Introduzione
1.
In
questi giorni sui giornali stiamo leggendo di spionaggio e contro-spionaggio. I
segreti di Stato ridotti a “segreti di Pulcinella”. Responsabili di esecutivi
importanti (Francia, Germania, Italia, Spagna … spiati e intercettati a mo’ di
capi-banda o pericolosi narco-trafficanti. Ovviamente ci riferiamo al caso
“datagate” anche chiamato come “caso Edward Snowden”, dal nome della talpa che
ha rivelato al mondo intero i sistemi di spionaggio della National Sicurity
Agency degli Stati Uniti d’America.
2.
A
prescindere da questo caso in questione, è un fatto che la politica moderna e
contemporanea sia caratterizzata da un evidente cinismo e pragmatismo, sia cioè
una politica completamente smarcata da qualsiasi riconoscimento di un giudizio
morale che la possa spiegare, giustificare e motivare, che la renda possibile e
giusta.
3.
In
una vecchia circolare, precisamente quella del mese di febbraio 2012, dicemmo che
il concetto di genocidio nacque e fu applicato allorquando la
modernità
giunse al suo vertice, e cioè
con la Rivoluzione francese, in particolar modo con la campagna antivandeana.
4.
Il
motivo è chiaro: tolto dall’uomo il riferimento divino, ovvero la convinzione
che egli sia creatura di Dio, quindi creato a “immagine e somiglianza di Dio”,
l’uomo stesso si riduce a semplice organismo vivente pertanto posponibile (che può essere messo
dopo) ad altri valori che possono essere di volta in volta: l’Ideologia, la
Rivoluzione, lo Stato, la Razza, ecc…
5.
E’
altrettanto un dato oggettivo che il XX secolo abbia il triste primato di aver
fatto più morti ammazzati di tutti gli altri secoli precedenti. In solo mezzo
secolo due catastrofiche guerre mondiali che insieme riuscirono a fare
all’incirca 95 milioni di vittime (oltre 37 milioni la Prima e circa 58 la
Seconda).
6.
Il
tutto in un’omogeneità di azione che è indiscutibile. Certo, se ci si vuole
ingenuamente convincere che relativamente a quel periodo si potrebbe operare
una distinzione tra chi si sarebbe comportato peggio e chi si sarebbe
comportato meglio si è liberi di farlo, ma è un’ingenuità enorme. Le nefandezze
dominarono da una parte e dall’altra … tutti lo sanno, anche se nessuno lo
dice.
7.
Quando
morì Harry Truman (nel 1972), il Presidente degli USA nell’ultimo periodo della
Seconda Guerra Mondiale, nessuno si oppose ai suoi funerali. Nessuno che cercò
di profanare la sua bara. Eppure, in qualità di capo supremo delle Forze Armate
degli Stati Uniti (ogni Presidente della Repubblica degli USA lo è), egli diede
ordine di gettare le bombe atomiche sulle città giapponesi di Hiroshima e
Nagasaki.
8.
Tutti
siamo rimasti inorriditi ascoltando da un vecchio video le parole dell’ex SS
Erich Priebke che parlò del massacro delle Fosse Ardeatine come ordine che
doveva necessariamente eseguire e della rappresaglia come prassi ritenuta
legittima in stato di guerra. Nessuno però ha citato le tante rappresaglie che
in quegli anni e in quella guerra vennero perpetrate: dall’una e dall’altra parte.
9.
Ma
adesso veniamo al dunque, cioè cerchiamo di capire perché si è arrivati a
questo punto, perché la politica moderna e contemporanea ha in sé, in maniera
possiamo dire costitutiva, il cinismo e il pragmatismo.
10.
Il
titolo di questa circolare lo fa capire chiaramente: Machiavelli, di cui
quest’anno si celebra il cinquecentenario de “Il Principe”, c’entra. C’entra
non tanto perché si debba addebitare tutto a lui (non sarebbe storicamente
attendibile né serio, oltretutto si darebbe al suo pensiero un’eccessiva
importanza che non ha), ma perché la sua riflessione politica è l’esito di un
cambiamento di mentalità che si realizzò con l’avvento della categoria della
modernità
, cioè con la fine del
cosiddetto “medioevo” e l’inizio del periodo “umanistico-rinascimentale”.
11.
Ma
per poter meglio capire come la concezione politica cambiò in quel periodo
storico, bisogna prima conoscere l’autentica concezione cristiana della
politica.
La svolta costantiniana
12.
Partiamo
dal periodo in cui il Cristianesimo uscì dalle catacombe, periodo che poi è
stato definito della “svolta costantiniana”. Si dice –soprattutto da parte
protestante, ma non solo- che fino a Costantino la Chiesa fu, bene o male,
fedele al suo mandato, ma poi sarebbe divenuta una sorta di
instrumentum regni
, cioè un vero e
proprio strumento del potere politico.
13.
In
realtà Costantino non fu altro che uno strumento della Provvidenza, uno
strumento che ebbe il merito di capire l’essenza vera del Cristianesimo, che è
anche valorizzazione della
potestas
,
cioè del potere politico.
14.
Il
Cristianesimo non è alternativo al mondo come realtà creata da governare ed
organizzare. Certo, il “mondo”, insieme al “diavolo” e alla “carne”, è uno dei
tre nemici del cristiano, ma in tal senso il “mondo” s’intende non come semplice
realtà creata, che di per sé è
“cosa
buona”
(
Genesi
1), quanto come
ambizione di potere e tentativo di trovare la propria realizzazione e la
propria felicità unicamente nella vita terrena.
15.
Ci
sono almeno quattro motivi alla base di questa “attenzione” del Cristianesimo
nei confronti della società:
1)La fede
nel peccato originale; 2)La concezione cristiana dell’uomo; 3)Il mistero
dell’Incarnazione; 4)La libertà di giudizio come esito dell’autonomia politica
ed economica.
16.
Prima
di tutto
la fede nel peccato originale
.
Questa fede è stata da sempre l’antidoto ad ogni deriva utopistica del
Cristianesimo stesso. Ragioniamo. Se Adamo ed Eva, pur vivendo nella società
migliore possibile (il
paradiso terrestre
),
peccarono, vuol dire che l’uomo è sempre chiamato nella sua libertà a decidere
di essere buono o cattivo. Certo, un’influenza della società è possibile, ma
non è possibile alcun determinismo, ogni uomo singolarmente è chiamato ad
essere buono o cattivo. Ebbene, proprio il rifiuto costitutivo di ogni utopia,
fa sì che il Cristianesimo, realisticamente, ponga attenzione alla società, non
con la pretesa di crearne una perfetta, ma con la convinzione della necessità
che essa sia orientata verso il bene, che sappia salvaguardare il bene comune,
che possa difendere chi non ha la possibilità di difendersi... ciò perché il
male non potrà mai essere eliminato dalla terra se non alla fine dei
tempi.
17.
Il
secondo motivo è la concezione cristiana dell’uomo (l’antropologia cristiana). Il
Cristianesimo dice che l’uomo è formato da anima e corpo. C’è dunque un rifiuto
tanto del
materialismo
quanto dello
spiritualismo
, ponendoli in una
posizione di equilibrio. Certo, l’anima deve governare il corpo, tra anima e
corpo c’è un indiscutibile rapporto gerarchico; ma l’uomo non è solo la sua
anima bensì anche il suo corpo. Da qui l’attenzione alla società e al governo
della società, che è la politica.
18.
Il
terzo motivo è legato al mistero dell’Incarnazione. Dio si è fatto uomo per la
salvezza dell’uomo. Ha salvato attraverso
la carne. San Bernardo
dice: “(...)
poiché siamo carnali,
Dio fa che il nostro desiderio e il nostro
amore comincino dalla carne
.” (Epistola 11) L’incarnazione valorizza la
dignità della condizione umana, perché essa è la salvezza che passa attraverso
la realtà corporale. Il corpo di Gesù è realtà salvifica. Ciò è una
gratificazione per l'uomo che –in un certo qual modo- lo “costringe” a fare
attenzione al creato, a governarlo secondo la Verità e il Bene e non gli
permette nessuna “fuga” settaria verso realtà alternative o, peggio, verso
imminenti conclusioni palingenetiche e apocalittiche.
19.
Il
quarto ed ultimo motivo è la libertà di giudizio come esito dell’autonomia
politica ed economica. Gesù insegnò ai suoi discepoli che pur non essendo
del mondo
dovevano essere
nel mondo
. Da qui la gestione da parte
degli apostoli della cassa. Quello che viene chiamato “potere temporale” non
nacque dopo alcuni secoli con
la cosiddetta
Donazione
del Castello di Sutri
(728), ma di
fatto sin da subito. Senza autonomia economica, non c’è libertà di giudizio e
senza libertà di giudizio non vi può essere
la Chiesa. Non
a caso
tutte le sedicenti chiese cristiane che hanno rifiutato il potere temporale
sono finite per sottomettersi ai vari poteri politici.
