Ci
sembra importante poter offrire un modesto scritto per sapere come orientarsi
in merito ad alcuni punti di indiscussa attualità. Ci riferiamo a punti che
hanno ovviamente relazione con la vita della Chiesa e con alcune cose di cui si
discute in merito alla vita della Chiesa e al suo insegnamento ordinario.
Tre
precisazioni:
1. Lo stile
utilizzato è quello della
domanda-risposta
perché
più chiaro, più
semplice, ma
anche più capace di facilitare la memorizzazione.
2. Lo stile
utilizzato è quello di affermare la verità e di confutare l’errore,
senzaindulgere in polemiche nei confronti di affermazioni singole e di persone
in particolare; non perché ciò non sia lecito. Certamente il “rimprovero
evangelico” ha
una sua legittimità (in alcuni casi perfino doveroso) nei
confronti di
chiunque (anche nei confronti delle autorità), ma, per evitare
equivoci e
scandali di sorta, se la polemica diretta non è necessaria, è semprebene
astenervisi.
3. Lo stile è
volutamente semplice e colloquiale. I problemi sono seri, ma la
gravità dei
nostri tempi sta nel fatto che questi problemi sono problemi di tutti,
che si
ripercuotono negativamente su tutti, dall’intellettuale al semplice fedele.
Si
sente spesso dire che il cristianesimo sia unicamente una “esperienza e che
bisognerebbe soprassedere sulla conoscenza della verità. È giusto?
No, non è
corretto parlare in questi termini.
Il
Cattolicesimo non è riducibile ad esperienza, ma è verità che produce e giudica
esperienza. Non è l’esperienza che giudica la verità, bensì è la verità che
giudica l’esperienza. Facciamo un esempio molto semplice, se io dico:
sono
cristiano perché mi sento felice di esserlo …
come
la mettiamo con il musulmano o con il testimone di geova che può ovviamente
rispondere:
anch’io sono felice di essere quello che
sono?
Certamente è importante il riscontro
dell’essere cristiano nella propria vita, ma non è determinante. Come abbiamo
detto prima, è la verità che giudica l’esperienza, non il contrario. Identificare
Gesù con la felicità non è affatto sbagliato, anzi è verissimo, ma non basta.
Cristo è la felicità perché è la Verità. Si sa che oggi non è molto efficace un
metodo ben strutturato come quello tomista che parte dalla centralità della
verità, mentre può essere più persuasivo quello agostiniano che parte dalle
esigenze esistenziali dell’uomo, ma ciò non vuol dire che anche partendo dalle
aspettative dell’uomo e dal suo bisogno di senso non si debba poi completare
l’annuncio facendo capire la priorità logica della Verità. Facciamo un esempio:
l’ideale è vedere un film partendo dall’inizio; ciò non toglie però che lo si
può capire anche se si arriva al cinema a proiezione in corso; poi, una volta
che lo si vede per intero aggiungendo la parte iniziale a cui si è mancati, la
trama diviene comprensibile.
Indubbiamente
l’uomo di oggi non è quello del XIII secolo, è un uomo
completamente
destrutturato che – appunto - deve essere prima di tutto coinvolto attraverso i
bisogni esistenziali; ma ciò non toglie – come abbiamo già detto - che una
volta utilizzato questo approccio, gli si faccia capire che tutto inizia dalla
Verità e tutto ha senso nella Verità.
La Verità
cattolica non solo è vera ma è anche bella, cioè non solo soddisfa
l’intelligenza
ma anche il cuore. È una sorta di
cattedrale di
cristallo
; “cattedrale” perché è tutto logico,
ordinato, consequenziale; “di cristallo” perché questa logicità, ordine e
consequenzialità si traducono in una bellezza armonica irresistibile, così come
il cristallo sa far risplendere le forme dell’oggetto di cui è materia.
Inoltre,
bisognerebbe precisare cosa significa “felicità”. Felicità non è lo stato
dell’animo che
riconosce che tutto è positivo e che quindi si trova sempre in una condizione
di consolazione e di gaudio. Se fosse questa la felicità, i santi avrebbero
qualche problema in merito; basterebbe pensare a tutte le prove che
contrassegnano la loro vita:
desolazioni, notti,
tentazioni …
la felicità in senso cristiano non è
alternativa alla sofferenza ma alla disperazione; la felicità è la pace
dell’anima che può e deve coniugarsi anche con l’esperienza delle prove più
terribili.
Ma per capire
questo – e torniamo al punto iniziale - bisogna che l’esperienza
cristiana sia
sempre esito del riconoscimento di ciò che è vero.
