Il Giudizio Cattolico

Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi.
E se la vita ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo.
E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.
San Giuseppe Moscati


> Attualità

A 500 anni da “Il Principe” di Machiavelli. Perché stupirci del cinismo e del pragmatismo nella politica moderna e contemporanea?



Introduzione

1. In questi giorni sui giornali stiamo leggendo di spionaggio e contro-spionaggio. I segreti di Stato ridotti a “segreti di Pulcinella”. Responsabili di esecutivi importanti (Francia, Germania, Italia, Spagna … spiati e intercettati a mo’ di capi-banda o pericolosi narco-trafficanti. Ovviamente ci riferiamo al caso “datagate” anche chiamato come “caso Edward Snowden”, dal nome della talpa che ha rivelato al mondo intero i sistemi di spionaggio della National Sicurity Agency degli Stati Uniti d’America.

2. A prescindere da questo caso in questione, è un fatto che la politica moderna e contemporanea sia caratterizzata da un evidente cinismo e pragmatismo, sia cioè una politica completamente smarcata da qualsiasi riconoscimento di un giudizio morale che la possa spiegare, giustificare e motivare, che la renda possibile e giusta.

3. In una vecchia circolare, precisamente quella del mese di febbraio 2012, dicemmo che il concetto di genocidio nacque e fu applicato allorquando la modernità giunse al suo vertice, e cioè con la Rivoluzione francese, in particolar modo con la campagna antivandeana.

4. Il motivo è chiaro: tolto dall’uomo il riferimento divino, ovvero la convinzione che egli sia creatura di Dio, quindi creato a “immagine e somiglianza di Dio”, l’uomo stesso si riduce a semplice organismo vivente  pertanto posponibile (che può essere messo dopo) ad altri valori che possono essere di volta in volta: l’Ideologia, la Rivoluzione, lo Stato, la Razza, ecc…

5. E’ altrettanto un dato oggettivo che il XX secolo abbia il triste primato di aver fatto più morti ammazzati di tutti gli altri secoli precedenti. In solo mezzo secolo due catastrofiche guerre mondiali che insieme riuscirono a fare all’incirca 95 milioni di vittime (oltre 37 milioni la Prima e circa 58 la Seconda).

6. Il tutto in un’omogeneità di azione che è indiscutibile. Certo, se ci si vuole ingenuamente convincere che relativamente a quel periodo si potrebbe operare una distinzione tra chi si sarebbe comportato peggio e chi si sarebbe comportato meglio si è liberi di farlo, ma è un’ingenuità enorme. Le nefandezze dominarono da una parte e dall’altra … tutti lo sanno, anche se nessuno lo dice.

7. Quando morì Harry Truman (nel 1972), il Presidente degli USA nell’ultimo periodo della Seconda Guerra Mondiale, nessuno si oppose ai suoi funerali. Nessuno che cercò di profanare la sua bara. Eppure, in qualità di capo supremo delle Forze Armate degli Stati Uniti (ogni Presidente della Repubblica degli USA lo è), egli diede ordine di gettare le bombe atomiche sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki.

8. Tutti siamo rimasti inorriditi ascoltando da un vecchio video le parole dell’ex SS Erich Priebke che parlò del massacro delle Fosse Ardeatine come ordine che doveva necessariamente eseguire e della rappresaglia come prassi ritenuta legittima in stato di guerra. Nessuno però ha citato le tante rappresaglie che in quegli anni e in quella guerra vennero perpetrate: dall’una e dall’altra parte.

9. Ma adesso veniamo al dunque, cioè cerchiamo di capire perché si è arrivati a questo punto, perché la politica moderna e contemporanea ha in sé, in maniera possiamo dire costitutiva, il cinismo e il pragmatismo.

10. Il titolo di questa circolare lo fa capire chiaramente: Machiavelli, di cui quest’anno si celebra il cinquecentenario de “Il Principe”, c’entra. C’entra non tanto perché si debba addebitare tutto a lui (non sarebbe storicamente attendibile né serio, oltretutto si darebbe al suo pensiero un’eccessiva importanza che non ha), ma perché la sua riflessione politica è l’esito di un cambiamento di mentalità che si realizzò con l’avvento della categoria della modernità , cioè con la fine del cosiddetto “medioevo” e l’inizio del periodo “umanistico-rinascimentale”.

11. Ma per poter meglio capire come la concezione politica cambiò in quel periodo storico, bisogna prima conoscere l’autentica concezione cristiana della politica.

La svolta costantiniana

12. Partiamo dal periodo in cui il Cristianesimo uscì dalle catacombe, periodo che poi è stato definito della “svolta costantiniana”. Si dice –soprattutto da parte protestante, ma non solo- che fino a Costantino la Chiesa fu, bene o male, fedele al suo mandato, ma poi sarebbe divenuta una sorta di instrumentum regni , cioè un vero e proprio strumento del potere politico.

13. In realtà Costantino non fu altro che uno strumento della Provvidenza, uno strumento che ebbe il merito di capire l’essenza vera del Cristianesimo, che è anche valorizzazione della potestas , cioè del potere politico.

14. Il Cristianesimo non è alternativo al mondo come realtà creata da governare ed organizzare. Certo, il “mondo”, insieme al “diavolo” e alla “carne”, è uno dei tre nemici del cristiano, ma in tal senso il “mondo” s’intende non come semplice realtà creata, che di per sé è “cosa buona” ( Genesi 1), quanto come ambizione di potere e tentativo di trovare la propria realizzazione e la propria felicità unicamente nella vita terrena.

15. Ci sono almeno quattro motivi alla base di questa “attenzione” del Cristianesimo nei confronti della società: 1)La fede nel peccato originale; 2)La concezione cristiana dell’uomo; 3)Il mistero dell’Incarnazione; 4)La libertà di giudizio come esito dell’autonomia politica ed economica.

16. Prima di tutto la fede nel peccato originale . Questa fede è stata da sempre l’antidoto ad ogni deriva utopistica del Cristianesimo stesso. Ragioniamo. Se Adamo ed Eva, pur vivendo nella società migliore possibile (il paradiso terrestre ), peccarono, vuol dire che l’uomo è sempre chiamato nella sua libertà a decidere di essere buono o cattivo. Certo, un’influenza della società è possibile, ma non è possibile alcun determinismo, ogni uomo singolarmente è chiamato ad essere buono o cattivo. Ebbene, proprio il rifiuto costitutivo di ogni utopia, fa sì che il Cristianesimo, realisticamente, ponga attenzione alla società, non con la pretesa di crearne una perfetta, ma con la convinzione della necessità che essa sia orientata verso il bene, che sappia salvaguardare il bene comune, che possa difendere chi non ha la possibilità di difendersi... ciò perché il male non potrà mai essere eliminato dalla terra se non alla fine dei tempi.

17. Il secondo motivo è la concezione cristiana dell’uomo (l’antropologia cristiana). Il Cristianesimo dice che l’uomo è formato da anima e corpo. C’è dunque un rifiuto tanto del materialismo quanto dello spiritualismo , ponendoli in una posizione di equilibrio. Certo, l’anima deve governare il corpo, tra anima e corpo c’è un indiscutibile rapporto gerarchico; ma l’uomo non è solo la sua anima bensì anche il suo corpo. Da qui l’attenzione alla società e al governo della società, che è la politica.

18. Il terzo motivo è legato al mistero dell’Incarnazione. Dio si è fatto uomo per la salvezza dell’uomo. Ha salvato attraverso la carne. San Bernardo dice: “(...) poiché siamo carnali, Dio fa che il nostro desiderio e il nostro amore comincino dalla carne .” (Epistola 11) L’incarnazione valorizza la dignità della condizione umana, perché essa è la salvezza che passa attraverso la realtà corporale. Il corpo di Gesù è realtà salvifica. Ciò è una gratificazione per l'uomo che –in un certo qual modo- lo “costringe” a fare attenzione al creato, a governarlo secondo la Verità e il Bene e non gli permette nessuna “fuga” settaria verso realtà alternative o, peggio, verso imminenti conclusioni palingenetiche e apocalittiche.

19. Il quarto ed ultimo motivo è la libertà di giudizio come esito dell’autonomia politica ed economica. Gesù insegnò ai suoi discepoli che pur non essendo del mondo dovevano essere nel mondo . Da qui la gestione da parte degli apostoli della cassa. Quello che viene chiamato “potere temporale” non nacque dopo alcuni secoli con la cosiddetta Donazione del Castello di Sutri (728), ma di fatto sin da subito. Senza autonomia economica, non c’è libertà di giudizio e senza libertà di giudizio non vi può essere la Chiesa. Non a caso tutte le sedicenti chiese cristiane che hanno rifiutato il potere temporale sono finite per sottomettersi ai vari poteri politici.