20.
E
adesso entriamo nel vivo della conoscenza della concezione cristiana della
politica. Per far questo dovremo conoscere la concezione medioevale della
politica, essendo il medioevo (precisamente quello dei secoli XII e XIII)
l’epoca che più si è sforzata d’incarnare i princìpi del Vangelo, come scrisse
papa Leone XIII nella sua
Immortale Dei
dell’1.11.1885:
“Fu già tempo che la filosofia del
Vangelo governava gli Stati, quando la forza e la sovrana influenza dello
spirito cristiano era entrata bene addentro nelle leggi, nelle istituzioni, nei
costumi dei popoli, in tutti gli ordini e ragioni dello Stato; quando la
Religione di Gesù Cristo posta solidamente in quell’onorevole grado, che le
conveniva, traeva su fiorente all’ombra del favore dei Principi e della dovuta
protezione dei magistrati; quando procedevano concordi il Sacerdozio e
l’Impero, stretti avventurosamente fra loro per amichevole reciprocanza di
servigi. Ordinata in tal guisa la società, recò frutti che più preziosi non si
potrebbe pensare, dei quali dura e durerà la memoria, affidata ad innumerevoli
monumenti storici, che niuno artifizio di nemici potrà salvare od oscurare.”
La
concezione medioevale della politica
21.
La
famosa frase evangelica:
“Date a cesare
ciò che è di cesare e a Dio ciò che è di Dio”
(
Matteo
22,21) non va interpretata come una separazione tra potere
politico e potere religioso, quanto come riconoscimento di una necessaria
collaborazione fra questi due poteri. Per il pensiero politico medioevale il
Papa e l’Imperatore sono due monarchi supremi dei due governi della
Cristianità. Un governo è spirituale, l’altro è temporale. Questi due monarchi
devono entrambi esercitare una potestà piena (
plena potestas
), che deriva da Dio direttamente al Papa e
indirettamente all’Imperatore. Nelle loro rispettive sfere di giurisdizione, i
due governi sono sovrani ed indipendenti. Alla Chiesa spetta la cura delle
anime e degli interessi religiosi; all’Impero la protezione e la difesa degli
interessi temporali. Fra questi due governi non deve esserci separazione, ma solo
distinzione e collaborazione.
22.
Tutta
la concezione medioevale della politica può essere significata e rappresentata
dalla nascita del Sacro Romano Impero. Anzi, possiamo dire che il Medioevo è
inaugurato e fondato dall’istituzione del Sacro Romano Impero. In realtà Carlo
Magno, in quella famosa notte dell’anno 800, non inventò nulla. La sua dottrina
sul potere politico coincideva con quella esposta da san Paolo, allorquando
nella
Lettera ai Romani
(13,1)
l’Apostolo dice:
“
(…)
non c’è autorità se non da Dio
(…).
”
Ed anche con le parole che Gesù
rivolge a Pilato:
“Tu non avresti su di
me alcun potere, se non ti fosse stato dato dall’alto.”
(Giovanni 19, 11)
23.
Il
Sacro Romano Impero esprime anche l’ammirazione che Carlo Magno ebbe nei
confronti del pensiero di sant’Agostino, e in particolar modo della dottrina
della storia che ebbe il Santo d’Ippona. Carlo Magno conosceva molto bene il
De Civitate Dei
e il progetto di
impero romano-cristiano
era proprio
all’insegna della consapevolezza che la storia è un “campo di battaglia” tra il
Bene e il Male, tra la Luce e le Tenebre, laddove l’istituzione politica doveva
servire l’uomo aiutandolo a raggiungere la felicità terrena, che non deve
essere in contrapposizione ma in vista della felicità eterna.
24.
Il
Sacro Romano Impero costituiva il segno di un desiderio molto chiaro: far sì
che la storia si potesse davvero tradurre in Civiltà, che poteva essere solo
quella cristiana. La convinzione secondo cui la politica dovesse arrivare a
tale livello di sacralizzazione, pur conservando e rispettando la legittima
autonomia tra
temporale
e
spirituale
, era esito di una concezione
della storia come “campo di battaglia”, come scontro –appunto- tra due idee di
società (“città”), l’una per il raggiungimento della felicità eterna, l’altra
per il raggiungimento di una fallace felicità mondana.
Si
può insegnare ad essere sudditi … se si diventa suddito di Qualcun altro
25.
L’educazione,
quella vera, non è fatta solo di parole ma soprattutto di testimonianza. Se voglio
che gli altri facciano una determinata cosa, dovrò io per primo agire
coerentemente. Questo principio dovrebbe fondare anche l’agire politico e il
senso proprio dell’autorità.
26.
La
concezione medioevale dell’autorità politica verteva sulla convinzione che chi
detenesse il potere doveva prima di tutto rispettare la legge e agire
coerentemente con ciò che insegnava e rappresentava.
27.
Non
a caso nel pensiero politico medioevale si distingueva chiaramente il concetto
di
potestas
da quello di
auctoritas
. Il primo è l’esercizio del
potere, il secondo è l’autorità suprema. Ciò per evidenziare che il potere
politico doveva sempre essere giudicato da un’autorità ad esso superiore;
evitando, pertanto, qualsiasi deriva
assolutista
e ben che meno
totalitaria
.
28.
Questa
concezione del potere politico come qualcosa che avrebbe dovuto riconoscere un
giudizio superiore e soprattutto come esercizio obbligato a manifestare
obbedienza ad una legge e ad un’autorità che lo trascendesse, era chiaramente
rappresentato dal rito d’incoronazione dei Re. Quando a scuola ce ne parlavano,
eravamo portati a deridere un simile rituale:
roba da secoli bui, sciocchezze incivili e antidemocratiche.
E
invece nulla di tutto questo, anzi. L’incoronazione per diritto divino aveva un
significato pedagogico chiaro e nobile: il re poteva far capire ai sudditi
quanto fosse giusto ubbidirgli, perché anch’egli prometteva di farsi suddito di
un altro Re. Nei
Proverbi
(8, 15)
è scritto:
“E’ per me che i Re regnano e i principi comandano ciò che è giusto.”
Infatti, il Re veniva unto secondo il rito descritto nella Bibbia per la
consacrazione del Re d’Israele. (Cfr.:
Re
1, 5;
I Samuele
16, 13;
Ezechiele
16, 8-14). Dice l’
Imitazione di Cristo
(V, 13)
:
“
Nessuno
comanda con sicurezza, se non colui che ha bene imparato ad ubbidire.”
29.
Il
rituale iniziò in Spagna con i sovrani visigoti (cristiani) di Toledo che
furono i primi a chiedere alla Chiesa di incominciare il loro regno con una
speciale consacrazione. Si dette poi tanta importanza alla cosa che nei secoli
immediatamente successivi iniziò a diffondersi il racconto delle origini
miracolose dell’unzione regia. L’arcivescovo di Reims, Incmaro (845-882),
raccontò che il suo predecessore, san Remigio, ricevette dal Cielo, portata da
una colomba, la sacra ampolla contenente l’olio per l’unzione. Lo stesso
Incmaro consacrò nell’868 Carlo il Calvo di Lotaringia e nell’877
Ludovico il
Pio. Da allora i
Re di Francia e di Inghilterra saranno unti ed incoronati.
30.
Altro
elemento che sottolineava l’importanza di questo rituale ai fini della
sacralità della regalità, ma anche della concezione della stessa come “servizio
di Dio a favore dei fratelli”, stava nel fatto che i Re di Francia e
d’Inghilterra, dopo essere stati consacrati, imponevano le mani sugli
scrofolosi per guarirli. E sempre all’insegna di questa “ministerialità” del
potere regale, va ricordato che l’Imperatore del Sacro Romano Impero, dopo
esser stato unto, arrivava a servire la Messa come suddiacono.
Il potere politico è
tale solo se sa riconoscere un giudizio al di sopra di sé
31.
Insistiamo
sulla caratteristica tipica della concezione medioevale della politica, ovvero
che il potere politico è tale solo se sa accettare un giudizio al di sopra di
sé. E’ una caratteristica che si traduce nel fatto che ogni uomo deve
riconoscere nella sua vita la presenza di un “superiore”.
32.
Il
IV Concilio di Toledo (anno 633) dice chiaramente:
“Ciò che fa il Re non è la sua persona ma è il Diritto.”
L’azione
politica non è giudicata da se stessa, ma da princìpi metastorici, ovvero al di
là della storia e al di là della prassi, cioè della vita. Questo dato è esito
della
filosofia naturale e cristiana
,
la quale inevitabilmente conduce al riconoscimento della metafisica. Ne
parleremo tra poco.
33.
