Qualche anno fa uscì un film dal titolo
Agorà
, diretto dallo spagnolo Alejandro
Amenabar. Ha come protagonista Ipazia, una filosofa di Alessandria, uccisa da
alcuni fanatici cristiani nel 415. Si tratta di un film che ha un’ideologia
chiara: il mondo pagano era molto più umano di quello che il Cristianesimo
stava generando. Soprattutto per un motivo: perché quello pagano era più pluralista
(il titolo del film,
Agorà
, da questo
punto di vista è significativo); più favorevole alle donne, promuovendone una
vera e propria emancipazione anche da un punto di vista culturale e accademico;
e più favorevole allo sviluppo scientifico.
Ma chi fu veramente
Ipazia e come davvero andarono le cose?
Che cosa c’è da dire su questa filosofa del IV secolo e
perché fu uccisa?
1. Prima di tutto quello su Ipazia è stato un vero e
proprio mito costruito per finalità anticristiane da personaggi come John
Toland (la cui coerenza è diventata famosa, tanto è vero ch’era illuminista ma
anche occultista) e soprattutto da Voltaire, “padre” dell’anticlericalismo.
Furono costoro a presentare la filosofa alessandrina del IV secolo come “martire”
dell’oscurantismo clericale.
2. L’omicidio di Ipazia fu in realtà un omicidio
politico, dove la religione non c’entrò affatto. Ella infatti, pur essendo
figlia del filosofo Teone (ermetista e cultore dell’orfismo) era una
neoplatonica, per nulla avversa al Cristianesimo. Si pensi che ciò che si
conosce della sua attività lo si deve ad alcuni suoi discepoli, tra i quali c’erano
diversi cristiani, come Sinesio di Cirene che divenne perfino vescovo. Ma non
solo. Ella era talmente lontana dall’anticristianesimo che arrivò a lodare
virtù tipiche della “nuova religione” come la verginità e la modestia nel
vestire; e ai suoi consigli ricorreva spesso Oreste, cristiano e prefetto di
Alessandria.
3. Fu proprio la figura di Oreste che spiega l’omicidio
di Ipazia. Oreste voleva politicamente sottomettere la Chiesa e a lui si
opponeva il patriarca Cirillo. Lo scontro fu forte e si formarono due partiti:
uno favorevole al Prefetto l’altro al Patriarca. Nel partito del Vescovo s’inserirono
anche i
parabolani
, ch’erano sì
cristiani ma tendenzialmente eretici perché andavano alla ricerca spasmodica
del martirio. Addirittura si consacravano con giuramento alla cura degli
appestati in maniera da assicurarsi la morte per Cristo. Questi si convinsero
che l’intransigenza del Prefetto Oreste fosse dovuta ai “consigli” datigli da
Ipazia e fu così che questa venne
accusata di pratiche magiche e negromantiche morendo uccisa da alcuni
esagitati. Oreste e Cirillo, proprio in conseguenza di questo assassinio, si
riconciliarono.
5. I parabolani
non avevano mancato e non mancheranno di prendersela anche con alcuni
cristiani: nel 361 fu linciato Giorgio di Cappadocia, un vescovo imposto da
Costantinopoli; e nel 457 verrà ucciso Proterio, vescovo anch’egli, nominato
dall’Imperatore.
Il mondo pagano e
quello cristiano
Adesso chiediamoci: il mondo pagano fu davvero più umano
di quello cristiano?
Su questo punto si potrebbe scrivere tantissimo, ma
per poter essere sintetici prendiamo in considerazione solo cinque questioni:
1. La dimensione esistenziale. 2. La diffusione della violenza. 3. La dignità
della persona umana. 4. La dignità della donna. 5. Il valore del progresso
scientifico.
1.La dimensione
esistenziale
L’uomo pagano era tutt’altro che felice. Né poteva essere
diversamente visto che doveva convincersi di non essere libero nella storia.
Piuttosto doveva accettare la dura realtà di una vita completamente sottomessa
al capriccio degli dèi e, al di sopra di essi, del Destino. D’altronde la
stessa concezione circolare della storia, dominante in quella cultura, stava
appunto a significare la posizione di vittima dell’uomo nei confronti della
storia stessa.
