Il Giudizio Cattolico

Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi.
E se la vita ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo.
E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.
San Giuseppe Moscati


> Attualità

Senza passare attraverso lo sguardo della Madre, non si può arrivare al cospetto del Padre



Introduzione

Visione del video-intervista della TV/SAT 2000 al leader dei CCCP (il primo gruppo di punk-rock italiano), Giovanni Lindo Ferretti. Indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=YnOHkr-xSY0

1. (Dopo la visione) Iniziamo con un dipinto abbastanza famoso, La Vergine in gloria di Alberto Carracci (1560-1609), opera del 1587-1588, attualmente nella Pinacoteca Nazionale di Bologna.

2. In questa immagine ciò che colpisce è la perfetta unione di due figure: la Vergine e il Divino Bambino sembrano essere un corpo solo. Il Bambino s’inserisce anatomicamente tra il volto, il collo e la spalla della Madre, addirittura sembra che questi cerchi in tutti i modi di far combaciare il suo volto a quella della Mamma e si diverta a  far aderire la sua guancia alla guancia della Madonna.

3. Sono talmente uniti i due corpi che osservando l’immagine in lontananza sembra che la curvatura, alla destra di chi guarda e alla sinistra dell’Immacolata, faccia parte dell’immagine stessa della Madonna.

4. Il Bambino non è più nel grembo della Madre, ma è come se facesse parte di quel corpo, sembra una cosa sola con il corpo della Vergine.

5. Questo dipinto c’invita ad un esperimento. Immaginiamo la Vergine senza il Bambino. Ebbene, mancherebbe qualcosa d’importante non solo all’immagine di tutto il dipinto ma anche e soprattutto alla figura dell’Immacolata. E’ talmente incastonato il Bambino nella sua figura che, se lo si toglie, è come se al corpo della Vergine venisse a mancare qualcosa del suo stesso corpo.

6. Nel dipinto si raffigura anche un beato (è san Giovanni Battista) che, preso dalla pienezza di quell’immagine, la indica come obiettivo dello sguardo e quasi sembra dire agli altri santi: Vedete quanto è bella! Vedete quanto meravigliosa è quest’unione che avvolge tutto, che rende ragione di tutto e del tutto.

7. I presenti già contemplano quell’immagine perché pienamente consapevoli che quella è la ragione di tutto, ma il Battista è lì ad indicare come per dare entusiastica conferma a ciò che già gli altri hanno capito e stanno sperimentando.

8. Ne approfittiamo per aprire una parentesi che poi doverosamente chiuderemo subito. L’arte, quando è vera arte, parla; e lo fa non sottovoce, ma quasi “grida” ponendo l’osservatore dinanzi ad un’evidenza da cui è difficile poter sfuggire, imponendogli cioè uno sguardo che non può deviarsi su altro ma che costringe ad interrogativi ineludibili.

9. Torniamo adesso al dipinto e a ciò che sembra dire san Giovanni Battista indicando manifestamente quell’immagine. Il rapporto così armonizzato tra la Madre e il Figlio è il termine dello sguardo che tutti i beati possono e debbono scoprire.

10. Ragioniamo su questo punto. Dio dall’eternità ha pensato come ragione dell’esistere e come spiegazione del reale il rapporto tra madre e figlio e tra figlio e madre.

11. Ci siamo già intrattenuti in un’altra circolare sul fatto che teologicamente è bene pensare che, qualora non vi fosse stato il peccato originale, il Verbo si sarebbe incarnato ugualmente e che quindi l’Immacolata è stata pensata e voluta dall’eternità. Dante stesso dice nel XXXIII canto del Paradiso: Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio. L’Immacolata è dunque “termine” di ciò che Dio ha voluto e ha pensato.

12. “Termine” non significa solo che la Vergine sia stata pensata da Dio dall’eternità, perché questo vale per tutto, nel senso che tutta la creazione è stata pensata da Dio da sempre, e quindi anche tutte le creature aventi una dimensione spirituale (angeli e uomini). “Termine” in questo caso significa che Maria Santissima è paradigma della creazione.

13. In grammatica quando si parla di “paradigma” s’intende la coniugazione di un verbo o la declinazione di un nome; dunque la parola “paradigma” sottende uno sviluppo, una sorta di manifestazione che è esito di un’origine. Il “paradigma” non è il fondamento, ma è ciò che è sviluppabile dal fondamento. Dunque, dire che l’Immacolata è “paradigma della creazione” vuol dire affermare che Ella è la pienezza della creazione stessa.