Le
costituzioni medievali (tutte di origine consuetudinaria) si fondavano,
appunto, su questo principio: l’autorità politica è tale se si fa giudicare da
un principio eterno ed assoluto. Sant’Isidoro di Siviglia (560-636) cita un
antico proverbio:
“Tu sarai Re se agirai
secondo il diritto, altrimenti no.”
La legittimità del potere regale è
conseguente all’agire secondo il Diritto; e quando il re avesse rinunciato a
questo giudizio, avrebbe perso la sua legittimità.
34.
Un
re o un imperatore non perdeva la sua legittimità in caso di peccato mortale
pubblico, perché il peccato mortale, pur rendendo “membro morto” della Chiesa,
non esclude dalla Comunità; ma perdeva legittimità quando veniva scomunicato.
Un celebre esempio: Enrico IV, scomunicato da papa san Gregorio VII per la
questione della cosiddetta “lotta delle investiture episcopali”, dovette andare
a Canossa a chiedere perdono al Papa. Non era sinceramente pentito (tanto è
vero che quando poté tornare alla carica, lo fece) ma fu costretto a farlo
perché i suoi feudatari gli avevano fatto capire che, con la scomunica, aveva
perso autorità.
35.
Questa
convinzione medioevale della politica non era affatto (com’è stato erroneamente
detto) una sorta di
teocrazia
, che è
piuttosto l’identificazione del potere politico con quello religioso. Il
Cristianesimo questo non lo ha mai accettato, ben convinto della giusta
distinzione (autonomia) tra Stato e Chiesa. Tanto è vero che quando
l’Imperatore o il Papa avevano la tentazione d’ingerire nelle competenze
dell’altro, erano pronti a rimproverarsi a vicenda: il Papa diceva no all’Imperatore
e l’Imperatore diceva no al Papa. Dunque nessuna
teocrazia
, quanto piuttosto un antidoto a qualsiasi
assolutismo
politico.
36.
L’
assolutismo
(da
absolutus
, cioè “sciolto da”) è quella concezione secondo cui il
potere politico trova fondamento solo in se stesso e non deve essere giudicato
da nulla. Pericolosissimo: è l’anticamera di qualsiasi
totalitarismo
. Il tanto bistrattato Bonifacio VIII lo aveva capito
molto bene e con
la
Bolla
Unam Sanctam
(anno 1302) rispose al re di Francia Filippo il Bello (che insieme al più
antico Federico II) era una sorta di prototipo di sovrano moderno e
assolutista. Ebbene, Bonifacio VIII disse che il potere politico doveva essere
giudicato dalla Legge di Dio e che la depositaria della Legge di Dio era la
Chiesa. Questo non era t
eocrazia
ma
il principio secondo cui l’autorità politica è tale se riconosce dei limiti e
dei valori al di là della storia e al di là della realtà fisica, cioè
“metafisici”. Fu proprio quando ci si volle staccare da tale convinzione che si
ebbe l’assolutismo e il machiavellismo, ovvero la politica non necessariamente
“immorale” ma certamente “amorale”, cioè indipendentemente dalla morale. Ma di
questo parleremo tra non molto.
Lo Stato come segno dell’antropologia e della gnoseologia della
filosofia naturale e cristiana
37.
Vediamo
adesso di tirare qualche conclusione significativa in merito alla concezione
medioevale della politica che abbiamo visto essere poi anche la concezione
cristiana della politica. Partiamo da dati di ordine filosofico.
38.
Possiamo
dire che tale concezione è l’esito tanto dell’
antropologia
(concezione riguardante l’uomo) quanto della
gnoseologia
(concezione riguardante la
conoscenza) della
filosofia naturale e
cristiana.
39.
…perché dell’antropologia?
Ci sono almeno
quattro motivi. 1) Come l’uomo è limitato così anche lo Stato deve riconoscere
nella sua stessa ragion d’essere il proprio limite e quindi la necessità di
conformarsi ad un criterio di Giustizia e di Legge al di fuori di sé. 2) Come
l’uomo non è solo spirito ma anche corpo, così il vivere dell’uomo deve
inserirsi all’interno di un’organizzazione sociale e materiale. La stessa
attività politica non figura come qualcosa di negativo, bensì come una
necessità nobile e naturale. 3) Come l’uomo non è solo corpo ma anche spirito,
così l’attività politica non può essere il perseguimento della semplice
felicità terrena ma della felicità tutt’intera, che è quella eterna e il
raggiungimento del Bene supremo, che è Dio. 4) Perché l’uomo è unione di
spirito e corpo, anche l’organizzazione sociale e statuale devono
formalmente
e
sostanzialmente
rispecchiare questa unione. Non a caso con la
modernità
la politica si riduce a pura
tecnica di potere
, la quale a sua volta
esprime una visione
meccanicistica
della vita dell’uomo.
Formalmente,
con
il dover rendere a Dio anche il culto pubblico.
Sostanzialmente,
con il rispetto e la promozione della Legge di
Dio.
40.
…perché della gnoseologia?
Adesso vediamo
perché la concezione medioevale della politica è esito della
gnoseologia
della
filosofia naturale e cristiana
. 1) La conoscenza, secondo la
filosofia naturale e cristiana
, deve
partire dall’osservazione dell’oggetto (
realismo
filosofico
), dunque la politica deve rifuggire qualsiasi pretesa utopica di
creazione di nuove società e limitarsi ad organizzarne un unico modello, che è
dato dalla Legge Naturale. 2) La conoscenza della
filosofia naturale e cristiana
riconosce come fondamentale il dato
del “senso comune”, che è la constatazione di verità evidenti che, proprio
perché talmente evidenti, non hanno bisogno di essere dimostrate. Ebbene, la
concezione medioevale della politica esprime tale convinzione soprattutto
nell’aspetto pedagogico, allorquando sostiene che l’autorità è tale nel momento
in cui sa obbedire.
La scissione tra
sovranità e legge
41.
Se
–come abbiamo avuto modo di vedere- nella concezione medioevale si realizza
un’unione tra la
sovranità
e la
legge
, intendendo per unione il fatto
che il potere politico debba riconoscersi limitato e sottomesso ad un giudizio
esterno ad esso, con la fine del Medioevo questa unione tende a sparire.
Facciamo due esempi per capire tale fenomeno: il primo è l’istituzione delle
Signorie e dei Principati, il secondo il pensiero di Machiavelli.
42.
Alle signorie e ai principati era infatti
legata la figura del
condottiero
, il
quale fondava il suo potere politico non su fattori dinastici né tantomeno sul
rispetto della legge morale. Nelle azioni di conquista operate dalle signorie
un importante ruolo lo svolsero le compagnie di ventura, la cui arte della
guerra non andava troppo per il sottile e il militarismo divenne sempre più
protagonista.
43.
Precedentemente
abbiamo detto che nella concezione medioevale della politica i concetti di
auctoritas
e di
potestas
erano volutamente ritenuti distinti, sempre per lo stesso
motivo: convincersi che il potere politico trova la sua legittimità al di fuori
di sé. Con l’inizio della
modernità
,
ovviamente, le cose cambiano:
auctoritas
e
potestas
cominciano a confondersi;
non sono rari i casi in cui i condottieri esercitano il loro potere in modo
crudele e tirannico.
44.
Adesso
veniamo al secondo esempio: il pensiero di Machiavelli (1469-1527). Egli espose
la sua idea politica soprattutto ne
Il Principe
,
un’idea che si fonda sostanzialmente su cinque tesi: il
pessimismo antropologico
, il
realismo
metodologico
, la
politica come
tecnica del potere
, l’
autonomia della
politica e la dialettica virtù/fortuna.
45.
Machiavelli
è prima di tutto convinto che l’uomo sia un poco di buono (
pessimismo antropologico
: 1° tesi), un individuo a cui deve essere
lasciata poca (se non pochissima) libertà, altrimenti non potrebbe che
comportarsi male. Si potrebbe obiettare: ma anche la tradizionale concezione
cristiana dice questo. Niente affatto. Il Cristianesimo dice ben altro: l’uomo
è libero di decidere se essere buono o cattivo; aggiunge, poi, che dopo il
peccato originale l’uomo è, sì, ferito, per cui tende più al male che al bene,
ma non cessa, per questo, di essere libero. Attenzione. La filosofia moderna
oscillerà tra due tipi di antropologie (concezioni dell’uomo), quella dell’uomo
naturalmente cattivo e quella dell’uomo naturalmente buono. Ebbene, queste due
assolutizzazioni non solo sono lontane mille miglia dall’antropologia
cristiana, ma, pur essendo molto diverse, causano la stessa conseguenza: il
totalitarismo, ovvero la fede in uno Stato onnipotente che possa risolvere
tutti i problemi. Ragioniamo. Se l’uomo è necessariamente cattivo, ha bisogno
di uno Stato che lo privi quanto è più possibile della libertà; se è invece
naturalmente buono, allora vuol dire che il male è nella società e nella
cultura, per cui bisogna realizzare quanto prima una sorta di “società
perfetta” affinché l’uomo possa realizzare la sua natura e, per realizzare
questa società, occorre affidarsi completamente allo Stato. Dunque, totale
affidamento allo Stato se l’uomo è naturalmente cattivo e totale affidamento
allo Stato se l’uomo è naturalmente buono.
