Introduzione
Visione del video-intervista della TV/SAT 2000 al leader dei
CCCP (il primo gruppo di punk-rock italiano), Giovanni Lindo Ferretti.
Indirizzo:
http://www.youtube.com/watch?v=YnOHkr-xSY0
1.
(Dopo
la visione) Iniziamo con un dipinto abbastanza famoso,
La Vergine in gloria
di Alberto Carracci (1560-1609), opera del
1587-1588, attualmente nella Pinacoteca Nazionale di Bologna.
2.
In
questa immagine ciò che colpisce è la perfetta unione di due figure: la Vergine
e il Divino Bambino sembrano essere un corpo solo. Il Bambino s’inserisce
anatomicamente tra il volto, il collo e la spalla della Madre, addirittura
sembra che questi cerchi in tutti i modi di far combaciare il suo volto a
quella della Mamma e si diverta a far
aderire la sua guancia alla guancia della Madonna.
3.
Sono
talmente uniti i due corpi che osservando l’immagine in lontananza sembra che
la curvatura, alla destra di chi guarda e alla sinistra dell’Immacolata, faccia
parte dell’immagine stessa della Madonna.
4.
Il
Bambino non è più nel grembo della Madre, ma è come se facesse parte di quel
corpo, sembra una cosa sola con il corpo della Vergine.
5.
Questo
dipinto c’invita ad un esperimento. Immaginiamo la Vergine senza il Bambino.
Ebbene, mancherebbe qualcosa d’importante non solo all’immagine di tutto il
dipinto ma anche e soprattutto alla figura dell’Immacolata. E’ talmente
incastonato il Bambino nella sua figura che, se lo si toglie, è come se al corpo
della Vergine venisse a mancare qualcosa del suo stesso corpo.
6.
Nel
dipinto si raffigura anche un beato (è san Giovanni Battista) che, preso dalla
pienezza di quell’immagine, la indica come obiettivo dello sguardo e quasi
sembra dire agli altri santi:
Vedete
quanto è bella! Vedete quanto meravigliosa è quest’unione che avvolge tutto,
che rende ragione di tutto e del tutto.
7.
I
presenti già contemplano quell’immagine perché pienamente consapevoli che
quella è la ragione di tutto, ma il Battista è lì ad indicare come per dare
entusiastica conferma a ciò che già gli altri hanno capito e stanno
sperimentando.
8.
Ne
approfittiamo per aprire una parentesi che poi doverosamente chiuderemo subito.
L’arte, quando è vera arte, parla; e lo fa non sottovoce, ma quasi “grida”
ponendo l’osservatore dinanzi ad un’evidenza da cui è difficile poter sfuggire,
imponendogli cioè uno sguardo che non può deviarsi su altro ma che costringe ad
interrogativi ineludibili.
9.
Torniamo
adesso al dipinto e a ciò che sembra dire san Giovanni Battista indicando manifestamente
quell’immagine. Il rapporto così armonizzato tra la Madre e il Figlio è il
termine dello sguardo che tutti i beati possono e debbono scoprire.
10.
Ragioniamo
su questo punto. Dio dall’eternità ha pensato come ragione dell’esistere e come
spiegazione del reale il rapporto tra madre e figlio e tra figlio e madre.
11.
Ci
siamo già intrattenuti in un’altra
circolare
sul fatto che teologicamente è bene pensare che, qualora non vi fosse stato il
peccato originale, il Verbo si sarebbe incarnato ugualmente e che quindi
l’Immacolata è stata pensata e voluta dall’eternità. Dante stesso dice nel
XXXIII canto del Paradiso:
Vergine Madre,
figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’eterno
consiglio.
L’Immacolata è dunque “termine” di ciò che Dio ha voluto e ha
pensato.
12.
“Termine”
non significa solo che la Vergine sia stata pensata da Dio dall’eternità,
perché questo vale per tutto, nel senso che tutta la creazione è stata pensata
da Dio da sempre, e quindi anche tutte le creature aventi una dimensione
spirituale (angeli e uomini). “Termine” in questo caso significa che Maria
Santissima è paradigma della creazione.
13.
In
grammatica quando si parla di “paradigma” s’intende la coniugazione di un verbo
o la declinazione di un nome; dunque la parola “paradigma” sottende uno
sviluppo, una sorta di manifestazione che è esito di un’origine. Il “paradigma”
non è il fondamento, ma è ciò che è sviluppabile dal fondamento. Dunque, dire
che l’Immacolata è “paradigma della creazione” vuol dire affermare che Ella è
la pienezza della creazione stessa.
14.
