Henry Bergson è
un filosofo ambivalente. In un certo qual modo si può leggere come il classico
“bicchiere”: mezzo pieno o mezzo vuoto; mezzo pieno amplificandone le
caratteristiche positive, mezzo vuoto amplificandone quelle negative. In
realtà, se proprio si vuole essere precisi (e non necessariamente pignoli) le
caratteristiche negative superano quelle positive. Se poi a questo si aggiunge
che il suo pensiero è stato non poco valorizzato da certe correnti teologiche neomoderniste,
anzi tali correnti hanno trovato anche nel pensiero del Bergson ossigeno su cui
alimentarsi, allora vien da sé che il giudizio non può che essere ampiamente
negativo.
Henri
Bergson nacque a Parigi il 18 ottobre del 1859. Nel 1900 ottenne la cattedra di
filosofia al Collegio di Francia e qui mieté successo a non finire; un successo
che lo condusse niente-di-meno che a ottenere nel 1927 il premio Nobel per la
Letteratura. Morì il 4 maggio del 1941.
Per
quanto riguarda le sue opere, ne vanno ricordate almeno tre:
Materia e Memoria
, del 1886;
Evoluzione creatrice
, del 1907;
le due sorgenti della morale e della
religione
, del 1932.
Il tempo come durata
Bergson vive in
pieno dominio positivista, ovvero di quella filosofia materialista secondo cui
esiste solo ciò che si può vedere e si può toccare, cioè solo ciò che è oggetto
d’indagine empirica. In questo clima materialista era ovvio che la categoria
del
tempo
non venisse concepita come
“durata”, nel senso che il
tempo
veniva considerato così come si considerava lo
spazio
. Insomma, un accostamento solo di tipo
quantitativo
e
diacronico
.
Il
tempo
veniva pensato come una
realtà omogenea, divisibile in tante parti a causa del succedersi degli
accadimenti: il
passato
era
considerato diverso dal
presente
e
dal
futuro
solo perché precedente ad
entrambi.
Capisco
che non sono concetti semplici, ma si possono comprendere. Dal momento che il
positivismo
afferma che tutto è materia
e nient’altro che materia e che quindi anche l’uomo non è altro che il suo
corpo, allora tutto ciò di cui l’uomo fa esperienza deve essere misurato come
se fosse qualcosa di altrettanto materiale. Se l’uomo è solo il suo corpo,
allora tutto ciò che sembra attenere allo spirito (come per esempio i
sentimenti) è in realtà altrettanto esito della materia e deve essere
misurabile quantitativamente; e così anche l’esperienza che l’uomo ha del
tempo
.
Ma
a Bergson non convince questo modo di concepire il
tempo
. Qui, ovviamente, Bergson ci prende (è il “bicchiere mezzo
pieno” di cui prima). Egli dice giustamente che è proprio la coscienza umana a
dimostrare la falsità della posizione positivista. La coscienza, egli dice, sperimentata
nella sua immediatezza, non è qualcosa di puntualizzato come la luce intermittente
di un semaforo, bensì qualcosa di continuo ed esteso, e le sue dimensioni sono
il
passato
, il
presente
e il
futuro.
I
dati della coscienza non possono essere omogenei perché si compenetrano. Il
tempo
non è semplicemente un succedersi
di fatti, ma di fatti vissuti dal vissuto (chiedo scusa del gioco di parole)
dell’uomo. Non a caso noi ricordiamo i fatti del passato non allo stesso modo,
e non perché ciò che è più lontano nel tempo è più difficile ricordare rispetto
a ciò che è più vicino. Conta come noi abbiamo vissuto i fatti: ci sono fatti
molto remoti che per una serie di motivi sono ancora vivi nella nostra memoria
e ci sono fatti più recenti che abbiamo quasi cancellato. D’altronde la stessa
psicanalisi (ci riferiamo a quella buona, ovviamente) ci dimostra tutto questo:
possono esserci delle esperienze e dei traumi molto remoti che rimangono ancora
vivi, come ferite aperte, nel sottofondo della coscienza.
Ed
è così che Bergson afferma che il
tempo
è successione degli stati di coscienza, e quindi è essenzialmente
durata
e pertanto non può essere ridotto
a
spazialità.
Non è semplice
succedersi di momenti, ma un “processo di durata”: il
passato
è nel
presente
e
il
presente
è carico di
futuro. Mutatis mutandis
(come si suol
dire) una cosa del genere lo diceva anche un “certo” sant’Agostino … e scusate
se è poco.
L’intuizione come metodo della filosofia
Adesso
vengono le dolenti note e il bicchiere da “mezzo pieno” diviene impietosamente
“mezzo vuoto” se non addirittura “quasi del tutto vuoto”.
Bergson
afferma che la durata caratterizza non solo i dati della coscienza ma l’intera
realtà. Da qui il suo rifiuto dei vari metodi delle filosofie precedenti per
spiegare la realtà. Il reale non avrebbe come principio costitutivo l’
essere
o la
sostanza
, o la
materia
, o
l’
idea
, bensì la
vita
, lo
slancio vitale
,
l’
evoluzione creatrice
.