46.
Adesso
riprendiamo Machiavelli. Proprio perché l’uomo è cattivo, occorre -dice il
pensatore fiorentino- che la realtà vada guardata nella sua “verità
effettuale”, cioè con estremo realismo (
realismo
metodologico
: 2° tesi). Quando Machiavelli parla di “realismo” non intende,
però, il realismo tradizionale, quello della
scolastica medioevale
per intenderci (la conformazione
dell’intelletto al reale), quanto un altro tipo di realismo, quello di sapersi
adattare alla realtà sociale così come essa è per conformare la morale a com’è
la realtà. Facciamo
un esempio: se vediamo che nella società c’è l’ingiustizia, il realismo della
filosofia naturale e cristiana
c’impone
di tenerne conto, ma ciò non vuol dire che l’ingiustizia vada moralmente
accettata; anzi, dobbiamo far di tutto per cambiare lo stato delle cose. Nella
stessa situazione, il realismo di cui parla Machiavelli imporrebbe un altro
atteggiamento: che quell’ingiustizia venga strumentalmente utilizzata per
raggiungere fini personali o sociali di mantenimento del potere.
47.
Ecco
quindi che la politica diventa una
tecnica
del potere
(3° tesi). Ogni azione politica va giudicata non attraverso
criteri di giudizio tratti da una morale
metastorica
(al di fuori della storia) e
metapolitica
(al di fuori della politica), ma attraverso criteri che attengano all’unico
fine della politica: il mantenimento del potere sovrano. Ed ecco anche perché
la politica deve essere -secondo Machiavelli, ma anche secondo la mentalità di
questi tempi- completamente separata dalla morale.
48.
In queste parole di Machiavelli è palese quanto la
politica nel suo pensiero venga concepita come una vera e propria “tecnica”,
che deve liberarsi da qualsiasi vincolo morale.
“Uno principe, e massime uno principe nuovo, non può osservare tutte
quelle cose per le quali gli uomini sono tenuti buoni, essendo spesso
necessitato, per mantenere lo Stato, ad operare contro alla fede, contro alla
carità, contro alla umanità, contro alla religione. E’ però bisogna che egli
abbi uno animo disposto a volgersi secondo ch’eventi della fortuna e le
variazioni delle cose li comandano, e, come di sopra dissi, ma partirsi dal bene,
potendo, ma sapere in trarre nel male, necessitato.”
(
Il
Principe
, XVIII).
49.
Nel
caso di Machiavelli, gli studiosi parlano di
autonomia
della politica, ma sarebbe meglio parlare di
ontonomia
(4° tesi). Come abbiamo già
avuto modo di dire, il concetto di
autonomia
,
infatti, fa riferimento alla distinzione ma non alla separazione: le realtà
sono diverse ma hanno comunque un’origine comune da cui tutte provengono. Il
concetto di
ontonomia
, invece, fa
riferimento alla separazione ma non alla distinzione: le realtà sono diverse
perché sono cause di se stesse e quindi non hanno un’origine comune.
Da tutto questo si capisce perché,
secondo Machiavelli, le virtù del politico non devono essere più quelle
cristiane dell’amore e dell’umiltà, bensì l’astuzia della volpe e la forza del
leone.
50.
Qui,
però, c’è un risvolto interessante su cui fare una riflessione. Machiavelli
dice che, per avere successo, queste virtù hanno bisogno di un elemento
importante: la
fortuna
(5° tesi).
Egli la intende come circostanza particolare (caso) che può rendere vincenti o
inutili le virtù del politico. La riflessione è questa: Machiavelli elimina
dalle vicende politiche la Provvidenza, e lo fa per rendere più “libera” la
forza della politica umana, ma poi arriva all’estremo opposto, quello di
sottomettere la forza della politica umana al puro caso, imprevedibile e
soprattutto senza un significato ben preciso.
51.
In
realtà Machiavelli non fu un puro teorico della politica. Egli non partì da
dati teorici, quanto dalla constatazione di come stavano andando le cose.
Insomma, non era tanto consapevole di “fondare” una visione politica nuova
(cosa che invece avvenne per Hobbes, Locke, Rousseau) quanto voleva confermare
l’affrancamento dell’uomo politico dalla morale, ch’era appunto la caratteristica
significativa dei suoi tempi. Il pensiero di Machiavelli viene pienamente
incarnato dalla politica di Elisabetta I, da Enrico IV e, attraverso Richelieu,
arriva al ‘600 per giungere fino a Federico II di Prussia. A questo pensiero
s’ispirerà poi quel
principio di
equilibrio
che regolerà i rapporti delle grandi potenze europee fino al
Congresso di Vienna.
L’influenza
dell’Umanesimo e del Protestantesimo sull’assolutismo moderno
52.
Alla
base dell’assolutismo moderno, dunque di ciò che abbiamo definito come
separazione tra
sovranità
e
legge
, vi sono due nuove mentalità,
l’una culturale e l’altra religiosa: l’Umanesimo da una parte e il
Protestantesimo dall’altra. L’Umanesimo rappresentato principalmente dalla
figura di Machiavelli, il Protestantesimo da quella di Lutero. Le posizioni di
questi due personaggi sono ovviamente molto diverse, ma entrambi danno un
contributo significativo alla nascita dell’assolutismo moderno, che si esprime
nella netta separazione tra Chiesa e Stato. L’Umanesimo –con Machiavelli-
separa la politica dalla metafisica e dalla Chiesa. Il Protestantesimo,
rifiutando la Chiesa, determina di fatto questa separazione.
53.
Mentre
il prìncipe medioevale, attraverso l’esercizio del potere politico, si
prefiggeva di indirizzare il suddito verso l’unico fine e verso l’unica
felicità possibile (quelle soprannaturali), il prìncipe dell’Umanesimo
governava per far raggiungere un solo fine (quello terreno). L’Umanesimo,
infatti, proponeva all’uomo non un’unica felicità, ma due, quella terrena e quella
ultraterrena. Nel Medioevo –come abbiamo avuto più volte modo di dire- si
distinguevano e non si confondevano realtà naturale e realtà soprannaturale, si
distinguevano politica e religione, Stato e Chiesa, ma vi era comunque il
riconoscimento che uno solo era il fine dell’uomo: il raggiungimento del
Paradiso. Nell’Umanesimo non ci si limitò a distinguere, si volle separare; si
volle separare la realtà naturale da quella soprannaturale, la politica dalla
religione, lo Stato dalla Chiesa… e quindi non si riconosceva per l’uomo
un’unica felicità, ma due felicità possibili, quella terrena e quella celeste,
anche eventualmente in conflitto fra loro.
54.
Un
altro punto in comune tra Machiavelli e Lutero e quindi tra un certo umanesimo
e il Protestantesimo è l’antropologia radicalmente pessimista. C’è una logica:
se l’uomo è cattivo, il prìncipe deve essere duro, durissimo, per poter
governare la cattiveria dell’uomo. Il prìncipe non può fare riferimento ai
dettami evangelici. Se lo facesse, sarebbe ingenuo e assolutamente inefficace.
Lutero arriverà ad affermare che se il prìncipe è tiranno è perché il popolo si
è comportato male, meritandosi da Dio un simile capo.
55.
A
riguardo c’è chi ha detto che Hobbes arriverà a formulare una teoria politica
tanto machiavellica quanto luterana.
Il
positivismo giuridico
56.
Per
capire quanto la politica moderna e contemporanea siano ampiamente fondate sul
cinismo e sul pragmatismo occorre fare riferimento anche al cosiddetto
positivismo giuridico,
vero protagonista
della filosofia del diritto del XX secolo.
57.
Questo
afferma che non c’è altra legge se non la
legge
positiva
(cioè
posta
dallo
Stato), non c’è altra legge che la legge scritta. Insomma, non c’è altra legge
che la legge dello Stato. Il che vuol dire che ciò che conta è solo la
conformità a tale legge. Dunque, è del tutto legittimo quel governo che si
afferma attraverso le procedure dell’ordinamento giuridico, indipendentemente
dalle sue decisioni.
58.
Attenzione:
il
positivismo giuridico
afferma che
bisogna conformarsi alla
legge positiva
,
non necessariamente alla
legge giusta.
Ciò
che conta non è il contenuto della legge, ma la sua forma.
59.
Il
maggior rappresentante del
positivismo
giuridico
è l’austriaco Hans Kelsen (1881-1973).
60.
Hobbes
aveva detto che la legge non è fatta dalla Verità, ma dall’autorità (
“Non veritas sed auctoritas facit legem”
).