14. Dal momento che la grandezza dell’Immacolata e la pre-redenzione che le ha permesso di essere concepita senza peccato originale e quindi di non essere stata neppure per un attimo ferita dal peccato sono in vista della sua Divina Maternità, ecco che possiamo dire che “paradigma dell’intera creazione” è proprio l’immagine stupendamente dipinta dal Carracci: la Madre e il Figlio stretti in un abbraccio armonico, ineludibile e inestricabile.

15. Anche qui siamo costretti ad aprire un’altra parentesi. Ciò che abbiamo appena detto ci fa capire perché Maria Santissima è Regina dell’Universo intero. La grandezza enorme, per certi versi incalcolabile dell’universo intero, laddove le distanze si misurano in miliardi e miliardi di anni-luce, è segnata dal trono incontrastato di un’umile fanciulla di Nazareth che nel silenzio della sua casa disse di sì all’Angelo.

16. L’Annunciazione non avviene nel clamore. Un dialogo sereno, dolce, realizza l’avvenimento che darà senso alla storia. Che differenza tra il silenzio della casa di Nazareth e il chiasso delle grandi città del tempo. La salvezza non si realizza nel disordine rumoroso di Gerusalemme, di Alessandria d'Egitto o di Roma, ma nella tranquillità di quel semplice dialogo fra l'Angelo e Maria. Non il Tempio di Gerusalemme con la confusione di mercanti, pellegrini e sacerdoti. Non il Foro romano con le impietose discussioni politiche e amministrative dove si decidevano le sorti di un Impero. Ma la quiete sconcertante dei respiri profondi di Maria, dei suoi pensieri, del suo timore...e finalmente del suo fedele assenso:...“ Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto. ” (Luca 1,38) ... hanno deciso la storia. Dio ha voluto che da quei respiri, da quei pensieri, da quel timore e finalmente da quel fedele assenso della Vergine, venisse tutto.

17. Ritorniamo sul dipinto del Carracci. Dunque, i corpi della Vergine e del Bambino quasi come un’unica realtà che costituiscono il termine fisso d’eterno consiglio. Il “paradigma della creazione” è proprio in quella Maternità e in quell’abbraccio inestricabile.

18. Su questo ci sono tre riflessioni che possiamo sviluppare. La prima riguarda il rapporto tra verità e esperienza, la seconda il rapporto tra verità e amore e la terza sulla necessità della tenerezza .

Il rapporto verità-esperienza

19. Fissiamo ancora l’immagine. Lo abbiamo detto più volte: l’armonia fra i due corpi è evidente tanto che sembrano formare una sola figura.

20. Il Bambino è il Dio incarnato … e il Dio incarnato è Dio: è pienamente Dio. L’ unione ipostatica ci dice che l’Incarnazione è l’esistenza di un unico soggetto, divino, in una duplice natura, veramente umana e veramente divina. Giustamente il Catechismo dice che Gesù Cristo è “vero Dio e vero Uomo”. Dunque il Bambino è il Logos, è la Verità.

21. La Vergine è Colei che più di tutti ha fatto propria l’appartenenza a Dio. Chi più della Vergine ha fatto e fa esperienza di Dio? Nessuno più di Lei, che ha generato e portato nel Suo grembo Dio e che ha avuto tante volte il privilegio di abbracciarlo fisicamente. Ha scritto il beato Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae del 16.10.2002, al n.10: La contemplazione di Cristo ha in Maria il suo modello insuperabile. Il volto del Figlio le appartiene a titolo speciale. E’ nel suo grembo che si è plasmato, prendendo da Lei anche un’umana somiglianza che evoca un’intimità spirituale certo ancora più grande. Alla contemplazione del volto di Cristo nessuno si è dedicato con altrettanto assiduità di Maria.

22. In questi tempi s’insiste molto sul fatto che l’annuncio cristiano debba sottolineare la centralità dell’esperienza di Cristo. Ciò è ovviamente giusto. Il Cristianesimo non è un “libro” ma una “Persona” [1] e il rapporto con Dio è un rapporto interpersonale, talmente interpersonale che il Cristianesimo stesso si fonda sulla partecipazione alla vita di Dio: Io sono la vite e voi i tralci (Giovanni 15).

23. Ma cosa significa appartenere a Dio? Che rapporto c’è tra Dio come natura e Dio come pensiero? La risposta è molto semplice: Dio è Logos. In Dio natura e pensiero non sono separati. Dio non decide di essere buono, è costitutivamente tale. Dio non è al di là del bene e del male, è solo Bene.

24. Da qui si capisce che la legge di Dio non è un pensiero arbitrario di Dio, ma Dio stesso, la sua stessa natura. I Dieci Comandamenti sono la natura di Dio codificata per la vita quotidiana degli uomini.

