Dal Dio-amore della
teologia medioevale al Dio illogico e
contraddittorio del nominalismo della
crisi della Scolastica
Nel XIV secolo si assiste ad un progressivo
cambiamento di mentalità, lo spirito “mondano” affascina sempre più. Si tratta ovviamente
di un passaggio graduale. Solo pochi uomini di questo secolo riescono ad
avvertire il cambiamento. E’ un mutamento non uguale geograficamente, ma
comunque presente. Scrive lo storico Fisher:
“Impossibile definire con una sola data la divisione tra mondo
medioevale e moderno. La trasformazione avvenne gradatamente in modo disuguale,
più rapida e completa in un luogo che in un altro, lasciandosi dietro ovunque
zone di medioevo –allo stesso modo che nel medioevo- s’incontrano qua e là
lampi di intuizione umana bizzarramente antitetici alla mentalità medioevale, e
che anticipano in modo quasi irreale l’ampia visione e i complessi sentimenti
del mondo moderno”
Tra i fenomeni tipici di questa mondanizzazione
della cultura nel XIV secolo -e soprattutto alla fine di questo secolo- vi è la
cosiddetta
crisi della teologia naturale.
Spieghiamo i termini. La
teologia naturale
è la conoscenza razionale dell’esistenza e della
natura di Dio.
Per capire questa crisi della
teologia naturale
del medioevo è indispensabile sapere cosa essa
afferma. Solo così capiremo da cosa, alla fine del XIV secolo, ci si vuole
allontanare.
Divideremo, pertanto, il discorso in due parti:
I.
La
‘sovranità nell’amore’ come fondamento della teologia naturale medioevale.
II.
La
s’sovranità nella paura’ come segno della crisi della teologia naturale del XIV
secolo.
La ‘sovranità
nell’amore’
come
fondamento della teologia naturale medioevale
Nella
teologia
naturale
medioevale vi è una concezione positiva di Dio. Egli viene
concepito come un essere da adorare, a cui affidarsi e non da cui difendersi.
La massima aspirazione dell’uomo medioevale è fare la volontà di Dio. Scrive
san Bernardo di Chiaravalle:
“Come una
piccola goccia d’acqua caduta nel vino si dissolve completamente e prende il
sapore e il colore del vino;
(…)
come
l’aria percorsa dalla luce del sole si trasforma in chiarità luminosa, così nei
santi ogni umana affezione necessariamente si dissolverà da se stessa in modo
ineffabile e si trasformerà completamente nella volontà di Dio”
.
Gli farà eco san Tommaso d’Aquino:
“
(…)
tutte le creature cercano come fine ultimo
di assimilarsi a Dio”
.
“Sovranità nell’amore” sono le parole più adatte per
significare il governo di Dio nei confronti dell’uomo nella concezione più
tipicamente medioevale.
Ma perché “sovranità”? Sovranità significa l’atto
del governo, ma non necessariamente del dominio assoluto. Questa parola indica la
serenità di un potere che sia estraneo a qualsiasi pretesa di imporre
sottomissioni offensive. Il sovrano autentico è colui che governa guidando,
orientando e soprattutto facendo propria la forza dell’autorevolezza, cioè la
forza di motivazioni credibili.
La
teologia
naturale
medioevale si organizza su una prospettiva filosofica
duale
. Difficilissima parola, ma il cui
significato è molto più semplice di quanto si possa pensare. Essa significa che
non si deve far confusione tra creatore e creato. Creatore e creato sono realtà
diverse non solo
apparentemente
ma anche
sostanzialmente
; cioè non solo nel
modo di esprimersi, ma anche nella realtà in sé. Il creato non è un modo di
esprimersi di Dio, ma è altra cosa rispetto a Dio. Non a caso gli Scolastici
non utilizzano semplicemente il termine
sostanza
per indicare il Creatore e le creature, ma aggiungono due aggettivi diversi: la
sostanza divina diviene la
sostanza
trascendentale
, la sostanza della realtà create diviene, invece,
sostanza predicamentale
.