20. E adesso entriamo nel vivo della conoscenza della concezione cristiana della politica. Per far questo dovremo conoscere la concezione medioevale della politica, essendo il medioevo (precisamente quello dei secoli XII e XIII) l’epoca che più si è sforzata d’incarnare i princìpi del Vangelo, come scrisse papa Leone XIII nella sua Immortale Dei dell’1.11.1885: “Fu già tempo che la filosofia del Vangelo governava gli Stati, quando la forza e la sovrana influenza dello spirito cristiano era entrata bene addentro nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in tutti gli ordini e ragioni dello Stato; quando la Religione di Gesù Cristo posta solidamente in quell’onorevole grado, che le conveniva, traeva su fiorente all’ombra del favore dei Principi e della dovuta protezione dei magistrati; quando procedevano concordi il Sacerdozio e l’Impero, stretti avventurosamente fra loro per amichevole reciprocanza di servigi. Ordinata in tal guisa la società, recò frutti che più preziosi non si potrebbe pensare, dei quali dura e durerà la memoria, affidata ad innumerevoli monumenti storici, che niuno artifizio di nemici potrà salvare od oscurare.”

La concezione medioevale della politica

21. La famosa frase evangelica: “Date a cesare ciò che è di cesare e a Dio ciò che è di Dio” ( Matteo 22,21) non va interpretata come una separazione tra potere politico e potere religioso, quanto come riconoscimento di una necessaria collaborazione fra questi due poteri. Per il pensiero politico medioevale il Papa e l’Imperatore sono due monarchi supremi dei due governi della Cristianità. Un governo è spirituale, l’altro è temporale. Questi due monarchi devono entrambi esercitare una potestà piena ( plena potestas ), che deriva da Dio direttamente al Papa e indirettamente all’Imperatore. Nelle loro rispettive sfere di giurisdizione, i due governi sono sovrani ed indipendenti. Alla Chiesa spetta la cura delle anime e degli interessi religiosi; all’Impero la protezione e la difesa degli interessi temporali. Fra questi due governi non deve esserci separazione, ma solo distinzione e collaborazione.

22. Tutta la concezione medioevale della politica può essere significata e rappresentata dalla nascita del Sacro Romano Impero. Anzi, possiamo dire che il Medioevo è inaugurato e fondato dall’istituzione del Sacro Romano Impero. In realtà Carlo Magno, in quella famosa notte dell’anno 800, non inventò nulla. La sua dottrina sul potere politico coincideva con quella esposta da san Paolo, allorquando nella Lettera ai Romani (13,1) l’Apostolo dice: (…) non c’è autorità se non da Dio (…). Ed anche con le parole che Gesù rivolge a Pilato: “Tu non avresti su di me alcun potere, se non ti fosse stato dato dall’alto.” (Giovanni 19, 11)

23. Il Sacro Romano Impero esprime anche l’ammirazione che Carlo Magno ebbe nei confronti del pensiero di sant’Agostino, e in particolar modo della dottrina della storia che ebbe il Santo d’Ippona. Carlo Magno conosceva molto bene il De Civitate Dei e il progetto di impero romano-cristiano era proprio all’insegna della consapevolezza che la storia è un “campo di battaglia” tra il Bene e il Male, tra la Luce e le Tenebre, laddove l’istituzione politica doveva servire l’uomo aiutandolo a raggiungere la felicità terrena, che non deve essere in contrapposizione ma in vista della felicità eterna.

24. Il Sacro Romano Impero costituiva il segno di un desiderio molto chiaro: far sì che la storia si potesse davvero tradurre in Civiltà, che poteva essere solo quella cristiana. La convinzione secondo cui la politica dovesse arrivare a tale livello di sacralizzazione, pur conservando e rispettando la legittima autonomia tra temporale e spirituale , era esito di una concezione della storia come “campo di battaglia”, come scontro –appunto- tra due idee di società (“città”), l’una per il raggiungimento della felicità eterna, l’altra per il raggiungimento di una fallace felicità mondana.

Si può insegnare ad essere sudditi … se si diventa suddito di Qualcun altro

25. L’educazione, quella vera, non è fatta solo di parole ma soprattutto di testimonianza. Se voglio che gli altri facciano una determinata cosa, dovrò io per primo agire coerentemente. Questo principio dovrebbe fondare anche l’agire politico e il senso proprio dell’autorità.

26. La concezione medioevale dell’autorità politica verteva sulla convinzione che chi detenesse il potere doveva prima di tutto rispettare la legge e agire coerentemente con ciò che insegnava e rappresentava.

27. Non a caso nel pensiero politico medioevale si distingueva chiaramente il concetto di potestas da quello di auctoritas . Il primo è l’esercizio del potere, il secondo è l’autorità suprema. Ciò per evidenziare che il potere politico doveva sempre essere giudicato da un’autorità ad esso superiore; evitando, pertanto, qualsiasi deriva assolutista e ben che meno totalitaria .

28. Questa concezione del potere politico come qualcosa che avrebbe dovuto riconoscere un giudizio superiore e soprattutto come esercizio obbligato a manifestare obbedienza ad una legge e ad un’autorità che lo trascendesse, era chiaramente rappresentato dal rito d’incoronazione dei Re. Quando a scuola ce ne parlavano, eravamo portati a deridere un simile rituale: roba da secoli bui, sciocchezze incivili e antidemocratiche. E invece nulla di tutto questo, anzi. L’incoronazione per diritto divino aveva un significato pedagogico chiaro e nobile: il re poteva far capire ai sudditi quanto fosse giusto ubbidirgli, perché anch’egli prometteva di farsi suddito di un altro Re. Nei Proverbi (8, 15) è scritto: “E’ per me che i Re regnano e i principi comandano ciò che è giusto.” Infatti, il Re veniva unto secondo il rito descritto nella Bibbia per la consacrazione del Re d’Israele. (Cfr.: Re 1, 5; I Samuele 16, 13; Ezechiele 16, 8-14). Dice l’ Imitazione di Cristo (V, 13) : Nessuno comanda con sicurezza, se non colui che ha bene imparato ad ubbidire.”

29. Il rituale iniziò in Spagna con i sovrani visigoti (cristiani) di Toledo che furono i primi a chiedere alla Chiesa di incominciare il loro regno con una speciale consacrazione. Si dette poi tanta importanza alla cosa che nei secoli immediatamente successivi iniziò a diffondersi il racconto delle origini miracolose dell’unzione regia. L’arcivescovo di Reims, Incmaro (845-882), raccontò che il suo predecessore, san Remigio, ricevette dal Cielo, portata da una colomba, la sacra ampolla contenente l’olio per l’unzione. Lo stesso Incmaro consacrò nell’868 Carlo il Calvo di Lotaringia e nell’877 Ludovico il Pio. Da allora i Re di Francia e di Inghilterra saranno unti ed incoronati.

30. Altro elemento che sottolineava l’importanza di questo rituale ai fini della sacralità della regalità, ma anche della concezione della stessa come “servizio di Dio a favore dei fratelli”, stava nel fatto che i Re di Francia e d’Inghilterra, dopo essere stati consacrati, imponevano le mani sugli scrofolosi per guarirli. E sempre all’insegna di questa “ministerialità” del potere regale, va ricordato che l’Imperatore del Sacro Romano Impero, dopo esser stato unto, arrivava a servire la Messa come suddiacono.

Il potere politico è tale solo se sa riconoscere un giudizio al di sopra di sé

31. Insistiamo sulla caratteristica tipica della concezione medioevale della politica, ovvero che il potere politico è tale solo se sa accettare un giudizio al di sopra di sé. E’ una caratteristica che si traduce nel fatto che ogni uomo deve riconoscere nella sua vita la presenza di un “superiore”.

32. Il IV Concilio di Toledo (anno 633) dice chiaramente: “Ciò che fa il Re non è la sua persona ma è il Diritto.” L’azione politica non è giudicata da se stessa, ma da princìpi metastorici, ovvero al di là della storia e al di là della prassi, cioè della vita. Questo dato è esito della filosofia naturale e cristiana , la quale inevitabilmente conduce al riconoscimento della metafisica. Ne parleremo tra poco.