25. C’è chi ha giustamente detto [2] : è vero che il Cristianesimo non è una dottrina, ma è pur vero (e non va dimenticato) che ha una dottrina … e che questa è il Suo stesso mistero.

26. Senza la Verità l’esperienza non va da nessuna parte. Senza la Verità l’esperienza diventa una emozione impazzita. Senza la Verità l’esperienza diventa un’automobile priva del motore che serve solo per camminare in discesa … peraltro con il serio rischio che i freni non prendano più. Senza la Verità l’esperienza può diventare una colossale bugia.

27. Certamente la Verità da sola non basta, bisogna vivere della Verità (ecco la vera esperienza), ma è sempre la Verità che garantisce l’esperienza, non il contrario.

28. Insistere molto sulla gioia è ottimo. Va bene. Il cristiano è senz’altro tenuto a testimoniare la gioia di Cristo [3] , ma –appunto- la gioia di Cristo. Se non si conosce perché la persona di Cristo è causa di gioia, non si può testimoniare la gioia. Se non si conosce che Cristo è Dio, se non si conosce il perché della centralità della Croce, non si può capire come e perché il Cristianesimo, a differenza delle altre religioni, motivi infallibilmente la gioia.

29. Ma se non ci si sofferma su questa conoscenza, come si può fondare la gioia? Un musulmano potrebbe anche obiettarci: Anche io sono felice di essere un musulmano! E un idolatra: Anche io sono felice di adorare gli idoli! In tal caso come risponderemmo? Se non si fa appello alla verità ma solo alla sensazione si è disarmati a dare una risposta che possa davvero essere ragionevole e persuasiva.

30. Non a caso san Pietro (e siamo agli inizi del Cristianesimo, cioè in quel periodo in cui solitamente si afferma che vi fosse una centralità esclusiva dell’esperienza cristiana) dice nella sua Prima Lettera (3,15): (…) adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.

31. Torniamo al dipinto e quindi all’abbraccio della Madre al Figlio, alla perfetta armonia dei due corpi che ci fanno capire quanto sia inestricabile il rapporto Verità-esperienza e come l’esperienza sia nulla senza la Verità, tant’è che la grandezza e la ragione dell’Immacolata è tutta nella Divina Maternità.

32. Nel dipinto, come abbiamo già detto, vi sono anche due particolari: uno più difficile a notarsi, l’altro più chiaro. Il primo è il movimento che sembra fare il Bambino per cercare di far combaciare quanto più possibile la guancia al volto della Mamma. E’ un movimento, questo, che non raramente i bambini fanno quando sono in braccio ai propri genitori. Il secondo è san Giovanni Battista che indica chiaramente agli altri beati di guardare verso quell’unione.

33. Si tratta di due particolari che obbligano il cristiano a credere che la salvezza è proprio nel particolare. Ci spieghiamo meglio. Il Bambino che cerca di far combaciare perfettamente la sua guancia al volto della Mamma celeste è Dio che, incarnandosi, fa esperienza anche della più semplice e apparentemente insignificante tenerezza; il Battista che indica la figura è la rappresentazione visibile di quella verità che, come abbiamo già detto, è paradigma della creazione e della storia.

34. Dunque due particolari che obbligano il cristiano a credere che la salvezza sia proprio nel particolare. E’ un particolare il movimento del visino del Bambino ed è un particolare anche  l’abbraccio della Madre e del Figlio.

35. Questo c’impone un’ulteriore riflessione. Spesso si dice che le questioni dottrinali, soprattutto se sottili, tolgano spazio all’essenza della verità, alla sua maestosità, alla sua incommensurabilità, al suo mistero. E invece no, è proprio il contrario: la grandezza della Verità sta nella sua originalità e particolarità.

36. Lo scrittore Chesterton (1874-1936) riguardo dice una cosa importante. Queste parole sono state recentemente citate in un articolo di Gnocchi & Palmaro comparso su Il Foglio del 27 novembre scorso dal titolo Ma senza dottrina non si è cristiani . Lo scrittore inglese dice così: Le discussioni teologiche sono sottili ma non magre. In tutta la confusione della spensieratezza moderna, che vuol chiamarsi pensiero moderno, non c’è nulla forse di così stupendamente stupido quanto il detto comune: ‘La religione non può mai dipendere da minuziose dispute di dottrina’. Sarebbe lo stesso affermare che la vita umana non può mai dipendere da minuziose dispute di medicina. L’uomo che si compiace dicendo ‘Non vogliamo teologi che spacchino capelli in quattro’, sarebbe forse d’avviso di aggiungere ‘e non vogliamo dei chirurghi che dividano filamenti ancora più sottili’. È un fatto che molti individui oggi sarebbero morti se i loro medici non si fossero soffermati sulle minime sfumature della propria scienza: ed è altrettanto un fatto che la civiltà europea oggi sarebbe morta se i suoi dottori di teologia non avessero argomentato sulle più sottili distinzioni di dottrina.