Dunque, il pensiero medioevale non crede che il
creato sia una sorta di emanazione da Dio, cioè un modo diverso di essere del
Creatore e pertanto crede anche che, perché creata e voluta da Dio, la realtà
naturale è cosa buona, è un valore. Se ci fosse stata emanazione, si potrebbe
anche ipotizzare un’involontarietà della fuoriuscita di realtà diverse da Dio:
è venuto fuori qualcosa malgrado Dio non l’avesse voluto; ma se Dio ha creato,
allora ciò vuol dire che Dio ha voluto le realtà create; e se le ha volute,
queste sono positive; perché Dio, sommo Bene, non può volere cose negative.
L’assolutezza di Dio implica la volontarietà della
creazione. L’assoluto non può agire per necessità. Dio vuole creare e quindi
Dio ha voluto le realtà su cui essere sovrano. Scrive san Tommaso d’Aquino:
“Aperta la mano dalla chiave dell’amore, le
creature vennero alla luce”
Nella concezione medioevale Dio è sovrano, ma
nell’amore. Non si limita a governare, ma fonda sull’amore l’autorità nei
confronti del creato.
“
(…)
se nel ricercare la causa per cui si deve
amare Dio
–scrive san Bernardo di Chiaravalle-
si
comincia col ricercare il merito di Dio, quello è il punto capitale: che ‘egli
per primo ci ha amati’. Perciò è degno d’essere riamato, specialmente se si fa
attenzione a chi ha amato, a chi è stato amato e a quanto egli abbia amato.”
La concezione medioevale di Dio tiene a precisare
che la volontarietà della creazione dimostra l’amore di Dio. Dio, che è
assoluto, può aver creato solo per amore. L’Assoluto non può creare per
bisogno, l’Assoluto non può essere costretto dalla necessità, altrimenti che Assoluto
sarebbe? Il creato scaturisce dall’altruismo del Creatore che desidera che
altri esseri partecipino all’esistere, che è Lui stesso. Scrive sant’Agostino:
“
(…)
perché Dio è buono noi esistiamo.”
E aggiunge san Tommaso d’Aquino:
“Bisogna
dire che Dio è sommo bene nel senso assoluto del termine e non solo secondo un
genere particolare di bontà o in un determinato ordine di cose. Infatti, il
bene viene attribuito a Dio
(…)
in
modo tale che tutte le perfezioni desiderate da parte di tutti gli esseri
scaturiscono da Lui come dalla loro causa prima. Ora, tali perfezioni non
scaturiscono da Lui come da causa univoca
(…)
ma come da agente che non ha in comune con i suoi effetti né la specie
né il genere. Ora, nella causa univoca la somiglianza dell’effetto con la sua
causa è legata alla stessa forma loro comune. Ma in una causa equivoca (o
analoga) la somiglianza si trova in grado più eminente. Per esempio, il calore
si trova in grado più alto nel sole che nel fuoco. Così, dunque, trovandosi in
Dio come nella causa prima non univoca, in Lui il bene si trova in grado unico
e sovranamente eccellente. E’ questo che si vuol dire quando lo si chiama sommo
bene.”
La sovranità
nel terrore
Come segno
della crisi del XIV secolo
A partire dal XIV secolo entrano in crisi le
caratteristiche fondamentali della
teologia
naturale
medioevale. Entra in crisi la concezione completamente positiva di
Dio; e Dio inizia in un certo qual modo a far paura e a procurare sospetti
irrazionali.
Nascono in questo periodo due elementi filosofici
sulla natura di Dio, in precedenza ritenuti inconcepibili sul piano logico:
…che Dio
possa essere anche cattivo
…che Dio possa agire anche illogicamente
…che Dio possa essere anche cattivo.
Giovanni Eckhart, esponente più rappresentativo
della
mistica tedesca
,
così si esprime su Dio:
“Dio non è né
essere né bontà. La bontà inerisce all’essere e non si estende più dell’essere:
se l’essere non fosse, nemmeno la bontà sarebbe; l’essere, anzi, è cosa più
pura della bontà. Dio non è buono, né migliore, né ottimo. Chi dicesse che Dio
è buono gli farebbe torto come chi dicesse nero il sole.”
Dunque, si inizia a mettere in discussione la
convinzione secondo cui Dio sia costitutivamente buono e solo buono.
A riguardo un contributo forte lo dà
il
nominalismo,
cioè quella dottrina
filosofica che nega l’esistenza delle nozioni universali, riducendole a
semplici nomi. Il nominalista Guglielmo di Ockham nega il metodo analogico
della Scolastica.
