conservare l'ordine morale dei singoli e delle comunità.”
Il grave dovere dei Pastori e dei teologi di difendere la morale di sempre
71. Punto 110: “S'inserisce qui il compito specifico di quanti per mandato dei legittimi Pastori insegnano
teologia morale nei Seminari e nelle Facoltà Teologiche. Essi hanno il grave dovere di istruire i fedeli —
specialmente i futuri Pastori — su tutti i comandamenti e le norme pratiche che la Chiesa dichiara con
autorità.173 Nonostante gli eventuali limiti delle argomentazioni umane presentate dal Magistero, i
teologi moralisti sono chiamati ad approfondire le ragioni dei suoi insegnamenti, ad illustrare la
fondatezza dei suoi precetti e la loro obbligatorietà, mostrandone la mutua connessione e il rapporto con
il fine ultimo dell'uomo.174 Spetta ai teologi moralisti esporre la dottrina della Chiesa e dare,
nell'esercizio del loro ministero, l'esempio di un assenso leale, interno ed esterno, all'insegnamento del
Magistero sia nel campo del dogma che in quello della morale.175”
La morale non si giudica con criteri quantitativi e sociologici
72. Punto 112: “Il fatto poi che taluni credenti agiscano senza seguire gli insegnamenti del Magistero o
considerino a torto come moralmente giusta una condotta dichiarata dai loro Pastori come contraria alla
legge di Dio, non può costituire argomento valido per rifiutare la verità delle norme morali insegnate
dalla Chiesa. (…) le scienze umane, nonostante il grande valore delle conoscenze che offrono, non
possono essere assunte come indicatori decisivi delle norme morali. È il Vangelo che svela la verità
integrale sull'uomo e sul suo cammino morale, e così illumina e ammonisce i peccatori annunciando loro
la misericordia di Dio, il quale incessantemente opera per preservarli tanto dalla disperazione di non
poter conoscere ed osservare la legge divina quanto dalla presunzione di potersi salvare senza merito.”
La morale non si decide “democraticamente”
73. Punto 113: “L'insegnamento della dottrina morale implica l'assunzione consapevole di queste
responsabilità intellettuali, spirituali e pastorali. Perciò, i teologi moralisti, che accettano l'incarico di
insegnare la dottrina della Chiesa, hanno il grave dovere di educare i fedeli a questo discernimento
morale, all'impegno per il vero bene e al ricorso fiducioso alla grazia divina. Se gli incontri e i conflitti di
opinione possono costituire espressioni normali della vita pubblica nel contesto di una democrazia
rappresentativa, la dottrina morale non può certo dipendere dal semplice rispetto di una procedura; essa
infatti non viene minimamente stabilita seguendo le regole e le forme di una deliberazione di tipo
democratico. Il dissenso, fatto di calcolate contestazioni e di polemiche attraverso i mezzi della
comunicazione sociale, è contrario alla comunione ecclesiale e alla retta comprensione della costituzione
gerarchica del Popolo di Dio. Nell'opposizione all'insegnamento dei Pastori non si può riconoscere una
legittima espressione né della libertà cristiana né delle diversità dei doni dello Spirito. In questo caso, i
Pastori hanno il dovere di agire in conformità con la loro missione apostolica, esigendo che sia sempre
rispettato il diritto dei fedeli a ricevere la dottrina cattolica nella sua purezza e integrità.”
74. Punto 114: “La responsabilità verso la fede e la vita di fede del Popolo di Dio grava in una forma
peculiare e propria sui Pastori, come ci ricorda il Concilio Vaticano II: «Tra le funzioni principali dei
Vescovi eccelle la predicazione del Vangelo. I Vescovi, infatti, sono gli araldi della fede, che portano a
Cristo nuovi discepoli, sono i Dottori autentici, cioè rivestiti dell'autorità di Cristo, che predicano al
popolo loro affidato la fede da credere e da applicare nella pratica della vita, che illustrano questa fede
alla luce dello Spirito Santo, traendo fuori dal tesoro della Rivelazione cose nuove e vecchie (cf Mt
13,52), la fanno fruttificare e vegliano per tener lontano dal loro gregge gli errori che lo minacciano (cf
2 Tm 4,1-4)».178 È nostro comune dovere, e prima ancora nostra comune grazia, insegnare ai fedeli come
Pastori e Vescovi della Chiesa, ciò che li conduce sulla via di Dio, così come fece un giorno il Signore
Gesù con il giovane del Vangelo. Rispondendo alla sua domanda: «Che cosa devo fare di buono per
ottenere la vita eterna?», Gesù ha rimandato a Dio, Signore della creazione e dell'Alleanza; ha ricordato
i comandamenti morali, già rivelati nell'Antico Testamento; ne ha indicato lo spirito e la radicalità
invitando alla sua sequela nella povertà, nell'umiltà e nell'amore: «Vieni e seguimi!». (…) Questa
«risposta» alla domanda morale è affidata da Gesù Cristo in un modo particolare a noi Pastori della
Chiesa, chiamati a renderla oggetto del nostro insegnamento, nell'adempimento dunque del nostro munus
propheticum.”
75. Punto 116: “Abbiamo il dovere, come Vescovi, di vigilare perché la Parola di Dio sia fedelmente insegnata. Miei Confratelli nell'Episcopato, fa parte del nostro ministero pastorale vegliare sulla trasmissione fedele di questo insegnamento morale e ricorrere alle misure opportune perché i fedeli siano custoditi da ogni dottrina e teoria ad esso contraria. In questo compito siamo tutti aiutati dai teologi; tuttavia, le opinioni teologiche non costituiscono né la regola né la norma del nostro insegnamento. La sua autorità deriva, con l'assistenza dello Spirito Santo e nella comunione cum Petro et sub Petro, dalla nostra fedeltà alla fede cattolica ricevuta dagli Apostoli. (…) Una particolare responsabilità si impone ai Vescovi per quanto riguarda le istituzioni cattoliche. Si tratti di organismi per la pastorale familiare o sociale, oppure di istituzioni dedicate all'insegnamento o alle cure sanitarie, i Vescovi possono erigere e riconoscere queste strutture e delegare loro alcune responsabilità; tuttavia non sono mai esonerati dai loro propri obblighi. Spetta a loro, in comunione con la Santa Sede, il compito di riconoscere, o di ritirare in casi di grave incoerenza, l'appellativo di «cattolico» a scuole, 179 università, 180 cliniche e servizi socio-sanitari, che si richiamano alla Chiesa.”
Maria, Madre della Misericordia
76. Punto 120: “Maria condivide la nostra condizione umana, ma in una totale trasparenza alla grazia di
Dio. Non avendo conosciuto il peccato, ella è in grado di compatire ogni debolezza. Comprende l'uomo
peccatore e lo ama con amore di Madre. Proprio per questo sta dalla parte della verità e condivide il
peso della Chiesa nel richiamare a tutti e sempre le esigenze morali. Per lo stesso motivo non accetta che
l'uomo peccatore venga ingannato da chi pretenderebbe di amarlo giustificandone il peccato, perché sa
che in tal modo sarebbe reso vano il sacrificio di Cristo, suo Figlio. Nessuna assoluzione, offerta da
compiacenti dottrine anche filosofiche o teologiche, può rendere l'uomo veramente felice: solo la Croce e
la gloria di Cristo risorto possono donare pace alla sua coscienza e salvezza alla sua vita.”


(ripreso da “Il Cammino dei Tre Sentieri”, circolare di ottobre 2013) 17 ottobre 2013






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