37. Una bella favola scandinava racconta: Ogni volta che un bambino viene chiamato dal Signore, un angelo scende dal cielo per condurlo in Paradiso. Ma prima di volare fin lassù, l’angelo concede al piccolo di poter visitare, per l’ultima volta, i luoghi più incantevoli della terra per raccogliere i fiori più belli e portarli fino in cielo. Anche quella sera, nella fresca brezza vespertina, un angelo portava fra le braccia un bambino. Volavano leggeri sulla terra in fiore e si fermarono in un parco lussureggiante. Raccolsero viole, margherite, nontiscordardimé e ciclamini, e anche piccoli boccioli di rosa in un roseto appena reciso. Il bambino batté le mani dalla contentezza, pensando che ormai sarebbero saliti verso il cielo. Ma non era ancora il momento. Volarono in su e in giù per molte strade e molti viottoli bui. Ormai era scesa la notte. La città dormiva. In un vicolo sporco e maleodorante l’angelo si fermò e indicò al piccolo di rovistare in un mucchio di immondizie. ‘Lì troverai il fiore più bello!’ esclamò l’angelo raggiante. Il bambino, incredulo, si avvicinò a quella montagna di rifiuti. Tra vecchi cenci, cibi avanzati e altri resti, c’erano anche i cocci di un vaso di terracotta. Accanto ad esso, vide un giglio dei campi rinsecchito, ancora attaccato alla sua radice. Il bimbetto rimase alquanto deluso: ‘Vuoi portare al buon Dio questo fiore appassito?’ L’angelo si chinò, raccolse la pianticella e con voce tremula di commozione narrò la storia di quel giglio: ‘In quel vicolo laggiù, in una misera stanzetta, viveva un ragazzo malato. La malattia aveva tolto ogni forza alle sue povere gambe e non poteva quasi più alzarsi dal letto. Non poteva uscire, né saltare, né correre con gli altri bambini. Costretto al letto notte e giorno, quando si sentiva un po’ meglio, faceva qualche passo per la stanza con le stampelle. Durante la bella stagione lo portavano davanti alla porta di casa per respirare un po’ d’aria fresca. E il ragazzo era veramente felice, per lui era come assaporare una fetta del vasto mondo!’ ‘Il fiore era suo?’ domandò il fanciullo, vinto da quella curiosità che non abbandona mai l’anima dei bambini. ‘Un giorno’ continuò l’angelo ‘una vecchia fioraia regalò al ragazzo seduto sull’uscio di casa un paio di gigli. Uno di essi aveva ancora la radice. Il fiore venne messo in un vaso di coccio e diventò la prima compagnia del piccolo malato. Giorno e notte la pianticella stava vicino al suo letto, affinché egli potesse vederla crescere e prosperare. Grande fu la sua gioia quando, dopo un po’ di tempo, apparve un bocciolo, che in breve si aperse in tutto il suo radioso splendore. La pianticella sembrava voler ringraziare il ragazzo per le cure e l’amore che le prodigava, e ad ogni primavera rifioriva più bella. La vita di quel fiore riempiva le molte ore che il ragazzo doveva trascorrere immobile, e di notte rallegrava i suoi sogni. Il dolore era meno intenso da quando poteva godere di quella preziosa compagnia. Perché il dolore è più acuto, quando chi soffre resta dimenticato e solo. Quando fu prossimo alla morte, il suo ultimo sguardo fu per quel giglio che lo aveva reso felice.’ Il piccolo, ascoltò la storia palpitando di tenerezza, ma non riusciva a spiegarsi come mai l’angelo la conoscesse in tutti i particolare. ‘Come potrei non riconoscere il mio fiore?’ rispose l’angelo che in realtà non era un angelo ‘ E’ la mia storia quella che ti ho raccontato. Quando vivevo sulla terra ero il ragazzo malato che teneva la pianticella accanto al letto.’ Il bambino prese quel giglio appassito e lo mise nel mazzo insieme agli altri fiori. Quando furono in Paradiso deposero ai piedi del Signore ciò che avevano raccolto e, tra le dita di Dio, quel giglio bagnato dalle lacrime della sofferenza rifiorì in tutta la sua bellezza.

