La patetica quanto drammatica vicenda dei due marò getta
onta e vergogna sull’Italia. Come se ne avessimo bisogno. Più precisamente,
sullo Stato italiano. Più precisamente ancora, occorre dirlo senza più ipocrite
remore perbenistiche di “politicismo corretto” – sulla Repubblica Italiana,
entità che di vergogna ne ha accumulata in quantità industriale e con ritmo
esponenzialmente crescente fin dalla sua stessa nascita (nata da una
ignominiosa sconfitta militare, da una per decenni negata guerra civile
fratricida e in particolare dai brogli elettorali del referendum istituzionale
– per altro illegale in sé). Una repubblica che a volerne elencare tutti mali
non basterebbe un’enciclopedia. E da questi mali in questi anni, in questi
giorni, siamo schiacciati ignominiosamente sotto tutti i punti di vista.
Una repubblica nata colonia, e, come già detto in un
precedente articolo, ancora colonia, l’unica colonia rimasta a scontare la
sconfitta della Seconda Guerra Mondiale nel mondo intero vita natural durante.
Basterebbe fare solo questa considerazione: che cosa sarebbe
accaduto all’India se i marò anziché essere nati nella Repubblica Italiana
fossero nati in quella francese, o nel Regno Unito, o magari negli USA? In
questo caso, cosa avrebbe ottenuto l’India? Dove sarebbero ora i marò? Qualcuno
avrebbe osato toccare l’ambasciatore di questi Stati?
Vergogna e onta, per l’ennesima volta, alla Repubblica
Italiana. Che, non dimentichiamo, è sua volta figlia dell’Italia nata dal
Risorgimento, con metodi e finalità che ancora oggi pesano sulla nostra storia
e che spiegano alle radici l’ignominia di questo Stato.
Ma ancora più specificamente la vergogna e l’onta gravano sul
“governo dei Tecnici”, su quel governo, voluto dal Presidente della Repubblica
agli ordini della finanza internazionale e del governo tedesco e nato con
l’appoggio del “mondo che conta” cattolico nazionale, che ha rovinato - ancor più perfino dell’immaginabile - l’Italia,
senza salvaguadarne né l’onore, né la dignità, né l’indipendenza, e, la più
paradossale delle colpe, nemmeno l’economia.
Già era di per sé gravissimo posporre la libera democrazia e
la sovranità popolare alle presunte esigenze economiche, che nascondevano –
come subito apparso ovvio – i
diktat
della Germania, della UE e di potenze nemiche di stampo mondialista,
finanziario e massonico. Ma che almeno fosse servito a fermare la crisi
economica! Niente: solo suicidi, fame, disperazione, mancanza di pietà
(Equitalia la conosciamo tutti, vero?), chiusura a migliaia di piccole aziende
familiari, disonore internazionale.
Anche dal punto di vista cattolico la vicenda dei marò è
tutt’altro che secondaria. Infatti, lo Stato, inteso come “
res publica
”, è entità di diritto naturale, e come tale sacro a Dio
nella sua legittimità. Lo Stato esiste in quanto hauna sovranità, un popolo,
un territorio, delle leggi. Questo
popolo, a sua volta, è unito dai vincoli di sangue, di lingua, di religione, di
cultura, di legge comune. Il suo scopo è la difesa di tutto questo bene comune,
a partire dalla vita, dall’onore e dalla proprietà dei suoi cittadini, fino
alla loro libertà e al loro patrimonio religioso, civile, culturale. Tutto ciò
– che ha un nome: si chiama “patria” – è gradito agli occhi di Dio, ed è dovere
del cittadino amare, servire e difendere il suo legittimo Stato, in quanto e
per quanto “patria”. Pertanto, i tradimenti di questa Repubblica, soprattutto
quelli verso i suoi stessi figli, sono peccati intollerabili anche agli occhi
dei cattolici veri e seri, in quanto peccati agli occhi di Dio.
Verrebbe da chiedere a tutti coloro che hanno sostenuto il
governo Monti, e in primis ai grandi geni della politica del mondo cattolico
italiano: che ne è del vostro Monti, signori? In chi avete creduto? In nome di
chi e di cosa avete affamato l’Italia? In nome di chi e di cosa avete
disonorato il popolo italiano? E oggi siete responsabili anche dei due marò,
traditi da un governo inetto, da un ministro di cui non vale la pena dire nulla,
da una politica inconsistente, da gente senza onore.