La legge è tale non perché dica cose vere e giuste, ma semplicemente perché è
la legge, perché ha la forza di farsi rispettare e perché c’è qualcuno che la
impone.
61.
Ebbene,
questa concezione della modernità giunge a compimento nel pensiero di Kelsen.
Egli afferma che l’ordinamento giuridico sarebbe una sorta di costruzione a
gradini, al vertice vi sarebbe una norma fondamentale, la quale ordina che
bisogna obbedire al potere costituito ed effettivo. Il Pensatore austriaco non
dice: al “
potere gusto
”, ma solo al “
potere costituito ed effettivo
”.
“Costituito”
vuol dire “in vigore”,
“effettivo”
che “sa farsi valere”.
Secondo Kelsen, a partire da questa norma fondamentale dovrebbe essere
costruito, a seconda di una serie di giudizi ipotetico-deduttivi, tutto
l’ordinamento delle leggi fino ad arrivare alle norme più elementari.
62.
Dunque,
Kelsen afferma che il sistema delle norme ha la sua chiave di volta in una
norma la cui validità non è a sua volta fondata da una norma superiore, e non è
dunque posta da un’autorità, ma viene presupposta come “norma fondamentale”.
Per Kelsen il diritto è dunque concepito come una
tecnica sociale di tipo formale
, la quale regolerebbe i rapporti
fra i soggetti mediante norme alle quali non è conferita alcuna validità
extra-giuridica (cioè metafisica, metastorica e metapolitica), ma solo quella
del loro potere coercitivo di implicare, per certi comportamenti, sanzioni
corrispondenti.
63.
Kelsen
ritiene che la costituzione giuridica internazionale debba essere prevalente
sulle costituzioni statali. Ma non solo. Ciò che è ancora più importante è il
fatto che egli sostituisce alla sovranità dello Stato la norma giuridica
positiva, che deve ovviamente escludere qualsiasi riferimento metafisico, il
che vuol dire –come abbiamo già detto- la perfetta identificazione tra Stato e
diritto. Per Kelsen solo la norma positiva è importante. Tutto deve inchinarsi
dinanzi ad essa. Egli scrive in un suo libro (
Il problema della sovranità
):
“
(…)
sovrana è
(…)
solo la norma, sovrano è l’uomo che comanda, solo nella misura in cui
presuppone la norma come suprema.”
64.
E’
evidente quanto il
positivismo giuridico
sia una legittimazione dello Stato totalitario moderno: l’importante non è se
una legge sia giusta o meno, ma solo se sia promulgata; per cui anche leggi
assurde, ma conformi sul piano procedurale, devono essere rispettate.
65.
L’essenza
dello Stato totalitario è il principio di totalità (da ciò il suo nome), ovvero
non ci può né ci deve essere altra istanza al di sopra dello Stato. Lo Stato è
tutto. Sul piano giuridico: non può essere ammessa altra giustizia se non quella
di un tribunale dello Stato.
66.
Per
capire quanto il contributo del
positivismo
giuridico
sia stato determinante al trionfo del totalitarismo moderno,
facciamo questo esempio: il nazionalsocialismo andò al potere attraverso libere
elezioni e il regime totalitario si affermò secondo regole democratiche. Ad un
certo punto avvenne che il Parlamento tedesco votò per non più votare,
delegando al governo la funzione legislativa. A livello procedurale fu tutto
legale; tanto è vero che al Processo di Norimberga gli imputati cercarono di
difendersi affermando di aver solo obbedito alle leggi dello Stato. Costoro,
infatti, erano senz’altro nel segno della
legalità
,
ma non certo della
giuridicità.
67.
Pio
XII disse in un suo discorso alla Sacra Rota del 13.11.1949:
“Il semplice fatto di essere dichiarato dal
potere legislativo norma obbligatoria dello Stato, preso solo e per sé, non
basta a creare un vero diritto
(…).
Doveva
venire lo Stato totalitario d’impronta anticristiana, lo Stato che, per
principio o almeno di fatto, rompeva ogni freno di fronte a un supremo diritto
divino, per svelare al mondo il vero volto del positivismo giuridico
(…).
Noi tutti siamo stati testimoni del modo
come taluni, che avevano agito secondo questo diritto, sono stati poi chiamati
a renderne ragione dinanzi alla giustizia umana
(…).
E’ stato osservato come, secondo i princìpi del positivismo giuridico,
quei processi avrebbero dovuto concludersi con altrettante assoluzioni
(…).
Gli imputati si trovavano, per così dire,
coperti dal ‘diritto vigente’.”
68.
La
differenza tra
legalità
e
giuridicità
è molto importante per
capire il
positivismo giuridico
. Infatti
quest’ultimo segna la separazione tra la
legalità
e
la
giuridicità
. Il
positivismo giuridico ha preteso di ridurre il diritto alla legge e la legge
alla norma. Con questa duplice riduzione ha ridotto la legge alla sanzione; e,
riducendo la legge alla sanzione, riduce la legge al potere di chi ha la forza
di imporre una certa determinata norma.
69.
Il
positivismo giuridico
e il
relativismo etico
(questo al primo
necessariamente conseguente) ci fanno capire non solo la tragedia del
totalitarismo, ma anche l’inefficacia di tante istituzioni formalmente
democratiche e intenzionate a rifarsi ad oggettivi princìpi di giustizia.
Giovanni Paolo II afferma nell’enciclica
Centesimus
Annus
(46)
:
“Una democrazia senza valori si
converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la
storia.”
Ciò vuol dire che, intendendo per
valori
ciò che è metafisicamente fondato, un’istituzione, anche se
democratica, ma incapace di riconoscere la legge naturale oggettiva,
inevitabilmente si trasforma in totalitarismo.
San
Luigi IX. Modello dei re e dei Capi di Stato.
70.
Il
Regno di San Luigi IX fu un grande dono di Dio e della Vergine Maria alla
Francia, ma anche alla cristianità e al mondo intero.
71.
Il
cuore di una madre, se risponde alla missione che Dio le affida, riceve tutte
le grazie, tutte le delicatezze per deporre nelle anime dei suoi fanciulli le
virtù al punto di farne dei Santi. Bianca di Castiglia si mostrò la degna madre
d’un figlio quale fu San Luigi IX. Si può ben affermare che senza le ammirabili
qualità di energia di cuore e di intelligenza di questa regina, rischiarata da
una fede profonda e da una confidenza ammirabile in Maria –il modello di tutte
le Madri- il mondo, forse, non avrebbe mai potuto conoscere il tipo ideale di
Re e di governante cristiano.
72.
Volendo
dare alla Francia un sovrano degno, Bianca confidò le sue speranze a Nostra
Signora recitando sempre il Rosario con le persone pie della sua Corte. Il 25
aprile del
1215, a
Poissy, il suo voto si realizzò.
73.
San
Luigi comprese la dignità che gli era stata conferita nel Battesimo, al punto
che si fece chiamare Luigi di Poissy, dal nome del villaggio dove era stato
battezzato e quindi diventato cristiano.
74.
L’odio
verso il peccato resse l’infanzia di Luigi IX e lo spinse alla vigilanza e alla
preghiera, che poi sarà la grande passione della sua vita. Egli, un giorno,
sentì sua madre dire queste parole:
“Dolce
figlio, voi sapete che niente mi è più caro di voi; ma preferisco sapervi morto
piuttosto che macchiato di peccato mortale.”
E’ ai piedi degli altari e nella
lettura di libri spirituali che Luigi apprendeva tanto i suoi doveri di
cristiano quanto la sua missione di Re.
75.
Suo
fratello primogenito morì nel 1218, suo padre morì nel 1226 e questi aveva
designato come reggente la Regina Bianca. A quel tempo Luigi aveva appena 12
anni.
76.
La
consacrazione di Luigi ebbe luogo il 29 novembre del 1226.
77.
La
Regina reggente non aveva solamente inculcato a suo figlio la bellezza della
fede cristiana e una grande devozione alla Vergine Immacolata, ma aveva voluto
che tutto questo fosse solidamente sostenuto da una conoscenza profonda delle
verità eterne. Ella aveva scelto per la sua formazione religiosa e
intellettuale i migliori teologi e le più alte personalità in tutti i campi
dell’insegnamento.
78.
Luigi
IX si mostrò degno di una tale madre e di tali maestri. La preghiera era il
costante alimento della sua anima anche nelle sue imprese di guerra. Recitava
costantemente le ore canoniche. Nonostante il suo alto rango, era aggregato al
Terz’ordine di San Francesco, di cui poi sarebbe diventato patrono del ramo
maschile.
79.
Per
rendere omaggio alla Vergine, ogni sabato radunava i poveri nel suo palazzo,
lavava loro i piedi che baciava con rispetto, dopo averli asciugati con le sue
stesse mani; li serviva lui stesso a tavola e a loro distribuiva una ricca
elemosina. Ogni giorno recitava l’Ufficio della Santa Vergine.