Cioè il fatto –per dirla semplicemente- che c’è analogia tra Dio e il creato,
essendo “essere” tanto Dio quanto le realtà create. Negando il metodo
analogico, Guglielmo di Ockham afferma che gli universali sono solo dei nomi a
cui non corrispondono delle realtà. Egli scrive:
“Che nessun universale sia una qualche sostanza esistente fuori
dell’anima, può essere dimostrato in modo evidente. In primo luogo così: non
c’è universale che sia una sostanza singolare, numericamente una
(…).
Similmente, se un universale fosse una
sostanza esistente nelle sostanze singolari e distinta da esse, ne seguirebbe
che potrebbe anche esistere senza di esse
(…)
. Risulta dunque che un universale è un’intenzione dell’anima tale da
poter essere predicato di più cose. Questo può essere confermato dalla ragione.
Tutti infatti sono d’accordo nel riconoscere che ogni universale è predicabile
di più cose. Ora, solo un’intenzione o un segno convenzionale, non una
sostanza, è per natura predicabile. Perciò solo un’intenzione o un segno
convenzionale è universale.”
Dunque, dall’osservazione della realtà naturale non
è possibile conoscere la natura di Dio. E così Guglielmo di Ockham può
affermare che il bene non costituisce essenzialmente Dio; piuttosto esso
sarebbe stato liberamente deciso da Dio. Questi avrebbe anche potuto decidere
di rendere il bene male e il male bene; e tutto ciò va incidere sensibilmente
sulla nuova idea di Dio che si sviluppa nel XIV secolo.
…che Dio possa agire anche illogicamente
Il rifiuto del metodo analogico e la riduzione degli
universali a semplici nomi causano l’impossibilità di porre analogicamente
nella natura di Dio la stessa logica esistente nella natura creata.
La filosofia che si sviluppa nel XIV secolo è ancora
una filosofia con una impostazione
realista
;
pertanto è una filosofia che non arriva a negare le leggi logiche che
caratterizzano il funzionamento del reale: soprattutto il
principio di non contraddizione
, e cioè che non si può affermare
una cosa e negarla lo stesso tempo.
Ma questo
principio
di non contraddizione
non è più dimostrabile nella natura di Dio. Se
precedentemente la Scolastica poteva affermare l’impossibilità di Dio a
contraddirsi; adesso parte della filosofia di questo secolo arriva ad affermare
che Dio può anche contraddirsi.
Giovanni Eckhart afferma che Dio è l’essere e lo fa
con tesi rigorosamente logiche
,
ma nega all’essere di Dio tutte le determinazioni, tranne la sostanza. Dio
diviene l’indefinibile … e diviene anche l’ente che può essere tutto e il
contrario di tutto. Egli dice ancora:
“
(…)
quell’Uno
(Dio)
è negazione, e perciò esso appartiene soltanto all’essere primo e
perfetto, quale è Dio, di cui nulla si può negare per il fatto che egli
possiede in antecedenza e include tutto l’essere.”
Dio, essendo al di là della contraddizione, diviene
anche l’illogico e l’assurdo, di conseguenza i problemi religiosi non possono
essere risolti anche con la logica, ma solo con la mistica. Questo è un esito
che si può definire paradossale in Eckhart se si pensa che egli sostiene una
priorità ontologica (cioè di valore sostanziale) della conoscenza sull’essere
–è il celebre:
“intelligere est altius
quam esse”
- ma, seppur paradossale, è un esito coerente. Il ritenere che
l’unico approccio nei confronti di Dio sia l’abbandonarsi ciecamente a Lui,
vuol dire quasi esorcizzare quella progressiva paura per un essere la cui
bontà, se affermata categoricamente dall’autorità della Rivelazione –e quindi
accettata dalla risposta della fede- non è affatto scontata sul piano
dell’indagine e dell’evidenza razionali.
Quali
conseguenze per un Dio forse anche cattivo
e per un Dio
forse anche illogico?