33. Le costituzioni medievali (tutte di origine consuetudinaria) si fondavano, appunto, su questo principio: l’autorità politica è tale se si fa giudicare da un principio eterno ed assoluto. Sant’Isidoro di Siviglia (560-636) cita un antico proverbio: “Tu sarai Re se agirai secondo il diritto, altrimenti no.” La legittimità del potere regale è conseguente all’agire secondo il Diritto; e quando il re avesse rinunciato a questo giudizio, avrebbe perso la sua legittimità.

34. Un re o un imperatore non perdeva la sua legittimità in caso di peccato mortale pubblico, perché il peccato mortale, pur rendendo “membro morto” della Chiesa, non esclude dalla Comunità; ma perdeva legittimità quando veniva scomunicato. Un celebre esempio: Enrico IV, scomunicato da papa san Gregorio VII per la questione della cosiddetta “lotta delle investiture episcopali”, dovette andare a Canossa a chiedere perdono al Papa. Non era sinceramente pentito (tanto è vero che quando poté tornare alla carica, lo fece) ma fu costretto a farlo perché i suoi feudatari gli avevano fatto capire che, con la scomunica, aveva perso autorità.

35. Questa convinzione medioevale della politica non era affatto (com’è stato erroneamente detto) una sorta di teocrazia , che è piuttosto l’identificazione del potere politico con quello religioso. Il Cristianesimo questo non lo ha mai accettato, ben convinto della giusta distinzione (autonomia) tra Stato e Chiesa. Tanto è vero che quando l’Imperatore o il Papa avevano la tentazione d’ingerire nelle competenze dell’altro, erano pronti a rimproverarsi a vicenda: il Papa diceva no all’Imperatore e l’Imperatore diceva no al Papa. Dunque nessuna teocrazia , quanto piuttosto un antidoto a qualsiasi assolutismo politico.

36. L’ assolutismo (da absolutus , cioè “sciolto da”) è quella concezione secondo cui il potere politico trova fondamento solo in se stesso e non deve essere giudicato da nulla. Pericolosissimo: è l’anticamera di qualsiasi totalitarismo . Il tanto bistrattato Bonifacio VIII lo aveva capito molto bene e con la Bolla Unam Sanctam (anno 1302) rispose al re di Francia Filippo il Bello (che insieme al più antico Federico II) era una sorta di prototipo di sovrano moderno e assolutista. Ebbene, Bonifacio VIII disse che il potere politico doveva essere giudicato dalla Legge di Dio e che la depositaria della Legge di Dio era la Chiesa. Questo non era t eocrazia ma il principio secondo cui l’autorità politica è tale se riconosce dei limiti e dei valori al di là della storia e al di là della realtà fisica, cioè “metafisici”. Fu proprio quando ci si volle staccare da tale convinzione che si ebbe l’assolutismo e il machiavellismo, ovvero la politica non necessariamente “immorale” ma certamente “amorale”, cioè indipendentemente dalla morale. Ma di questo parleremo tra non molto.

Lo Stato come segno dell’antropologia e della gnoseologia della filosofia naturale e cristiana

37. Vediamo adesso di tirare qualche conclusione significativa in merito alla concezione medioevale della politica che abbiamo visto essere poi anche la concezione cristiana della politica. Partiamo da dati di ordine filosofico.

38. Possiamo dire che tale concezione è l’esito tanto dell’ antropologia (concezione riguardante l’uomo) quanto della gnoseologia (concezione riguardante la conoscenza) della filosofia naturale e cristiana.

39. …perché dell’antropologia? Ci sono almeno quattro motivi. 1) Come l’uomo è limitato così anche lo Stato deve riconoscere nella sua stessa ragion d’essere il proprio limite e quindi la necessità di conformarsi ad un criterio di Giustizia e di Legge al di fuori di sé. 2) Come l’uomo non è solo spirito ma anche corpo, così il vivere dell’uomo deve inserirsi all’interno di un’organizzazione sociale e materiale. La stessa attività politica non figura come qualcosa di negativo, bensì come una necessità nobile e naturale. 3) Come l’uomo non è solo corpo ma anche spirito, così l’attività politica non può essere il perseguimento della semplice felicità terrena ma della felicità tutt’intera, che è quella eterna e il raggiungimento del Bene supremo, che è Dio. 4) Perché l’uomo è unione di spirito e corpo, anche l’organizzazione sociale e statuale devono formalmente e sostanzialmente rispecchiare questa unione. Non a caso con la modernità la politica si riduce a pura tecnica di potere , la quale a sua volta esprime una visione meccanicistica della vita dell’uomo. Formalmente, con il dover rendere a Dio anche il culto pubblico. Sostanzialmente, con il rispetto e la promozione della Legge di Dio.

40. …perché della gnoseologia? Adesso vediamo perché la concezione medioevale della politica è esito della gnoseologia della filosofia naturale e cristiana . 1) La conoscenza, secondo la filosofia naturale e cristiana , deve partire dall’osservazione dell’oggetto ( realismo filosofico ), dunque la politica deve rifuggire qualsiasi pretesa utopica di creazione di nuove società e limitarsi ad organizzarne un unico modello, che è dato dalla Legge Naturale. 2) La conoscenza della filosofia naturale e cristiana riconosce come fondamentale il dato del “senso comune”, che è la constatazione di verità evidenti che, proprio perché talmente evidenti, non hanno bisogno di essere dimostrate. Ebbene, la concezione medioevale della politica esprime tale convinzione soprattutto nell’aspetto pedagogico, allorquando sostiene che l’autorità è tale nel momento in cui sa obbedire.

La scissione tra sovranità e legge

41. Se –come abbiamo avuto modo di vedere- nella concezione medioevale si realizza un’unione tra la sovranità e la legge , intendendo per unione il fatto che il potere politico debba riconoscersi limitato e sottomesso ad un giudizio esterno ad esso, con la fine del Medioevo questa unione tende a sparire. Facciamo due esempi per capire tale fenomeno: il primo è l’istituzione delle Signorie e dei Principati, il secondo il pensiero di Machiavelli.

42. Alle signorie e ai principati era infatti legata la figura del condottiero , il quale fondava il suo potere politico non su fattori dinastici né tantomeno sul rispetto della legge morale. Nelle azioni di conquista operate dalle signorie un importante ruolo lo svolsero le compagnie di ventura, la cui arte della guerra non andava troppo per il sottile e il militarismo divenne sempre più protagonista.

43. Precedentemente abbiamo detto che nella concezione medioevale della politica i concetti di auctoritas e di potestas erano volutamente ritenuti distinti, sempre per lo stesso motivo: convincersi che il potere politico trova la sua legittimità al di fuori di sé. Con l’inizio della modernità , ovviamente, le cose cambiano: auctoritas e potestas cominciano a confondersi; non sono rari i casi in cui i condottieri esercitano il loro potere in modo crudele e tirannico.

44. Adesso veniamo al secondo esempio: il pensiero di Machiavelli (1469-1527). Egli espose la sua idea politica soprattutto ne Il Principe , un’idea che si fonda sostanzialmente su cinque tesi: il pessimismo antropologico , il realismo metodologico , la politica come tecnica del potere , l’ autonomia della politica e la dialettica virtù/fortuna.

45. Machiavelli è prima di tutto convinto che l’uomo sia un poco di buono ( pessimismo antropologico : 1° tesi), un individuo a cui deve essere lasciata poca (se non pochissima) libertà, altrimenti non potrebbe che comportarsi male. Si potrebbe obiettare: ma anche la tradizionale concezione cristiana dice questo. Niente affatto. Il Cristianesimo dice ben altro: l’uomo è libero di decidere se essere buono o cattivo; aggiunge, poi, che dopo il peccato originale l’uomo è, sì, ferito, per cui tende più al male che al bene, ma non cessa, per questo, di essere libero. Attenzione. La filosofia moderna oscillerà tra due tipi di antropologie (concezioni dell’uomo), quella dell’uomo naturalmente cattivo e quella dell’uomo naturalmente buono. Ebbene, queste due assolutizzazioni non solo sono lontane mille miglia dall’antropologia cristiana, ma, pur essendo molto diverse, causano la stessa conseguenza: il totalitarismo, ovvero la fede in uno Stato onnipotente che possa risolvere tutti i problemi. Ragioniamo. Se l’uomo è necessariamente cattivo, ha bisogno di uno Stato che lo privi quanto è più possibile della libertà; se è invece naturalmente buono, allora vuol dire che il male è nella società e nella cultura, per cui bisogna realizzare quanto prima una sorta di “società perfetta” affinché l’uomo possa realizzare la sua natura e, per realizzare questa società, occorre affidarsi completamente allo Stato. Dunque, totale affidamento allo Stato se l’uomo è naturalmente cattivo e totale affidamento allo Stato se l’uomo è naturalmente buono.

