La valorizzazione del corpo più evidente è nell’ambito
della cultura cristiana.
San Bernardo di Chiaravalle insiste su come nel Cristianesimo tutto
cominci dalla carne: «
(...) poiché siamo
carnali, Dio fa che il nostro desiderio e il nostro amore comincino dalla
carne.
(
Epistola 11
).
Nel Cristianesimo è facile distinguere ciò che costituisce valore da
ciò che invece non lo è. Tutto ciò che Dio ha voluto e creato è valore, è “
cosa buona
” (
Genesi
, 1). Non è valore, invece, ciò che è conseguito al peccato.
Così, il corpo è un valore perché
voluto e creato da Dio e non è una conseguenza del peccato. Conseguenza del
peccato è la corruzione del corpo, non il corpo.
Dio ha voluto l’uomo diverso dall’angelo, che è stato creato come
essere unicamente spirituale. L’uomo no. L’uomo è un’unione sostanziale di
spirito e di corpo. Né lo spirito, né tantomeno il corpo, costituiscono
elementi accidentali, ma sono sostanziali, indispensabili, affinché l’uomo sia.
«
L’uomo
– scrive san Giustino
(100-162) –
è forse altra cosa che un
animale ragionevole composto di corpo e di anima? O forse l’anima, presa separatamente, è l’uomo?
No assolutamente! Si chiamerà il corpo dell’uomo. Quindi, se nessuna di queste
cose, prese separatamente, è l’uomo, solo quello che è composto delle due cose
si chiamerà uomo
» (
De Resurrectione
,
8).
Tanto l’antropologia giudaico-biblica, quanto quella cristiana, possono
a pieno diritto parlare di
resurrezione
dei corpi
. Perché per esse il corpo costituisce valore, perché per esse Dio
vuole e crea il corpo, perché per esse l’uomo è tale nell’unione di spirito e
corpo. Per queste antropologie si deve restaurare quello ch’era il progetto
iniziale di Dio. L’uomo non deve essere nell’eternità solo in spirito, ma in spirito
e corpo, perché l’uomo è unione sostanziale di spirito e corpo. E Gesù,
infatti, dice che non ci si deve meravigliare della resurrezione dei corpi:
«
Non
vi meravigliate
(...)
verrà l’ora in cui tutti coloro che sono
nei sepolcri
(...)
ne usciranno:
quanti fecero il bene, per una risurrezione di vita e quanti fecero il male,
per una risurrezione di condanna
» (
Giovanni
5, 28-29).
Se in alcuni contesti antichi – in particolar modo quello egiziano – il
corpo non può accedere all’eternità se non adeguatamente trattato, nella
cultura cristiana ciò che impedisce immediatamente la vita eterna al corpo non
è una sua inadeguatezza ontologica (che Dio supera gratuitamente facendo
meritare al corpo la vita eterna), ma la conseguenza di un’inadeguatezza
morale: l’esito del peccato originale.
Nel Cristianesimo la positività del corpo viene maggiormente affermata
con l’Incarnazione. L’Incarnazione
decreta che il corpo è un amico per l’uomo. Dice san Gregorio di Nazanzio
(329-390): «
(...) in considerazione di
colui che tale unione ha stabilito e realizzato, dovrò abbracciare il corpo
come un amico
» (
Discorsi
, 14,
6-8). Altro che “prigione dell’anima”, altro che “zavorra” da cui liberarsi
quanto prima! Il corpo umano ha un valore così alto che Dio stesso lo prende,
lo fa proprio.
Dio – pur essendo Dio – ha avuto bisogno di mangiare e di bere. Dio ha
avuto un corpo reale. Sant’Ignazio di Antiochia (35-107), nella sua
Lettera ai cristiani di Tralli
,
evidenzia tutta la carnalità di Cristo. Il Cristo che morì sulla Croce e
risorse, ma anche il Cristo che mangiò e bevve: «
Turatevi le orecchie quando qualcuno vi parla d’altro che non sia Gesù
Cristo, della stirpe di Davide, figlio di Maria, che realmente nacque, mangiò e
bevve. Realmente fu perseguitato sotto Ponzio Pilato; realmente fu crocifisso e
morì, sotto gli occhi degli abitanti del cielo, della terra e degli inferi.