Dal
momento che la grandezza dell’Immacolata e la
pre-redenzione
che le ha permesso di essere concepita senza peccato
originale e quindi di non essere stata neppure per un attimo ferita dal peccato
sono in vista della sua Divina Maternità, ecco che possiamo dire che “paradigma
dell’intera creazione” è proprio l’immagine stupendamente dipinta dal Carracci:
la Madre e il Figlio stretti in un abbraccio armonico, ineludibile e inestricabile.
15.
Anche
qui siamo costretti ad aprire un’altra parentesi. Ciò che abbiamo appena detto
ci fa capire perché Maria Santissima è Regina dell’Universo intero. La
grandezza enorme, per certi versi incalcolabile dell’universo intero, laddove
le distanze si misurano in miliardi e miliardi di anni-luce, è segnata dal
trono incontrastato di un’umile fanciulla di Nazareth che nel silenzio della sua
casa disse di sì all’Angelo.
16.
L’Annunciazione
non avviene nel clamore. Un dialogo sereno, dolce, realizza l’avvenimento che
darà senso alla storia. Che differenza tra il silenzio della casa di Nazareth e
il chiasso delle grandi città del tempo. La salvezza non si realizza nel
disordine rumoroso di Gerusalemme, di Alessandria d'Egitto o di Roma, ma nella
tranquillità di quel semplice dialogo fra l'Angelo e Maria. Non il Tempio di
Gerusalemme con la confusione di mercanti, pellegrini e sacerdoti. Non il Foro
romano con le impietose discussioni politiche e amministrative dove si
decidevano le sorti di un Impero. Ma la quiete sconcertante dei respiri
profondi di Maria, dei suoi pensieri, del suo timore...e finalmente del suo
fedele assenso:...“
Eccomi sono la serva
del Signore, avvenga di me quello che hai detto.
” (Luca 1,38) ... hanno
deciso la storia. Dio ha voluto che da quei respiri, da quei pensieri, da quel
timore e finalmente da quel fedele assenso della Vergine, venisse tutto.
17.
Ritorniamo
sul dipinto del Carracci. Dunque, i corpi della Vergine e del Bambino quasi
come un’unica realtà che costituiscono il
termine
fisso d’eterno consiglio.
Il “paradigma della creazione” è proprio in
quella Maternità e in quell’abbraccio inestricabile.
18.
Su
questo ci sono tre riflessioni che possiamo sviluppare. La prima riguarda il
rapporto tra
verità e esperienza,
la
seconda il rapporto tra
verità e amore
e
la terza sulla
necessità della tenerezza
.
Il
rapporto verità-esperienza
19.
Fissiamo
ancora l’immagine. Lo abbiamo detto più volte: l’armonia fra i due corpi è
evidente tanto che sembrano formare una sola figura.
20.
Il
Bambino è il Dio incarnato … e il Dio incarnato è Dio: è pienamente Dio. L’
unione ipostatica
ci dice che
l’Incarnazione è l’esistenza di un unico soggetto, divino, in una duplice
natura, veramente umana e veramente divina. Giustamente il Catechismo dice che
Gesù Cristo è “vero Dio e vero Uomo”. Dunque il Bambino è il Logos, è la
Verità.
21.
La
Vergine è Colei che più di tutti ha fatto propria l’appartenenza a Dio. Chi più
della Vergine ha fatto e fa esperienza di Dio? Nessuno più di Lei, che ha
generato e portato nel Suo grembo Dio e che ha avuto tante volte il privilegio
di abbracciarlo fisicamente. Ha scritto il beato Giovanni Paolo II nella
Lettera Apostolica
Rosarium Virginis
Mariae
del 16.10.2002, al n.10:
La contemplazione di Cristo ha in Maria il
suo modello insuperabile. Il volto del Figlio le appartiene a titolo speciale.
E’ nel suo grembo che si è plasmato, prendendo da Lei anche un’umana
somiglianza che evoca un’intimità spirituale certo ancora più grande. Alla
contemplazione del volto di Cristo nessuno si è dedicato con altrettanto
assiduità di Maria.
22.
In questi tempi s’insiste molto
sul fatto che l’annuncio cristiano debba sottolineare la centralità
dell’esperienza di Cristo. Ciò è ovviamente giusto. Il Cristianesimo non è un
“libro” ma una “Persona”
e il rapporto
con Dio è un rapporto interpersonale, talmente interpersonale che il
Cristianesimo stesso si fonda sulla partecipazione alla vita di Dio:
Io sono la vite e voi i tralci
(Giovanni
15).
23.
Ma
cosa significa appartenere a Dio? Che rapporto c’è tra Dio come natura e Dio
come pensiero? La risposta è molto semplice: Dio è Logos. In Dio natura e
pensiero non sono separati. Dio non decide di essere buono, è costitutivamente
tale. Dio non è al di là del bene e del male, è solo Bene.
24.
