«
Mentre l’opinione pubblica è concentrata
sulle contrastanti notizie provenienti dalla politica e dall’antipolitica, si
stanno realizzando, per quanto riguarda i rapporti privati, riforme di forte
incisività. Si tratta di portare a compimento il Nuovo diritto di famiglia,
varato nel 1975, che un legislatore definì allora: “Una legge di oggi che
diventerà la morale di domani”
».
Questo è l’incipit
di un breve ma denso e importantissimo articolo di Silvia Vegetti Finzi (CdS,
15/12/2013, p. 37) intitolato “Addio per legge al padre padrone. I figli sono
di chi li cresce e li educa”.
L’articolo è
passato in realtà abbastanza inosservato. E invece merita la massima
attenzione, veramente una sorta di attenta esegesi che va ben al di là della
semplice questione dei figli nati fuori dal matrimonio o anche di quella del
cosiddetto “padre padrone”.
L’autrice ci
palesa in poche righe una delle più grandi, devastanti e profonde rivoluzioni
in atto sotto i nostri occhi, destinata a sovvertire per sempre l’ordine
naturale del creato, creando a sua volta “la morale di domani”, per l’appunto.
Come vedremo ora, non è neanche più questione di educarci al “sesso libero” in
sé, o al gusto del rapporto con lo stesso sesso, con i bambini o magari con le
bestie.
Qui si va oltre, è
in gioco qualcosa che va al di là della morale per incidere direttamente sul
DNA del creato stesso, se così si può dire: è in gioco il concetto di genitore
e figlio, la “genitorialità”, per usare un termine rivoluzionario.
Anzitutto è da
sottolineare proprio la prima riga dell’articolo. La Vegetti Finzi ci palesa la
prima grande verità preliminare: mentre tutti pensano alle pur importanti e in
certi casi imprescindibili questioni economiche (o magari alla legge elettorale),
“altri” stanno pensando a “transustanziare” la famiglia stessa e il mondo in
cui dovranno vivere i nostri figli. E in che maniera? Procedendo «
attraverso mutamenti lessicali destinati a
provocare mutamenti reali su nostro modo di vivere insieme e sulla costruzione
dell’identità personale
». Ecco perché niente più figli “legittimi”,
“naturali”, “adottivi”: queste parole saranno cancellate perché deve essere
cancellato il significato stesso che sottintendono, il mondo che sottintendono,
la morale che le presuppone, in quanto ora la “genitorialità” si fonderà «
sulla responsabilità piuttosto che sul
potere
». E sul sangue, aggiungiamo noi. I figli non appartengono più a chi
li mette al mondo, ma «
a chi li
riconosce, li cresce e li educa adeguatamente
».
Da anni, decenni,
chi scrive aveva sempre pensato che dietro i sempre più numerosi casi di
esproprio da parte dello Stato dei figli a genitori violenti o disumani (o
presentati tali) si celasse la volontà di distruzione della famiglia. Oggi ci
siamo arrivati e la maschera sta per essere gettata: «
tutti hanno diritto ai medesimi rapporti di parentela
» e «
poiché la famiglia è un sistema, nulla sarà
come prima
» e si arriverà infine appunto «
a un nuovo quadro antropologico e, di conseguenza, a una nuova morale
».
L’autrice conclude
ricordando peraltro che se non vi sarà più ovviamente il padre autoritario
della società premoderna, non vi dovrà più essere nemmeno il “genitore-amico”
della modernità (e questo appare l’unico lato positivo, interessante e
indiretta ammissione dell’idiozia pedagogica odierna), ma si richiederà «
a entrambi i genitori una autorevolezza
fondata sul riconoscimento reciproco, confermato dalla comunità
».
Mi soffermo – fra
tutti gli innumerevoli possibili spunti di approfondimento – solo su
quest’ultima asserzione. Che vuol dire “confermato dalla comunità”? Forse che si
è padre o madre solo perché e nella misura in cui e fino a quando la “comunità”
me lo riconosce e concede? E chi è la “comunità”? Lo Stato? La magistratura? I “comizi
popolari”? E se un genitore non dovesse essere riconosciuto come padre di chi
ha generato, o se un giorno perdesse tale riconoscimento, chi sarebbe il padre
del “generato”?
A questa ultima
terrificante domanda, risponde la Vegetti Finzi nella conclusione del suo
articolo: «
Ogni adulto in quanto tale
»
sarà «
responsabile del benessere e della
crescita delle nuove generazioni
».