Dunque
come dobbiamo intendere l’espressione “vieni e vedi”? Molti oggi dicono che più
che fare catechesi, basterebbe “invitare” nelle proprie comunità a vivere
l’’esperienza cristiana. Come facevano i primi cristiani.
Prima di tutto
va detto che ciò che facevano i primi cristiani andrebbe ben
chiarito,
perché ci sono molti luoghi comuni da sfatare, ma eventualmente su questo
ritorneremo più avanti.
Dicevamo:
l’espressione “vieni e vedi” potrebbe anche andare bene, ma va
correttamente
intesa. Certamente il riscontro della vita cristiana sta nelle opere, le quali
– lo sappiamo bene - concorrono alla salvezza dell’anima. Ebbene, in quella
frase si voleva dire proprio questo:
vieni a vedere
quanto è diversa la vita dei cristiani rispetto a quella dei pagani
;
per esempio, quanto è diversa dal modo come trattano le donne, gli schiavi, i
bambini … Ecco, prendiamo i bambini: nel mondo pagano era diffusissimo
l’infanticidio, cosa che ovviamente fu subito rifiutata dai cristiani. Insomma,
la frase “vieni e vedi”, lungi dal voler essere una negazione dell’importanza
della verità, era piuttosto l’attestazione e la dimostrazione concreta
dell’accoglienza della verità: la vita dei cristiani è diversa da quella falsa
e violenta dei pagani.
In
questi tempi s’insiste molto sulla dimensione pastorale piuttosto che sulla
proclamazione della Verità. La stessa espressione secondo cui la Chiesa sarebbe
una sorta di “ospedale da campo” chiamata a curare le ferite di ognuno
s’inserisce all’interno di questa prospettiva.
Che
dire in proposito?
Prima di tutto
va detto che non c’è pastorale senza verità. Come recentemente ha affermato il
cardinale Müller (Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede) non
c’è contrapposizione tra pastorale e verità, Cristo Maestro e Cristo Pastore
non sono due Cristo diversi; Cristo è Maestro ed è Pastore, ed è Pastore
proprio in quanto Maestro.
La pastorale è
la traduzione della verità sul piano della predicazione e dell’azione
cristiana. E’ sempre la verità che “informa”, nel senso di “dare forma”, “dare
contenuto”, alla pastorale, non il contrario.
Il pastore
cosa deve fare? Deve guidare le pecore e proteggerle dai lupi, cioè dai
pericoli.
Guidare
significare
orientare verso una mèta e non c’è mèta senza conoscenza.
Proteggere
significa mettere in guardia dai pericoli, non solo individuarli,
ma anche denunciarli e renderli riconoscibili a tutti affinché nessuno possa
lasciarsi irretire.
Recentemente
sembrava che stesse per risorgere un nuovo interesse per l’apologetica. A
partire dagli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II e per tutto
quello di Benedetto XVI molti si erano rivolti allo studio dell’apologetica. Lo
stesso termine “apologetica” sembrava non far più paura … poi si è ritornati al
clima tipicamente postconciliare di occultamento dell’apologetica, allorquando
si pensò di sostituire la definizione di “apologetica” con quella di “teologia
fondamentale”.
Il
Cattolicesimo è logica inappuntabile, in esso tutto è razionale e ragionevole.
“Razionale”,
perché ci sono verità che possono essere dimostrate con la ragione;
“ragionevole” perché i misteri della fede, pur non essendo di per sé
dimostrabili, sono comunque credibili: essi sono
oltre
ma non
contro
la ragione. A
proposito dei misteri della fede ci si accorge che paradossalmente occorre più
fede nel credere che non siano veri piuttosto che nel credere che siano veri. È
il caso – per esempio - della Resurrezione di Cristo dove le due ipotesi che
sono state teorizzate per negare questo evento (trafugamento del corpo e
allucinazione) non reggono alla prova della ragione e avrebbero bisogno di una
fede nell’improbabile, nell’incredibile e quindi nell’assurdo.
Insomma, non
si può e non si deve fare a meno dell’apologetica, che è la difesa razionale
della verità cattolica.
Le cause che
sono alla base dell’oblio dell’apologetica sono indicative per capire. Sono
tre: due teologiche e una filosofica.
La prima causa
è legata ad una certa “protestantizzazione” del cattolicesimo. Per la dottrina
tradizionale cattolica la fede è assenso dell’intelletto alle verità rivelate
da Dio; Lutero diceva invece che la fede sarebbe un sentimento di fiducia
nell’onnipotenza e nella misericordia di Dio. La differenza è chiara: per il
Cattolicesimo la fede è accettare la Rivelazione perché è credibile; per il
Protestantesimo
la fede sarebbe un’esperienza d’abbandono rifiutandosi di valutarne la
credibilità.
