Ero bambino e sentivo parlare al Telegiornale della
necessità di cambiare la legge elettorale. Sono diventato ragazzo e poi
universitario e la legge elettorale era un problema. Poi ho vissuto
Tangentopoli e la caduta della cosiddetta Prima Repubblica, e da quel momento
la legge elettorale non mi ha più abbandonato, anno dopo anno, giorno dopo
giorno. Mattarellum, Porcellum, altri tentativi in “um”, uninominale,
maggioritario, proporzionale, premio di maggioranza, ecc.. Sono tutti vocaboli
che mio malgrado fanno parte della mia vita, come di quella di ogni italiano
adulto. Negli ultimi anni, poi, negli ultimi mesi, negli ultimi giorni, l’incubo
si va sempre più accrescendo.
Da un lato l’importanza della questione è evidente, in
quanto si tratta di stabilire le regole del gioco di questo tristissimo e rovinoso
gioco che si chiama Repubblica Italiana. Regole che evidentemente hanno il
potere di fare i parlamentari e i governanti, ma che parlamentari e governanti
non riescono a fare da anni per il semplice motivo che ogni partito e
maggioranza tende a volerle stabilire in funzione dei propri interessi
elettorali, suscitando ovviamente l’opposizione degli altri partiti e creando
così l’impasse nel quale ci troviamo.
Quanto detto è come dire che 2+2 fa 4. Ma uno dei grandi
pericoli al quale il mondo in cui viviamo ci sottopone – tramite il quotidiano
martellamento mediatico e la necessità materiale della nostra sopravvivenza
politica e anche economica e materiale – è proprio quello di farci dimenticare,
giorno dopo giorno, dandole per scontate, le più elementari verità. E mi
spiego.
Ripartiamo per un istante dai “fondamentali”, ovvero da quei
princìpi essenziali “scontati” che a furia di essere scontati e quindi mai o
quasi mai ripensati, si rischia di perdere perfino dentro la nostra
consapevolezza di cittadini adulti e intelligenti.
Da quasi due secoli è dato come assoluta e implicita
certezza (non richiede cioè ulteriore dimostrazione, anzi, il volerla
dimostrare è già di per sé un “brutto segno”, un volersi pericolosamente
estraniare dalla civiltà in ci viviamo) il fatto che la democrazia non è solo la
“migliore forma di governo”, ma addirittura l’unica veramente accettabile e
legittima in sé, in quanto l’unica legittimata dalla volontà popolare.
Bene. Ora, la democrazia moderna si fonda sul principio
della maggioranza: per governare occorre avere il 50%+1 dei voti. Chi di noi
non ha mai sentito questa fatidica sentenza? Talmente fatidica da essere il
vero e proprio dogma fondante delle democrazie odierne occidentali (e oggi non
solo occidentali).
Da 68 anni la Repubblica Italiana si vanta di essere una
democrazia. Pertanto, si svolgono elezioni politiche per decidere i governanti.
Da qui nasce l’esigenza dei sistemi elettorali, per
stabilire, appunto, le regole del gioco.
In realtà, se il principio fondante della democrazia moderna
è la maggioranza numerica, diviene evidente e palese che l’unica legge
elettorale possibile e legittima dovrebbe essere quella della pura e semplice
conta dei voti. Si va a votare, chi prende più del 50% governa. Se nessuna
forza politica vi arriva, allora occorre fare delle coalizioni per superare la
fatidica soglia dogmatica. Ma affinché tutto questo non sia un inganno, occorre
che realmente si abbia il 50%+1 dei voti. E per avere realmente il 50%+1 dei
voti non v’è altro sistema legittimo e fondante di quello meramente numerico.
Se poi per superare la fatidica soglia occorre allearsi con
sgraditi avversari o falsi amici politici, questo è un problema effettivo del
sistema democratico elettivo, ma è imprescindibile. Fa parte del gioco appunto.
Invece qualsiasi
premio di maggioranza voluto da chicchessia è frode alla democrazia, perché in
pratica si inventa ciò che non esiste per superare la soglia dogmatica, magari
anche di parecchio tanto per stare più tranquilli e non dover rendere conto ad
alleati sgraditi e rompiscatole, che rendono difficile il governo politico. Ma
non ci si rende conto che di fatto in tal maniera si nega la democrazia stessa,
perché appunto si regala ciò che non esiste e si rende quindi di fatto automaticamente
illegittimo il voto, e pertanto qualsiasi governo da esso nasca. Naturalmente,
questa truffaldina operazione viene camuffata dalla magica parola:
“governabilità”.
La governabilità richiede la necessaria adeguazione delle
regole del gioco a un sistema elettorale che produca la possibilità effettiva
di un governo che abbia i numeri per governare liberamente.
Ma la governabilità è un fine funzionalista che poco ha a
che vedere con i princìpi ideali su cui si fonda un qualsivoglia sistema di
governo politico democratico.
Quando si afferma dogmaticamente che la democrazia
elettorale è la miglior forma di governo (anzi, l’unica accettabile e
legittima), e poi invece si adeguano le sue regole – rinunciando di fatto alla
sua naturale impostazione fondativa – in nome della governabilità, di fatto si
ammette implicitamente che la democrazia elettorale non può essere una forma di
governo adatta né – molto più importante – legittima, in quanto per poter
esistere nella realtà occorre tradirla fin dal principio. Occorre barare,
insomma (la celebre “legge truffa” di democristiana memoria).