46. Adesso riprendiamo Machiavelli. Proprio perché l’uomo è cattivo, occorre -dice il pensatore fiorentino- che la realtà vada guardata nella sua “verità effettuale”, cioè con estremo realismo ( realismo metodologico : 2° tesi). Quando Machiavelli parla di “realismo” non intende, però, il realismo tradizionale, quello della scolastica medioevale per intenderci (la conformazione dell’intelletto al reale), quanto un altro tipo di realismo, quello di sapersi adattare alla realtà sociale così come essa è per conformare la morale a com’è la realtà. Facciamo un esempio: se vediamo che nella società c’è l’ingiustizia, il realismo della filosofia naturale e cristiana c’impone di tenerne conto, ma ciò non vuol dire che l’ingiustizia vada moralmente accettata; anzi, dobbiamo far di tutto per cambiare lo stato delle cose. Nella stessa situazione, il realismo di cui parla Machiavelli imporrebbe un altro atteggiamento: che quell’ingiustizia venga strumentalmente utilizzata per raggiungere fini personali o sociali di mantenimento del potere.

47. Ecco quindi che la politica diventa una tecnica del potere (3° tesi). Ogni azione politica va giudicata non attraverso criteri di giudizio tratti da una morale metastorica (al di fuori della storia) e metapolitica (al di fuori della politica), ma attraverso criteri che attengano all’unico fine della politica: il mantenimento del potere sovrano. Ed ecco anche perché la politica deve essere -secondo Machiavelli, ma anche secondo la mentalità di questi tempi- completamente separata dalla morale.

48. In queste parole di Machiavelli è palese quanto la politica nel suo pensiero venga concepita come una vera e propria “tecnica”, che deve liberarsi da qualsiasi vincolo morale. “Uno principe, e massime uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose per le quali gli uomini sono tenuti buoni, essendo spesso necessitato, per mantenere lo Stato, ad operare contro alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla religione. E’ però bisogna che egli abbi uno animo disposto a volgersi secondo ch’eventi della fortuna e le variazioni delle cose li comandano, e, come di sopra dissi, ma partirsi dal bene, potendo, ma sapere in trarre nel male, necessitato.” ( Il Principe , XVIII).

49. Nel caso di Machiavelli, gli studiosi parlano di autonomia della politica, ma sarebbe meglio parlare di ontonomia (4° tesi). Come abbiamo già avuto modo di dire, il concetto di autonomia , infatti, fa riferimento alla distinzione ma non alla separazione: le realtà sono diverse ma hanno comunque un’origine comune da cui tutte provengono. Il concetto di ontonomia , invece, fa riferimento alla separazione ma non alla distinzione: le realtà sono diverse perché sono cause di se stesse e quindi non hanno un’origine comune. Da tutto questo si capisce perché, secondo Machiavelli, le virtù del politico non devono essere più quelle cristiane dell’amore e dell’umiltà, bensì l’astuzia della volpe e la forza del leone.

50. Qui, però, c’è un risvolto interessante su cui fare una riflessione. Machiavelli dice che, per avere successo, queste virtù hanno bisogno di un elemento importante: la fortuna (5° tesi). Egli la intende come circostanza particolare (caso) che può rendere vincenti o inutili le virtù del politico. La riflessione è questa: Machiavelli elimina dalle vicende politiche la Provvidenza, e lo fa per rendere più “libera” la forza della politica umana, ma poi arriva all’estremo opposto, quello di sottomettere la forza della politica umana al puro caso, imprevedibile e soprattutto senza un significato ben preciso.

51. In realtà Machiavelli non fu un puro teorico della politica. Egli non partì da dati teorici, quanto dalla constatazione di come stavano andando le cose. Insomma, non era tanto consapevole di “fondare” una visione politica nuova (cosa che invece avvenne per Hobbes, Locke, Rousseau) quanto voleva confermare l’affrancamento dell’uomo politico dalla morale, ch’era appunto la caratteristica significativa dei suoi tempi. Il pensiero di Machiavelli viene pienamente incarnato dalla politica di Elisabetta I, da Enrico IV e, attraverso Richelieu, arriva al ‘600 per giungere fino a Federico II di Prussia. A questo pensiero s’ispirerà poi quel principio di equilibrio che regolerà i rapporti delle grandi potenze europee fino al Congresso di Vienna.

L’influenza dell’Umanesimo e del Protestantesimo sull’assolutismo moderno

52. Alla base dell’assolutismo moderno, dunque di ciò che abbiamo definito come separazione tra sovranità e legge , vi sono due nuove mentalità, l’una culturale e l’altra religiosa: l’Umanesimo da una parte e il Protestantesimo dall’altra. L’Umanesimo rappresentato principalmente dalla figura di Machiavelli, il Protestantesimo da quella di Lutero. Le posizioni di questi due personaggi sono ovviamente molto diverse, ma entrambi danno un contributo significativo alla nascita dell’assolutismo moderno, che si esprime nella netta separazione tra Chiesa e Stato. L’Umanesimo –con Machiavelli- separa la politica dalla metafisica e dalla Chiesa. Il Protestantesimo, rifiutando la Chiesa, determina di fatto questa separazione.

53. Mentre il prìncipe medioevale, attraverso l’esercizio del potere politico, si prefiggeva di indirizzare il suddito verso l’unico fine e verso l’unica felicità possibile (quelle soprannaturali), il prìncipe dell’Umanesimo governava per far raggiungere un solo fine (quello terreno). L’Umanesimo, infatti, proponeva all’uomo non un’unica felicità, ma due, quella terrena e quella ultraterrena. Nel Medioevo –come abbiamo avuto più volte modo di dire- si distinguevano e non si confondevano realtà naturale e realtà soprannaturale, si distinguevano politica e religione, Stato e Chiesa, ma vi era comunque il riconoscimento che uno solo era il fine dell’uomo: il raggiungimento del Paradiso. Nell’Umanesimo non ci si limitò a distinguere, si volle separare; si volle separare la realtà naturale da quella soprannaturale, la politica dalla religione, lo Stato dalla Chiesa… e quindi non si riconosceva per l’uomo un’unica felicità, ma due felicità possibili, quella terrena e quella celeste, anche eventualmente in conflitto fra loro.

54. Un altro punto in comune tra Machiavelli e Lutero e quindi tra un certo umanesimo e il Protestantesimo è l’antropologia radicalmente pessimista. C’è una logica: se l’uomo è cattivo, il prìncipe deve essere duro, durissimo, per poter governare la cattiveria dell’uomo. Il prìncipe non può fare riferimento ai dettami evangelici. Se lo facesse, sarebbe ingenuo e assolutamente inefficace. Lutero arriverà ad affermare che se il prìncipe è tiranno è perché il popolo si è comportato male, meritandosi da Dio un simile capo.

55. A riguardo c’è chi ha detto che Hobbes arriverà a formulare una teoria politica tanto machiavellica quanto luterana.

Il positivismo giuridico

56. Per capire quanto la politica moderna e contemporanea siano ampiamente fondate sul cinismo e sul pragmatismo occorre fare riferimento anche al cosiddetto positivismo giuridico, vero protagonista della filosofia del diritto del XX secolo.

57. Questo afferma che non c’è altra legge se non la legge positiva (cioè posta dallo Stato), non c’è altra legge che la legge scritta. Insomma, non c’è altra legge che la legge dello Stato. Il che vuol dire che ciò che conta è solo la conformità a tale legge. Dunque, è del tutto legittimo quel governo che si afferma attraverso le procedure dell’ordinamento giuridico, indipendentemente dalle sue decisioni.

58. Attenzione: il positivismo giuridico afferma che bisogna conformarsi alla legge positiva , non necessariamente alla legge giusta. Ciò che conta non è il contenuto della legge, ma la sua forma.

59. Il maggior rappresentante del positivismo giuridico è l’austriaco Hans Kelsen (1881-1973).

60. Hobbes aveva detto che la legge non è fatta dalla Verità, ma dall’autorità ( “Non veritas sed auctoritas facit legem” ). La legge è tale non perché dica cose vere e giuste, ma semplicemente perché è la legge, perché ha la forza di farsi rispettare e perché c’è qualcuno che la impone.