38. Un semplice giglio aveva riempito l’esistenza di quel povero ragazzo, lo aveva scelto come compagnia, pur essendo solo un semplice fiore. La bellezza di questa favola non sta solo nel dirci che bisogna sapersi accontentare di piccole cose. Un significato di questo tipo c’è ma sarebbe troppo scontato. Vi è anche qualcos’altro. La grandezza di una vita intera può essere significata anche da un piccolo particolare, come la contemplazione di un fiore, perché un particolare può valere l’intero.

39. Per Dio non esiste il piccolo e il grande perché relativamente a Dio tutto è infinitamente piccolo. Il santo sacerdote don Dolindo Ruotolo (1882-1970), dinanzi all’interrogativo del perché l’universo è così grande se forse la vita è solo sulla Terra, commentando il libro del Genesi scrive che Dio come causa sussistente è presente in egual modo tanto nell'universo intero quanto nel piccolissimo atomo, per cui Dio dà il massimo di sé tanto nel macrocosmo quanto nel microcosmo, anzi: per Dio non esiste né macro né micro.

40. Il Cristianesimo è il mistero dell’Incarnazione, ovvero Dio che si fa veramente uomo e che, nelle sue singole azioni realizza la Redenzione. Ogni azione di Gesù ha avuto un valore infinito perché compiuto da un soggetto divino. La redenzione non si realizza solo successivamente con la vita pubblica e con la passione e morte sulla croce, ma anche precedentemente, già nell’umile dimora di Nazareth. L’unione nel Verbo incarnato delle due nature - umana e divina - nell’unico soggetto divino, fa sì che ogni azione, anche la più banale, abbia avuto un valore infinito, proprio perché vissuta da un soggetto divino, cioè infinito. Per la redenzione sarebbe bastata anche la più banale azione che Gesù avesse compiuta nella sua vita nascosta . In nessun’altra religione viene proposta una verità umanamente così inimmaginabile, cioè che la salvezza per tutti e per tutto si possa realizzare anche con un banale gesto di tutti i giorni.

41. Il Cristianesimo offre una concezione unica della storia non solo per il posto che l’uomo occupa in essa, ma anche perché, nella storia, non esiste di fatto gesto storicamente più e meno importante. Non esiste più la grande storia e la piccola storia . Tutto ciò che l’uomo compie può avere dimensione storica: una battaglia come una discussione, una sconfitta come una lacrima, un trionfo come un sorriso. Come per il Verbo incarnato una semplice azione ha avuto un valore infinito, così per l’uomo una semplice azione è occasione di una scelta di bene e di male, cioè è un’occasione per costruire la sua e l’altrui storia.

42. La teologia cattolica è teologia del particolare. Il Cristianesimo afferma che Dio fa dell’anima dell’uomo il suo universo. E’ ciò che avviene con la Grazia. A tal proposito santa Teresa d’Avila (1515-1582) scrive in una sua poesia immaginando un colloquio tra Dio e un’anima: “Anima, cercati in me, / E, cercami in te / L’amore è arrivato a tanto, / a riprodurti in me, o Anima / Che nemmeno il più / grande pittore / potrebbe, con tanto talento, / disegnare una tale immagine. / Per amore fosti creata, / Bella, bellissima, e per questo / dipinta nelle mie viscere, / se ti perdessi, amata mia, /dovresti cercarti in me. / So che troverai / Nel fondo del mio cuore il tuo ritratto, / dipinto in/ modo tanto rassomigliante / che, vedendoti, ti rallegrerai / Di vederti, così splendidamente dipinta. / Se per caso, non sapessi / in quale luogo trovarmi, / non andare di qua e di là, / ma, se vuoi trovarmi, / cercami in te. / Poiché sei il mio focolare, / sei la mia casa, la mia dimora, / chiamo, in ogni momento, / Se trovo chiusa / La porta del tuo pensiero. / Fuori di te, non cercarmi / poiché per trovarmi, / basta che tu mi chiami; / e a te andrò senz’indugio, / cercami in te.”

43. Si può fare anche l’esempio della morte, essa è imprevedibile e anche in un certo senso “banale”. Per accedere all’eterno occorre il particolare. Nell’originalità dell’esistenza umana avviene un paradosso: che un piccolo particolare può originare ciò che è nella dimensione universale, che da un banale, transitorio e fuggevolissimo momento si origini la dimensione dell’eterno.

Il rapporto verità-amore

44. Veniamo adesso alla seconda riflessione che c’impone il dipinto. Si tratta del rapporto tra Verità e Amore.

45. Chiediamoci: perché il dogma dell’Immacolata Concezione venne promulgato solo nel 1854? Perché stava venendo meno la fede nel peccato originale a causa dell’incombente positivismo filosofico.