La seconda
causa è ancora teologica ed è l’influenza del
modernismo
nella
Teologia
cattolica contemporanea.
Modernismo
che
fu condannato da papa san Pio X all’inizio del secolo XX, ma che ha saputo
bypassare
la condanna arrivando ad influenzare la Teologia cattolica
contemporanea. Il
Modernismo
adottò
il motivo luterano della
fede-sentimento,
facendo
del dogma un qualcosa di provvisorio che verrebbe fuori solo contestualmente da
uno specifico senso religioso, e quindi (il dogma) non sarebbe affatto
vincolante. E’ scritto nel
giuramento antimodernistico
di
san Pio X:
“Ritengo certissimamente e sinceramente
professo che la fede non è un cieco sentimento religioso, che scaturisce dal
fondo del sub-coscienza sotto la
pressione
del cuore e dell’inclinazione della volontà
[…]
ma
un vero assenso
dell’intelletto
alla verità ricevuta dal di fuori.”
Concetto questo
ribadito anche da Pio XII nell’
Humani generis
.
La terza causa
è filosofica e riguarda il cosiddetto
personalismo
cristiano,
che è andato ad intaccare il concetto tradizionale di
persona
(sostanza individuale di natura razionale) per presentarla come
qualcosa d’indefinibile, una sorta di “fluido” di emanazioni e manifestazioni
psicologiche, laddove viene svalutato l’elemento logico-razionale.
A
cosa serve denunciare gli errori? Non può bastare semplicemente affermare la
verità?
No, non basta
dire la verità, occorre anche condannare l’errore. La verità non solo
costruisce, preserva anche.
La convinzione
secondo cui basterebbe affermare ciò che è vero senza
condannare
nulla è sbagliata sul piano
pratico
e
su quello
teorico
.
Ora, oltre al
fatto che da quando si afferma una tal cosa non si annuncia più il
vero con
chiarezza e continuità (è sotto gli occhi di tutti quanto il
munus
propheticum
della Chiesa sia sensibilmente venuto meno negli ultimi decenni)
la convinzione per cui basterebbe affermare ciò che è vero senza condannare
nulla è sbagliata sul piano
pratico
e
su quello
teorico.
Sul piano
pratico
,
perché concretamente l’uomo ha bisogno di capire ciò che è vero anche e
soprattutto cogliendo la differenza rispetto a ciò che è falso. Un conto è dire
che il bene per essere bene avrebbe bisogno del male. Un’affermazione di questo
tipo è falsa e pericolosa, sarebbe in odore di gnosi, perché il bene avrebbe
bisogno del male e il male del bene. Altro è affermare che la bellezza del bene
la si coglie anche nella sua comparazione con il male. Una bella giornata di
sole viene apprezzata anche comparandola all’esperienza che si è fatta di una
pessima giornata di pioggia; così la bellezza della primavera ci colpisce dopo
il trascorrere di un duro inverno.
Sul piano
teorico
perché la verità non è un’astrazione. Fa specie che in un tempo in
cui si sottolinea che la verità non è un
’idea
ma
una
persona
(il che è
vero, ma se ne devono capire bene il significato e le implicazioni),
contraddittoriamente si cade nel pericolo di porre il vero in una dimensione di
alienazione, sganciato cioè dalla vita. Il vero si “aggancia” alla vita quando
se ne sottolinea l’irriducibilità nei confronti del falso. Non c’è comprensione
e individuazione del vero se non nel riconoscimento del principio di non-contraddizione.
D’altronde se io dico:
ciò è vero
,
di fatto distinguo il vero da ciò che vero non è. Perché sorvolare su domande
legittime che possono sorgere, del tipo:
se ciò è vero,
allora cosa è falso?
Ebbene, questa domanda non si può eludere,
pena l’astrazione completa del concetto di vero, che in tal senso diventa
irrimediabilmente un’astrazione, un concetto, una teoria.
Spesso
si sente parlare di “essenza del cristianesimo” e di una sorta di
gerarchia
delle verità, per cui alcune sarebbero più importanti e altre di meno. E’
proprio così?
Nella teologia
cattolica del XX secolo per motivi ecumenici si è fatta strada l’idea di un
Cristianesimo essenziale distinguibile da un Cristianesimo da accettare nella
sua interezza. Ma questa posizione è completamente da rifiutare. Quando due
persone non vanno d’accordo è da saggi proporre di pensare a ciò che è
importante e di trascurare il superfluo. Le discussioni umane riguardano
l’umano e nell’ambito dell’umano si può tendere alla verità ben sapendo che è
difficilissimo raggiungere la verità tutt’intera. Questo vale per le
discussioni umane, ma non può e non deve valere per le questioni religiose,
perché, in tal caso, non siamo più nell’ambito della verità umana ma della
Verità rivelata; quindi non più del tendere verso la verità, ma della
conoscenza della Verità tutt’intera.