Egli realmente risorse dai morti perché il Padre suo lo risuscitò
» (9,
1-2). Basterebbero solo queste considerazioni per dimostrare la diversità di
atteggiamento della cultura cristiana rispetto ad altre culture.
La storia della salvezza si realizza attraverso le scelte che uomini
operano nel profondo delle loro coscienze, ma anche attraverso il sudore della
fatica della propria carnalità. La frattura tra Dio e l’umanità si rimargina
con la redenzione operata da Gesù Cristo, redenzione in cui all’offerta del
proprio spirito (l’adesione della volontà del Figlio a quella del Padre) si
accompagna l’offerta totale del proprio corpo (la sofferenza fisica della passione
e poi della crocifissione). Così il Cristianesimo decreta che la salvezza passa
e si realizza attraverso il corpo (questa affermazione non va intesa in senso
assoluto. Essa non pretende negare la verità secondo cui il corpo, dopo il
peccato originale, è malato e, pertanto, non raramente costituisce ostacolo
alla salvezza) e rifiuta qualsiasi tipo di spiritualismo. Tradizionalmente, per
il Cristianesimo è sempre stato molto importante osservare, toccare reliquie di
santi o pregare dinanzi ad esse. Il corpo di santa Caterina da Siena, subito
dopo la morte, venne letteralmente fatto a pezzi per farne reliquie per
accontentare tutti.
Gli stessi
pellegrinaggi in Terra Santa, così diffusi nei secoli della Cristianità,
mossero dal desiderio di toccare con mano i luoghi in cui si è espressa la
carnalità del Redentore.
«
(...) il corpo (...) è (...) per
il Signore, e il Signore è per il corpo
» (
1 Corinzi
6,13).
Nel
Cristianesimo ciò che non è difetto e non è peccato, è santificabile. Il corpo
è un valore. Ed è peccato – grave peccato – escludere il corpo dalla comunione
e dalla dipendenza nei confronti di Dio.
Nel Cristianesimo, la corporeità
rientra a pieno titolo nella dimensione morale. Corpo e anima non sono
separabili: si salvano o si perdono insieme. L’uomo perde la salvezza non solo
per peccati di fede, ma anche per peccati corporali. «
Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effemminati,
né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci
erediteranno il regno di Dio
»
(
1 Corinzi
6,9-10)
.
Come ho già detto,
questa prospettiva è molto diversa rispetto – per esempio – a quella islamica,
dove – di fatto, anche se non teoricamente – si esclude la corporeità della
sfera morale.
Non solo l’attività corporale è via di santificazione. Anche l’aiuto al
corpo lo è. Il Cristianesimo parla di
“opere
di misericordia corporale”, doverose per meritare il paradiso. «
(...) difendiamo
– decreta il Concilio
di Trento –
l’insegnamento della legge
divina, che esclude dal regno di Dio non soltanto gli infedeli, ma anche i
fedeli impuri, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, ubriaconi,
maledici, rapaci e tutti gli altri che commettono peccati mortali, da cui con l’aiuto
della grazia potrebbero astenersi e a causa dei quali vengono separati dalla
grazia del Cristo
»
(Sessione VI,
Decreto
Cum hoc tempore,
capitolo XV)
.
La stessa attività missionaria cristiana attesta l’obbligo dell’aiuto al
corpo. È vero che nelle missioni l’evangelizzazione ha una priorità
logica
(si va in missione per
convertire! Su questo argomento ci sarebbe da dire molto sui recenti
orientamenti della pastorale missionaria cattolica. Ma non é questa la sede per
parlarne), ma non sempre può avere una priorità
cronologica
. Se un povero disgraziato ha “fame materiale” e “fame
spirituale”, il soddisfacimento di quest’ultima ha certamente una priorità
logica
– perché le esigenze dello
spirito precedono quelle del corpo –, ma non può avere una priorità cronologica.