61. Ebbene, questa concezione della modernità giunge a compimento nel pensiero di Kelsen. Egli afferma che l’ordinamento giuridico sarebbe una sorta di costruzione a gradini, al vertice vi sarebbe una norma fondamentale, la quale ordina che bisogna obbedire al potere costituito ed effettivo. Il Pensatore austriaco non dice: al “ potere gusto ”, ma solo al “ potere costituito ed effettivo ”. “Costituito” vuol dire “in vigore”, “effettivo” che “sa farsi valere”. Secondo Kelsen, a partire da questa norma fondamentale dovrebbe essere costruito, a seconda di una serie di giudizi ipotetico-deduttivi, tutto l’ordinamento delle leggi fino ad arrivare alle norme più elementari.

62. Dunque, Kelsen afferma che il sistema delle norme ha la sua chiave di volta in una norma la cui validità non è a sua volta fondata da una norma superiore, e non è dunque posta da un’autorità, ma viene presupposta come “norma fondamentale”. Per Kelsen il diritto è dunque concepito come una tecnica sociale di tipo formale , la quale regolerebbe i rapporti fra i soggetti mediante norme alle quali non è conferita alcuna validità extra-giuridica (cioè metafisica, metastorica e metapolitica), ma solo quella del loro potere coercitivo di implicare, per certi comportamenti, sanzioni corrispondenti.

63. Kelsen ritiene che la costituzione giuridica internazionale debba essere prevalente sulle costituzioni statali. Ma non solo. Ciò che è ancora più importante è il fatto che egli sostituisce alla sovranità dello Stato la norma giuridica positiva, che deve ovviamente escludere qualsiasi riferimento metafisico, il che vuol dire –come abbiamo già detto- la perfetta identificazione tra Stato e diritto. Per Kelsen solo la norma positiva è importante. Tutto deve inchinarsi dinanzi ad essa. Egli scrive in un suo libro ( Il problema della sovranità ): (…) sovrana è (…) solo la norma, sovrano è l’uomo che comanda, solo nella misura in cui presuppone la norma come suprema.”

64. E’ evidente quanto il positivismo giuridico sia una legittimazione dello Stato totalitario moderno: l’importante non è se una legge sia giusta o meno, ma solo se sia promulgata; per cui anche leggi assurde, ma conformi sul piano procedurale, devono essere rispettate.

65. L’essenza dello Stato totalitario è il principio di totalità (da ciò il suo nome), ovvero non ci può né ci deve essere altra istanza al di sopra dello Stato. Lo Stato è tutto. Sul piano giuridico: non può essere ammessa altra giustizia se non quella di un tribunale dello Stato.

66. Per capire quanto il contributo del positivismo giuridico sia stato determinante al trionfo del totalitarismo moderno, facciamo questo esempio: il nazionalsocialismo andò al potere attraverso libere elezioni e il regime totalitario si affermò secondo regole democratiche. Ad un certo punto avvenne che il Parlamento tedesco votò per non più votare, delegando al governo la funzione legislativa. A livello procedurale fu tutto legale; tanto è vero che al Processo di Norimberga gli imputati cercarono di difendersi affermando di aver solo obbedito alle leggi dello Stato. Costoro, infatti, erano senz’altro nel segno della legalità , ma non certo della giuridicità.

67. Pio XII disse in un suo discorso alla Sacra Rota del 13.11.1949: “Il semplice fatto di essere dichiarato dal potere legislativo norma obbligatoria dello Stato, preso solo e per sé, non basta a creare un vero diritto (…). Doveva venire lo Stato totalitario d’impronta anticristiana, lo Stato che, per principio o almeno di fatto, rompeva ogni freno di fronte a un supremo diritto divino, per svelare al mondo il vero volto del positivismo giuridico (…). Noi tutti siamo stati testimoni del modo come taluni, che avevano agito secondo questo diritto, sono stati poi chiamati a renderne ragione dinanzi alla giustizia umana (…). E’ stato osservato come, secondo i princìpi del positivismo giuridico, quei processi avrebbero dovuto concludersi con altrettante assoluzioni (…). Gli imputati si trovavano, per così dire, coperti dal ‘diritto vigente’.”

68. La differenza tra legalità e giuridicità è molto importante per capire il positivismo giuridico . Infatti quest’ultimo segna la separazione tra la legalità e la giuridicità . Il positivismo giuridico ha preteso di ridurre il diritto alla legge e la legge alla norma. Con questa duplice riduzione ha ridotto la legge alla sanzione; e, riducendo la legge alla sanzione, riduce la legge al potere di chi ha la forza di imporre una certa determinata norma.

69. Il positivismo giuridico e il relativismo etico (questo al primo necessariamente conseguente) ci fanno capire non solo la tragedia del totalitarismo, ma anche l’inefficacia di tante istituzioni formalmente democratiche e intenzionate a rifarsi ad oggettivi princìpi di giustizia. Giovanni Paolo II afferma nell’enciclica Centesimus Annus (46) : “Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia.” Ciò vuol dire che, intendendo per valori ciò che è metafisicamente fondato, un’istituzione, anche se democratica, ma incapace di riconoscere la legge naturale oggettiva, inevitabilmente si trasforma in totalitarismo.

San Luigi IX. Modello dei re e dei Capi di Stato.

70. Il Regno di San Luigi IX fu un grande dono di Dio e della Vergine Maria alla Francia, ma anche alla cristianità e al mondo intero.

71. Il cuore di una madre, se risponde alla missione che Dio le affida, riceve tutte le grazie, tutte le delicatezze per deporre nelle anime dei suoi fanciulli le virtù al punto di farne dei Santi. Bianca di Castiglia si mostrò la degna madre d’un figlio quale fu San Luigi IX. Si può ben affermare che senza le ammirabili qualità di energia di cuore e di intelligenza di questa regina, rischiarata da una fede profonda e da una confidenza ammirabile in Maria –il modello di tutte le Madri- il mondo, forse, non avrebbe mai potuto conoscere il tipo ideale di Re e di governante cristiano.

72. Volendo dare alla Francia un sovrano degno, Bianca confidò le sue speranze a Nostra Signora recitando sempre il Rosario con le persone pie della sua Corte. Il 25 aprile del 1215, a Poissy, il suo voto si realizzò.

73. San Luigi comprese la dignità che gli era stata conferita nel Battesimo, al punto che si fece chiamare Luigi di Poissy, dal nome del villaggio dove era stato battezzato e quindi diventato cristiano.

74. L’odio verso il peccato resse l’infanzia di Luigi IX e lo spinse alla vigilanza e alla preghiera, che poi sarà la grande passione della sua vita. Egli, un giorno, sentì sua madre dire queste parole: “Dolce figlio, voi sapete che niente mi è più caro di voi; ma preferisco sapervi morto piuttosto che macchiato di peccato mortale.” E’ ai piedi degli altari e nella lettura di libri spirituali che Luigi apprendeva tanto i suoi doveri di cristiano quanto la sua missione di Re.

75. Suo fratello primogenito morì nel 1218, suo padre morì nel 1226 e questi aveva designato come reggente la Regina Bianca. A quel tempo Luigi aveva appena 12 anni.

76. La consacrazione di Luigi ebbe luogo il 29 novembre del 1226.

77. La Regina reggente non aveva solamente inculcato a suo figlio la bellezza della fede cristiana e una grande devozione alla Vergine Immacolata, ma aveva voluto che tutto questo fosse solidamente sostenuto da una conoscenza profonda delle verità eterne. Ella aveva scelto per la sua formazione religiosa e intellettuale i migliori teologi e le più alte personalità in tutti i campi dell’insegnamento.

78. Luigi IX si mostrò degno di una tale madre e di tali maestri. La preghiera era il costante alimento della sua anima anche nelle sue imprese di guerra. Recitava costantemente le ore canoniche. Nonostante il suo alto rango, era aggregato al Terz’ordine di San Francesco, di cui poi sarebbe diventato patrono del ramo maschile.

79. Per rendere omaggio alla Vergine, ogni sabato radunava i poveri nel suo palazzo, lavava loro i piedi che baciava con rispetto, dopo averli asciugati con le sue stesse mani; li serviva lui stesso a tavola e a loro distribuiva una ricca elemosina. Ogni giorno recitava l’Ufficio della Santa Vergine.