Ecco la nuova
morale, l’ultimo passo della rivoluzione antropologica. Tutti saremo figli di
tutti e tutti saranno genitori di tutti. Pertanto, non esisteranno più la
figura del padre e della madre (e pertanto qui si va oltre anche
all’affidamento di bambini a coppie omosessuali), perché, come insegnano in
Spagna, quando si è “todos caballeros” nessuno è più cavaliere. E non saremo
quindi neanche più figli, perché non avremo più genitori.
Come dicevo, qui
si va ben al di là delle follie omosessualiste, pedofiliste o bestialiste. Si
sta distruggendo “materialmente” la cellula su cui si fonda la società umana. È
come se ad Aristotele si volesse sostituire Platone. Ma non il Platone sessantenne
del
Politico
o quello ottantenne de
Le Leggi
, uomo anziano e poi vecchio che
è stato e sarà fondamento della civiltà occidentale, ma il Platone quarantenne
de
La Repubblica
, quello che si
studia banalmente sui banchi di scuola.
Ce lo ricordiamo? Atene
ha perso la guerra con Sparta a causa delle lacerazioni sociali interiori, a
loro volta causate dall’invidia dei demagoghi verso ricchi e potenti. Quale può
essere allora lo Stato ideale fondato sull’armonia? Uno Stato in cui gli uomini
con l’anima d’oro (i reggenti-filosofi che fondano la loro vita sul
Logos
dell’anima razionale) e con
l’anima d’argento (i guardiani-militari, che fondano la loro vita sulla parte
irascibile dell’anima) non devono più possedere alcuna forma di proprietà
privata allo scopo di raggiungere l’uguaglianza assoluta e perpetua, al punto
tale che dovranno vivere in comune, in caserme comuni, con donne comuni, e,
conclude Platone, con figli comuni, in quanto un figlio costituirebbe
“proprietà privata” e quindi disuguaglianza. A tal fine, occorrerà strappare i
figli appena nati dalle madri, così che queste mai potranno riconoscerli e
tutti si sentiranno genitori di tutti e figli al contempo di tutti.
È il comunismo
platonico, il cui scopo dichiarato era la scomparsa dell’invidia sociale,
almeno fra le classi con responsabilità politica e militare (tutto il resto del
popolo, per Platone quarantenne, aveva l’anima di bronzo, e viveva servo
dell’anima concupiscibile, e, in quanto tale, non poteva rinunciare alla
famiglia e una limitata proprietà privata).
La Rivoluzione è
un mostro che si rigenera di continuo cambiando progressivamente uomini,
strumenti, progetti e anche idee, in parte. Ma c’è una cosa che non può
cambiare: ed è il suo motore inesauribile, la struttura della sua stessa
esistenza: l’invidia. L’invidia che odia ogni forma possibile e immaginabile di
disuguaglianza e ha come progetto immutabile la realizzazione dell’uguaglianza
perfetta, mediante la distruzione di ogni diversità, fino a quelle più
strutturali, come i generi naturali (ecologismo), come la famiglia, e come i
sessi, o come l’intelligenza, o la salute stessa. E odiando ogni diversità, odia il mondo
stesso, che è stato strutturalmente creato da Dio gerarchicamente. E lo odia
perché odia Dio, fonte di ogni gerarchica differenza e al contempo Padre comune
di tutto ciò che esiste.
L’inferno in terra
ci si sta preparando, proprio mentre noi, affamati da governi e banche
complici, ci dibattiamo preoccupati della legge elettorale, di Renzi, delle
donne o del cane di Berlusconi e dell’IMU. O, magari, ci sentiamo dire che il
più grande male del mondo di oggi sono gli anziani abbandonati e i giovani
disoccupati.
Un giorno, se non
spezziamo la secolare catena dell’autodistruzione, non ci saranno più neanche i
giovani e gli anziani, come non ci saranno più i figli e i genitori, né tanto
meno case private su cui pagare l’IMU né lavoro personale. Ma ci sarà il mondo
del film “Metropolis”.
Ma ci sarà il mondo del film “Metropolis”,
per chi lo conosce.
Il tempo vola
sotto i nostri piedi, la Rivoluzione gnostica e ugualitaria sta andando verso
le sue più estreme conseguenze: è tempo che ce ne rendiamo conto, tutti
insieme, aprendo gli occhi della mente e del cuore alla realtà come essa è, e,
al contempo, spalancando le porte della nostra Fede alla Speranza incrollabile
e certissima che il “capo” della Rivoluzione, fonte di ogni odio, sarà
schiacciato inesorabilmente da Colei che tutto può in Dio ed è Madre della
Carità, con il servizio di coloro fra gli uomini che avranno compiuto la loro
scelta di campo, in obbedienza gerarchica e in carità di intenti e azioni, in
questi giorni in cui chi non sceglie ha già scelto.