E vogliamo dire dell’UE? Sempre pronta a rubare i nostri
soldi, a imporre penali e tasse senza fine, a ingerire nella nostra politica e
nei nostri governi, a distruggere la nostra economia, le nostre aziende,
perfino i nostri prodotti (latte, pomodori, arance, pasta, cioccolata, ecc.), a
imporci una moneta che non ci appartiene per annientare la nostra libera
sovranità e renderci ancor più incatenati a potenze nemiche e straniere, ma
sempre pronta a farci “marameo” se per caso qualcuno umilia o attacca l’Italia.
Vergogna e onta. E tradimento.
“
Quousque tandem
abutere, Catilina, patientia nostra?
”, poteva sentenziare Cicerone, forte
di essere rappresentante del più glorioso e invincibile governo e Stato che
l’umanità abbia mai prodotto. Catilina è il degno nome di questa repubblica
incapace di difendere i suoi figli, per di più coloro che vanno in missione
militare per difendere il bene pubblico. Fino a quando sopporteremo?
Oggi gli italiani iniziano a ribellarsi, ora è evidente, non
ne possono più. Ma, la maggior parte di essi, ingannati ancora una volta,
seguono un comico e un guru dell’informatica, a loro volta al servizio di
quelle forze mondialiste, finanziarie e sinarchiche che hanno imposto Monti
agli italiani, e che ora, dinanzi al suo fallimento umano ancor prima che
politico ed economico, stanno provando una nuova via di dissoluzione della
nostra povera Italia.
Siamo allo sfacelo, come tutti ora si stanno accorgendo: nemmeno
la possibilità di un governo a tempo, tanto per cambiare una legge elettorale,
prigionieri delle ambizioni personali e delle paranoie ideologiche di uno dei
più impresentabili politici che l’Italia abbia mai avuto (compresa la sinistra
stessa), quel P.L. Bersani a sua volta servo all’interno del suo partito di un
gruppetto di oligarchi di periferia selvaggiamente attaccati alle loro poltrone
(e alle loro banche…).
Fino a quando sopporteremo? Ormai non sono più pochi gli
italiani – e non mi riferisco ora a tutti coloro che sono caduti nella trappola
del grillismo – che hanno compreso che è giunto il tempo d’agire e di reagire.
Alle ultime elezioni i partiti che non si riscontrano in questo sistema, e che
hanno – ognuno con le sue differenze – un’impostazione cattolica seria, o
almeno non laicista, un’impostazione antimondialista, nazionale, rispettosa
dell’ordine naturale del creato e della civiltà tradizionale italiana, sono
stati vari, ma non ottengono che percentuali del tutto irrisorie, e la
divisione in più partiti aiuta la dispersione delle forze.
Come venirne fuori? Entrare tutti in uno di questi partiti? “Federarli”?
Oppure fondarne tutti insieme uno nuovo? E anche in fretta, visto che le
prossime elezioni non sono lontane.
Forse è ancora presto per sapere quale delle soluzioni sarà
percorribile, ma quello che fin d’ora si può fare è trovare insieme una base
comune di “principi e valori non negoziabili” (a partire certo da quelli
religiosi e morali, ma non solo: anche politici, economici, istituzionali,
culturali, civili, ecc.) su cui unirsi per salvare l’Italia.
E questa base non può che essere fondata sulla tradizione
religiosa, civile e culturale dell’Italia cristiana figlia della Chiesa dei
secoli scorsi, i cui valori essenziali sono eterni, e in quanto tali validi in
tutte le epoche con i dovuti adattamenti.
Questi non sono i giorni del chiacchiericcio “democratico”:
questi sono i giorni in cui occorre salvare l’Italia, e con essa la nostra
civiltà, la nostra Fede, i nostri valori, la nostra cultura, le nostre secolari
tradizioni.
Occorre salvare l’Italia, gli italiani, la Chiesa, gli
uomini stessi, dalla rovina. È tempo di unione e di lotta. Senza illusioni,
senza inganni, senza servilismo. E senza paura.
Vogliamo provare a fondare insieme l’alternativa? Vogliamo
iniziare a parlare di programmi ideali e prospettive politiche? Oggi è un
dovere imprescindibile, almeno per chiunque abbia ricevuto da Dio
l’intelligenza necessaria, il senso della dignità della propria vita e delle
proprie radici civili e culturali, il sano orgoglio e la pura gioia di essere e
sentirsi italiano e l’immensa grazia di essere cattolico.