80. In esecuzione di un voto fatto dal Re suo padre, fondò l’abbazia di Royaumont, e volle partecipare manualmente con il sudore della sua fronte alla costruzione, servendo i muratori e portando la carriola carica di pietre. Faceva soggiorni frequenti all’Abbazia, conducendo la vita dei monaci. Assisteva al capitolo quotidiano, ma, considerandosi indegno di essere trattato come religioso, si sedeva sulla paglia. Aiutava i muratori, prendeva i suoi pasti nel refettorio, visitava gli ammalati dell’infermeria.

81. Si racconta questo episodio: una domenica, accompagnato dall’Abate, volle far mangiare i lebbrosi, i quali avevano le mani mutilate dal morbo, tanto che non le potevano usare; fu il Re a tagliare la carne e a metterla in bocca con grande precauzione, avendo cura di asciugare il sale che potesse procurare dolore sulle labbra piagate. Luigi si teneva in ginocchio dinanzi ai malati, convinto che quelle carni piagate rappresentassero le piaghe di Gesù, costringeva in tal modo anche l’Abate a fare lo stesso.

82. A 19 anni Luigi sposò Margherita di Provenza. La giovane Regina era degna del suo sposo. Un cronista del tempo la descrive in questo modo: “Non esiste giovane più nobile, più gentile, meglio educata, dotata di rare perfezioni, dalle più amabili virtù, di intelligenza precoce, di spirito molto retto, di giudizio molto sicuro, di generosità reale, di bontà squisita.” Margherita ebbe da Luigi undici figli.

83. Modello per gli sposi, Luigi seppe esserlo per i padri: il Re non approfittò per l’educazione dei suoi figli della cura dei loro istitutori, egli stesso si assumeva l’incarico di istruirli e di educarli al disprezzo dei piaceri e della vanità mondane, e a spingerli all’amore di Dio. Dopo compieta , li faceva andare nella sua stanza per ricevere dalla sua bocca le sue lezioni. A riguardo sono conservate alcune istruzioni che egli scrisse per la figlia Isabella , la futura Regina di Navarra: “Cara figlia, obbedite umilmente a vostro marito e a vostro padre e a vostra madre, nelle cose che sono secondo Dio; voi dovete dare a ciascuno ciò che gli appartiene, per l’amore che voi dovete avere ad essi; ed inoltre dovete fare il meglio per amore di Nostro Signore, che così ordinò; contro Dio non dovete obbedire a nessuno. (…). Cara figlia, mettete così grande impegno, da essere così perfetta in tutto il bene, in modo che quelli che vi vedranno e intenderanno parlare di voi possano prendere un buon esempio; e mi è d’avviso che sarebbe bene che non occupaste troppo tempo, né troppo studio a ornarvi e ad adornarvi; e guardatevi bene di non eccedere nei vostri ornamenti.”

84. San Luigi IX amministrò la giustizia con meticolosità. Ogni volta che si spostava, lo precedevano un prelato e un signore per raccogliere tutte le lagnanze; e così egli rendeva giustizia agli oppressi e agli infelici.

85. Un episodio importante della sua vita fu quando fu preso da una dissenteria che lo condusse sull’orlo della morte. Restò privo di sensi per molte ore. I medici cercarono di rianimarlo, ma non vi fu nulla da fare; tant’è che fecero anche la dichiarazione di morte. Improvvisamente si risvegliò e poco dopo si alzò dal letto dichiarando: Dall’alto del Cielo la luce dell’Oriente si è sparsa su me, e il Signore mi richiamò dai morti. Signore, siate benedetto e ricevete il giuramento che io faccio di me crociato.” Il re poi spiegò che in quei momenti aveva ricevuto in visione l’ordine di andare nella Terra Santa a prelevare lo stendardo cristiano abbattuto dai musulmani.

86. Successivamente il Vescovo di Parigi cercò di distogliere il Re dal suo progetto, ma inutilmente. Luigi IX rispose: Voi dite, mio Vescovo, che io non ero in me quando ho deciso di prendere la Croce. Ebbene , eccola, io ve la ridò.” Poi aggiunse: “Miei amici, ora io sono perfettamente in me. Ebbene, io chiedo che mi si renda la mia Croce. Dio , che sa ogni cosa, sa bene che nessun alimento entrerà nella mia bocca fino a quando la Croce non mi sia rimessa.” Il Vescovo dovette ovviamente recedere.

87. Completamente guarito, il re Luigi preparò tutto affinché il Regno fosse bene amministrato durante la sua assenza.

88. Il 12 giugno 1248 si consegnò, a piedi nudi, alla Vergine Maria, partecipò alla Messa e ricevette l’Eucaristia. Poi andò a Pontoise, dinanzi all’immagine miracolosa della Madonna, per affidare a Lei le sorti della Francia, dei suoi soldati e della sua stessa persona.

89. Il 25 agosto dello stesso anno s’imbarcò ad Aigues-Mortes. I crociati trascorsero l’inverno nell’isola di Cipro, ma la peste decimò l’armata.

90. Il 25 maggio 1249, Luigi IX dette il segnale di partenza al grido di “Dio lo vuole!” . La flotta s’indirizzò verso l’Egitto dove giunse il 4 giugno.

91. Il giorno successivo, dopo essersi confessati, i crociati attaccarono le navi musulmane. I nemici indietreggiarono per l’improvvisa sortita e la città di Damietta fu conquistata.

92. Il 6 giugno, nel primo pomeriggio, Luigi IX, a piedi nudi, entrò nella città deserta, seguito dai suoi soldati, anch’essi a piedi nudi. L’antica chiesa della città, che era stata trasformata in moschea dai musulmani, venne restituita al culto cristiano e s’intonò il Te Deum.

93. Dopo varie manifestazioni di valore –egli era ovunque vi fosse pericolo e sempre al primo posto- Luigi venne catturato insieme ad altri. Nel mezzo delle sofferenze della prigionia, delle epidemie e delle esecuzioni ordinate dal Sultano, richiamava continuamente i suoi soldati alla santa rassegnazione, alla fedeltà e al dovere.

94. Durante la prigionia, l’Emiro ammirò la fierezza di re Luigi e gli chiese di poter essere ordinato cavaliere. Ma Luigi –giustamente- aveva un’idea troppo alta di questa dignità e, non riconoscendo degno colui che non fosse cristiano, gli rispose: “ Io non conferirei mai la cavalleria ad un infedele. Diventate cristiano, e io vi farò cavaliere! .” Il Musulmano ne rimase meravigliato e non si offese: “ Tu sei il Franco più fiero che noi abbiamo mai visto!.”

95. A Luigi fu concessa la libertà, ma al prezzo di un riscatto. Attese a San Giovanni d’Acri la liberazione degli ultimi prigionieri e fortificò alcuni posti in possesso ancora sotto il governo dei cristiani; poi, essendo venuto a conoscenza della morte della Regina reggente, dopo aver liberato tutti i prigionieri, decise di ritornare in Francia.

96. Malgrado vinto, la Francia lo vide agire come grande re. Riordinò il Regno e sottomise tutti i baroni ribelli. Sostituì al diritto del feudatario, il diritto romano e la monarchia giudiziaria.

97. Il Re voleva governare solo per lavorare seriamente ai miglioramenti e al benessere della Francia. Egli si fece allora preparare delle liste esatte di tutti i lavoratori ch’erano nel bisogno, degli artigiani senza lavoro, delle vedove e degli orfani senza soccorso, e delle figlie povere che erano da maritare. Ogni giorno sul risparmio reale, che cresceva non con le imposte ma con l’economia amministrativa, egli metteva da parte delle somme per aiutare tutti.

98. Riempì la Francia di chiese e di ospedali per i poveri e per i lebbrosi.  Di lui hanno scritto: “Un Re non deve solamente possedere la virtù del cuore, ma deve brillare anche con quelle dello spirito, e far progredire le scienze e le arti. Ciò faceva parte anche dei suoi doveri di Stato e costituiva l’esercizio dell’Amore che Egli doveva a Dio e al suo popolo. Sotto il regno di san Luigi, le scuole si moltiplicarono: ogni convento, abbazia che gli appartenesse, là c’era una scuola. E come secondo lui, un’abbazia senza scuola è come un arsenale senza munizioni, così egli fondò delle biblioteche che alimentassero un’armata di copiatori e di rilegatori. Vincent de Beauvais è il precettore dei suoi figli, Guillame de Chartres, Jacques de Vitry, Ruggero Bacone, Ionville, Robert de Sorbon, San Tommaso d’Aquino, San Bonaventura li circondarono dei loro consigli e dei loro lumi. Tre Papi uscirono dalla sua corte: l’umile Jacques Pantaléon, figlio di un calzolaio di Troyes, che fu Urbano IV; Simon de Brion, che divenne Martino IV, e Guy Foulquois,  che fu per lungo tempo segretario del Re e poi papa con il nome di Clemente IV “.