Almeno
dall’inizio del secolo XX nell’ambito di una certa teologia cattolica
(diciamo
“certa” perché non sempre coincide con la vera Teologia cattolica) si è fatta
strada la cosiddetta teoria dell’ “essenza del Cristianesimo”, ovvero la teoria
secondo la quale il Cristianesimo sarebbe costituito da un’essenza e da
elementi puramente accidentali, cioè meno importanti. Un po’ come la differenza
tra la bistecca e l’insalata: la bistecca è la sostanza; l’insalata, il
contorno. Insomma, questa teoria afferma che il Cristianesimo avrebbe un
“cuore” che lo renderebbe tale e la semplice adesione a questa “essenza”
basterebbe per definirsi cristiano.
Come abbiamo
già detto la teologia cattolica ha tenuto a lanciare una simile
teoria per
motivi ecumenici. E’ evidente che il dialogo con gli ortodossi e i
protestanti,
in tal modo, sarebbe molto più facile, ma si tratterebbe di pura svendita e rinnegamento
del patrimonio di verità del Cattolicesimo; il dialogo si deve fare nella verità
non a discapito della verità.
Per capire
quanto questa posizione sia sbagliata basterebbe ricordare il noto
adagio
“Bonum
ex integra causa, malum ex quocumque defectu”.
Il
bene, infatti, è nell’accettare la verità tutt’intera, perché nell’ambito della
verità assoluta solo l’interezza conta.
Sant’Agostino,
nel
Commento al salmo 54
(precisamente
al numero 19), afferma: “
In molte cose (di fede)
concordano con me; in alcune con me non concordano; ma per quelle poche cose in
cui non convengono con me a nulla serve loro essere con me d’accordo in molte
”.
Scrive Leone
XIII nella sua
Satis Cognitum
:
“Ripugna infatti alla ragione che
anche
in una sola cosa non si creda a Dio che parla.
(…)
Gli Ariani, i Montanisti, i Novaziani, i Quartodecimani, gli
Eutichiani
(qui Leone XIII elenca alcune famose eresie)
non
avevano abbandonato in tutto la dottrina cattolica, ma solo questa o quella
parte; e tuttavia è cosa nota che essi sono stati dichiarati eretici ed espulsi
dal seno della Chiesa
(…).
Tale
è infatti la natura della fede che essa non può sussistere se si ammette un
dogma e se ne ripudia un altro.
(…)
Colui
che anche in un sol punto non assente alle verità da Dio rivelate, ha perduto
tutta la fede, perché ricusa di sottomettersi a Dio, somma Verità e motivo
proprio della fede.
(…)
Perciò la Chiesa,
memore del suo ufficio
(di custodire il deposito della
fede),
non si è mai con ogni zelo e sforzo tanto
affaticata come nel tutelare in ogni sua parte l’integrità della fede.”
Anche
Benedetto XIV allude a questo errore, precisamente nella sua
Ad
Beatissimi
Apostolorum Principis
:
“La Fede o si
professa intera o punto non si
professa,
perché la natura della Fede è tale che essa non può sussistere se si ammette un
dogma o se ne ripudia un altro, perché colui che anche su di un solo punto non
assente alle verità da Dio rivelate, ha perduto tutta la Fede, poiché ricusa di
sottomettersi a Dio, somma verità e motivo proprio della Fede.”
E anche il
Magistero attuale ne accenna. Nell’udienza generale del 20 agosto del 1997,
Giovanni Paolo II pronunciò delle parole che richiamano chiaramente la condanna
di questo errore. Il Papa disse in quell’occasione:
“Il
Concilio esorta i fedeli a guardare a Maria, perché ne imitino la fede
‘verginalmente integra’, la speranza e la carità. Custodire l’integrità della
fede rappresenta un compito impegnativo per la Chiesa chiamata ad una vigilanza
costante, anche a costo di sacrifici e di lotte. Infatti, la fede della Chiesa
è minacciata, non solo da coloro che respingono il messaggio del Vangelo, ma
soprattutto da quanti, accogliendo soltanto una parte della verità rivelata,
rifiutano di condividere in modo pieno l’intero patrimonio di fede della Sposa
di Cristo. Tale tentazione, che troviamo sin dalle origini della Chiesa,
continua purtroppo ad essere presente nella sua vita, spingendola ad accettare
solo in parte la Rivelazione o a dare alla Parola di Dio un’interpretazione
ristretta e personale, conforme alla mentalità dominante e ai desideri
individuali. Avendo pienamente aderito alla Parola del Signore, Maria costituisce
per la Chiesa un insuperabile modello di fede ‘verginalmente integra’, che
accoglie con docilità e perseveranza tutta intera la Verità rivelata. E con la
sua
costante
intercessione, ottiene alla Chiesa la luce della speranza e la fiamma della carità,
virtù delle quali, nella sua vita terrena, è stata per tutti esempio
ineguagliabile
”.
