Lo
abbiamo letto su molti giornali: a Papa Francesco piace il calcio. In un certo qual
modo è un’assicurazione sulla sua impostazione metafisica. Avrei avuto qualche
perplessità se fosse stato amante del basket o – peggio ancora – del baseball. Ovviamente
sto scherzando … ma non troppo.
Proprio perché a Papa Francesco piace il
gioco del calcio, parto con un esempio tratto da questo sport e faccio riferimento
a due calciatori argentini, la patria di Papa Francesco.
Tra Xavier Zanetti e Lionel Messi vi è
differenza. Zanetti è la forza muscolare, è la capacità d’interdire. È una
colonna del centrocampo. Non solo. È anche un modello di atleta, capace a quasi
quarant’anni di fare quello che fa. Messi è invece la poesia. È il tocco
felpato. È l’eleganza: la genialità sul prato verde. Ovviamente ci vuole quello
e quello, ci vuole Zanetti e ci vuole Messi. Una squadra fatta da undici Messi
non avrebbe speranza alcuna. Una squadra fatta da undici Zanetti sarebbe la
morte calcistica dello spettacolo e della creatività. Nel calcio occorre
l’essenzialità e la bellezza. Guai ad avere solo l’essenzialità, guai ad avere
solo la bellezza.
Ma questo non solo nel calcio. Anzi, non
soprattutto nel calcio. Anche nella vita. Anche nella Chiesa. C’è una
differenza tra cura dell’essenza ed essenzialismo, tra cura della povertà e
pauperismo, tra rispetto della forma e formalismo.
San Francesco d’Assisi – che di povertà
se ne intendeva: chi più di lui? – pur obbligando i suoi frati alla massima
povertà, voleva che nelle chiese vi fossero oggetti preziosi.
Nella
Prima Lettera ai custodi
scrive:
«
Vi
prego, più che se riguardasse me stesso, che, quando vi sembrerà conveniente e
utile, supplichiate umilmente i chierici di venerare sopra ogni cosa il
santissimo corpo e sangue del Signore nostro Signore Gesù Cristo e i santi nomi
e le parole di lui scritte che consacrano il corpo. I calici, i corporali, gli
ornamenti dell’altare e tutto ciò che serve al sacrificio, devono essere
preziosi. E se in qualche luogo trovassero il santissimo corpo del Signore
collocato in modo miserevole, venga da essi posto e custodito in un luogo
prezioso, secondo le disposizioni della Chiesa, e sia portato con grande
venerazione e amministrato agli altri con discrezione
»
.
E un chiaro segno è rimasto. Se si va
venerare il corpo di santa Chiara, prima di arrivare alla sua tomba (almeno un
tempo era così, ci manco da molto) si possono ammirare alcuni paramenti
liturgici che santa Chiara in persona e altre clarisse contemporanee di san
Francesco cucivano per i sacerdoti dell’Ordine. Ebbene, questi paramenti sono
abbelliti con oro zecchino, perché così voleva il Santo di Assisi. E ciò non
certo per sciocca o inopportuna ostentazione, o, peggio, per togliere qualcosa
ai poveri, ma per un altro e ben più importante motivo. San Francesco, pur non
essendo sacerdote, pur non essendo teologo, nella sua sapienza santa sapeva
bene cosa accade nella Messa e quindi anche la straordinarietà, la portata
misterica della Messa stessa, laddove le categorie del tempo e dello spazio
vengono trascese e la dimensione dell’ordinarietà sublimata nell’Eterno. Ogni
Messa è la ri-attualizzazione vera (anche se incruenta) del Sacrificio di
Cristo sulla Croce, quell’unico Sacrificio accaduto in quell’anno preciso e in
quel giorno preciso sul Calvario.
Non sottolineare il Mistero con la
giusta forma è impoverire il Mistero stesso. Pretendere poi di esprimere lo
straordinario con l’ordinario, cioè con una forma costante nella quotidianità,
è appiattire lo straordinario stesso. Se nei secoli la Chiesa avesse fatto
così, non avremmo avuto la Cappella Sistina, la Pietà di Michelangelo, Giotto,
Cimabue… e la lista sarebbe lunghissima.
Ma – potrebbe obiettare qualcuno – un
uso un po’ troppo accentuato della bellezza porterebbe a distogliere risorse
utili per alleviare l’indigenza umana. Non è così. Se si porta un cagnolino
dinanzi alla Pietà di Michelangelo, starebbe lì indifferente, e poi con ogni
probabilità alzerebbe la zampa… Un uomo no. L’uomo – ogni uomo: ricco o povero,
colto o ignorante – dinanzi alla bellezza si commuove, sente che c’è qualcosa
di se stesso che ne viene coinvolto: è la sensibilità. Non è un caso che la
parola “sensibilità” scaturisca da “senso”. Ciò che si sperimenta, plasma l’interiorità
umana. Ciò che si vede, muove o può muovere l’intimo dell’uomo. Da qui si
capisce perché l’arte è utile. Si tratta di un’utilità indiretta, ma che c’è.
L’uomo, contemplando la Bellezza, affina la propria sensibilità e, divenendo
più sensibile, riesce a compatire maggiormente e molto più efficacemente le
sofferenze altrui.
E poi: se pensiamo a Dio, se mettiamo
Dio al primo posto, se offriamo a Dio cose belle, Dio certamente penserà a
tutti, poveri e ricchi.
Ritenere che il bello sia superfluo è
come ritenere che all’uomo basti mangiare… e per giunta mangiare solo per
riempire il proprio ventre. Ritenere che il bello sia superfluo è negare un
passaggio straordinario del Vangelo allorquando il povero e analfabeta Pietro,
colui che doveva stare ore ed ore sulla barca per pescar qualcosa e sfamare la
famiglia, si rivolge a Gesù che sta per andarsene, lo blocca e gli dice: «
Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole
di vita eterna
». Anche Pietro, nella sua povertà, nella sua semplicità
culturale, in un momento in cui ancora non aveva capito nulla del mistero di
Cristo (si è prima della Pentecoste), coglie la necessità della dimensione
dell’Eterno, una necessità molto più grande del portare a casa i pesci pescati.
La ricerca della bellezza è universale.
Il bisogno di significare il Mistero con la bellezza è altrettanto universale.
La semplicità in alcune circostanze occorre. È necessaria per la vita di tutti
i giorni, per significare la quotidianità, ma non può rimanere sola. Occorre
qualcosa di più. Occorre la poesia … Zanetti va bene, ne riconosciamo la
necessità … ma non toglieteci Messi e le sue giocate, perché solo queste
suscitano stupore.