Le tradizioni antiche e l’esperienza attuale dimostrano
che l’uomo si sente decaduto da uno stato di perfezione originaria ed esiliato
da un Paradiso terrestre che ricorda con nostalgia e al quale vorrebbe ritornare.
Ma spesso il suo orgoglio gli impedisce di ammettere che decadenza ed esilio
sono la giusta punizione inflitta da Dio ai suoi progenitori per aver commesso
una Colpa Originale, e che egli può salvarsi solo espiandone le conseguenze.
Allora egli cerca di scaricarsi di questa responsabilità, attribuendola a un
Dio malvagio e geloso della sua libertà, che lo avrebbe punito imprigionandolo
in un mondo assurdo e caotico e costringendolo a vivere sottomesso a
un’arbitraria e tirannica legge (fisica, morale e religiosa) che l’opprime e lo
rende infelice.
Così, l’uomo sente la propria condizione di creatura come
una schiavitù dalla quale liberarsi ad ogni costo rendendosi padrone di sé e
indipendente dal Creatore, salvandosi con le proprie forze e tornando nell’Eden
perduto, o almeno creandosene uno nuovo del quale non debba ringraziare nessuno
e nel quale possa vivere libero da ogni sottomissione e costrizione. Egli
s’illude di sfuggire al dolore e alla morte e di diventare felice e glorioso
rinnegando la propria vocazione, ribellandosi a Dio e distruggendo tutto quanto
ne porta il segno, ne suscita la memoria e ne esegue il volere.
La Gnosi e la guerra a Dio
L’empia ideologia che attribuisce il male alla condizione
creaturale dell’uomo e quindi al Dio Creatore, pretendendo di liberarsene
mediante tecniche magiche di potenziamento naturalistico apprese dai dèmoni,
possiamo chiamarla
Gnosi.
Tuttavia,
lo gnosticismo antico prometteva una liberazione spirituale e individuale
prodotta da una conoscenza sapienziale e riservata a pochi eletti; lo
gnosticismo moderno invece promette una liberazione materiale e collettiva
prodotta da un’azione sociale di massa. Lo sforzo che cerca di realizzare
storicamente questa liberazione, pretendendo di creare una società e un mondo
indipendenti da Dio mediante tecniche sovversive apprese dalle sette, possiamo
chiamarlo
Rivoluzione
.
Questo termine, che viene dal latino “
revolvere
”, indica un ritorno alle
origini, perché presuppone la pretesa di riconquistare con le proprie forze una
felicità mondana e una “nuova innocenza”, ritornare nell’Eden perduto e realizzare
il Cielo sulla Terra mediante la
coincidentia
oppositorum,
ossia ricuperando l’originaria identità di materia e spirito, natura
e cultura, fatto e valore, teoria e prassi, reale e razionale, soggetto e
oggetto, persona e società, individuo e specie, immanenza e trascendenza, finito
e infinito, relativo e assoluto, uomo e Dio.
Riappropriandosi dei poteri trascendenti “alienati” in
Dio e “mitologizzati” in Cristo, l’uomo si evolverebbe in una super-umanità
autonoma e autosufficiente, ottenendo la perfezione e la felicità assolute e
definitive non in Cielo ma sulla Terra, non in virtù e per dono di Dio ma per
capacità e diritto propri, non per il potere della Grazia ma per il potenziamento
scientifico e tecnologico, non mediante la santificazione delle anime ma
mediante una rivoluzione psico-sociale. Si pretende di «
salire sul biblico trono di Dio e prendergli lo scettro
» (A.
Schaff), per usare i suoi doni contro di Lui, usurparne l’eredità diventando
una nuova divinità e creare un mondo a propria immagine e somiglianza. Quella
divinizzazione che Dio promette di donare in Cielo a chi si santifica mediante
la
imitatio Christi,
il
rivoluzionario pretende di conquistarsela sulla Terra mediante la
imitatio diaboli.
La divinizzazione della ragione umana
Questa utopia di auto-redenzione presuppone che l’uomo
possa appropriarsi della libertà divina, erroneamente intesa come facoltà di
essere
causa sui
e di decidere
arbitrariamente ciò che è vero e falso, buono e cattivo, giusto e ingiusto,
bello e brutto, naturale e soprannaturale. Qui la ragione “critica” diventa
l’unica norma di conoscenza, la volontà “autonoma” l’unica fonte di valore, la sensibilità
“spontanea” l’unica causa di felicità; la contemplazione della verità e la
pratica delle virtù vengono sostituite dall’appagamento dell’orgoglio, della
licenza e della sensualità; storicamente, dopo la
sola fides
di Lutero e la
sola
ratio
di Cartesio, si è giunti al
solus
sensus
di Rousseau e Sade.