80.
In
esecuzione di un voto fatto dal Re suo padre, fondò l’abbazia di Royaumont, e
volle partecipare manualmente con il sudore della sua fronte alla costruzione,
servendo i muratori e portando la carriola carica di pietre. Faceva soggiorni
frequenti all’Abbazia, conducendo la vita dei monaci. Assisteva al capitolo
quotidiano, ma, considerandosi indegno di essere trattato come religioso, si
sedeva sulla paglia. Aiutava i muratori, prendeva i suoi pasti nel refettorio,
visitava gli ammalati dell’infermeria.
81.
Si
racconta questo episodio: una domenica, accompagnato dall’Abate, volle far
mangiare i lebbrosi, i quali avevano le mani mutilate dal morbo, tanto che non
le potevano usare; fu il Re a tagliare la carne e a metterla in bocca con
grande precauzione, avendo cura di asciugare il sale che potesse procurare
dolore sulle labbra piagate. Luigi si teneva in ginocchio dinanzi ai malati,
convinto che quelle carni piagate rappresentassero le piaghe di Gesù,
costringeva in tal modo anche l’Abate a fare lo stesso.
82.
A
19 anni Luigi sposò Margherita di Provenza.
La giovane Regina
era
degna del suo sposo. Un cronista del tempo la descrive in questo modo:
“Non esiste giovane più nobile, più gentile,
meglio educata, dotata di rare perfezioni, dalle più amabili virtù, di
intelligenza precoce, di spirito molto retto, di giudizio molto sicuro, di
generosità reale, di bontà squisita.”
Margherita ebbe da Luigi undici
figli.
83.
Modello
per gli sposi, Luigi seppe esserlo per i padri: il Re non approfittò per
l’educazione dei suoi figli della cura dei loro istitutori, egli stesso si
assumeva l’incarico di istruirli e di educarli al disprezzo dei piaceri e della
vanità mondane, e a spingerli all’amore di Dio. Dopo
compieta
, li faceva andare nella sua stanza per ricevere dalla sua
bocca le sue lezioni. A riguardo sono conservate alcune istruzioni che egli
scrisse per
la figlia
Isabella
,
la
futura Regina
di Navarra:
“Cara
figlia, obbedite umilmente a vostro marito e a vostro padre e a vostra madre,
nelle cose che sono secondo Dio; voi dovete dare a ciascuno ciò che gli
appartiene, per l’amore che voi dovete avere ad essi; ed inoltre dovete fare il
meglio per amore di Nostro Signore, che così ordinò; contro Dio non dovete
obbedire a nessuno.
(…).
Cara figlia,
mettete così grande impegno, da essere così perfetta in tutto il bene, in modo
che quelli che vi vedranno e intenderanno parlare di voi possano prendere un
buon esempio; e mi è d’avviso che sarebbe bene che non occupaste troppo tempo,
né troppo studio a ornarvi e ad adornarvi; e guardatevi bene di non eccedere
nei vostri ornamenti.”
84.
San
Luigi IX amministrò la giustizia con meticolosità. Ogni volta che si spostava,
lo precedevano un prelato e un signore per raccogliere tutte le lagnanze; e
così egli rendeva giustizia agli oppressi e agli infelici.
85.
Un
episodio importante della sua vita fu quando fu preso da una dissenteria che lo
condusse sull’orlo della morte. Restò privo di sensi per molte ore. I medici
cercarono di rianimarlo, ma non vi fu nulla da fare; tant’è che fecero anche la
dichiarazione di morte. Improvvisamente si risvegliò e poco dopo si alzò dal
letto dichiarando:
Dall’alto del Cielo la
luce dell’Oriente si è sparsa su me, e il Signore mi richiamò dai morti.
Signore, siate benedetto e ricevete il giuramento che io faccio di me
crociato.”
Il re poi spiegò che in quei momenti aveva ricevuto in visione
l’ordine di andare nella Terra Santa a prelevare lo stendardo cristiano
abbattuto dai musulmani.
86.
Successivamente
il Vescovo
di
Parigi cercò di distogliere il Re dal suo progetto, ma inutilmente. Luigi IX
rispose:
Voi dite, mio Vescovo, che io
non ero in me quando ho deciso di prendere
la Croce. Ebbene
,
eccola, io ve
la ridò.”
Poi
aggiunse:
“Miei amici, ora io sono perfettamente in me. Ebbene,
io chiedo che mi si renda
la mia Croce.
Dio
,
che sa ogni cosa, sa bene che nessun alimento entrerà nella mia bocca fino a
quando la Croce non mi sia rimessa.”
Il Vescovo
dovette ovviamente recedere.
87.
Completamente
guarito, il re Luigi preparò tutto affinché il Regno fosse bene amministrato
durante la sua assenza.
88.
Il
12 giugno 1248 si consegnò, a piedi nudi, alla Vergine Maria, partecipò alla
Messa e ricevette l’Eucaristia. Poi andò a Pontoise, dinanzi all’immagine
miracolosa della Madonna, per affidare a Lei le sorti della Francia, dei suoi
soldati e della sua stessa persona.
89.
Il
25 agosto dello stesso anno s’imbarcò ad Aigues-Mortes. I crociati trascorsero
l’inverno nell’isola di Cipro, ma la peste decimò l’armata.
90.
Il
25 maggio 1249, Luigi IX dette il segnale di partenza al grido di
“Dio lo vuole!”
. La flotta s’indirizzò
verso l’Egitto dove giunse il 4 giugno.
91.
Il
giorno successivo, dopo essersi confessati, i crociati attaccarono le navi
musulmane. I nemici indietreggiarono per l’improvvisa sortita e la città di
Damietta fu conquistata.
92.
Il
6 giugno, nel primo pomeriggio, Luigi IX, a piedi nudi, entrò nella città
deserta, seguito dai suoi soldati, anch’essi a piedi nudi. L’antica chiesa
della città, che era stata trasformata in moschea dai musulmani, venne
restituita al culto cristiano e s’intonò il
Te
Deum.
93.
Dopo
varie manifestazioni di valore –egli era ovunque vi fosse pericolo e sempre al
primo posto- Luigi venne catturato insieme ad altri. Nel mezzo delle sofferenze
della prigionia, delle epidemie e delle esecuzioni ordinate dal Sultano,
richiamava continuamente i suoi soldati alla santa rassegnazione, alla fedeltà
e al dovere.
94.
Durante
la prigionia, l’Emiro ammirò la fierezza di re Luigi e gli chiese di poter
essere ordinato cavaliere. Ma Luigi –giustamente- aveva un’idea troppo alta di
questa dignità e, non riconoscendo degno colui che non fosse cristiano, gli
rispose:
“ Io non conferirei mai la
cavalleria ad un infedele. Diventate cristiano, e io vi farò cavaliere!
.”
Il Musulmano ne rimase meravigliato e non si offese:
“ Tu sei il Franco più fiero che noi abbiamo mai visto!.”
95.
A
Luigi fu concessa la libertà, ma al prezzo di un riscatto. Attese a San
Giovanni d’Acri la liberazione degli ultimi prigionieri e fortificò alcuni
posti in possesso ancora sotto il governo dei cristiani; poi, essendo venuto a
conoscenza della morte della Regina reggente, dopo aver liberato tutti i
prigionieri, decise di ritornare in Francia.
96.
Malgrado
vinto, la Francia lo vide agire come grande re. Riordinò il Regno e sottomise
tutti i baroni ribelli. Sostituì al diritto del feudatario, il diritto romano e
la monarchia giudiziaria.
97.
Il
Re voleva governare solo per lavorare seriamente ai miglioramenti e al
benessere della Francia. Egli si fece allora preparare delle liste esatte di
tutti i lavoratori ch’erano nel bisogno, degli artigiani senza lavoro, delle
vedove e degli orfani senza soccorso, e delle figlie povere che erano da
maritare. Ogni giorno sul risparmio reale, che cresceva non con le imposte ma
con l’economia amministrativa, egli metteva da parte delle somme per aiutare
tutti.
98.
Riempì
la Francia di chiese e di ospedali per i poveri e per i lebbrosi. Di lui hanno scritto:
“Un Re non deve solamente possedere la virtù del cuore, ma deve
brillare anche con quelle dello spirito, e far progredire le scienze e le arti.
Ciò faceva parte anche dei suoi doveri di Stato e costituiva l’esercizio
dell’Amore che Egli doveva a Dio e al suo popolo. Sotto il regno di san Luigi,
le scuole si moltiplicarono: ogni convento, abbazia che gli appartenesse, là
c’era una scuola. E come secondo lui, un’abbazia senza scuola è come un
arsenale senza munizioni, così egli fondò delle biblioteche che alimentassero
un’armata di copiatori e di rilegatori. Vincent de Beauvais è il precettore dei
suoi figli, Guillame de Chartres, Jacques de Vitry, Ruggero Bacone, Ionville,
Robert de Sorbon, San Tommaso d’Aquino, San Bonaventura li circondarono dei
loro consigli e dei loro lumi. Tre Papi uscirono dalla sua corte: l’umile
Jacques Pantaléon, figlio di un calzolaio di Troyes, che fu Urbano IV; Simon de
Brion, che divenne Martino IV, e Guy Foulquois, che fu per lungo tempo segretario del Re e poi
papa con il nome di Clemente IV “.