Da
qui si capisce che la legge di Dio non è un pensiero arbitrario di Dio, ma Dio
stesso, la sua stessa natura. I
Dieci
Comandamenti
sono la natura di Dio codificata per la vita quotidiana degli
uomini.
25.
C’è
chi ha giustamente detto
:
è vero che il Cristianesimo non è una
dottrina, ma è pur vero (e non va dimenticato) che ha una dottrina
… e che
questa è il Suo stesso mistero.
26.
Senza
la Verità l’esperienza non va da nessuna parte. Senza la Verità l’esperienza
diventa una emozione impazzita. Senza la Verità l’esperienza diventa un’automobile
priva del motore che serve solo per camminare in discesa … peraltro con il
serio rischio che i freni non prendano più. Senza la Verità l’esperienza può
diventare una colossale bugia.
27.
Certamente
la Verità da sola non basta, bisogna vivere della Verità (ecco la vera
esperienza), ma è sempre la Verità che garantisce l’esperienza, non il
contrario.
28.
Insistere
molto sulla gioia è ottimo. Va bene. Il cristiano è senz’altro tenuto a
testimoniare la gioia di Cristo
, ma
–appunto- la gioia di Cristo. Se non si conosce perché la persona di Cristo è
causa di gioia, non si può testimoniare la gioia. Se non si conosce che Cristo
è Dio, se non si conosce il perché della centralità della Croce, non si può
capire come e perché il Cristianesimo, a differenza delle altre religioni,
motivi infallibilmente la gioia.
29.
Ma
se non ci si sofferma su questa conoscenza, come si può fondare la gioia? Un
musulmano potrebbe anche obiettarci:
Anche
io sono felice di essere un musulmano!
E un idolatra:
Anche io sono felice di adorare gli idoli!
In tal caso come risponderemmo?
Se non si fa appello alla verità ma solo alla sensazione si è disarmati a dare
una risposta che possa davvero essere ragionevole e persuasiva.
30.
Non
a caso san Pietro (e siamo agli inizi del Cristianesimo, cioè in quel periodo
in cui solitamente si afferma che vi fosse una centralità esclusiva
dell’esperienza cristiana) dice nella sua Prima Lettera (3,15):
(…) adorate il Signore, Cristo, nei vostri
cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza
che è in voi.
31.
Torniamo
al dipinto e quindi all’abbraccio della Madre al Figlio, alla perfetta armonia
dei due corpi che ci fanno capire quanto sia inestricabile il rapporto
Verità-esperienza e come l’esperienza sia nulla senza la Verità, tant’è che la
grandezza e la ragione dell’Immacolata è tutta nella Divina Maternità.
32.
Nel
dipinto, come abbiamo già detto, vi sono anche due particolari: uno più
difficile a notarsi, l’altro più chiaro. Il primo è il movimento che sembra
fare il Bambino per cercare di far combaciare quanto più possibile la guancia
al volto della Mamma. E’ un movimento, questo, che non raramente i bambini
fanno quando sono in braccio ai propri genitori. Il secondo è san Giovanni
Battista che indica chiaramente agli altri beati di guardare verso
quell’unione.
33.
Si
tratta di due particolari che obbligano il cristiano a credere che la salvezza
è proprio nel particolare. Ci spieghiamo meglio. Il Bambino che cerca di far
combaciare perfettamente la sua guancia al volto della Mamma celeste è Dio che,
incarnandosi, fa esperienza anche della più semplice e apparentemente insignificante
tenerezza; il Battista che indica la figura è la rappresentazione visibile di
quella verità che, come abbiamo già detto, è paradigma della creazione e della
storia.
34.
Dunque
due particolari che obbligano il cristiano a credere che la salvezza sia
proprio nel particolare. E’ un particolare il movimento del visino del Bambino
ed è un particolare anche l’abbraccio
della Madre e del Figlio.
35.
Questo
c’impone un’ulteriore riflessione. Spesso si dice che le questioni dottrinali,
soprattutto se sottili, tolgano spazio all’essenza della verità, alla sua
maestosità, alla sua incommensurabilità, al suo mistero. E invece no, è proprio
il contrario: la grandezza della Verità sta nella sua originalità e
particolarità.
36.
Lo
scrittore Chesterton (1874-1936) riguardo dice una cosa importante. Queste
parole sono state recentemente citate in un articolo di Gnocchi & Palmaro
comparso su
Il Foglio
del 27 novembre
scorso dal titolo
Ma senza dottrina non
si è cristiani
. Lo scrittore inglese dice così:
Le discussioni teologiche sono sottili ma non magre. In tutta la
confusione della spensieratezza moderna, che vuol chiamarsi pensiero moderno,
non c’è nulla forse di così stupendamente stupido quanto il detto comune: ‘La
religione non può mai dipendere da minuziose dispute di dottrina’. Sarebbe lo
stesso affermare che la vita umana non può mai dipendere da minuziose dispute
di medicina. L’uomo che si compiace dicendo ‘Non vogliamo teologi che spacchino
capelli in quattro’, sarebbe forse d’avviso di aggiungere ‘e non vogliamo dei
chirurghi che dividano filamenti ancora più sottili’. È un fatto che molti
individui oggi sarebbero morti se i loro medici non si fossero soffermati sulle
minime sfumature della propria scienza: ed è altrettanto un fatto che la
civiltà europea oggi sarebbe morta se i suoi dottori di teologia non avessero
argomentato sulle più sottili distinzioni di dottrina.