Sempre
in merito alla teoria dell’essenza del cristianesimo, si fa riferimento al cristianesimo
delle origini, e si dice che allora si badava solo all’amore e alla misericordia,
nucleo portante ed essenziale del cristianesimo. Che dire?
Che anche il
cristianesimo delle origini (in quanto cristianesimo) si fondasse
sull’amore e
sulla misericordia è fuori di dubbio. Dobbiamo però ben capire che anche in
quei tempi l’amore era sempre giudicato dalla verità e la misericordia sempre
esito del pentimento e del riconoscimento del peccato. Anzi verrebbe da dire a
tanti
archeologisti
che
mitizzano quei tempi:
perché non tornare anche alle pratiche
penitenziali allora in vigore?
Forse si cambierebbe
idea. Ma lasciamo perdere … e ritorniamo alla questione.
A differenza
di quanto si crede, soprattutto quel cristianesimo si fondava
sull’annuncio
della verità e sulla condanna del peccato; d’altronde se così non fosse stato,
non si capirebbe come mai quei “pochi” siano riusciti a cambiare il mondo, a convertire
uomini e strutture politiche e far sì che nascesse la civiltà cristiana.
Per
indicare chi è attento al rispetto di tutti i precetti si utilizza sempre più spesso
la definizione “cattolici eticisti”. C’è stato poi chi ha utilizzato la definizione
“cattolici alla Dezinger” per indicare chi solitamente fa uso di tutto il magistero
citando tutti i papi e non solo quelli più recenti, intravvedendo possibili contraddizioni
in certi insegnamenti. Ha senso tutto questo?
Il nostro è il
tempo in cui si esalta la
bio-diversità
.
Vi è la convinzione che
“diverso” è
bello, che più c’è e meglio è, che più la realtà è varia e più essa sarebbe affascinante
… insomma, un po’ come si dice a proposito della pizza piena:
più
ci metti e più ci trovi!
Anche nella Chiesa in un certo
qual modo si vive questa atmosfera. Ma fosse l’atmosfera della
sinfonia
,
non ci sarebbe nulla da ridire, perché la
sinfonia
è
l’“unità nella diversità”, diversità nei modi ma unità nella dottrina. Questo
c’è sempre stato nella Chiesa, anzi è stata la sua caratteristica principale.
Ma ciò che c’è adesso non è questo. Domina non l’esaltazione della
sinfonia
ma della
contraddizione
,
che è ben altra cosa.
In questi
tempi abbiamo scoperto che esiste anche il
cattolico
ideologico ed
eticista
.
In realtà, se proprio volessimo dare la giusta interpretazione alle parole, una
simile scoperta doveva essere fatta da tempo. Se infatti le parole hanno un
senso, il
cattolico ideologico
dovrebbe
essere colui che deforma il proprio credo in ideologia, e l’ideologia è la
pretesa di ridurre il reale in costruzione intellettuale e soggettiva.
D’altronde il
padre dell’ideologia fu il razionalista Cartesio. E - sempre se le parole hanno
un senso - il
cattolico eticista
dovrebbe
essere colui che trasforma la morale naturale e soprannaturale in etica umana,
ovvero che opera il passaggio dalla Legge (con la “L” maiuscola) alle regole,
quelle regole fondate solo sulla debolezza delle opinioni umane e dei contesti
socio-culturali. Ma invece abbiamo scoperto in questi giorni non solo
l’esistenza del
cattolico ideologico ed eticista
come
se fosse una novità, ma anche che con questa etichetta (
cattolico
ideologico ed eticista
) deve intendersi tutt’altra cosa
rispetto al vero significato delle parole, deve intendersi il cattolico fedele
alla Tradizione (che è il Dio vivente ed immutabile nella storia, quindi
tutt’altro che ideologia) e alla morale di sempre (che è la sequela al Dio vivente
e immutabile nella storia, quindi tutt’altro che eticismo).
