C’è un fatto che non può essere negato
e da cui devo necessariamente partire: la planetarizzazione del mondo è
iniziata dal bacino del Mediterraneo. Partiamo, dunque, da questo
interrogativo:
perché il progresso
scientifico e tecnologico è partito dal bacino del Mediterraneo?
Si possono conoscere tante nozioni, si
possono aver fatto anche ricerche storiche brillanti e con metodologie
inappuntabili, ma se non si sa rispondere a domande come questa è tutto
culturalmente vano… perché si tratta di domande che tutti possono porre: anche
un bambino di otto anni che ha da poco iniziato a studiare la storia.
Eppure la risposta non è difficile. È
il Cristianesimo (soprattutto con la sua specifica antropologia e il mistero
dell’Incarnazione) ad aver reso il Mediterraneo culla di civiltà per il mondo
intero.
Nella cultura cristiana è assente la
demonizzazione del corpo e delle realtà materiali. E la tecnologia è – appunto –
quella manifestazione dell’umano per il miglioramento delle condizioni
materiali di vita. La
scienza
è una
conoscenza organizzata, una relazione fra concetti. La
tecnica
, invece, è l’esito pratico che si dà alla conoscenza
scientifica intervenendo sulla realtà.
L’antropologia cristiana va ad
innestarsi su un’antropologia che è già quella dell’Ebraismo, la quale
valorizza l’individualità e soprattutto l’unitarietà dell’individuo. Il “
Dio disse
” e il “
Dio vide che era cosa buona
”
del libro del
Genesi
(1) evidenziano
la volontarietà del gesto creatore, in contrapposizione a visioni gnostiche –
diffuse soprattutto nelle culture pagane – ove la nascita del mondo e delle
realtà corporali figuravano come conseguenze di una caduta, di un gesto non
voluto da parte di Dio. Nella Bibbia è scritto: «
Quanto sono grandi, Signore, le tue opere! Tutto hai fatto con
saggezza, la terra é piena delle tue creature
» (
Salmo
104, 24).
Ma la Bibbia non si limita a
valorizzare la positività del creato, ma anche la centralità dell’uomo all’interno
della creazione: «
E Dio disse: “Facciamo
l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza
»... e quindi la legittimità
dell’uomo di dominare la natura, di servirsi della natura... «
e domini sui pesci del mare e sugli uccelli
del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che
strisciano sulla terra
» (
Genesi
1,
26).
Dopo il peccato originale, servirsi
della natura vuol dire anche ripararla. Rendere, cioè, la natura più “amica”
dell’uomo, proprio perché il peccato originale ha ferito le leggi della natura
stessa. Da tutto questo si comprende nel Cristianesimo tanto la legittimità
quanto la necessità morale della tecnica. È doveroso applicare la propria
intelligenza sulla natura al fine di migliorare le proprie condizioni materiali
di vita.
A questo poi deve aggiungersi che nel
pensiero cristiano l’accettazione di una logica realista – per esempio il
principio di non contraddizione
– e
quindi il riconoscimento dell’oggettività della verità, rendono possibile – e
di molto – l’indagine scientifica. La scienza si sviluppa, dopo secoli di
tentativi falliti delle prime civiltà, all’interno di una cultura – quella
cristiana appunto – convinta che la ragione umana – attraverso il metodo
analogico
– sia capace di cogliere nel
creato l’esistenza e la presenza del creatore. Afferma l’astronomo Jaki: «(Il
cristianesimo, introducendo la distinzione fra)
il soprannaturale e il naturale
(in luogo della distinzione fra)
le regioni celesti e quelle terrestri
(propria di tutti i paganesimi)
,
permise (...) di considerare le regioni
celesti allo stesso livello del resto, e quindi governate dalle stesse leggi.
(... è questa fede)
la più grande fortuna
della scienza
(...)»
.