37.
Una bella favola scandinava racconta:
Ogni volta che un bambino viene chiamato dal
Signore, un angelo scende dal cielo per condurlo in Paradiso. Ma prima di
volare fin lassù, l’angelo concede al piccolo di poter visitare, per l’ultima
volta, i luoghi più incantevoli della terra per raccogliere i fiori più belli e
portarli fino in cielo. Anche quella sera, nella fresca brezza vespertina, un
angelo portava fra le braccia un bambino. Volavano leggeri sulla terra in fiore
e si fermarono in un parco lussureggiante. Raccolsero viole, margherite,
nontiscordardimé e ciclamini, e anche piccoli boccioli di rosa in un roseto
appena reciso. Il bambino batté le mani dalla contentezza, pensando che ormai
sarebbero saliti verso il cielo. Ma non era ancora il momento. Volarono in su e
in giù per molte strade e molti viottoli bui. Ormai era scesa la notte. La
città dormiva. In un vicolo sporco e maleodorante l’angelo si fermò e indicò al
piccolo di rovistare in un mucchio di immondizie. ‘Lì troverai il fiore più
bello!’ esclamò l’angelo raggiante. Il bambino, incredulo, si avvicinò a quella
montagna di rifiuti. Tra vecchi cenci, cibi avanzati e altri resti, c’erano
anche i cocci di un vaso di terracotta. Accanto ad esso, vide un giglio dei
campi rinsecchito, ancora attaccato alla sua radice. Il bimbetto rimase
alquanto deluso: ‘Vuoi portare al buon Dio questo fiore appassito?’ L’angelo si
chinò, raccolse la pianticella e con voce tremula di commozione narrò la storia
di quel giglio: ‘In quel vicolo laggiù, in una misera stanzetta, viveva un
ragazzo malato. La malattia aveva tolto ogni forza alle sue povere gambe e non
poteva quasi più alzarsi dal letto. Non poteva uscire, né saltare, né correre
con gli altri bambini. Costretto al letto notte e giorno, quando si sentiva un
po’ meglio, faceva qualche passo per la stanza con le stampelle. Durante la
bella stagione lo portavano davanti alla porta di casa per respirare un po’
d’aria fresca. E il ragazzo era veramente felice, per lui era come assaporare
una fetta del vasto mondo!’ ‘Il fiore era suo?’ domandò il fanciullo, vinto da quella
curiosità che non abbandona mai l’anima dei bambini. ‘Un giorno’ continuò
l’angelo ‘una vecchia fioraia regalò al ragazzo seduto sull’uscio di casa un
paio di gigli. Uno di essi aveva ancora la radice. Il fiore venne messo in un
vaso di coccio e diventò la prima compagnia del piccolo malato. Giorno e notte
la pianticella stava vicino al suo letto, affinché egli potesse vederla
crescere e prosperare. Grande fu la sua gioia quando, dopo un po’ di tempo,
apparve un bocciolo, che in breve si aperse in tutto il suo radioso splendore.
La pianticella sembrava voler ringraziare il ragazzo per le cure e l’amore che
le prodigava, e ad ogni primavera rifioriva più bella. La vita di quel fiore
riempiva le molte ore che il ragazzo doveva trascorrere immobile, e di notte
rallegrava i suoi sogni. Il dolore era meno intenso da quando poteva godere di
quella preziosa compagnia. Perché il dolore è più acuto, quando chi soffre
resta dimenticato e solo. Quando fu prossimo alla morte, il suo ultimo sguardo
fu per quel giglio che lo aveva reso felice.’ Il piccolo, ascoltò la storia
palpitando di tenerezza, ma non riusciva a spiegarsi come mai l’angelo la
conoscesse in tutti i particolare. ‘Come potrei non riconoscere il mio fiore?’
rispose l’angelo che in realtà non era un angelo ‘ E’ la mia storia quella che
ti ho raccontato. Quando vivevo sulla terra ero il ragazzo malato che teneva la
pianticella accanto al letto.’ Il bambino prese quel giglio appassito e lo mise
nel mazzo insieme agli altri fiori. Quando furono in Paradiso deposero ai piedi
del Signore ciò che avevano raccolto e, tra le dita di Dio, quel giglio bagnato
dalle lacrime della sofferenza rifiorì in tutta la sua bellezza.