46. L’Immacolata Concezione è un’esaltazione della libertà individuale. Il dogma ricorda il peccato originale che a sua volta ricorda il fatto che anche in una società perfetta, qual è stato il paradiso terrestre, l’uomo è riuscito a peccare ugualmente.

47. Ecco quindi che ritorna la centralità dell’amore e la funzione solo strumentale della conoscenza, funzione strumentale ma ovviamente sempre necessaria.

48. A Lourdes la Vergine non disse: Io sono stata concepita immacolatamente, bensì: Io sono l’Immacolata Concezione. Il che vuol dire che ragione di tutto il reale è la negazione del peccato. All’inizio di tutto è posta l’Immacolatezza di Maria.

49. Com’è attualmente la pastorale sul peccato? C’è un tendere verso il basso, un cercare di porre l’asticella sempre più in basso. E questo, diciamocelo francamente, è un andare in contro-tendenza rispetto agli insegnamenti più consolidati della teologia spirituale.

50. Qui ovviamente non si tratta di essere favorevoli al rigorismo e auspicare un certo giansenismo di ritorno, assolutamente no. E’ bene aver pazienza nei confronti del peccatore perché è stesso il Signore che ha pazienza verso tutti, prima di tutto verso noi stessi. Ma un conto è aver pazienza in merito al rispetto della Legge di Dio, altro è snellire la Legge di Dio, quasi affermando che ci possano essere precetti più importanti e meno importanti.

51. Gesù disse a santa Faustina Kowalska (Diario, 1489): Un solo atto di puro amore verso di Me, Mi è più gradito che migliaia di inni di anime imperfette. E Antonio Royo Marin nel suo insostituibile Teologia della perfezione cristiana riporta una citazione di Salmanticenses: Piace di più a Dio e lo glorifica di più il predicatore o il maestro di vita spirituale che converte un solo peccatore e lo porta fino allo stato di perfezione che colui il quale converte molti, ma li lascia nella tiepidezza. Poi giustamente Royo Marin annota: Da questa dottrina non si può evidentemente dedurre che non abbia importanza tutto l’apostolato per la conversione die peccatori.

52. Certamente –e questo lo dice anche san Tommaso d’Aquino- ci sono peccati mortali e peccati mortali, non tutti sono ontologicamente uguali, ma non lo sono in merito alle pene a cui essi conducono qualora venissero assolti, non in merito all’esito qualora non venissero assolti. Il peccato mortale, se non assolto dall’infinita misericordia di Dio, rimane peccato mortale, capace cioè (anche uno solo) di meritare la condanna eterna, perché ogni peccato mortale ha in sé un valore infinito perché offesa a Colui che è infinito.

53. Scrive papa Leone XIII nella sua Satis Cognitum del 29.6.1896: Colui che anche in un sol punto non assente alle verità da Dio rivelate, ha perduto tutta la fede, perché ricusa di sottomettersi a Dio, somma Verità e motivo proprio della fede. (…) Perciò la Chiesa, memore del suo ufficio (di custodire il deposito della fede), non si è mai con ogni zelo e sforzo tanto affaticata come nel tutelare in ogni sua parte l’integrità della fede. E Benedetto XV dice nella Ad Beatissimi Apostolorum Principis dell’1.11.1914: Il cattolicesimo, in ciò che gli è essenziale, non può ammettere né il più né il meno: «Questa è la fede cattolica; chi non la crede fedelmente e fermamente non potrà essere salvo»(Symb Athanas.); o si professa intero, o non si professa assolutamente. Non vi è dunque necessità di aggiungere epiteti alla professione del cattolicesimo; a ciascuno basti dire così: «Cristiano è il mio nome, e cattolico il mio cognome»; soltanto, si studi di essere veramente tale, quale si denomina.”

54. In questi tempi c’è una giusta esaltazione della misericordia di Dio, che è indubbiamente infinita, ma questa può essere capita solo nel riconoscimento della gravità del peccato. Padre Pio soleva dire di non temere tanto la giustizia di Dio quanto la sua misericordia, perché per la giustizia non si può abusare, per la misericordia sì. Gesù allorquando dettò a santa Faustina Kowalska il Rosario della Divina Misericordia disse (Diario, 476): Questa preghiera serve a placare la Mia ira.

55. Oggi si fanno manifestazioni quando la salute del corpo viene compromessa, ma non si fa lo stesso per l’anima. Per esempio: chi si accorge che molti programmi televisivi fanno più stragi della diossina e di tanti rifiuti tossici? Che reazione c’è stata dinanzi al vergognoso caso  della bambina di Bologna data in affido ad una coppia di omosessuali, per giunta maschi?