Fare una legge elettorale è già di per sé il fallimento
della democrazia moderna. Infatti, nel momento in cui si stabilisce una
qualsivoglia esigenza (collegi proporzionali, uninominali, sbarramento, premio
di maggioranza, ecc.), è evidente che si sta facendo esattamente verso la
democrazia degli adattamenti funzionalisti che falsificano il principio stesso
su cui si fonda la democrazia, ovvero l’espressione della reale volontà
popolare.
Per quale ragione uno sbarramento è al 37% e non al 34 o al
43? Chi lo stabilisce? Secondo quale principio? Per quale ragione dovrebbe mai
esistere un premio di maggioranza che di per se stesso evidentemente falsifica
le votazioni e quindi la democrazia? E chi stabilisce e secondo quali principi
la quantità di questo premio di maggioranza?
Si potrebbe affermare che il premio di maggioranza è la
“finanza” della democrazia.
È evidente che l’unica giustificazione a un tale modo di
procedere invece è la funzionalità finalizzata alla governabilità. Ma allora è
altrettanto evidente che la democrazia elettiva moderna non è di per sé né
funzionale né legittima, perché la sua legittimità risiede esclusivamente nella
reale – qualunque essa sia – espressione della volontà popolare numerica.
Insomma, è evidente che la democrazia elettiva, per essere
“pura” e legittima, non dovrebbe avere non solo nessuna modifica funzionalista,
ma nemmeno una “legge elettorale”: si dovrebbe semplicemente votare, fare la
conta dei voti e poi chi ha ottenuto più voti viene eletto e deve formare una
maggioranza politica.
Viene da porsi una domanda abbastanza scontata. Ma non sarà
che il vero problema è la struttura stessa del principio democratico odierno?
Non sarà per caso che la magica “governabilità” è per sua natura refrattaria
alla democrazia parlamentare numerica?
Oppure, rovesciando l’ordine dei fattori: non sarà che la
democrazia moderna mal si adegua a una qualsivoglia “governabilità”? Detto in
concreto: non è utile e positiva ai fini della gestione politica dello Stato.
Ma, al di là della funzionalità, il vero punto essenziale
della questione che occorre porsi seriamente è un altro. Non sarà che la
democrazia elettiva, non solo non funzionale, ma di per se stessa inapplicabile
senza correzioni che ne falsifichino la natura, non è la migliore delle forme
di governo?
Dopo quasi settant’anni di democrazia applicata in Italia,
non sarà lecito, visti i risultati, iniziare a porsi questo inquietante
interrogativo?
Siamo proprio sicuri che porsi i seguenti interrogativi,
almeno a livello ideale, come sforzo intellettuale e “mnemonico”, tanto per non
smettere di ragionare su ciò che è dato sempre per scontato ma che forse
scontato non è, sia così erroneo o inutile?
Viene naturale chiedersi se per caso non avesse ragione
Platone nel considerare la democrazia la rovina di Atene come di qualsiasi
Stato e nel ritenere di contro un governo aristocratico come quello spartano
più idoneo alla natura umana.
Se per caso non avesse ragione tale Aristotele nel ritenere
che la miglior forma di governo era la politeia, ovvero un governo degli
aristocratici però con parziale elezione da parte del popolo, una sorta di
unione del meglio di Atene con il meglio di Sparta.
Se per caso non avesse ragione tale Tommaso d’Aquino,
nell’affermare che la miglior forma di governo era la monarchia (si badi: non come
forma istituzionale, ma come forma di governo effettivo, diretto), in quanto
più idonea alla gestione della natura umana ferita dal peccato originale. E
quindi nel ritenere come seconda l’aristocrazia, e che pertanto una monarchia
temperata dall’aristocrazia e dalla Chiesa era senz’altro la più perfetta forma
di governo. E nel ritenere la democrazia solo all’ultimo posto delle forme di
governo legittime, in quanto la natura umana ferita dal peccato originale non è
all’altezza dell’autogoverno responsabile e altruista.
Sono domande inutili in quanto oggi tali realtà (monarchia
governativa, aristocrazia) sono di fatto di impossibile realizzazione? Io non credo
che sia inutile porsi queste domande. E per un semplice motivo, peraltro molto
funzionalista, secondo i gusti odierni. Perché è fin troppo facile profezia
affermare che la democrazia elettiva moderna ha i giorni contati. Ed è fin
troppo facile osservare il suo pieno fallimento, specie in Italia.
Il vero problema semmai è cosa potrà mai sostituirla:
l’oligarchia sinarchica, mondialista e finanziaria come di fatto sta avvenendo
oggi, che di per sé rende non solo inutile, ma ridicola, qualsiasi elezione politica
e qualsiasi sistema elettorale (è evidente che i nostri politici pensano alla
legge elettorale solo in funzione della proprio rielezione e della possibilità
di governare, cioè di essere loro e non altri i burattini manovrati da chi
realmente oggi detiene ogni potere), o una nuova aurora spirituale e politica,
fondata sul governo di monarchi cattolici coadiuvati di aristocrazie dello
spirito, della verità e della carità, con l’appoggio reale e sentito delle
popolazioni?
La prima ipotesi è la realtà odierna. La seconda richiede un
immenso sforzo dell’uso della virtù teologale della speranza nell’azione
dell’Onnipotente.
Il quale però… può tutto, e solo attende che l’uomo di buona
volontà vi creda e si ponga al suo servizio, e non al servizio del mondo, per
dare libero corso alla sua onnipotenza anche nella vita politica e sociale
degli uomini.