Il
Cristianesimo obbliga alla tecnica
Ma è con il mistero dell’Incarnazione
che il
senso della tecnica
trova
pieno diritto di cittadinanza nel discorso antropologico. Dio si fa uomo e
viene a santificare la dimensione terrena, viene a sottolineare come la
salvezza la si realizzi già su questa terra. Per cui la dimensione terrena non è
una realtà da fuggire, ma da migliorare. Non è una realtà da rinnegare, ma da
abbracciare. Non è una realtà da demolire, ma da restaurare. Il Cristianesimo è
certo una religione proiettata verso l’esito escatologico, ma non per questo
disattento all’
hic et nunc
. Il
continuo ricordare le verità ultime non deve – anzi – impedire al cristiano di
dimenticare le sue condizioni attuali di vita.
Se già l’Ebraismo costituisce un
elemento importante di valorizzazione dell’individuo – proprio grazie alla sua
visione dell’uomo come realtà voluta da Dio in spirito e corpo – a maggior
ragione il Cristianesimo, ove la natura umana corporale, tanto non costituisce
elemento negativo, da esser stata addirittura assunta da Dio stesso: «
Se la carne non dovesse essere salvata,
scrive
Sant’Ireneo-
in nessun modo il Verbo di
Dio si sarebbe fatto carne
»
.
Il corpo va aiutato nelle condizioni in
cui si trova a vivere. Il Cristianesimo legittima la tecnica e, in un certo
qual modo, obbliga moralmente ad essa.
Addirittura
questa prospettiva tecnica diventa anche una via di santificazione personale. A
differenza di altre culture, nel Cristianesimo, essendo l’uomo spirito e corpo,
non ci si può santificare incrociando le braccia. È rifiutata una salvezza
ridotta esclusivamente alla dimensione contemplativo-estatica. La regola
benedettina, con il suo
ora et labora
,
costituisce non solo il modo di essere della vita monastica occidentale, ma lo
stesso atteggiamento dell’uomo occidentale-cristiano: si comunica con Dio non
solo attraverso la preghiera, ma anche attraverso il lavoro, attraverso il modo
di essere dinamico dell’uomo
. Ecco
ciò che dice direttamente san Benedetto: «
L’ozio
è nemico dell’anima; e quindi i fratelli devono in alcune determinate ore
occuparsi nel lavoro manuale, e in altre ore, anch’esse ben fissate, nello
studio delle cose divine
» (
Regula
,
XLIII, 1).
Il monachesimo, perché fa proprio il
senso integrale del Cristianesimo e del mistero dell’Incarnazione, sensibilizza
l’uomo alla tecnica. Nel XII secolo, se un povero contadino voleva imparare ad
usare l’aratro o a difendersi da una pestilenza, doveva andare dai monaci
, perché
la loro vita era tutto all’insegna della concretezza. Un antico detto monastico
dice che un monaco impara più dagli alberi che dai libri.
Gnosi,
scienza e tecnica
C’è poi un altro importante motivo per
cui il Cristianesimo ha facilitato lo sviluppo scientifico e tecnologico. Mi
riferisco all’essenza non
gnostica
del Cristianesimo stesso. La
gnosi
è
una convinzione secondo cui materia e spirito sarebbero due realtà in
contrapposizione. Lo spirito avrebbe un valore positivo, mentre la materia
avrebbe un valore negativo. Pertanto, l’uomo avrebbe una dignità infinita nel
suo spirito, e non nel suo corpo. L’uomo sarebbe un “pezzetto” di Dio decaduto
nella “prigione” della materia. L’uomo realizzarebbe la salvezza solo
attraverso la dimensione spirituale e non attraverso quella corporale. Ma in
tal modo la dimensione spirituale, sganciata dalla quella corporale, si riduce
a puro esercizio intellettuale. E infatti la gnosi, che vuol dire “conoscenza”,
implica che la salvezza si raggiunga solo attraverso questa. La separazione
dell’intelletto dal corpo si traduce inevitabilmente in una esclusiva
valorizzazione della
scienza
, a
discapito della
tecnica
.
Ma a differenza di culture precedenti,
con evidenti contaminazioni gnostiche, il Cristianesimo, con la sua
antropologia totalmente alternativa alla gnosi (anche per il mistero dell’Incarnazione:
Dio che assume la carne perché questa costituisce valore), e una spinta non
indifferente affinché la
scienza
si
traduca in
tecnica
.