56. Dall’eternità è stata voluta l’ Immacolata Concezione come ragione di tutto.

La necessità della tenerezza

57. Abbiamo visto il video-intervista a Lindo Ferretti e ascoltato la bella frase finale che dà il titolo a questa circolare: Se non si passa attraverso lo sguardo della madre, non si può arrivare al cospetto del padre.

58. Una frase strutturalmente cattolica perché tutto il Cattolicesimo è nel rapporto tra Madre e Figlio e tra Figlio e Madre, è in quell’abbraccio inestricabile e in quell’armonia dei corpi del dipinto del Carracci.

59. Solo il Cattolicesimo (nessun’altra religione lo fa) offre all’uomo la possibilità di rimettere il proprio destino tra le tenere braccia di una Madre.

60. Da sempre la ricerca della tenerezza accompagna il rammarico per le proprie mancanze, così come accompagna l’ansia per ciò che accadrà e per la propria inadeguatezza dinanzi a ciò che riserverà il tempo. Quante volte ci chiediamo: Ce la farò e Chi mi aiuterà? Si tratta di quella tenerezza che dona la vera “compagnia” al proprio esistere, che colma lo sguardo del bambino che può trovare solo in quello della mamma la risposta alle proprie paure. Il bambino invoca lo sguardo della mamma e la mamma guarda il bambino e gli dona...la tenerezza.

61. La tenerezza è una delle perenni ricerche dell’uomo ... non per giustificarsi e farsi perdonare i propri sbagli, ma per avvertire il “calore” in una vita che chiede, che invoca, che pretende una Risposta ... una Risposta che sia anche un tenero abbraccio, come quello della madre che fa appoggiare il capo del bimbo al suo seno e lo culla, accarezzandolo.

62. Ogni uomo (indipendentemente dalla sua cultura, dal ruolo che riveste nella società e dal suo stato economico) ricerca la tenerezza ; e il Cattolicesimo –che è la vera religione- è la religione della tenerezza per eccellenza, perché è l’unica religione che ha posto una Mamma come via privilegiata per la salvezza di ognuno.

63. Concludiamo con una novella di Dino Focenti che ha come titolo proprio La necessità della tenerezza:

Giorgio anche questa volta ce l’aveva fatta. La rapina era andata bene…e aveva deciso di cambiare definitivamente aria. “Se questo colpo riuscirà –aveva pensato prima della rapina- me ne vado. Sì, me ne vado all’estero. Cambierò definitivamente aria…e non rischierò più la vita.” Ecco perché adesso Giorgio correva.

I suoi pensieri, però, non riuscivano a correre. Ormai da tempo, da troppo tempo, erano sempre lì su quella stessa immagine, tanto remota ma tanto presente.

Davvero Giorgio voleva smettere di rapinare per non rischiare più la vita, o era qualcos’altro da cui voleva fuggire?

Erano già passati due anni da quel fattaccio…ma per Giorgio era come se fossero passati solo pochi minuti. Non riusciva a dimenticare quel gioielliere poco più che trentenne che tremava tutto e che non avrebbe mai reagito. Giorgio ancora non riusciva a capire se lo aveva voluto veramente fare o il colpo era partito per caso. Resta il fatto che quel giovane uomo era morto sul colpo…lasciando moglie e tre bambini.

A Giorgio questo fatto dei bambini gli martellava la testa. Perché cosi piccoli e già così soli? Lui sì che lo sapeva cosa significava rimanere solo, senza padre, ad appena dieci anni. Sapeva anche che quella brutta vita l’aveva iniziata proprio perché non aveva avuto nessuno che lo guidasse.

Aveva appena dieci anni. Fu terribile quel giorno in cui seppe della morte del papà…e sapeva già che sulla mamma non poteva contare. Non perché non ci fosse, ma perché era sempre stata una poco di buono. Il marito non l’aveva mai amato e faceva una vita tutt’altro che onesta. Al piccolo Giorgio quel giorno cascò il mondo addosso.

Il giorno dopo, ai funerali, c’erano pochissime persone: gli amici del bar con cui il papà giocava a briscola e tracannava birra. Gente che in Chiesa non entrava nemmeno a Natale e a Pasqua. La mamma, poi, fingeva tristezza…ma forse era addirittura contenta per quello ch’era successo.

Don Pino, il parroco, che conosceva di che pasta fosse fatta la mamma, fu l’unico ad aver compassione del piccolo Giorgio. Dopo i funerali, lo prese, lo abbracciò forte (poche volte era stato abbracciato fino ad allora), lo portò dinanzi alla statua della Madonna e gli disse: “Giorgio, vedi quanto è bella la Mamma di Gesù. Lo sai che la Madonna è la Mamma di Gesù, ma anche la Mamma di tutti noi?...E’ anche la Mamma tua, Giorgio.”