99.
San
Luigi, inoltre, riorganizzò le corporazioni dei mestieri, assicurando alla
Francia una grande prosperità. Punì severamente la calunnia, i duelli, l’usura.
Volle che venissero difese con grande energia l’onore delle donne e degli
orfani. Volle che venissero rispettati i testamenti. E volle che chiunque
avesse avuto il sospetto di aver subito un’ingiustizia potesse far ricorso a
lui.
100.
Aveva
un senso di profonda dedizione alla Francia. A suo fratello Carlo, conte
d’Angiò, che aveva usurpato un suo diritto, disse chiaramente:
“ Non deve esserci che un Re di Francia, e
non crediate, perché siete mio fratello, che io vi possa risparmiare ogni
giustizia “.
101.
La
guerra non l’amava e l’ammetteva solo in casi di estrema necessità. Così istruì
suo figlio:
“ Se ti facessero delle
ingiurie ascolta parecchie voci, per sapere se tu puoi trovarne alcune buone,
per le quali tu possa recuperare il tuo diritto, senza dover fare guerra, e
così evitare i peccati che sono fatti in essa; e provvedi che prima che tu muova
guerra, di aver avuto un buon consiglio e che la causa sia molto ragionevole, e
che tu abbia ben ammonito il malfattore
“.
102.
L’idea
della crociata non l’aveva però
mai abbandonata. Così
,
nella festa dell’Annunciazione del 1267, ne annunciò una nuova. Il 4 luglio
1270 s’imbarcarono 60.000 soldati. Dopo tredici giorni approdarono presso le
rovine di Cartagine. Le prime vittorie non si fecero attendere e si giunse
sotto le mura di Tunisi. Ma presto giunse un altro nemico:
la peste. L
’esercito venne
decimato e anche il Re contrasse il morbo. Malgrado ammalato, si prodigò per
aiutare i più sofferenti.
103.
Sentendo
prossima la sua fine, chiamò l’erede della Corona e gli fece le supreme
raccomandazioni. Si tratta del testamento del più santo e del più saggio di
tutti i re, testamento di cui san Pio X raccomandava lo studio ai Francesi:
“Caro Figlio, la prima cosa che ti
raccomando è che tu metta tutto il tuo cuore nell’amare Dio. Se Dio ti manda
delle avversità, sopportale pazientemente. Confessati spesso e scegli confessori
prudenti. Mantieni i buoni costumi del regno e combatti quelli cattivi. Prendi
cura di avere in tua compagnia tutti uomini prudenti, sia religiosi, sia
secolari. Non sopportare che si dica davanti a te nessun oltraggio verso Dio,
né ai Santi. Rendi sovente grazie a Dio di tutti i doni che Egli ti ha fatto,
affinché tu sia degno di averne ancora. Le tue genti vivano in pace e in
rettitudine sotto te, anche i religiosi e tutte le persone della Santa Chiesa.
Dona i benefici di Santa Chiesa. Pacificati piuttosto che porre guerre, sia coi
tuoi, sia coi tuoi sudditi, come faceva San Martino. Sii diligente di avere
buoni preposti e buoni podestà e buoni inquisitori. Sforzati di impedire il
peccato e cattivi giuramenti; fa distruggere le eresie contro il tuo potere. Fa
in modo che le spese del tuo palazzo siano ragionevoli. Infine, caro figlio, io
ti do tutte le benedizioni che un buon padre pietoso può dare a suo figlio, e
che sia benedetta
la
Santissima Trinità
e tutti i Santi ti guardino e ti difendano
da ogni male; e che Dio ti dia la Grazia di fare sempre la sua volontà, in modo
che Egli sia sempre onorato da te”.
104.
Raccontano
le cronache che poco prima di morire chiese gli ultimi sacramenti, recitò i
salmi e si unì alle preghiere del sacerdote. Si fece poi mettere su un letto di
ceneri, incrociò le mani sul petto, rivolse lo sguardo verso il Cielo… e morì
alla stessa ora in cui era morto Gesù. Era il 25 agosto 1270. Fu canonizzato
nel 1297 da papa Bonifacio VIII.
105.
San
Luigi IX rispecchia totalmente l’idea del Re santo tracciata da san Tommaso
d’Aquino nel
De regimine principum: “ Un
Re deve essere per il suo Regno, ciò che l’anima è per il corpo, ciò che Dio
deve essere per il mondo! Egli deve modellare il suo governo, sul governo
divino. Egli deve consacrare tutte le sue cure a dirigere il suo popolo, verso
il suo ultimo fine, nell’applicare il bene e la virtù “.
La devozione al Gesù Bambino di
Praga come risposta provvidenziale alla politica come “tecnica del
potere”
106.
Nella Spagna del XVI secolo si iniziò a diffondere
la devozione alla regalità di Gesù Bambino. Da pochi anni il territorio era
stato liberato dal dominio musulmano ed era tornato sotto la corona dei
cattolicissimi Re di Aragona e di Castiglia. La Spagna era nel massimo del suo
splendore. Fu allora che cominciarono a diffondersi delle raffigurazioni di
Gesù non più adagiato nella culla, ma in piedi, su un trono, vestito con abiti
bellissimi e con la mano benedicente.
107.
In questa Spagna, detta del “secolo d’oro”, visse
ed operò Santa Teresa d’Avila, la quale, per il suo grande amore verso
l’umanità di Cristo, sviluppò la devozione carmelitana a Gesù Bambino. Ogni
qual volta fondava un monastero, non solo voleva che venisse messa in
venerazione una statuetta del Bambin Gesù, ma anche che questa statuetta avesse
pose e abiti diversi. Erano tutti
ninos
bellissimi, ai quali l’affetto delle monache dava un soprannome. Tra
queste ve n’era una soprannominata
El Fundador
, vestita da re, con la mano destra benedicente e la sinistra nell’atto
di sostenere il mondo. Dai
Carmeli
della Spagna la devozione si diffuse
in tutti i
Carmeli
dell’Europa.
108.
Veniamo alla storia di quello che poi sarebbe stato
il miracoloso Gesù Bambino di Praga. Inizia nel 1628. L’allora priore del
convento dei carmelitani scalzi della città boema, padre Gianluigi
dell’Assunta, preoccupato per l’estrema povertà della casa, ebbe
un’ispirazione: incaricò i suoi confratelli di cercare una statua del Bambino
Gesù per affidare a lui le sorti del convento.
109.
La statua venne offerta dalla principessa Polissena
di Lobkowicz, che già si era distinta come benefattrice dei carmelitani di
Praga. Raffigurava un bellissimo Gesù Bambino in abiti regali, ritto in piedi
(dunque in quella nuova posizione che si era iniziata a diffondere nella Spagna
del XVI secolo), con il mondo nella mano sinistra e la destra in atto
benedicente. La principessa l’aveva ricevuta dalla madre,
la nobile Maria Manrique
de Lara, spagnola, e la conservava come il più caro ricordo di famiglia.
110.
Per ordine del priore, fu portata in noviziato e
collocata sull’altare dell’oratorio.
111.
I carmelitani scalzi erano arrivati a Praga dopo la
celebre vittoria cattolica della
Battaglia della Montagna Bianca
,
avvenuta l’8 novembre del 1620. Si era nella cosiddetta
Guerra dei
Trent’anni
e l’esercito cattolico, fedele all’Imperatore, aveva sconfitto
l’esercito ribelle, fedele invece al Principe Elettore del Palatinato, il
calvinista Federico V.
112.
Per quella vittoria l’Imperatore Ferdinando II
aveva un debito di grande riconoscenza con l’Ordine del Carmelo perché era
stato proprio
il generale
dei carmelitani scalzi, il venerabile padre Domenico di Gesù Maria, ad esortare
i suoi soldati alla vittoria contro i protestanti. A seguito di quella
vittoria, attribuita all’aiuto della Vergine Maria, nel 1624 i carmelitani
furono chiamati a Praga e venne loro assegnata una chiesa ribattezzata appunto
“Santa Maria della Vittoria”.
113.
Ma nel 1631,
il Principe
Elettore della Sassonia iniziò l’assedio
della città. Molti fuggirono. Tra questi, anche membri dell’esercito imperiale.
Il priore del convento, per prudenza, fece partire i novizi ed anche colui che
poi sarebbe diventato
il grande apostolo
della devozione al Gesù Bambino di Praga, padre Cirillo della Madre di Dio.
114.