I due “nuovi” elementi filosofici sulla natura di
Dio (
La possibile esistenza del male in
Dio
e
La possibile illogicità di Dio
)
determinano nella cultura del XIV secolo due grandi conseguenze relativamente
al rapporto tra la società e Dio e tra l’uomo e Dio. Esse sono:
Il rifiuto
del protagonismo del divino
L’ineluttabilità
del peccato
Il rifiuto
del protagonismo del divino
Già si è accennato quanto l’impostazione filosofica
di Guglielmo di Ockham (il bene non costituisce essenzialmente Dio, bensì
sarebbe stato liberamente deciso da Dio, cioè Egli avrebbe anche potuto
decidere anche altrimenti) incida sull’idea del nuovo ruolo di Dio che si
sviluppa nel XIV secolo. Ciò che l’uomo riconosce e sperimenta come bene non è
costitutivamente in Dio; e così Dio stesso perde i caratteri di
sovranità paterna
per assumere quelli di
capo che immotivatamente decide per i suoi sudditi. Da qui il tentativo di
emarginare Dio quanto più possibile dalle faccende del mondo.
La volontà di emarginare Dio si esprime anche nella
convinzione secondo cui Dio non abbia un rapporto
costitutivo
ma solo
occasionale
con il mondo.
Il senso della teologia naturale, cioè della rivelazione di Dio attraverso il
creato, sarebbe un senso solo
occasionale
,
dovuto alle scelte arbitrarie di Dio. Le verità naturali sarebbero potute
essere anche diverse, se solo Dio avesse deciso diversamente.
Se prima si riteneva che solo l’esistenza del mondo
fosse esito della libertà di Dio; adesso parte della filosofia del XIV secolo
ritiene che anche la logica del mondo sia esito di questa libertà. L’
occasione
–cioè la casualità di una
scelta- è alla base tanto della vita del mondo quanto della logica di esso.
La diminuzione dell’importanza del divino nel corso
del XIV secolo e quindi anche la convinzione di un rapporto solo
occasionale
fra Dio e il mondo, sono
date anche dalla nascita di concezioni sempre più possibiliste sull’eternità
del mondo. Tommaso d’Aquino, partendo dalla convinzione secondo cui Dio non può
iniziare ad operare qualcosa che prima già non operava –altrimenti si
ammetterebbe il divenire in Dio, che è di per sé immutabile –compie una
distinzione tra
atto creatore immanente
ed
atto creatore transitivo
. Il primo
è l’atto di volontà che esiste in Dio dall’eternità, il secondo è l’atto che fa
essere qualcosa fuori di Dio, alle condizioni volute da Dio stesso. L’Aquinate
tiene a precisare che questo
atto
creatore transitivo
non è altro rispetto all’
atto creatore immanente
; è
ciò che succede nell’artista, dove si può distinguere tra un’azione immanente
(l’idea di creare un’opera d’arte) ed una transitività di quest’azione (l’esecuzione
dell’opera d’arte). In parte della filosofia del XIV secolo ad affermazioni che
salvaguardano implicitamente la distinzione tra
atto creatore immanente
ed
atto
creatore transitivo
–e quindi che affermano la creazione del mondo da Dio,
pur parlando di creazione
ab aeterno
-
succedono affermazioni in cui si ritiene possibile che il mondo non sia stato
affatto creato. Alcune parole di Giovanni Eckhart sono emblematiche. All’inizio
l’autore parla di creazione dall’eternità, poi va oltre ritenendo possibile la
non creazione del mondo:
“Non si deve
erroneamente immaginare che Dio sia rimasto ad aspettare qualche momento futuro
per creare il mondo. Ma nel momento in cui Dio fu, e generò il figlio a lui
coeterno, in quell’istante creò anche il mondo.
(…)
Si potrebbe ammettere che il mondo sia esistito fin dall’eternità come
pure che Dio non abbia potuto crearlo. Difatti egli creò il mondo nel primo
istante di eternità in cui Dio stesso è.”
Tutto questo è segno di una convinzione che si fa sempre più forte: la
convinzione secondo cui Dio è sempre meno importante.