Ora,
se è la
vita
ciò che costituisce il
reale, il metodo più appropriato per l’indagine filosofica non può essere
quello positivistico di schematizzare e quantizzare le cose, bensì quello che
possa cogliere il dinamismo del reale. Questo metodo non può che essere l’
intuizione.
Da
qui conseguenze pericolosissime, perché il criterio di giudizio della realtà e
della vita non è più la
ragione
, ma
l’
intuizione
; non è più il
giudizio critico
ma il
sentimento
.
Le differenti direzioni dell’evoluzione creatrice
La
logica di Bergson è consequenziale, anche se sbagliata perché le premesse sono
sbagliate. Se la realtà non è nel suo essere ma nella sua energia, ne
scaturisce che essa (la realtà) è
evoluzione
creatrice
, è
slancio vitale
, è
solamente
divenire.
Un divenire,
però, che secondo il filosofo francese prenderebbe non una ma tre direzioni
concretizzandosi nella
materia
inorganica,
nella
vita vegetativa
e nella
vita intellettiva.
Qui Bergson,
rispetto ad un concetto classico di evoluzionismo, cambia qualcosa: vita
vegetativa, sensitiva ed intellettiva non sono tre tappe successive di un unico
sforzo, bensì tre vie differenti di un unico slancio.
Dov’è
la novità? È che Bergson ci tiene a precisare che proprio perché tutto deriva
da un unico slancio non c’è intelligenza ove non ci siano tracce di istinto e
non c’è istinto ove non ci siano tracce d’intelligenza. Insomma, vita
vegetativa, sensitiva ed intellettiva sono equivalenti e tutte e tre nobili. E
qui – diciamolo chiaramente – il tutto sa di gnosi e del vecchio panpsichismo
di stampo rinascimentale: la natura ha un’anima e tutto è espressione di un Uno
impersonale. Anche la materia ha una dimensione spirituale. Ora un conto è dire
che la realtà è costituita da materia e spirito, altro è dire che tutto è
materia o che tutto è spirito. Queste ultime affermazioni costituiscono due
pericolosi errori: il
materialismo
e
lo
spiritualismo
. Ma è errore anche
dire che lo spirito è anche materiale o che la materia è anche spirituale.
Questo è l’errore che fa Bergson, ma non solo lui.
Poi,
ovviamente, il filosofo francese cerca di dare anche una spiegazione per
motivare come ciò sia possibile e dice: tra vita e materia non c’è frattura; la
vita,
con la sua interruzione, crea la materia,
la quale, simile alla condensazione ed alla caduta di gocce di vapore,
rappresenta sempre la perdita di qualche cosa.
Dunque,
per Bergson, il divenire è la categoria suprema delle cose, è l’essere stesso
della realtà. Al di là del divenire non c’è nulla… altro che essere e sostanza
della metafisica classica!
Morale chiusa e morale aperta
Ma Bergson non
si limita a questo e applica i suoi princìpi alla morale. Il dominio della
ragione
produrrebbe la cosiddetta
morale chiusa
, il dominio dell’
intuizione
la cosiddetta
morale aperta.
La
morale chiusa
sarebbe la morale della ragione ispirata all’idea
della sanzione temporale (premio e castigo), la
morale aperta
sarebbe invece la morale di chi si determina all’azione;
insomma la morale fondata sull’amore.
Penso,
cari lettori, che abbiate già capito molto. Quando oggi sentiamo tanti
moralisti, sedicenti tali e sedicenti cattolici, che parlano di amore che
giustificherebbe tutto prescindendo dalla verità, di coscienza che
giudicherebbe tutto prescindendo dal riconoscimento della verità, di amore sganciato
totalmente dalla legge… c’è lo zampino anche della filosofia di Bergson.
La mistica
E Bergson entra
proprio nel vivo della questione religiosa. Infatti, alla distinzione fra
morale chiusa
e
morale aperta
corrisponderebbe religiosamente la distinzione fra
religione statica
e
religione dinamica
.
La
religione statica
è la religione che
si esprime nelle religioni positive, cioè quelle importanti, con dottrina,
precetti, istituzioni, ecc… La
religione
dinamica
è invece la religione che si basa sull’intuizione dell’Assoluto e
sull’unione mistica con esso. Ma che mistica ci può essere senza dottrina e
riconoscimento della verità? Siamo nel più completo sincretismo. D’altronde
anche negli ambienti cattolici adesso si pensa che personaggi come Lutero e
come Maometto sarebbero stati grandi mistici. Anche qui c’è l’influenza della
filosofia di Bergson.
Basando
poi tutto sulla dimensione mistica, che per Bergson vuol dire sentimentalizzazione
completa della religione e sua riduzione esclusiva ad esperienza, il filosofo
francese arriva a dire che per essere sicuri dell’esistenza di Dio bisogna
andare dai mistici. Anche qui vi è un grosso errore: per capire che Dio esiste
basta il semplice e corretto ragionamento, la mistica (ma quella corretta,
quella dell’esperienza del vero Dio, e non qualsiasi mistica) serve per capire
non che Dio esiste ma che solo in Dio ci si può umanamente realizzare.
Insomma,
quanto Bergson troviamo in tante sciocchezze che oggi si diffondono.