È scritto in una tragedia di Eschilo: «(…)
adesso il fato, meglio ch’io possa,
sopportar conviene: ché del destino abbattere la possa nessuno vale
» (
Prometeo legato,
Prologo, 18-21). L’uomo
greco non sapeva da dove provenisse, ignorava le ragioni della sua presenza
sulla terra. Non riusciva a cogliere lo scopo della sua vita. Attribuiva la
propria esistenza all’esito di un capriccio o ad un gesto arbitrario di un’entità
a lui superiore, sconosciuta e inconoscibile. Le forze della natura, che lo
trascendevano e lo dominavano e sulle quali egli non poteva influire, gli
insegnavano che la vita su questa terra non gli appartenesse.
L’uomo greco si sentiva straniero in terra straniera.
Così Sofocle fa dire ad Ulisse nell’
Aiace:
«
Altro non siam, lo vedo, che
fantasmi, tutti quanti viviamo, ed ombre vane
»
(
Aiace
, 125-126). L’uomo
greco non riesciva a comprendere il fine della sua vita. Subiva la vita così
come subiva la morte. Doveva fare continuamente i conti con quelli che erano
ritenuti i veri signori del pianeta: una miriade di forze e di entità immanenti
e latenti in ogni luogo, che oltrepassavano i limiti della propria umanità.
Il mondo divino di cui tratta Eschilo è pieno di
misteri e di brutalità. Gli uomini erano impotenti: non potevano affatto
eludere le vendette ingiuste e le più sgradevoli fatalità. Nel dramma eschileo
il problema non è l’uomo, ma il destino che gli incombe immutabile. È scritto
nel
Prometeo legato
: «
Giove solo implacabile, con furia perenne,
oppressa tiene la stirpe degli Urani
» (Canto d’ingresso, 4-6). Dipendenza
nei confronti dei capricci degli dèi, dipendenza nei confronti di forze
animistiche, dipendenza nei confronti del Fato. Quest’ultimo che dominava su
tutto. Zeus stesso riconosceva i limiti della propria potenza. Egli non poteva
far nulla nei confronti del volere del Fato. E così il mondo greco – perché
convinto che l’uomo dovesse fare i conti con la precarietà, con il dolore, con
il problema della morte, nell’assoluta condizione di essere vittima del Fato –
faceva della tragedia l’espressione di maggiore consapevolezza del fallimento
della propria soluzione intellettuale. Nell’
Ippolito
di Euripide il protagonista così esprime il tormento del suo animo: «
Sempre mi travaglia la vista dei casi e
delle azioni degli uomini: vicenda succede a vicenda e la vita dei mortali muta
continuamente in balìa di un eterno capriccio
» (1103-1110).
Anche nella
cultura romana è difficile ritrovare un concetto di
persona
legato ad una visione protagonistica dell’esistenza. Per la
mentalità romana, l’uomo poteva solo illudersi di essere protagonista. Con il
termine “persona” s’indicava inizialmente la maschera dell’attore, a
significare appunto l’illusione dell’uomo di ritenersi libero: così come l’attore
finge di essere libero, ma non fa altro che agire determinato da uno scritto e
da un progetto teatrale, l’uomo credeva di essere libero nella sua vita, in
realtà questa era determinata da una volontà nei confronti della quale egli era
costretto a fare esperienza della sua impotenza. Scrive Lucrezio nel
De rerum natura:
«
Tanta paura infatti incombe sugli uomini tutti, che sulla terra e in
cielo di molti fenomeni indarno tentan di penetrare le ascose ragioni, ed ai
numi ne riportan la causa
» (I, 151-155).
Come già nella
religiosità greca, anche in quella romana era evidente la paura dell’uomo nei
confronti del divino. Il termine “
religio
”
aveva in sé il senso del terrore che l’uomo doveva nutrire nei confronti del
soprannaturale. Questa parola, anche nelle fasi più sviluppate della lingua
latina, non indicava semplicemente il culto e la riverenza nei confronti della
divinità, ma anche superstizione, senso di terrore di fronte a tutta quell’atmosfera
oscura e di mistero che riguardava la gran parte della realtà. Per gli antichi
romani la
religio
era anche un
sistema di rapporti, con cui si cercava di strappare in qualche modo lo spazio
necessario a vivere ai veri padroni della terra, che erano le forze animistiche
sconosciute e inconoscibili. L’uomo romano tendeva a ritenersi continuamente
vittima nei confronti di queste forze inconoscibili e anche incapace a
controllarle.