E che Dio sia sempre meno importante si riflette in
politica con la convinzione che lo Stato non debba più farsi giudicare dalla
Legge di Dio. E’ la teoria dello Stato come
communitas
perfecta
. Il
Defensor pacis
di
Marsilio da Padova esprime, a livello di teoria politica, la volontà di rendere
Dio non più protagonista delle faccende terrene. Per Marsilio la legge dello
Stato non ha né un fondamento divino né un supporto etico né si basa sul
diritto naturale. Egli introduce un concetto tipicamente moderno del pensiero
giuridico: la distinzione tra la scienza o dottrina del diritto e la legge
propriamente detta. Egli scrive:
“La
legge
–egli scrive-
può essere
considerata in due modi. Nel primo, può essere considerata in sé, in quanto
essa mostra soltanto quel che è giusto o ingiusto, vantaggioso o nocivo; e in
quanto tale è detta ‘scienza’ o ‘dottrina del diritto’. Si può considerare poi
la legge ancora in un altro modo secondo che per la sua osservanza venga dato
un precetto coattivo legato ad una punizione o una ricompensa da attribuire in
questo mondo; e solo quando è considerata in tale modo viene chiamata ‘legge’ e
lo è ‘propriamente’. Perciò non tutte le vere conoscenze delle cose giuste e
civilmente benefiche sono leggi, ove non siano state emanate mediante un
comando coattivo che ne imponga l’osservanza.”
Lo
Stato è dunque una
communitas perfecta
,
una comunità naturale autosufficiente che si erge unicamente sulla ragione e
sull’esperienza degli uomini.
“Noi
diciamo
–continua Marsilio-
che
legislatore, cioè causa effettiva prima e propria della legge, è il popolo, ossia
la collettività dei cittadini o la parte più importante di essi, che per sua
scelta, ossia per volontà espressa con parole nell’adunanza generale dei
cittadini ordina ovvero determina di fare o di omettere una cosa concernente
gli atti civili umani con minaccia di pena o supplizio terreno.”
Abbiamo visto come il
ritenere Dio sempre meno importante si rifletti nella concezione politica del
XIV secolo. Adesso diciamo qualcosa a proposito dell’arte. A riguardo un dato
importante è l’atteggiamento con cui ci si accosta al mondo che, gradatamente,
non viene più considerato come
mezzo
ma come
fine
.
Se nella pittura del
Duecento il paesaggio ha una funzione decorativa, nonché un ruolo funzionale
alla descrizione dei fatti religiosi, la pittura del XIV secolo mostra
un’attenzione sempre maggiore nei confronti del paesaggio che fa da sfondo alle
scene umane rappresentate:
“Nel Trecento,
il pittore anche preoccupato di raffigurare l’uomo nelle sue azioni in rapporto
ai fatti religiosi, s’avvede sempre più della vita che fluisce e si combatte
attorno a lui e della quale egli stesso è attore oltre che testimone: la natura
brulla o stilizzata decorativamente, che per maniera convenzionale gli artisti
prima del Trecento ponevano a scenario delle azioni umane, non basta più al
pittore: egli aspira a raffigurarci il mondo, non come l’artista del
Rinascimento, ‘conosciuto e posseduto’ ma scoperto, talvolta, anzi, con la
freschezza della nuova coscienza dell’ambiente paesistico,
(…)
.”
Nella
“Crocifissione” di Cimabue in San Francesco ad Assisi
è evidente
quanto la crocifissione occupi tutta l’attenzione dell’osservatore: tutto è in
funzione di questo avvenimento. Il
“Frammento”
di Giotto in San Giovanni in Laterano, con la scena della proclamazione del
Giubileo del 1300,
invece, è la parte centrale di una vasta pittura nella
quale –per la prima volta nella storia dell’arte medioevale- si pretende
raffigurare una scena unitaria determinata, senza intervento della Divinità.
Nella poesia di Petrarca è
facile notare quanto al poeta aretino piaccia soffermarsi su una bellezza della
natura da considerare per ciò che è, senza ulteriori rimandi simbolici:
“Zefiro torna, e ‘l bel tempo rimena,/ E i
fiori e l’erbe, sua dolce famiglia./
(…)
/Ridono
i prati, e ‘l ciel si rasserena/
(…)
/E
cantar augelletti, e fiorir piagge,/E ‘n belle donne oneste atti soavi/Sono un
deserto, e fere aspre e selvagge.”