38.
Un semplice giglio aveva riempito l’esistenza
di quel povero ragazzo, lo aveva scelto come compagnia, pur essendo solo un
semplice fiore. La bellezza di questa favola non sta solo nel dirci che bisogna
sapersi accontentare di piccole cose. Un significato di questo tipo c’è ma
sarebbe troppo scontato. Vi è anche qualcos’altro. La grandezza di una vita
intera può essere significata anche da un piccolo particolare, come la
contemplazione di un fiore, perché un particolare può valere l’intero.
39.
Per Dio non esiste il
piccolo
e il
grande
perché relativamente a Dio tutto è infinitamente piccolo. Il santo sacerdote
don Dolindo Ruotolo (1882-1970), dinanzi all’interrogativo del perché
l’universo è così grande se forse la vita è solo sulla Terra, commentando il
libro del
Genesi
scrive che Dio come
causa sussistente
è presente in egual
modo tanto nell'universo intero quanto nel piccolissimo atomo, per cui Dio dà
il massimo di sé tanto nel macrocosmo quanto nel microcosmo, anzi: per Dio non
esiste né macro né micro.
40.
Il Cristianesimo è il mistero
dell’Incarnazione, ovvero Dio che si fa veramente uomo e che, nelle sue singole
azioni realizza la Redenzione. Ogni azione di Gesù ha avuto un valore infinito
perché compiuto da un soggetto divino.
La
redenzione non si realizza solo successivamente con la vita pubblica e con la
passione e morte sulla croce, ma anche precedentemente, già nell’umile dimora
di Nazareth. L’unione nel Verbo incarnato delle due nature - umana e divina -
nell’unico soggetto divino, fa sì che ogni azione, anche la più banale, abbia
avuto un valore infinito, proprio perché vissuta da un soggetto divino, cioè
infinito. Per la redenzione sarebbe bastata anche la più banale azione che Gesù
avesse compiuta nella sua vita
nascosta
.
In nessun’altra religione viene
proposta una verità umanamente così inimmaginabile, cioè che la salvezza per
tutti e per tutto si possa realizzare anche con un banale gesto di tutti i
giorni.
41.
Il
Cristianesimo offre una concezione unica della storia non solo per il posto che
l’uomo occupa in essa, ma anche perché, nella storia, non esiste di fatto gesto
storicamente più e meno importante. Non esiste più
la grande storia
e
la piccola
storia
. Tutto ciò che l’uomo compie può avere dimensione storica: una
battaglia come una discussione, una sconfitta come una lacrima, un trionfo come
un sorriso. Come per il Verbo incarnato una semplice azione ha avuto un valore
infinito, così per l’uomo una semplice azione è occasione di una scelta di bene
e di male, cioè è un’occasione per costruire la sua e l’altrui storia.
42.
La
teologia cattolica è
teologia del
particolare.
Il Cristianesimo afferma che Dio fa dell’anima dell’uomo il
suo universo. E’ ciò che avviene con la Grazia. A tal proposito santa Teresa
d’Avila (1515-1582) scrive in una sua poesia immaginando un colloquio tra Dio e
un’anima:
“Anima, cercati in me, / E, cercami in te / L’amore è arrivato a tanto,
/ a riprodurti in me, o Anima / Che nemmeno il più / grande pittore / potrebbe,
con tanto talento, / disegnare una tale immagine. / Per amore fosti creata, /
Bella, bellissima, e per questo / dipinta nelle mie viscere, / se ti perdessi,
amata mia, /dovresti cercarti in me. / So che troverai / Nel fondo del mio
cuore il tuo ritratto, / dipinto in/ modo tanto rassomigliante / che,
vedendoti, ti rallegrerai / Di vederti, così splendidamente dipinta. / Se per
caso, non sapessi / in quale luogo trovarmi, / non andare di qua e di là, / ma,
se vuoi trovarmi, / cercami in te. / Poiché sei il mio focolare, / sei la mia
casa, la mia dimora, / chiamo, in ogni momento, / Se trovo chiusa / La porta
del tuo pensiero. / Fuori di te, non cercarmi / poiché per trovarmi, / basta
che tu mi chiami; / e a te andrò senz’indugio, / cercami in te.”
43.
Si
può fare anche l’esempio della morte, essa è imprevedibile e anche in un certo
senso “banale”. Per accedere all’eterno occorre il particolare. Nell’originalità
dell’esistenza umana avviene un paradosso: che un piccolo particolare può
originare ciò che è nella dimensione universale, che da un banale, transitorio
e fuggevolissimo momento si origini la dimensione dell’eterno.
Il
rapporto verità-amore
44.