L’uomo romano
era costretto a guardarsi da tutto. Ogni cosa poteva essergli ostile, perché
ogni cosa avrebbe potuto nascondere una forza negativa. Spiriti avversi e
maligni potevano nascondersi nelle cinture annodate o negli anelli. Così anche
in alcuni vegetali come l’edera e la vite. Era pericoloso per le donne gravide
accavallare le gambe o intrecciare le dita: i nodi formati con parti del corpo
sarebbero potuti essere ricettacolo di spiriti maligni. Non si poteva
attraversare la strada o girare presso i campi con il fuso in mano: poteva
essere causa di sventura, perché il filo avrebbe potuto ostacolare il passaggio
di spiriti benevoli, indispensabili per la buona riuscita del raccolto. Di
questi esempi se ne potrebbero fare tanti.
Con il Cristianesimo invece l’uomo acquista un
atteggiamento positivo nei confronti della vita. Egli “conquista” la libertà di
poter gestire e costruire la storia. Ciò, da una parte, lo responsabilizza;
dall’altra, lo gratifica. Con il Cristianesimo l’uomo non deve più temere il
divino, nel senso che può essergli ostile, ma solo il suo giudizio per
eventuali errati comportamenti personali. In piena fedeltà con la prospettiva
biblica, il Cristianesimo valorizza ampiamente la
persona
. San Tommaso d’Aquino afferma che la
persona
è ciò che di più perfetto esiste in natura: «
La persona significa quanto di più nobile c’è
in tutto l’universo, cioè il sussistente di natura razionale
» (
Summa Theologiae
, p. I, art. III, q.
29).
2. La diffusione
della violenza
Affermare che il mondo cristiano sarebbe stato, a
differenza di quello pagano, portatore di maggiore intolleranza è quanto di più
antistorico possa essere detto. Si potrebbero ricordare le cifre dei martiri
cristiani causati dalle persecuzioni volute dai pagani, ma basterebbe solo
ricordare i “passatempi” di molti pagani, “passatempi” intrisi di gusto per la
violenza. I giochi gladiatori li hanno tutti in mente! Non a caso le scuole
gladiatore furono abolite da Teodosio, l’imperatore che volle il Cattolicesimo come
religione ufficiale dell’Impero. Ma già prima, da Costantino, iniziarono le
proibizioni.
La celebre Anne Bernet, specialista in storia romana,
in un’intervista ha così risposto alla domanda “
Come e perché scomparve il mestiere del gladiatore?”
Risposta: «
È stata una delle più belle vittorie del
Cristianesimo il fatto di essere riusciti, tra la conversione di Costantino e l’anno
438, ad allontanare le menti dai giochi sanguinosi, dapprima convincendo i
potenti organizzatori a non sperperare le loro fortune in cose simili quando
tanti disgraziati reclamavano un aiuto finanziario, poi restituendo ai
gladiatori dignità umana. Nel momento in cui essi non sono più oggetti da
distruggere senza senso di colpa per puro divertimento e tornano ad essere
esseri umani, non si può più dire che è divertente vederli morire. I Cesari
cattolici non possono avallare la morte dei loro fratelli per semplice gioco. L’assassinio
del Colosseo, il 1° Gennaio 401, di un monaco, san Telemaco, o Almachio, che
aveva voluto interrompere un combattimento e fu massacrato sia dai gladiatori
che dagli spettatori, fu causa di tale scandalo che l’imperatore Onorio fu
obbligato a mettere al bando la pratica gladiatoria la quale non si ritirò più
su da tale interdizione che divenne definitiva nel 438
» (
I gladiatori. Intervista ad Anne Bernet,
in
“Nova Historica”, n.4, ann 2, 2003).
Ma sulla diffusione della violenza nella Grecia
antica e a Roma basta leggere un libro famoso:
I supplizi capitali in Grecia e a Roma
, di Eva Cantarella,
pubblicato nel 1991 da Rizzoli.
Importante è il ritrovamento nel Palazzo reale di Pilo
di una tavoletta nella quale si fa cenno a sacrifici umani per ingraziarsi gli
dèi nel tentativo di sventare un imminente pericolo (J. CHADWICK,
La vita nella Grecia micenea. L’Antico
Mediterraneo
, Le Scienze, 1983, pp. 44-45). Ma attenzione, i sacrifici
umani non riguardavano solo le radici micenee della civiltà ellenica. In
situazioni di eccezionale gravità si ricorreva all’istituto dei
pharmakòi
, ad Atene inserito all’interno
delle feste
Targhelie
: si trattava di
uomini e donne, per lo più stranieri o mendicanti, che venivano scacciati,
percossi e uccisi per purificare la città.