Un uomo a pancia vuota è difficile che possa stare attento anche al predicatore
più convincente. Così il soddisfacimento della “fame spirituale”, se non è
confortato dalla volontà di soddisfare anche la “fame materiale”, non è
credibile, perché l’uomo è sostanza unica fatta di spirito e corpo:
«
Se
un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e
uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non
date loro il necessario per il corpo che giova?
» (
Giacomo
2, 15-16).
Un’ultima considerazione, una considerazione che abbiamo già fatta a
proposito della dignità della persona umana. L’Incarnazione non è un
avvenimento provvisorio. Il Verbo, incarnandosi, ha preso una natura che
conserverà per sempre. Ora, in Paradiso, il Verbo è incarnato e lo sarà per
sempre. È evidente che ciò si traduce in una – seppur indiretta –
valorizzazione del corpo umano. La seconda persona della Trinità, che deve
essere adorata, deve esserla anche nel suo corpo umano.
Anche il
corporeismo può essere una forma di spiritualismo
Qualche tempo fa un’attrice di
film pornografici, legittimamente sposata, disse di non sentirsi adultera. Ebbe
il coraggio di affermare di non aver mai tradito il marito, perché tradire
richiederebbe l’intenzione di farlo. Per lei, ciò che fa è solo prestare il
proprio corpo. Parole strane, ma non troppo, se si considera la mentalità
dominante.
Sono convinto che se si chiedesse
al cosiddetto “uomo della strada”: “È giusto prostituire la propria
mente?”, la risposta sarebbe
certamente negativa. Prostituire la propria mente vuol dire rinunciare a se
stessi, alla propria identità. Ma se si chiedesse sempre a lui, all’‘uomo della
strada: “Fa bene un’attrice ad usare il proprio corpo?”, la risposta sarebbe con ogni
probabilità positiva. Se si ha un bel corpo, perché non sfruttarlo?
In queste possibili risposte si
cela l’essenza dei nostri tempi; che non sono di materialismo – o perlomeno di solo materialismo
– ma anche di evidente spiritualismo.
Parlare di spiritualismo per i nostri tempi può sembrare
strano, eppure è così. Seguite il mio ragionamento: spiritualismo vuol dire dare valore solo allo
spirito; cioè, nel caso nostro, solo alla mente, al pensiero. Ebbene, oggi si è
convinti che la mente non si debba mai prostituire, mentre il corpo sì… Ciò
significa che mentre la mente e il pensiero vengono ritenuti elementi
costitutivi della persona, il corpo no. Questo sarebbe solo un optional, qualcosa di spalmato sulla
persona come la marmellata sulla fetta di pane.
D’altronde non è casuale che in
questi tempi vadano molto di moda religiosità orientaleggianti, in cui tutto
ruota intorno al concetto di reincarnazione. Il corpo come pezzo di ricambio:
non solo la cinghia di trasmissione o la marmitta… ma anche il volto, il busto
e le gambe.
Allora come la mettiamo con il
materialismo
che pure in tanti
considerano come il male dei nostri giorni? Non dico che non ci sia. Dico
piuttosto qualcos’altro: il
materialismo
c’è perché c’è lo
spiritualismo
e viceversa. Non sto contraddicendomi.
Materialismo
e
spiritualismo
sono sì molto diversi, ma
hanno in comune tanto l’origine quanto gli esiti. Come due ellissi che si
toccano all’origine e si ricongiungono alla fine. Dire: esiste solo la materia
mentre lo spirito è un’illusione; o il contrario: esiste solo spirito e ad
essere un’illusione è la materia, significa affermare che la realtà è
una
nel suo essere e nella sua causa. Si può porre l’accento o sulla materia o
sullo spirito, ma il fondamento del discorso non cambia.