Ma perché
questa confusione? Per un motivo molto semplice: perché si è persa la bussola,
né più né meno. Venendo meno la consapevolezza della verità e di quanto soprattutto
la verità debba “in-formare” tutto (“in-formare” nel senso di dare forma) non
solo la diversità diventa fine a se stessa, ma lo stesso significato dei
termini va a carte quarantotto. E così si trascura il problema e ci si
concentra sul metodo e sulla forma.
Il
cattolico
eticista
insisterebbe troppo sulla morale. Ma ci siamo
mai chiesti
cosa è la
morale nell’ambito della teologia cattolica? Il Dio Logos è un Dio che non è al
di là del bene e del male, ma che è costitutivamente buono; per cui la legge morale
non è una decisione arbitraria di Dio ma la sua stessa natura. I Dieci Comandamenti,
per esempio, altro non sono che la natura stessa di Dio codificata per la vita
quotidiana dell’uomo. Dunque, rispettare la legge di Dio vuol dire aderire alla
Sua natura, abbracciare Dio; per cui, di converso, non è possibile scegliere e convivere
con Dio se non si rispetta la Sua Legge. In questo non c’è nulla di moralistico,
perché il moralismo è un’accettazione senza motivi persuasivi della legge morale,
convincendosi tutto sommato che la morale è una pura astrazione e decisione
intellettuale che è in un modo, ma poteva anche essere in tutt’altro modo.
I Santi invece
hanno capito che non c’è Dio senza Legge morale e non c’è Legge morale senza
Dio. Definire
eticista
il
comportamento di chi è attento alla Legge morale e invita a tutti a fare
altrettanto significa contraddire il comportamento dei Santi. Che dire, per
esempio, di un San Pio da Pietrelcina e della sua risaputa intransigenza. Gesù
parla chiaro:
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi
precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà
considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà
agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
(Matteo
5,19).
Per questo
Benedetto XVI insisteva molto sui cosiddetti
principi
non-negoziabili
, perché dal giudizio concreto sulla vita, da
come ci si rapporta alle grandi questioni che danno il tono del tempo attuale
(per esempio Benedetto XVI definì l’ideologia del
gender
come la più grave sfida a cui la Chiesa di oggi deve fare fronte)
si esprime la testimonianza e l’amore del cristiano a Colui che è l’unica Via,
l’unica Verità, l’unica Vita.
Ragioniamo sui
contenuti invece che sparare definizioni offensive di
catalogazione
dei cattolici a mo’ di entomologia ecclesiale. Vogliamo risolvere sì o no i
problemi? Dire che basterebbe seguire la percezione soggettiva del bene e del male
per salvarsi, dire che si può non perdere la Fede prescindendo dalla fede in Cristo,
dire che Dio non è cattolico, dire che lo scopo del cristiano non sarebbe quello
principalmente di convertire … tutto questo dire pone o no dei problemi? La questione
è qui.
Sono
tempi questi in cui si parla anche di “cattolici ideologici”…
Un tipico
errore della Chiesa post-conciliare è quello di non voler essere attenti alla
realtà delle cose. La Vita di Grazia diminuisce … non fa nulla. Il senso del peccato diminuisce … non fa nulla. Le
famiglie si sfasciano … non fa nulla. I matrimoni civili aumentano e in alcune
zone d’Italia sono più numerosi di quelli religiosi … non fa nulla. I giovani
hanno dimenticato completamente l’obbligo e il valore della castità
prematrimoniale … non fa nulla. Le leggi dello Stato recepiscono sempre più il
relativismo etico dominante … non fa nulla. Va tutto bene, è inutile
preoccuparsi. E’ questo un tipico errore che si manifesta in due atteggiamenti.
Il primo è
minoritario ed è di chi dinanzi allo sfacelo fa silenzio, in un certo senso apprezza
e -sempre in un certo senso- quasi spera che il
trend
continui su questa falsariga. Si tratta – diciamocelo francamente -
dell’atteggiamento di quei cattolici che non hanno la coscienza pulita, che
hanno molti disordini nella vita privata e che in questo modo sperano di poter
tacitare la propria coscienza convincendosi che tutto sommato ciò sarebbe la
dimostrazione che la morale cattolica non può essere completamente rispettata e
che deve cambiare radicalmente.
Il secondo
atteggiamento è invece maggioritario ed è anche più complesso. Si riconosce che
ci sono molte che cose che non vanno, ma nello stesso tempo ci si sforza di
dimostrare che ciò che non va rientrerebbe in una sorta di crisi fisiologica della
Chiesa. Non può non andare così: per liberarsi da “incrostazioni storiche” di contaminazioni
con il potere e con certi conservatorismi, la Chiesa deve vivere una crisi, una
crisi che la porterà ad una maggiore “spiritualizzazione” e ad essere più fedele
al suo mandato. Gli argomenti che si adducono ovviamente sono complessi, ma si
capisce bene come alla base di questi vi è un’altra questione piscologica.