Nel nostro territorio nazionale, in epoca pagana, non
era raro che si costruissero ponti mediante il sacrificio rituale di muratura
di vittime umane (che fungevano da “reliquie”).
3. La questione
della dignità della persona umana
Nel mondo pagano la dignità della persona umana era
teoricamente quanto di fatto inesistente. Non è un caso che in tutte le civiltà
precristiane (con percentuali diverse) si riconosceva legittima la schiavitù; ovvero
che una parte consistente dell’umanità potesse essere ridotta a “strumento”.
Anche questo non era casuale, bensì esito di concezioni antropogoniche
(relative alla concezione dell’uomo) secondo cui gli uomini non nascerebbero
uguali e quindi non avrebbero la stessa dignità.
A Roma gli schiavi non rientravano nella comunità di
cittadini. Non potevano contrarre matrimoni riconosciuti ufficialmente. Non
potevano esercitare il sacerdozio. Non potevano possedere nulla. Non potevano
andare in giudizio. Erano completamente in balia del loro padrone. Molte volte
veniva fissato al loro collo un collare di bronzo o di ferro, da questo pendeva
una medaglia su cui era scritto il nome del proprietario. Non erano altro che
merce. Anche i loro figli divenivano automaticamente schiavi. Da
L’agricoltura
di Catone si capisce bene
quanto gli schiavi venissero “considerati” nella società della Roma
repubblicana: «
Le vesti per gli schiavi
siano una tunica
(...)
e una
mantellina ogni due anni. Ogni volta che darai a uno una tunica e una
mantellina ritira prima quelle vecchie per farci stracci. Ogni due anni dà allo
schiavo un buon paio di zoccoli
» (Libro LXVIII). «
Si vendano i buoi invecchiati, i capi di bestiame difettosi,
(...)
lo schiavo vecchio, lo schiavo malandato e
ogni altro peso morto
» (Libro II).
Sempre relativamente alla mancanza di riconoscimento
di una vera dignità della persona umana, va detto che il concetto di
pater familias
implicava la totale
padronanza, da parte del padre, della vita dei figli. Egli di fatto era una
sorta di magistrato, autorizzato ad uccidere la moglie (per adulterio,
ubriachezza) e i figli. Con il Cristianesimo invece nasce il concetto di
persona
, che non solo significa una
realtà individuale libera e protagonista della sua storia, ma anche una dignità
inalienabile da riconoscere a livello individuale, per ogni uomo.
4. La questione
della dignità della donna
Prima di tutto va detto che nella cultura pagana la donna
era tutt’altro che un soggetto di diritti. Un solo dato che ci dice tante cose:
nella Roma imperiale le famiglie avevano quattro/cinque maschi, ma solitamente
non andavano oltre le due femmine. Quando il
pater familias
elevava il figlio, appena partorito dalla matrona,
in segno di ringraziamento agli dèi, lo scaraventava a terra se lo vedeva
deforme e molto spesso se lo vedeva femmina. E quando non lo scaraventava a
terra, lo esponeva nelle pubbliche cloache dove moriva di freddo o veniva
divorato dai topi. Nel Cristianesimo l’infanticidio verrà condannato, sia nel caso
di maschietti che di femminucce, e inoltre l’accesso delle donne alla cultura
era perfino sostenuto. Anche a tal riguardo si potrebbero dire tante cose.
Ricordo che la più celebre storica contemporanea del medioevo, la francese
Regine Pernoud, ha spesso scritto che nella facoltà di medicina della Sorbona,
ai tempi di San Luigi IX, vi erano molte docenti donne.
Ma torniamo al mondo pagano. Nell’Antica Grecia – ad
Atene – l’impiccagione era un genere di morte femminile. Un mezzo per morire
per chi sapeva di dover incontrare una fine ancora peggiore. «
Ricorrono all’impiccaggione le vergini che
temono l’assalto maschile e siccome ad Atene molte fanciulle, per emulazione,
si danno la morte, l’oracolo di Apollo suggerisce che vadano in altalena,
potendo così dondolare senza toccare terra. Il rito dell’altalena restò poi
nella gesta delle Pentole che si celebrava annualmente ad Atene
» (P. Mauri,
Per le vergini? O la corda o l’altalena
,
in “La Repubblica” del 31.5.1991).