Quale l’alternativa? La risposta è semplice: l’antropologia cristiana,
che sarebbe quella occidentale. Corpo e spirito, insieme, costituiscono la
persona umana. L’uomo non è né solo spirito né solo corpo. Certo, vi è una
disposizione gerarchica: lo spirito deve governare il corpo; ma l’uomo è un
tutt’uno.
Questi due “gemelli siamesi” della cultura contemporanea (il materialismo e lo spiritualismo) hanno originato due
atteggiamenti di costume diametralmente diversi: la
corpolatria
e la
corpofobia
.
Il primo (la corpolatria) è la diffusa fissazione per il proprio corpo.
È la nuova “liturgia” fatta di palestre, saune, lifting… per non parlare dei
tanti tentativi patetici per non invecchiare. E non solo la fissazione per il
proprio corpo, anche la sua strumentalizzazione per un piacere innalzato ad un
unico criterio di vita.
Il secondo (la corpofobia)
è invece il tentativo, misterioso perché incomprensibile, di ingegnarsi per
rendere quanto più brutto il proprio corpo. Penso a certe mode omologanti per
ragazzi e ragazze. Oppure a rendere brutto il corpo fino ad esprimerlo in
chiave quasi orrida. Il
pearcing
, la
tatuomania
. Anelli al naso e alle labbra
da far invidia al più antico
masai
.
Usanze tribali con cui “vestire” la propria identità, in una prospettiva non di
esaltazione ma di dissolvimento dell’identità. Così come il mondo precristiano
imponeva.
C’è un libro a riguardo molto interessante, intitolato
Moderns
Primitives
(moderni primitivi) e pubblicato in Italia con il titolo
Tatuaggi
Corpo Spirito
. Libro dove si capisce bene la “filosofia” alla base di tutto
questo. Nell’introduzione all’edizione italiana, il curatore Ivo Quartiroli
parla esplicitamente di un tempo in cui finalmente: «
(…) i valori tradizionali di progresso, scienza
e famiglia e religione stanno esaurendo la loro funzione di sostegno
». Poi continua affermando che si sta
avvicinando una nuova era in cui torneranno i tipici elementi simbolici della
pre-civiltà pagana e tribale: «
La
cultura tribale, pagana, e il mondo antico greco hanno sempre riconosciuto
diversi dèi invece di un dio unico. Per accettare una società multietnica
bisogna partire dall’accettazione della diversità tra le persone e all’interno
di noi stessi.
[Auspichiamo]
la riappropriazione della
spiritualità non mediata da moralismi e dogmi ecclesiali. La spiritualità che
parte dalla sensazione di essere connessi. Connessi con se stessi, con gli
esseri viventi, con la terra e i suoi cicli. Una spiritualità che non necessita
di luoghi di culto, non necessita di intermediari, non ha peccati né sensi di
colpa
».
E un noto
creatore di tatuaggi americano ha scritto: «
Nei tatuaggi è molto forte il concetto di fare amicizia con la
morte, di confrontare e trascendere la morte, di confrontare e trascendere la
morte, morte come trasformazione più che morte vera e propria; nel senso di
morte dell’ego. L’arrendersi dell’io. Si arriva ad un punto nell’esperienza
mistica in cui l’ego viene via come una buccia e ciò che rimane è essenza pura
».
Ed è qui la chiave di lettura. Non solo della
tatuomania
o del
pearcing
ma anche di quello che abbiamo detto a proposito del
materialismo
e
dello
spiritualismo
. È la
morte
dell’io. Il
cupio dissolvi
di una pretesa gnostica in cui limite e differenza sono costrette a sparire. In
cui l’uomo non potendo darsi quell’onnipotenza che non ha (il fallimento della
pretesa moderna), si rifugia nella dissoluzione della propria identità come
unica possibilità di non riconoscere la sconfitta.
Bibliografia
·
Corrado Gnerre,
Studiare l’uomo per rafforzare la Fede,
2° edizione ampliata,
Studi apologetici Joseph
oboedientissimus, Benevento 2012.