Giorgio aveva capito che quelle parole di don Pino significavano che lui una vera mamma non l’aveva, non l’aveva mai avuta...e adesso non aveva neanche il papà.

Questi erano da sempre i pensieri di Giorgio. Anche adesso che correva per andare fuori, fuori dell’Italia…per cambiare aria.

Pensava a quel povero papà che aveva ucciso…e pensava a quell’antico dolore che lo aveva fatto rimanere solo.

Oggi poi era l’otto dicembre, il “Giorno dell’Immacolata”, come dicevano al suo paese. Quel giorno il papà andava nella baracca sotto casa e prendeva i “tavoloni”, cioè grossi assi di legno per fare il presepe. Quel giorno lui si sentiva il bambino più felice del mondo. Ad un tratto un pensiero si affacciò alla sua mente: “Quei tre bambini che la sua pistola aveva reso orfani come stavano vivendo il ‘Giorno dell’Immacolata’? Che forse anche quell’uomo faceva come suo padre?”

Le sue gambe correvano ancora, ma la sua mente ormai si era impantanata. A che pro continuare a scappare? Cambiando aria, avrebbe potuto cambiare anche i suoi pensieri?

Correva, correva…ad un tratto (la strada era affollatissima di gente che faceva le compere per l’occasione) si scontrò con una bimba e le fece cadere una grossa busta. Tutto finì a terra: pastori, muschio, carta roccia e si ruppe una bella fontana di terracotta. La bimba iniziò a piangere e a gridare ad un uomo che le era accanto: “Papà, si è rotto, si è rotto tutto ciò che mi hai regalato!”

Giorgio avrebbe voluto fermarsi per aiutare quella bimba, per chiederle scusa…ma perché? Lui, che rapinava, poteva forse intenerirsi dinanzi ad una bimba che piangeva?

E intanto continuava a correre…quando improvvisamente si sentì una sirena di polizia. Che lo stessero cercando?

Giorgio pensò che conveniva non rischiare. Si trovò dinanzi ad una Chiesa ed entrò. Il sacerdote era sull’altare. La Messa era quella del giorno di festa. “Ma perché?” si chiese Giorgio . “Ah già! –capì subito- oggi è il “Giorno dell’Immacolata!”

Non sapeva che fare, ma adesso non poteva uscire. Doveva attendere. Se cercavano lui, la polizia non sarebbe mai venuto a cercarlo in una chiesa. Si sedette. Poi si alzò. Non riusciva a seguire la Messa perché non si ricordava nemmeno come fosse fatta. Mentre camminava nervosamente, si avvicinò ad una cappella laterale. Vi entrò. Era tutta illuminata e piena di fiori. Era la cappella dell’Immacolata. “Guarda, guarda –pensò- la statua è proprio uguale a quella di don Pino!” Strano. Don Pino gli aveva detto che la Madonna Immacolata era anche la sua mamma…e proprio il Giorno dell’Immacolata lui era solito sentirsi il bambino più felice del mondo. Il giorno dei “tavoloni” e dell’inizio del presepe.

C’era un uomo anziano inginocchiato. Una bambina arrivava adesso e depositava un bel fiore ai piedi della statua. Giorgio si commosse, s’inginocchiò anche lui…e capì che la sua corsa adesso era finita.

Quell’aria nuova che tanto cercava, l’aveva trovata lì, ai piedi di quella statua. La sua vita si era rovinata dopo ch’era stato ai piedi di quella statua, ora poteva ricominciare tutto, sempre lì …ai piedi della stessa statua.

64. L’aria nuova non sta realmente nel nuovo, ma nel ritornare all’origine … e l’origine di tutto è il termine fisso d’eterno consiglio , è ciò che Dio ha pensato e voluto: l’abbraccio inestricabile fra Sé e Sua Madre.

65. Con questo abbraccio si capisce la vita, senza è tutto senza significato: perché se non si passa attraverso lo sguardo della madre, non si può arrivare al cospetto del padre.



[1] Verrebbe però da pensare a quante contraddizioni albergano in coloro che pur ripetono continuamente che il Cristianesimo non è un “libro” ma una “persona”. Basti pensare che queste stesse persone spesso parlano della necessaria riscoperta della Scrittura e parlano della “Parola di Dio” intendendola e identificandola esclusivamente con la Bibbia.

[2] Questa frase è di monsignor Antonio Livi.

[3] San Francesco di Sales diceva: Un santo triste è un triste santo!

(ripreso da “Il Cammino dei Tre Sentieri”, circolare di dicembre 2013) 10 dicembre 2013






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