Se per il
primo atteggiamento la questione è più “bassa”, in un certo senso è una questione
“di pancia”, per il secondo atteggiamento la questione è “di testa”. E’ la posizione
ideologica che impedisce di capire. L’ideologia – si sa - è un’ipertrofia dell’intelligenza,
che, proprio perché ipertrofia, si traduce in un accecamento dell’intelligenza
stessa. Una realtà quando cresce troppo finisce con l’annullare se stessa. Il
cancro altro non è che una crescita impazzita delle cellule e un uomo che fosse
troppo alto non riuscirebbe a vivere bene, non passerebbe facilmente attraverso
le porte, non entrerebbe facilmente in un auto, non troverebbe facilmente vestiti
da poter indossare o scarpe da poter calzare. L’ideologia è l’intelligenza sproporzionata
e ipertrofizzata che vuole prescindere dall’osservazione per affidarsi esclusivamente
alle proprie costruzioni teoriche e intellettuali.
Spesso si
sente parlare contro i cristiani “ideologici” e molti leggono questa
definizione
come un riferimento a cristiani di formazione tradizionale che sono soliti denunciare
uno stato della Fede e della Chiesa tutt’altro che positive. Ora, la definizione
è senz’altro da utilizzare perché c’è tanto “cattolicesimo ideologico” ai nostri
giorni, ma chiediamoci: in chi c’è questo atteggiamento? A chi bisogna davvero
affibbiare una simile etichetta? A chi legge le cose come stanno o a chi si illude
che le cose vadano bene quando invece non vanno assolutamente bene?
Molti
conoscono la celebre frase di un noto teorico del socialismo sovietico:
“Se
i fatti non ci daranno ragione, peggio per i fatti!”
Ebbene,
in tanti – troppi – cattolici oggi si attaglia bene questa massima. Dinanzi
alla crisi evidentissima della Vita di Grazia, dinanzi all’altrettanto
evidentissima crisi della Chiesa, non bisognerebbe mutare i dettami pastorali,
le linee di tendenza, le programmazioni dei recenti decenni, il problema non
starebbe lì, non può e non deve stare lì. Eppure, per evangelica sapienza, i
cristiani dovrebbero essere arciconvinti che dai frutti si riconoscono gli
alberi.
Monsignor
Giacomo Biffi, vescovo emerito di Bologna, utilizzando il suo
inconfondibile
stile nel suo
Il Quinto Evangelo
scrisse
a proposito di questo
atteggiamento
così diffuso:
"Il Regno dei cieli è simile a un
pastore che avendo cento pecore e avendone perdute novantanove, rimprovera
l'ultima pecora per la sua scarsità di iniziativa, la caccia via e, chiuso
l'ovile, se ne va all'osteria a discutere di pastorizia"
.
E pensare che queste cose monsignor Biffi le scrisse nel lontano 1969: una vera
profezia.
Nell’ultimo
Avvento il cardinale di Vienna, monsignor Schonborn, ha predicato
nella diocesi
di Milano e per l’occasione ha detto parlando della Chiesa attuale:
“
(…)
lasciamo la nostalgia degli anni Cinquanta, quelli della mia
infanzia, nel villaggio, quando la chiesa si riempiva di gente per tre volte
ogni domenica. Tutti in chiesa. Lasciamo la nostalgia per la vitalità dei
nostri oratori degli anni Cinquanta e Sessanta.”
Eccolo
il vero cristianesimo “ideologico”. Un conto è dire che, constatando la
diversità fra il passato e il presente, il cattolico non debba abbattersi, altro
è dire che vada abbandonata la nostalgia. Parole incomprensibili. Quando si perde
qualcosa di bello, la nostalgia è più che opportuna, ed è l’unico atteggiamento
umanamente ragionevole.
Certo, non
bisogna deprimersi, anzi è necessario ancora più attivarsi, rimboccarsi le
maniche e agire, convinti che le sorti della storia non sono nelle nostre mani
ma in quelle di Dio e della Sua Santissima Madre, ma un simile impegno può
essere motivato solo da una costatazione intelligente: le cose ora non vanno
bene, bisogna agire per modificarle. Dire di “lasciare la nostalgia” è quanto
di più “ideologico” possa essere affermato in una simile situazione … a meno
che non si desideri “apostatare”, cosa che non riteniamo possibile,
ipotizzabile e concepibile in un cardinale di Santa Romana Chiesa.