I maschi romani avevano un nome proprio, il
praenomen
, che li contraddistingueva all’interno
della famiglia. La donna romana, invece, non aveva diritto a un nome. Aveva
semplicemente, come gli schiavi, un soprannome che derivava dal
nomen
, cioè dal cognome della famiglia.
Si prenda per esempio la
gens
Cornelia:
la figlia non ha un
praenomen,
si
chiama semplicemente Cornelia; mentre i suoi fratelli sono Gaio Cornelio,
Publio Cornelio.
Un’altra considerazione. Nella concezione pagana la
donna veniva ritenuta essere assai inferiore all’uomo. Platone, nel
Timeo
, ritiene la donna come la prima
possibile degradazione: coloro i quali si sono comportati male nella prima
vita, per punizione, rinascono donne. Invece la concezione biblica è ben altra
cosa: Dio crea direttamente la donna (tutto che Dio crea è valore) e la crea
addirittura con materiale più nobile di quello utilizzato per la creazione dell’uomo:
la costola è più nobile del fango.
5. Il valore del
progresso scientifico
Il progresso
scientifico-tecnologico si svilupperà proprio a partire dall’avvento del
Cristianesimo. Per due motivi di fondo. Primo: perché il mondo pagano si fermò
ad una sviluppata conoscenza scientifica senza però trasformarla in adeguata
applicazione tecnica, e questo perché il mondo precristiano si giovava della
forza degli schiavi. Fu proprio quando gli schiavi dovettero essere affrancati
che si “aguzzò l’ingegno” e si trasformò opportunamente la scienza in tecnica.
Secondo: la cultura pagana era essenzialmente
gnostica
, ovvero diffidente nei confronti della realtà naturale e
della materia, per cui tutto ciò che comportava (come per esempio l’attività
scientifico-tecnologica) un’applicazione sulla materia veniva considerato non
lodevole. Da qui anche il giudizio negativo nei confronti delle attività
manuali. A Roma il termine
labor
aveva un’accezione negativa perché
significava “travaglio”, “fatica”. I Romani per intendere invece le attività
amministrative (che erano ritenute nobili) usavano il termine
negotium,
composto di
nec
e
otium
, cioè “assenza di ozio”.
Nel mondo
classico il livello delle scienze non era affatto basso, anzi. I Greci
conoscevano tutti gli automatismi principali e la geometria di base (pensiamo ad
Archimede o ad Eratostene), ma per i loro sapienti si trattava solo di “amore
del sapere” (
philosophia
) e nient’altro. Platone cacciò dalla sua scuola
un allievo che osò chiedergli a cosa servisse la geometria. Dunque, scienza sì,
ma non tecnica. Conoscenza ma non applicazione pratica della conoscenza.
Perdere tempo per migliorare le condizioni materiali di vita era considerato
qualcosa di sbagliato.
Tutto questo
fino a quando? Fino a quando la storia dell’Occidente non prese forma dal libro
del
Genesi
. L’insistenza del “
Dio disse”
e del “
Dio vide cosa
buona”
stanno a significare che Dio ha voluto creare la natura e che
questa, proprio perché voluta da Dio, ha un valore positivo. Ma non solo. Il
Genesi
,
dopo aver detto che l’uomo fu creato ad “
immagine e somiglianza di Dio”,
afferma
che l’uomo può e deve dominare sulla natura (“
che l’uomo domini sui pesci
del mare e sugli uccelli del cielo”
). L’uomo non solo può
conoscere
la
natura, ma può anche
dominarla
,
modificarla
. Da qui lo sviluppo
non solo scientifico ma anche tecnologico.
Da qui anche
la frase che ha veramente fatto l’Occidente:
ora et labora
. Anche le
attività manuali hanno una grande dignità. E ogni uomo deve farne esperienza.
Non a caso San Benedetto pretese che ogni monaco, oltre alla preghiera e allo
studio, si sottoponesse al lavoro manuale.
Riferimenti
bibliografici
:
P. Scarpi,
La religione greca
, in (a cura di) G.Filoramo,
Storia delle religioni
, vol. I, Roma-Bari, Laterza, 1994
Eva Cantarella,
I supplizi capitali in Grecia e a Roma
,
Milano, Rizzoli, 1991
J. Chadwick,
La vita nella Grecia micenea. L’Antico Mediterraneo
, Le Scienze,
1983