99. San Luigi, inoltre, riorganizzò le corporazioni dei mestieri, assicurando alla Francia una grande prosperità. Punì severamente la calunnia, i duelli, l’usura. Volle che venissero difese con grande energia l’onore delle donne e degli orfani. Volle che venissero rispettati i testamenti. E volle che chiunque avesse avuto il sospetto di aver subito un’ingiustizia potesse far ricorso a lui.

100. Aveva un senso di profonda dedizione alla Francia. A suo fratello Carlo, conte d’Angiò, che aveva usurpato un suo diritto, disse chiaramente: “ Non deve esserci che un Re di Francia, e non crediate, perché siete mio fratello, che io vi possa risparmiare ogni giustizia “.

101. La guerra non l’amava e l’ammetteva solo in casi di estrema necessità. Così istruì suo figlio: “ Se ti facessero delle ingiurie ascolta parecchie voci, per sapere se tu puoi trovarne alcune buone, per le quali tu possa recuperare il tuo diritto, senza dover fare guerra, e così evitare i peccati che sono fatti in essa; e provvedi che prima che tu muova guerra, di aver avuto un buon consiglio e che la causa sia molto ragionevole, e che tu abbia  ben ammonito il malfattore “.

102. L’idea della crociata non l’aveva però mai abbandonata. Così , nella festa dell’Annunciazione del 1267, ne annunciò una nuova. Il 4 luglio 1270 s’imbarcarono 60.000 soldati. Dopo tredici giorni approdarono presso le rovine di Cartagine. Le prime vittorie non si fecero attendere e si giunse sotto le mura di Tunisi. Ma presto giunse un altro nemico: la peste. L ’esercito venne decimato e anche il Re contrasse il morbo. Malgrado ammalato, si prodigò per aiutare i più sofferenti.

103. Sentendo prossima la sua fine, chiamò l’erede della Corona e gli fece le supreme raccomandazioni. Si tratta del testamento del più santo e del più saggio di tutti i re, testamento di cui san Pio X raccomandava lo studio ai Francesi: “Caro Figlio, la prima cosa che ti raccomando è che tu metta tutto il tuo cuore nell’amare Dio. Se Dio ti manda delle avversità, sopportale pazientemente. Confessati spesso e scegli confessori prudenti. Mantieni i buoni costumi del regno e combatti quelli cattivi. Prendi cura di avere in tua compagnia tutti uomini prudenti, sia religiosi, sia secolari. Non sopportare che si dica davanti a te nessun oltraggio verso Dio, né ai Santi. Rendi sovente grazie a Dio di tutti i doni che Egli ti ha fatto, affinché tu sia degno di averne ancora. Le tue genti vivano in pace e in rettitudine sotto te, anche i religiosi e tutte le persone della Santa Chiesa. Dona i benefici di Santa Chiesa. Pacificati piuttosto che porre guerre, sia coi tuoi, sia coi tuoi sudditi, come faceva San Martino. Sii diligente di avere buoni preposti e buoni podestà e buoni inquisitori. Sforzati di impedire il peccato e cattivi giuramenti; fa distruggere le eresie contro il tuo potere. Fa in modo che le spese del tuo palazzo siano ragionevoli. Infine, caro figlio, io ti do tutte le benedizioni che un buon padre pietoso può dare a suo figlio, e che sia benedetta la Santissima Trinità e tutti i Santi ti guardino e ti difendano da ogni male; e che Dio ti dia la Grazia di fare sempre la sua volontà, in modo che Egli sia sempre onorato da te”.

104. Raccontano le cronache che poco prima di morire chiese gli ultimi sacramenti, recitò i salmi e si unì alle preghiere del sacerdote. Si fece poi mettere su un letto di ceneri, incrociò le mani sul petto, rivolse lo sguardo verso il Cielo… e morì alla stessa ora in cui era morto Gesù. Era il 25 agosto 1270. Fu canonizzato nel 1297 da papa Bonifacio VIII.

105. San Luigi IX rispecchia totalmente l’idea del Re santo tracciata da san Tommaso d’Aquino nel De regimine principum: “ Un Re deve essere per il suo Regno, ciò che l’anima è per il corpo, ciò che Dio deve essere per il mondo! Egli deve modellare il suo governo, sul governo divino. Egli deve consacrare tutte le sue cure a dirigere il suo popolo, verso il suo ultimo fine, nell’applicare il bene e la virtù “.

La devozione al Gesù Bambino di  Praga come risposta provvidenziale alla politica come “tecnica del potere”

106. Nella Spagna del XVI secolo si iniziò a diffondere la devozione alla regalità di Gesù Bambino. Da pochi anni il territorio era stato liberato dal dominio musulmano ed era tornato sotto la corona dei cattolicissimi Re di Aragona e di Castiglia. La Spagna era nel massimo del suo splendore. Fu allora che cominciarono a diffondersi delle raffigurazioni di Gesù non più adagiato nella culla, ma in piedi, su un trono, vestito con abiti bellissimi e con la mano benedicente.

107. In questa Spagna, detta del “secolo d’oro”, visse ed operò Santa Teresa d’Avila, la quale, per il suo grande amore verso l’umanità di Cristo, sviluppò la devozione carmelitana a Gesù Bambino. Ogni qual volta fondava un monastero, non solo voleva che venisse messa in venerazione una statuetta del Bambin Gesù, ma anche che questa statuetta avesse pose e abiti diversi. Erano tutti ninos bellissimi, ai quali l’affetto delle monache dava un soprannome. Tra queste ve n’era una soprannominata El Fundador , vestita da re, con la mano destra benedicente e la sinistra nell’atto di sostenere il mondo. Dai Carmeli della Spagna la devozione si diffuse in tutti i Carmeli dell’Europa.

108. Veniamo alla storia di quello che poi sarebbe stato il miracoloso Gesù Bambino di Praga. Inizia nel 1628. L’allora priore del convento dei carmelitani scalzi della città boema, padre Gianluigi dell’Assunta, preoccupato per l’estrema povertà della casa, ebbe un’ispirazione: incaricò i suoi confratelli di cercare una statua del Bambino Gesù per affidare a lui le sorti del convento.

109. La statua venne offerta dalla principessa Polissena di Lobkowicz, che già si era distinta come benefattrice dei carmelitani di Praga. Raffigurava un bellissimo Gesù Bambino in abiti regali, ritto in piedi (dunque in quella nuova posizione che si era iniziata a diffondere nella Spagna del XVI secolo), con il mondo nella mano sinistra e la destra in atto benedicente. La principessa l’aveva ricevuta dalla madre, la nobile Maria Manrique de Lara, spagnola, e la conservava come il più caro ricordo di famiglia.

110. Per ordine del priore, fu portata in noviziato e collocata sull’altare dell’oratorio.

111. I carmelitani scalzi erano arrivati a Praga dopo la celebre vittoria cattolica della Battaglia della Montagna Bianca , avvenuta l’8 novembre del 1620. Si era nella cosiddetta Guerra dei Trent’anni e l’esercito cattolico, fedele all’Imperatore, aveva sconfitto l’esercito ribelle, fedele invece al Principe Elettore del Palatinato, il calvinista Federico V.

112. Per quella vittoria l’Imperatore Ferdinando II aveva un debito di grande riconoscenza con l’Ordine del Carmelo perché era stato proprio il generale dei carmelitani scalzi, il venerabile padre Domenico di Gesù Maria, ad esortare i suoi soldati alla vittoria contro i protestanti. A seguito di quella vittoria, attribuita all’aiuto della Vergine Maria, nel 1624 i carmelitani furono chiamati a Praga e venne loro assegnata una chiesa ribattezzata appunto “Santa Maria della Vittoria”.

113. Ma nel 1631, il Principe Elettore della Sassonia iniziò l’assedio della città. Molti fuggirono. Tra questi, anche membri dell’esercito imperiale. Il priore del convento, per prudenza, fece partire i novizi ed anche colui che poi sarebbe diventato il grande apostolo della devozione al Gesù Bambino di Praga, padre Cirillo della Madre di Dio.