Passò poco tempo e Praga capitolò. I soldati
protestanti saccheggiarono chiese e conventi ed incarcerarono anche i pochi
carmelitani rimasti. Quando videro nell’oratorio la statuetta di Gesù Bambino
Re, scoppiarono in risate blasfeme e urlarono:
“Ecco
il pupazzo dei papisti!”
Uno di loro, per disprezzo,
gli mozzò le mani con la spada e lo buttò dietro l’altare. Così il Santo
Bambino cadde fra i ruderi della Chiesa di Santa Maria della Vittoria, dove
rimase per lungo tempo, dimenticato in mezzo alle immondizie.
115.
La Pace di Praga, firmata nel 1634, consentì il
ritorno dei carmelitani nel loro convento, ormai quasi completamente distrutto.
Ma nessuno ormai si ricordava più della Statuetta. Nel 1637 ritornò anche padre
Cirillo della Madre di Dio. La guerra ancora non era terminata. Gli Svedesi
ruppero gli accordi e assediarono nuovamente Praga. Intanto, padre Cirillo
cercava la Statuetta e grande fu la sua gioia quando riuscì a ritrovarla. Tutti
i frati del convento poterono pregare con fervore Gesù Bambino e Praga uscì
indenne dalla distruzione protestante. Anche
il convento
, dopo due anni
difficili in cui era mancata la benedizione del Santo Bambino, godette
nuovamente dell’aiuto dei benefattori e di una pace operosa.
116.
Da allora è continuata e si è diffusa in tutto il
mondo la devozione al Gesù Bambino di Praga.
117.
Ma
ora chiediamoci: qual è l’importanza della devozione al Gesù Bambino di Praga?
E perché questa devozione richiama la concezione cristiana dell’autorità
politica?
118.
Fino
al XVI secolo la devozione a Gesù Bambino si indirizzava prevalentemente o
addirittura esclusivamente al Gesù Bambino nella culla, cioè al momento della
Natività. Cioè il Gesù Bambino della tenerezza, della debolezza e della
“piccolezza”.
119.
A
partire, invece, da questo secolo non c’è solo il Gesù Bambino che giace nella
culla, ma anche il Gesù Bambino Re, con la corona sul capo e con il mondo nella
mano. Dunque, non solo il Gesù Bambino nella sua naturale collocazione di
infante (la culla), ma anche il Gesù Bambino che, in quanto Dio, è Re
dell’universo intero. E’ la convinzione che la signoria di Cristo è anche
quella della tenerezza e della delicatezza, tratti tipici dell’infanzia. Ma su
questo ci soffermeremo dopo.
120.
Vediamo
adesso quali sono i fondamenti teologici alla base di questa devozione. Il
perché, cioè, non è sbagliato considerare la Regalità di Cristo come
espressione dell’intera vita di Gesù, e quindi anche della sua infanzia.
121.
La
Cristologia ci dice che l’Incarnazione è avvenuta attraverso la cosiddetta
unione
ipostatica
: un unico soggetto (divino) in una duplice natura (umana e
divina). Ciò comporta due conseguenze: 1.Ogni azione (anche la più banale)
compiuta dal Cristo ha avuto un valore infinito. Il valore di un’azione,
infatti, è dato dalla dignità del soggetto che
la compie. Dal
momento
che il soggetto del Cristo è divino, tutte le sue azioni hanno avuto un valore
divino, cioè infinito. Una sola lacrima del Cristo ha avuto un valore infinito,
così come un solo disagio o una sola sofferenza. 2.A vivere l’esperienza è
colui che consapevolmente
la
vive. L
’esperienza è vissuta dal soggetto e non dalla natura.
Quindi, ogni avvenimento che Gesù ha vissuto, l’ha vissuto anche come Dio.
L’Incarnazione ci dice che Dio ha fatto esperienza di tutte le fasi della vita
umana, perché l’intelletto divino non ha bisogno della maturazione del corpo.
Il Verbo incarnato è stato consapevole di se stesso (dunque della propria
divinità) sin dal concepimento.
122.
Questo
significa che l’Incarnazione segna una peculiarità tutta cristiana. Cioè: Dio
rimane tale anche quando è veramente bambino. Il che significa che
la sua Regalità
è
caratterizzata anche dalla sua infanzia; dalla tenerezza della sua infanzia.
123.
La
devozione al Gesù Bambino di Praga è strettamente legata alla concezione
cristiana dell’autorità. Vediamo in che senso.
124.
La
concezione cristiana dell’autorità afferma che questa debba esprimere una sua
persuasività. Questa persuasività è avere la verità come fondamento. L’autorità
per essere persuasiva deve testimoniare l’obbedienza. Non si può pretendere
obbedienza se non si testimonia l’obbedienza. Il Gesù Bambino incoronato
insegna che l’esercizio della regalità è anche farsi obbediente alla Verità;
come un bambino che si fa obbediente.
125.
Nella
concezione cristiana dell’autorità, questa è intesa non come manifestazione di
potere, ma di servizio. Comanda chi sa sacrificarsi, chi è disposto ad
immolarsi per i suoi sudditi. Il capo è colui che va davanti agli eserciti,
colui che rischia di più. Più alta è l’autorità, più alta è
la responsabilità. Il Dio
che, incarnandosi, vive veramente l’esperienza dell’infanzia e che regna
conservando anche la sua infanzia, è un Dio che serve. E’ un Dio che si fa
piccolo per mettersi al servizio di tutti. Dice Pio XII in un discorso del 1949
al Patriziato e alla Nobiltà romana:
“Nella grande solidarietà personale e
sociale, ognuno deve essere pronto a lavorare, ad immolarsi, a consacrarsi al
bene di tutti. La differenza sta non nel fatto della obbligazione, ma nel modo
di soddisfarla. E non è forse vero che coloro i quali dispongono di più tempo e
di più abbondanti mezzi debbano essere i più assidui e i più solleciti a
servire? Parlando di mezzi, Noi non dimentichiamo di riferirCi soltanto né
primariamente alle ricchezze, ma a tutte le doti d’intelligenza, di cultura, di
educazione, di conoscenze, di autorevolezza, le quali doti non sono concesse ad
alcuni privilegiati dalla sorte per loro esclusivo vantaggio, o per creare una
irrimediabile disuguaglianza tra fratelli, ma per il bene dell’intera comunità
sociale. In tutto ciò che è servigio del prossimo, della società, della Chiesa,
di Dio, voi dovete essere sempre i primi. Là è il vostro grado di onore; là è
la vostra più nobile precedenza.”
126.
La
concezione cristiana dell’autorità, riconoscendo l’autorità anche come
esercizio di obbedienza nei confronti di Dio, afferma che chi comanda deve
rimettere in Dio la propria autorità. A proposito di ciò, ancora Pio XII
-questa volta nel 1952- disse al Patriziato e alla Nobiltà romana:
“Elevate
lo sguardo e tenetelo fisso all’ideale cristiano. Tutti quei rivolgimenti,
quelle evoluzioni o rivoluzioni, lo lasciano intatto; nulla possono contro ciò
che è l’intima essenza della vera nobiltà, quella che aspira alla perfezione
cristiana, quale il Redentore additò nel discorso della montagna. Fedeltà
incondizionata alla dottrina cattolica, a Cristo ed alla sua Chiesa; capacità e
volontà di essere anche per gli altri modelli e guide.
(...)
Date al
mondo, anche al mondo dei credenti e dei cattolici praticanti, lo spettacolo di
una vita coniugale irreprensibile, l’edificazione di un focolare domestico
veramente esemplare.”
127.
San
Luigi IX, il grande Re di Francia, veniva accusato di essere un “bigotto dal
collo corto” perché passava più tempo a pregare in cappella che non a governare
i sudditi. Ma lui era solito rispondere:
“Mi si addebita come un crimine la
mia vocazione, ma nessuno direbbe una parola di biasimo se tutto quel tempo lo
spendessi nella caccia o nel gioco.”
E non è un caso che il suo regno fu
uno dei più luminosi della storia di Francia!
128.
Abbiamo
detto che la devozione al Gesù Bambino fino al XVI secolo fu quella al Bambino
nella culla. Poi si ebbe il Gesù Bambino, Re. Dunque, la regalità di Cristo non
è solo la regalità del Cristo adulto, ma anche di quello bambino. Ora, una
delle caratteristiche dei piccoli è proprio quella di lasciarsi stupire dal
reale, di riconoscere la meraviglia dell’altro, di ciò che si manifesta ai
propri occhi, segno di una grandezza immensa che richiama la maestà del divino.
Quindi, il Gesù Bambino che regna vuole insegnare che lo stupore dell’infanzia
non solo non è un impedimento all’esercizio della sovranità, ma addirittura
diviene una necessità, un qualcosa di cui non si può fare a meno. Ed è da
questo stupore che sgorga la sensibilità: è il contrario della politica come
pura “tecnica del potere”!