Veniamo
adesso alla seconda riflessione che c’impone il dipinto. Si tratta del rapporto
tra Verità e Amore.
45.
Chiediamoci:
perché il dogma dell’Immacolata Concezione venne promulgato solo nel 1854?
Perché stava venendo meno la fede nel peccato originale a causa dell’incombente
positivismo filosofico.
46.
L’Immacolata
Concezione è un’esaltazione della libertà individuale. Il dogma ricorda il
peccato originale che a sua volta ricorda il fatto che anche in una società
perfetta, qual è stato il paradiso terrestre, l’uomo è riuscito a peccare
ugualmente.
47.
Ecco
quindi che ritorna la centralità dell’amore e la funzione solo strumentale
della conoscenza, funzione strumentale ma ovviamente sempre necessaria.
48.
A
Lourdes la Vergine non disse:
Io sono
stata concepita immacolatamente,
bensì:
Io
sono l’Immacolata Concezione.
Il che vuol dire che ragione di tutto il
reale è la negazione del peccato. All’inizio di tutto è posta l’Immacolatezza
di Maria.
49.
Com’è
attualmente la pastorale sul peccato? C’è un tendere verso il basso, un cercare
di porre l’asticella sempre più in basso. E questo, diciamocelo francamente, è un
andare in contro-tendenza rispetto agli insegnamenti più consolidati della
teologia spirituale.
50.
Qui
ovviamente non si tratta di essere favorevoli al rigorismo e auspicare un certo
giansenismo di ritorno, assolutamente no. E’ bene aver pazienza nei confronti
del peccatore perché è stesso il Signore che ha pazienza verso tutti, prima di
tutto verso noi stessi. Ma un conto è aver pazienza in merito al rispetto della
Legge di Dio, altro è snellire la Legge di Dio, quasi affermando che ci possano
essere precetti più importanti e meno importanti.
51.
Gesù
disse a santa Faustina Kowalska (Diario, 1489):
Un solo atto di puro amore verso di Me, Mi è più gradito che migliaia
di inni di anime imperfette.
E Antonio
Royo Marin nel suo insostituibile
Teologia
della perfezione cristiana
riporta una citazione di Salmanticenses:
Piace di più a Dio e lo glorifica di più il
predicatore o il maestro di vita spirituale che converte un solo peccatore e lo
porta fino allo stato di perfezione che colui il quale converte molti, ma li
lascia nella tiepidezza.
Poi giustamente Royo Marin annota:
Da questa dottrina non si può evidentemente
dedurre che non abbia importanza tutto l’apostolato per la conversione die
peccatori.
52.
Certamente
–e questo lo dice anche san Tommaso d’Aquino- ci sono peccati mortali e peccati
mortali, non tutti sono ontologicamente uguali, ma non lo sono in merito alle
pene a cui essi conducono qualora venissero assolti, non in merito all’esito
qualora non venissero assolti. Il peccato mortale, se non assolto dall’infinita
misericordia di Dio, rimane peccato mortale, capace cioè (anche uno solo) di
meritare la condanna eterna, perché ogni peccato mortale ha in sé un valore infinito
perché offesa a Colui che è infinito.
53.
Scrive
papa Leone XIII nella sua
Satis Cognitum
del
29.6.1896:
Colui che anche in un sol
punto non assente alle verità da Dio rivelate, ha perduto tutta la fede, perché
ricusa di sottomettersi a Dio, somma Verità e motivo proprio della fede. (…)
Perciò la Chiesa, memore del suo ufficio (di custodire il deposito della fede),
non si è mai con ogni zelo e sforzo tanto affaticata come nel tutelare in ogni
sua parte l’integrità della fede.
E Benedetto XV dice nella
Ad Beatissimi Apostolorum Principis
dell’1.11.1914:
Il
cattolicesimo, in ciò che gli è essenziale, non può ammettere né il più né il
meno: «Questa è la fede cattolica; chi
non la crede fedelmente e fermamente non potrà essere salvo»(Symb
Athanas.); o si professa intero, o non si professa assolutamente. Non vi è
dunque necessità di aggiungere epiteti alla professione del cattolicesimo; a
ciascuno basti dire così: «Cristiano è
il mio nome, e cattolico il mio cognome»; soltanto, si studi di essere
veramente tale, quale si denomina.”
54.
In
questi tempi c’è una giusta esaltazione della misericordia di Dio, che è indubbiamente
infinita, ma questa può essere capita solo nel riconoscimento della gravità del
peccato. Padre Pio soleva dire di non temere tanto la giustizia di Dio quanto
la sua misericordia, perché per la giustizia non si può abusare, per la
misericordia sì. Gesù allorquando dettò a santa Faustina Kowalska il
Rosario della Divina Misericordia
disse
(Diario, 476):
Questa preghiera serve a
placare la Mia ira.
