La Chiesa sta vivendo una situazione di
crisi che non credo abbia precedenti nella sua bimillenaria storia, perché non
stiamo assistendo solo ad eventi riprovevoli, se non scandalosi, frutto della
debolezza dell’uomo – che è peccatore, non scordiamocelo – ma addirittura
vediamo messi in discussione gli stessi principi fondamentali, e la casa
costruita sulla roccia sembra sempre più costruita sulla sabbia. Una pastorale
sempre più confusa, un’ansia di “apertura al mondo” portano inevitabilmente
anche alla confusione sulle basi dottrinali. Il solo porsi determinate domande
(un esempio per tutti: la Comunione ai divorziati risposati) è già un segnale
gravissimo, perché non si possono porre domande su ciò che è per sua natura
indiscutibile.
Sul fronte pro-life non da oggi si
scontrano due posizioni: quella della difesa della Vita “senza compromessi” e
quella di chi afferma, e si presume e si spera che lo faccia in buona fede, la
possibilità di aperture, collaborazione, dialogo con un mondo che ha già
dimostrato nei fatti la feroce avversione alla vita. Già mesi fa mi capitava di
scrivere un
articolo
sulla confusione che poteva nascere da certe
“classificazioni” dell’abortismo (libertario, umanitario, ecc.), laddove
l’abortismo, se anche teorizzasse l’uccisione di un solo innocente, è una
dottrina perversa, né è possibile alcun dialogo con chi la professa.
Una posizione di difesa della vita “senza
compromessi” comporta ovviamente anche una capacità di riconoscimento della
realtà, per quanto ciò possa risultare sgradevole. E la realtà ci dice che,
purtroppo, non solo da parte di politici (che pur si dichiarano cattolici) ma
anche da parte di tanti Pastori non ci si può aspettare un vero aiuto. Anzi,
spesso è accaduto di trovare in essi dei veri ostacoli.
La Provvidenza però non abbandona mai e
giustamente si è da più parti sottolineato che il “Popolo della Vita”, quello
che è stato protagonista della grande crescita, anno per anno, di iniziative
come la Marcia Nazionale per la Vita, è nato “dal basso”, ossia dal risveglio
di quei sani sentimenti popolari che, ringraziando il Signore, non muoiono
nemmeno nei tempi più bui della Storia. Molte volte nella Storia il popolo si è
mostrato custode fermo e sicuro di ciò che i Pastori stessi sembravano aver
dimenticato.
In questa situazione di oggettiva
difficoltà, di Chiesa allo sbando, di messaggi contradditori, è naturale che
sorgano discussioni sulle modalità, sulle strategie, su ciò che insomma sia
meglio fare per affermare e difendere i principi non negoziabili. Discussioni
sulle modalità, sulle azioni, che divengono molto pericolose se scivolano sul
piano inclinato delle azioni che rischiano di mettere in discussione gli stessi
principi che si devono affermare e difendere. Per tornare all’esempio di prima,
se io metto in discussione il fatto di consentire o meno a un divorziato
risposato di ricevere la S. Comunione (e magari lo faccio per un malinteso
spirito di “carità), metto in discussione la stessa Dottrina della chiesa sul
matrimonio indissolubile.
Per tornare al fronte pro-life, è naturale,
ma anche doveroso, che io esprima il mio dissenso verso quelle azioni che
rischiano di mettere in discussione gli stessi principi fondamentali, ossia la
difesa assoluta della Vita, senza alcun compromesso. La più piccola smagliatura
nella rete porta prima o poi allo sfascio della rete.
Discussione sui metodi, quindi. Doverosa e
utile per individuare, con spirito fraterno, le strategie migliori per lottare
contro un mondo il cui principe, non scordiamocelo, lavora per la distruzione.
Ma se di fatto si mettono in discussione anche i principi, se lo spirito
fraterno viene meno, se la discussione scade nello scontro personale, è allora
altrettanto inevitabile e doveroso assumere posizioni chiare e nette e, ove necessario,
dissociarsi da chi oltretutto fa attacchi personali. Perché, parliamoci chiaro,
lo stesso fatto di far cadere la discussione negli attacchi personali dimostra
che la difesa dei principi non negoziabili è comunque in secondo piano rispetto
alle proprie ambizioni, ai risentimenti, alla vanità.
In questa situazione, per tornare al titolo
di questo articolo, le esortazioni all’unità, alla concordia, sono tanto belle
quanto fuori luogo, perché solo nella Verità, ovvero nel non transigere mai sui
principi, si possono esercitare la carità e lo spirito fraterno. Esiste una
gerarchia dei valori; se la capovolgiamo ci mettiamo sulla strada rovinosa di
un umanitarismo senza basi. Diventiamo come quella tale casa costruita sulla
sabbia.
Nella gran confusione in cui si vive, una
delle parole il cui significato è stato di più stravolto è senza dubbio la
parola “ecumenismo”. Il falso spirito ecumenico ci porta alla rovina, perché ci
illude. La Verità per sua natura è una sola,e solo aderendo ad essa si può
arrivare poi al dialogo, al confronto, alla discussione costruttiva.
Per concludere, cerchiamo di essere il più
chiari possibile: tra i fedeli deve senza dubbio regnare la concordia; senza
dubbio la divisione è opera del demonio. Ma la concordia è possibile solo nella
Verità. Altrimenti si usano parole di contrabbando, si predicano atteggiamenti
che non sarebbero più di carità, bensì di remissività, di resa al mondo.
Ci sono fatti e atteggiamento che è
impossibile non vedere. Di fronte ad essi la critica severa non è “divisiva”
(parola venuta di gran moda). È semplicemente doverosa.