La considerazione del mondo
non più come
mezzo
ma come
fine
si esprime anche nella ricerca di
una gloria tutta terrena. Sarà la gloria delle lettere quella a cui il Petrarca
aspirerà. Egli scrive nella canzone
Una
donna più bella assai che ‘l sole
:
“Per
suo amor m’er’ io messo/A faticosa impresa assai per tempo;/Tal che s’i’ arrivo
al disiato porto,/Spro per lei gran tempo/Viver, quand’altri mi terrà per
morto.”
L’ineluttabilità del peccato
L’altra conseguenza dell’insorgere di una certa
paura di Dio nella cultura del XIV secolo è la progressiva affermazione
dell’ineluttabilità del peccato. Ad un più diffuso sospetto di irragionevolezza
di Dio, consegue un più diffuso convincimento di ragionevolezza del peccato.
Nella Patristica e nella
Scolastica il peccato viene presentato sotto due aspetti: la
negatività
e la
drammaticità
. Per
negatività
si intende il male morale come
“privatio
boni”
,
come realtà che non ha una
causa
efficiente
bensì
deficiente
. Per
drammaticità
, invece, si intende la
lotta che il peccato procura nell’animo umano e quindi la sua facilità dovuta
alla natura rovinata dal peccato originale.
Nel XIV secolo si continua a
conservare, solo sul piano della fede
,
la
negatività
del peccato; ma molto
cambia sul piano della sua
drammaticità
.
La facilità a peccare diviene inevitabilità a peccare. E così questa
ineluttabilità del peccato si esprime, sul piano della salvezza, con la priorità
della ragione sulla volontà. Nell’antropologia teologica del XIV secolo si
sviluppa la tendenza a considerare metro di giudizio della salvezza non la
conformazione della volontà dell’uomo con quella di Dio, ma la conoscenza di
Dio stesso.
Per Giovanni Eckhart il
rapporto con Dio si misura non nella convivenza con lui –e quindi nella
contemplazione di Dio come unico fine da servire e da adorare- ma nella
conoscenza di lui e quindi nella contemplazione di lui, intesa primariamente
come osservazione intellettuale. Giovanni Eckhart, ponendo in Dio –e non solo
in Dio- una priorità del pensiero sull’essere (
“intelligere est altius quam esse”
), afferma che ci si avvicina a
Dio nel momento in cui lo si conosce. Egli dice categoricamente:
“Io sostengo che la ragione è più nobile
della volontà.”
Petrarca sa cosa sia peccato
e cosa non sia. Egli conserva ancora la concezione della negatività del
peccato, ma
nuova
è la sua
convinzione dell’impossibilità di fare a meno del peccato. Da una parte il Poeta
aretino avverte la negatività del peccato, dall’altra è convinto che il peccato
costituisce
la vita umana.
“
(…)
ciò che solevo amare
–egli scrive-
più
non amo. Mentisco: Io amo, ma meno intensamente. Ecco che di nuovo ho mentito:
Io amo, ma con maggior vergogna, con maggior tristezza; soltanto questo è il
vero. Così è infatti: amo, ma quello che vorrei non amare, quello che vorrei
odiare; amo tuttavia ma nolente, ma costretto, ma triste e addolorato. Ed in me
stesso esperimento la verità di quel verso famoso: ‘Voglio odiarti, se posso;
se no t’amerò, ma contro il mio volere’. Non sono ancora passati tre anni da
quando la passione che tutto mi donava, e teneva all’impero del mio cuore,
cominciò ad avvertire il contrasto di un altro affetto, a lui ribelle e
riluttante; ed ancora dura travagliosa ed incerta nel campo dei miei pensieri
la guerra, fra queste due volontà nemiche, che si contendono il dominio
dell’uno e dell’altro uomo.”
E’ la dialettizzazione tra
vita terrena e vita celeste: l’aspirare al Cielo vuol dire non poter vivere
adeguatamente nel mondo. Non più come nei secoli precedenti, in cui la tensione
al Cielo veniva intesa anche come una soluzione per una vita terrena più
realizzata; ed in cui il rapporto Dio-mondo veniva letto in una serenissima
prospettiva:
“Laudato sie, mi Signore,
cum tucte le tue creature,
(…)
.”
Ora, invece, inizia il tempo
di una dominante sofferenza per un’alternativa (Dio-creato) da intendersi in
un’impietosa irriducibilità, ovvero come se non si potessero affatto
armonizzare.