55.
Oggi
si fanno manifestazioni quando la salute del corpo viene compromessa, ma non si
fa lo stesso per l’anima. Per esempio: chi si accorge che molti programmi
televisivi fanno più stragi della diossina e di tanti rifiuti tossici? Che
reazione c’è stata dinanzi al vergognoso caso
della bambina di Bologna data in affido ad una coppia di omosessuali,
per giunta maschi?
56.
Dall’eternità
è stata voluta l’
Immacolata Concezione
come ragione di tutto.
La necessità della tenerezza
57.
Abbiamo
visto il video-intervista a Lindo Ferretti e ascoltato la bella frase finale che
dà il titolo a questa circolare:
Se non
si passa attraverso lo sguardo della madre, non si può arrivare al cospetto del
padre.
58.
Una
frase strutturalmente cattolica perché tutto il Cattolicesimo è nel rapporto
tra Madre e Figlio e tra Figlio e Madre, è in quell’abbraccio inestricabile e
in quell’armonia dei corpi del dipinto del Carracci.
59.
Solo
il Cattolicesimo (nessun’altra religione lo fa) offre all’uomo la possibilità
di rimettere il proprio destino tra le tenere braccia di una Madre.
60.
Da
sempre la ricerca della tenerezza
accompagna
il rammarico per le proprie mancanze, così come accompagna l’ansia per ciò che
accadrà e per la propria inadeguatezza dinanzi a ciò che riserverà il tempo.
Quante volte ci chiediamo:
Ce la farò
e
Chi mi aiuterà?
Si tratta di quella
tenerezza che dona la vera “compagnia” al proprio esistere, che colma lo
sguardo del bambino che può trovare solo in quello della mamma la risposta alle
proprie paure. Il bambino invoca lo sguardo della mamma e la mamma guarda il
bambino e gli dona...la tenerezza.
61.
La
tenerezza è una delle perenni ricerche dell’uomo ... non per giustificarsi e
farsi perdonare i propri sbagli, ma per avvertire il “calore” in una vita che
chiede, che invoca, che pretende una Risposta ... una Risposta che sia anche un
tenero abbraccio, come quello della madre che fa appoggiare il capo del bimbo
al suo seno e lo culla, accarezzandolo.
62.
Ogni
uomo (indipendentemente dalla sua cultura, dal ruolo che riveste nella società
e dal suo stato economico) ricerca la tenerezza
;
e il Cattolicesimo –che è la vera religione- è la religione della
tenerezza per eccellenza, perché è l’unica religione che ha posto una Mamma
come via privilegiata per la salvezza di ognuno.
63.
Concludiamo
con una novella di Dino Focenti che ha come titolo proprio
La necessità della tenerezza:
Giorgio
anche questa volta ce l’aveva fatta. La rapina era andata bene…e aveva deciso
di cambiare definitivamente aria.
“Se
questo colpo riuscirà
–aveva pensato prima della rapina-
me ne vado. Sì, me ne vado all’estero.
Cambierò definitivamente aria…e non rischierò più la vita.”
Ecco perché
adesso Giorgio correva.
I suoi pensieri, però, non riuscivano a
correre. Ormai da tempo, da troppo tempo, erano sempre lì su quella stessa
immagine, tanto remota ma tanto presente.
Davvero Giorgio voleva smettere di
rapinare per non rischiare più la vita, o era qualcos’altro da cui voleva
fuggire?
Erano già passati due anni da quel
fattaccio…ma per Giorgio era come se fossero passati solo pochi minuti. Non
riusciva a dimenticare quel gioielliere poco più che trentenne che tremava
tutto e che non avrebbe mai reagito. Giorgio ancora non riusciva a capire se lo
aveva voluto veramente fare o il colpo era partito per caso. Resta il fatto che
quel giovane uomo era morto sul colpo…lasciando moglie e tre bambini.
A Giorgio questo fatto dei bambini gli
martellava la testa. Perché cosi piccoli e già così soli? Lui sì che lo sapeva
cosa significava rimanere solo, senza padre, ad appena dieci anni. Sapeva anche
che quella brutta vita l’aveva iniziata proprio perché non aveva avuto nessuno
che lo guidasse.
Aveva appena dieci anni. Fu terribile
quel giorno in cui seppe della morte del papà…e sapeva già che sulla mamma non
poteva contare. Non perché non ci fosse, ma perché era sempre stata una poco di
buono. Il marito non l’aveva mai amato e faceva una vita tutt’altro che onesta.
Al piccolo Giorgio quel giorno cascò il mondo addosso.
Il giorno dopo, ai funerali, c’erano
pochissime persone: gli amici del bar con cui il papà giocava a briscola e
tracannava birra. Gente che in Chiesa non entrava nemmeno a Natale e a Pasqua.