Si ha paura di
vedere la realtà così come essa è, ma ciò non è un atteggiamento realmente
cristiano, perché il cristiano è prima di tutto uomo di osservazione che fa della
virtù della prudenza il timone del proprio giudicare e del proprio agire.
Nella
Chiesa degli ultimi tempi c’è un evidente “pluralismo”, sembra che ognuno tutto
sommato possa pensare come vuole. Lo si nota soprattutto nelle confessioni dove
spesso ai penitenti si presentano in tema di morale delle posizioni molto diverse
e anche assai discordanti dal Magistero. Quando si legge sant’Alfonso o ciò che
fece il Santo Curato d’Ars o ancora san Pio da Pietrelcina; e poi si pensa
a
ciò che diceva un cardinale Martini o addirittura un don Gallo che arrivò ad affermare
pubblicamente di essersi sentito nell’obbligo morale di accompagnare una
prostituta ad abortire, e si constata che in merito a questi personaggi non si sono
lesinati complimenti e belle parole, ci si chiede come si possa credere che ci sia
continuità tra i primi e i secondi.
Per questo c’è
una spiegazione.
Coloro i quali
non si scandalizzano nel veder lodati contemporaneamente un
sant’Alfonso e
un don Gallo è perché ormai in loro si è fatta strada una nuova idea di Chiesa.
Non la Chiesa che rende presente Cristo nella storia, che è l’
alfa
e l’
omega
della storia
stessa, che è il
Logos
che
dall’eternità è se stesso e mai muterà.
Cioè ciò che
deve chiamarsi Tradizione. No, si tratta di una Chiesa come
popolo
in cammino
.
Ovviamente una
definizione di questo tipo non è di per sé errata se per
“cammino” si
intende l’andare verso l’eternità. Il problema però che questo termine “cammino”
è stato inteso in modo molto diverso, cioè come continuità di una comunità nel
tempo che cammina nella storia conservando come dato immutabile non l’adesione
al vero quanto la comunità in sé. Si tratta di un’evidente svolta di tipo
antropocentrico. Da qui non ci sarebbe scandalo lodare tanto un sant’Alfonso quanto
un don Gallo perché la questione non sarebbe l’evidente contrasto tra ciò che i
due affermano (di fatto si tratta di due religioni diverse) quanto il fatto che
entrambi nel divenire storico fanno parte dello stesso
popolo
in cammino
. In tal senso ciò che fonda il tutto non è
la Verità, il Logos, la Tradizione, bensì il divenire stesso, la prassi.
Da qui anche
il modo d’intendere la pastorale, non come “traduzione” dell’unica ed
immutabile verità, bensì nell’adattarsi continuamente al dato storico e sociologico.
Un chiaro esempio è ciò che oggi affermano molti teologi e anche cardinali a
proposito dei divorziati risposati: dal momento che sono molti, troppi, si deve
farli sentire quanto a più agio possibile nella Chiesa, non limitandosi a
ritenerli membri sì della Chiesa, ma
morti
,
bensì addirittura dando loro la possibilità – senza che siano costretti
cambiare vita - di ricevere l’assoluzione, facendoli accostare all’Eucaristia e
ritenendoli pertanto
membri vivi
della
Chiesa. Insomma sarebbe il dato sociologico, storico a determinare la verità,
non il contrario.
Bisogna capire
che non è l’unità a fare la verità, è invece la verità che fa l’unità. L’assurdo
però è che proprio in questo clima in cui tutto andrebbe bene, in cui va bene
il cardinale Merry dal Val (Segretario di Stato durante il pontificato di san
Pio X) e il cardinal Martini, in cui va bene san Pio da Pietrelcina e padre
Alex Zanotelli, ecc … non ci sarebbe posto per chi la pensa come sempre è stato
pensato nella Chiesa Cattolica. Insomma, c’è l’evidente sospetto che oggi nella
Chiesa Cattolica ci sia posto per tutti tranne che per i cattolici. Di esempi
se ne potrebbero fare tanti.
Indubbiamente
l’ultimo eclatante è quello dei Francescani dell’Immacolata. Le
suore
americane favorevoli alla contraccezione e all’aborto vanno bene, i
Francescani
dell’Immacolata no. Prima abbiamo parlato di “assurdo”; in realtà c’è una
logica in tutto questo. Chi la pensa come sempre è stato pensato nella Chiesa
dà fastidio perché è proprio questo pensiero ad essere elemento di
contraddizione con la nuova idea di Chiesa così come si è diffusa nei nostri
tempi. Per cui va bene tutto, ma non chi afferma giustamente che nella Chiesa
non può andare bene tutto.