114. Passò poco tempo e Praga capitolò. I soldati protestanti saccheggiarono chiese e conventi ed incarcerarono anche i pochi carmelitani rimasti. Quando videro nell’oratorio la statuetta di Gesù Bambino Re, scoppiarono in risate blasfeme e urlarono: “Ecco il pupazzo dei papisti!” Uno di loro, per disprezzo, gli mozzò le mani con la spada e lo buttò dietro l’altare. Così il Santo Bambino cadde fra i ruderi della Chiesa di Santa Maria della Vittoria, dove rimase per lungo tempo, dimenticato in mezzo alle immondizie.

115. La Pace di Praga, firmata nel 1634, consentì il ritorno dei carmelitani nel loro convento, ormai quasi completamente distrutto. Ma nessuno ormai si ricordava più della Statuetta. Nel 1637 ritornò anche padre Cirillo della Madre di Dio. La guerra ancora non era terminata. Gli Svedesi ruppero gli accordi e assediarono nuovamente Praga. Intanto, padre Cirillo cercava la Statuetta e grande fu la sua gioia quando riuscì a ritrovarla. Tutti i frati del convento poterono pregare con fervore Gesù Bambino e Praga uscì indenne dalla distruzione protestante. Anche il convento , dopo due anni difficili in cui era mancata la benedizione del Santo Bambino, godette nuovamente dell’aiuto dei benefattori e di una pace operosa.

116. Da allora è continuata e si è diffusa in tutto il mondo la devozione al Gesù Bambino di Praga.

117. Ma ora chiediamoci: qual è l’importanza della devozione al Gesù Bambino di Praga? E perché questa devozione richiama la concezione cristiana dell’autorità politica?

118. Fino al XVI secolo la devozione a Gesù Bambino si indirizzava prevalentemente o addirittura esclusivamente al Gesù Bambino nella culla, cioè al momento della Natività. Cioè il Gesù Bambino della tenerezza, della debolezza e della “piccolezza”.

119. A partire, invece, da questo secolo non c’è solo il Gesù Bambino che giace nella culla, ma anche il Gesù Bambino Re, con la corona sul capo e con il mondo nella mano. Dunque, non solo il Gesù Bambino nella sua naturale collocazione di infante (la culla), ma anche il Gesù Bambino che, in quanto Dio, è Re dell’universo intero. E’ la convinzione che la signoria di Cristo è anche quella della tenerezza e della delicatezza, tratti tipici dell’infanzia. Ma su questo ci soffermeremo dopo.

120. Vediamo adesso quali sono i fondamenti teologici alla base di questa devozione. Il perché, cioè, non è sbagliato considerare la Regalità di Cristo come espressione dell’intera vita di Gesù, e quindi anche della sua infanzia.

121. La Cristologia ci dice che l’Incarnazione è avvenuta attraverso la cosiddetta unione ipostatica : un unico soggetto (divino) in una duplice natura (umana e divina). Ciò comporta due conseguenze: 1.Ogni azione (anche la più banale) compiuta dal Cristo ha avuto un valore infinito. Il valore di un’azione, infatti, è dato dalla dignità del soggetto che la compie. Dal momento che il soggetto del Cristo è divino, tutte le sue azioni hanno avuto un valore divino, cioè infinito. Una sola lacrima del Cristo ha avuto un valore infinito, così come un solo disagio o una sola sofferenza. 2.A vivere l’esperienza è colui che consapevolmente la vive. L ’esperienza è vissuta dal soggetto e non dalla natura. Quindi, ogni avvenimento che Gesù ha vissuto, l’ha vissuto anche come Dio. L’Incarnazione ci dice che Dio ha fatto esperienza di tutte le fasi della vita umana, perché l’intelletto divino non ha bisogno della maturazione del corpo. Il Verbo incarnato è stato consapevole di se stesso (dunque della propria divinità) sin dal concepimento.

122. Questo significa che l’Incarnazione segna una peculiarità tutta cristiana. Cioè: Dio rimane tale anche quando è veramente bambino. Il che significa che la sua Regalità è caratterizzata anche dalla sua infanzia; dalla tenerezza della sua infanzia.

123. La devozione al Gesù Bambino di Praga è strettamente legata alla concezione cristiana dell’autorità. Vediamo in che senso.

124. La concezione cristiana dell’autorità afferma che questa debba esprimere una sua persuasività. Questa persuasività è avere la verità come fondamento. L’autorità per essere persuasiva deve testimoniare l’obbedienza. Non si può pretendere obbedienza se non si testimonia l’obbedienza. Il Gesù Bambino incoronato insegna che l’esercizio della regalità è anche farsi obbediente alla Verità; come un bambino che si fa obbediente.

125. Nella concezione cristiana dell’autorità, questa è intesa non come manifestazione di potere, ma di servizio. Comanda chi sa sacrificarsi, chi è disposto ad immolarsi per i suoi sudditi. Il capo è colui che va davanti agli eserciti, colui che rischia di più. Più alta è l’autorità, più alta è la responsabilità. Il Dio che, incarnandosi, vive veramente l’esperienza dell’infanzia e che regna conservando anche la sua infanzia, è un Dio che serve. E’ un Dio che si fa piccolo per mettersi al servizio di tutti. Dice Pio XII in un discorso del 1949 al Patriziato e alla Nobiltà romana: “Nella grande solidarietà personale e sociale, ognuno deve essere pronto a lavorare, ad immolarsi, a consacrarsi al bene di tutti. La differenza sta non nel fatto della obbligazione, ma nel modo di soddisfarla. E non è forse vero che coloro i quali dispongono di più tempo e di più abbondanti mezzi debbano essere i più assidui e i più solleciti a servire? Parlando di mezzi, Noi non dimentichiamo di riferirCi soltanto né primariamente alle ricchezze, ma a tutte le doti d’intelligenza, di cultura, di educazione, di conoscenze, di autorevolezza, le quali doti non sono concesse ad alcuni privilegiati dalla sorte per loro esclusivo vantaggio, o per creare una irrimediabile disuguaglianza tra fratelli, ma per il bene dell’intera comunità sociale. In tutto ciò che è servigio del prossimo, della società, della Chiesa, di Dio, voi dovete essere sempre i primi. Là è il vostro grado di onore; là è la vostra più nobile precedenza.”

126. La concezione cristiana dell’autorità, riconoscendo l’autorità anche come esercizio di obbedienza nei confronti di Dio, afferma che chi comanda deve rimettere in Dio la propria autorità. A proposito di ciò, ancora Pio XII -questa volta nel 1952- disse al Patriziato e alla Nobiltà romana: “Elevate lo sguardo e tenetelo fisso all’ideale cristiano. Tutti quei rivolgimenti, quelle evoluzioni o rivoluzioni, lo lasciano intatto; nulla possono contro ciò che è l’intima essenza della vera nobiltà, quella che aspira alla perfezione cristiana, quale il Redentore additò nel discorso della montagna. Fedeltà incondizionata alla dottrina cattolica, a Cristo ed alla sua Chiesa; capacità e volontà di essere anche per gli altri modelli e guide. (...) Date al mondo, anche al mondo dei credenti e dei cattolici praticanti, lo spettacolo di una vita coniugale irreprensibile, l’edificazione di un focolare domestico veramente esemplare.”

127. San Luigi IX, il grande Re di Francia, veniva accusato di essere un “bigotto dal collo corto” perché passava più tempo a pregare in cappella che non a governare i sudditi. Ma lui era solito rispondere: “Mi si addebita come un crimine la mia vocazione, ma nessuno direbbe una parola di biasimo se tutto quel tempo lo spendessi nella caccia o nel gioco.” E non è un caso che il suo regno fu uno dei più luminosi della storia di Francia!

128. Abbiamo detto che la devozione al Gesù Bambino fino al XVI secolo fu quella al Bambino nella culla. Poi si ebbe il Gesù Bambino, Re. Dunque, la regalità di Cristo non è solo la regalità del Cristo adulto, ma anche di quello bambino. Ora, una delle caratteristiche dei piccoli è proprio quella di lasciarsi stupire dal reale, di riconoscere la meraviglia dell’altro, di ciò che si manifesta ai propri occhi, segno di una grandezza immensa che richiama la maestà del divino. Quindi, il Gesù Bambino che regna vuole insegnare che lo stupore dell’infanzia non solo non è un impedimento all’esercizio della sovranità, ma addirittura diviene una necessità, un qualcosa di cui non si può fare a meno. Ed è da questo stupore che sgorga la sensibilità: è il contrario della politica come pura “tecnica del potere”!

(ripreso da “Il Cammino dei Tre Sentieri”, circolare di novembre 2013) 8 novembre 2013






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