La mamma, poi, fingeva tristezza…ma forse era addirittura contenta per quello
ch’era successo.
Don Pino, il parroco, che conosceva di
che pasta fosse fatta la mamma, fu l’unico ad aver compassione del piccolo
Giorgio. Dopo i funerali, lo prese, lo abbracciò forte (poche volte era stato
abbracciato fino ad allora), lo portò dinanzi alla statua della Madonna e gli
disse:
“Giorgio, vedi quanto è bella la
Mamma di Gesù. Lo sai che la Madonna è la Mamma di Gesù, ma anche la Mamma di
tutti noi?...E’ anche la Mamma tua, Giorgio.”
Giorgio aveva capito che quelle parole
di don Pino significavano che lui una vera mamma non l’aveva, non l’aveva mai
avuta...e adesso non aveva neanche il papà.
Questi erano da sempre i pensieri di
Giorgio. Anche adesso che correva per andare fuori, fuori dell’Italia…per
cambiare aria.
Pensava a quel povero papà che aveva
ucciso…e pensava a quell’antico dolore che lo aveva fatto rimanere solo.
Oggi poi era l’otto dicembre, il “Giorno
dell’Immacolata”, come dicevano al suo paese. Quel giorno il papà andava nella
baracca sotto casa e prendeva i “tavoloni”, cioè grossi assi di legno per fare
il presepe. Quel giorno lui si sentiva il bambino più felice del mondo. Ad un
tratto un pensiero si affacciò alla sua mente:
“Quei tre bambini che la sua pistola aveva reso orfani come stavano
vivendo il ‘Giorno dell’Immacolata’? Che forse anche quell’uomo faceva come suo
padre?”
Le sue gambe correvano ancora, ma la sua
mente ormai si era impantanata. A che pro continuare a scappare? Cambiando
aria, avrebbe potuto cambiare anche i suoi pensieri?
Correva, correva…ad un tratto (la strada
era affollatissima di gente che faceva le compere per l’occasione) si scontrò
con una bimba e le fece cadere una grossa busta. Tutto finì a terra: pastori,
muschio, carta roccia e si ruppe una bella fontana di terracotta. La bimba
iniziò a piangere e a gridare ad un uomo che le era accanto:
“Papà, si è rotto, si è rotto tutto ciò che
mi hai regalato!”
Giorgio avrebbe voluto fermarsi per
aiutare quella bimba, per chiederle scusa…ma perché? Lui, che rapinava, poteva
forse intenerirsi dinanzi ad una bimba che piangeva?
E intanto continuava a correre…quando
improvvisamente si sentì una sirena di polizia. Che lo stessero cercando?
Giorgio pensò che conveniva non
rischiare. Si trovò dinanzi ad una Chiesa ed entrò. Il sacerdote era
sull’altare. La Messa era quella del giorno di festa.
“Ma perché?”
si chiese Giorgio
.
“Ah già!
–capì subito-
oggi è il
“Giorno dell’Immacolata!”
Non sapeva che fare, ma adesso non
poteva uscire. Doveva attendere. Se cercavano lui, la polizia non sarebbe mai
venuto a cercarlo in una chiesa. Si sedette. Poi si alzò. Non riusciva a
seguire la Messa perché non si ricordava nemmeno come fosse fatta. Mentre
camminava nervosamente, si avvicinò ad una cappella laterale. Vi entrò. Era
tutta illuminata e piena di fiori. Era la cappella dell’Immacolata.
“Guarda, guarda
–pensò-
la statua è proprio uguale a quella di don
Pino!”
Strano. Don Pino gli aveva detto che la Madonna Immacolata era anche
la sua mamma…e proprio il Giorno dell’Immacolata lui era solito sentirsi il
bambino più felice del mondo. Il giorno dei “tavoloni” e dell’inizio del
presepe.
C’era un uomo anziano inginocchiato. Una
bambina arrivava adesso e depositava un bel fiore ai piedi della statua.
Giorgio si commosse, s’inginocchiò anche lui…e capì che la sua corsa adesso era
finita.
Quell’aria nuova che tanto cercava, l’aveva
trovata lì, ai piedi di quella statua. La sua vita si era rovinata dopo ch’era
stato ai piedi di quella statua, ora poteva ricominciare tutto, sempre lì …ai
piedi della stessa statua.
64.
L’aria nuova non
sta realmente nel nuovo, ma nel ritornare all’origine … e l’origine di tutto è
il termine fisso d’eterno consiglio
, è
ciò che Dio ha pensato e voluto: l’abbraccio inestricabile fra Sé e Sua Madre.
65.
Con questo abbraccio si capisce la vita, senza è tutto
senza significato:
perché se non si passa
attraverso lo sguardo della madre, non si può arrivare al cospetto del padre.