Da quanto detto, si capisce che l’ideologia
rivoluzionaria rifiuta come “empio” il dogma del Peccato Originale: esso infatti
confuta la mitologia gnostica dell’uomo innocente e impeccabile, esclude
l’auto-redenzione dell’umanità e prospetta una soluzione del problema del male
che contrasta le illusioni e le brame dell’orgoglio e della sensualità. Eppure,
non potendo negare la condizione umana decaduta, la Rivoluzione pretende di spiegarla
ricorrendo a una versione secolarizzata del Peccato Originale. Esso
consisterebbe nella sottomissione dell’umana coscienza non tanto alla società e
alla tradizione, quanto alla
realtà
come tale, rinunciando quindi a rivoluzionare la natura e a realizzare il
paradiso terrestre; per giustificare questa rinuncia, la “falsa coscienza”
dell’uomo tradizionale si creerebbe l’idea di un Dio che gli promette una
salvezza ultraterrena e un Paradiso celeste, come consolatoria compensazione
della mancata felicità terrena. La Rivoluzione allora tenta d’impedire o
deviare ogni anelito al divino e al soprannaturale, spingendo l’uomo a
chiudersi nella immanenza mondana e a impegnarsi nell’azione terrena; a questo
scopo essa mobilita una sorta d’inquisizione, a carattere sociologico e
psicoanalitico, che ha il compito d’imporre il “divieto di far domande”, in
modo da soffocare nelle coscienze la tentazione di porsi quelle domande
esistenziali che permettono di tornare a Dio e di aspirare alla salvezza
celeste.
La prospettiva rivoluzionaria: anarchia e Nuova Era
La Rivoluzione pretende di liberare l’uomo da ogni
fondamento e limite oggettivi, da ogni fine subordinante, da ogni legge
vincolante e da ogni obbedienza autorevole. Pertanto la liberazione umana si
realizzerà innanzitutto rompendo la dipendenza da
Dio
come Creatore, dalla
natura
come realtà creata, dalla
tradizione
come verità ereditata e vissuta, dalla
società
gerarchica come costituzione dell’ordine civile: tutti questi sono “dati”
oppressivi da annullare, “realtà costituite” da dissolvere e “autorità
costituite” da abbattere, perché impediscono il passaggio a una “nuova era”
mediante quel “salto qualitativo” che risolverà il mistero della vita e
l’enigma della storia, non tanto fornendone una spiegazione intellettuale,
quanto dandone una soluzione pratica che permetta l’auto-redenzione dell’uomo.
Questa si realizzerà mediante l’instaurazione di una
società perfetta, politicamente istituita come una “Città dell’Uomo” concepita
come secolarizzazione della Chiesa Cattolica e dell’Impero cristiano,
trasposizione storica dell’escatologico Regno di Dio e surrogato terreno della
eterna Gerusalemme celeste. E così, al teocentrismo si sostituisce
l’antropocentrismo, alla Rivelazione la Rivoluzione, alla Chiesa l’anti-Chiesa
gnostica, alla Cristianità la “Repubblica Universale” progettata da Hegel, Marx
e Comte e ripresa in campo cattolico da Lamennais, Gioberti, Buonaiuti e
Teilhard.
L’azione rivoluzionaria pretende di distruggere l’ordine umano
creato e redento, rovesciando nell’individuo la gerarchia delle potenze
dell’anima, ossia sottomettendo la ragione alla volontà e questa alle passioni
disordinate, e rovesciando nella società la gerarchia politica, ossia
fomentando la rivolta delle passioni sociali disordinate contro le forze della
temperanza dell’ordine. Il rivoluzionario è anarchico per essenza e combatte tutto
ciò che ha spessore e stabilità spirituale e materiale, individuale e sociale,
per distruggere la civiltà tradizionale nelle sue strutture non solo
socio-economiche ma anche e soprattutto antropologiche, ossia culturali,
morali, giuridiche e soprattutto religiose. In particolare, il rivoluzionario
combatte la vera Religione e la Chiesa Cattolica, tentando di reciderne le radici
non solo sociali ma anche culturali, morali e perfino antropologiche.
“Gerusalemme celeste” e “Gerusalemme terrena”
Semplificando il quadro alla luce della teologia della
storia, possiamo dire che l’umanità oscilla tra due opposte tendenze: da una
parte la santa aspirazione a realizzare la propria vocazione divina
raggiungendo il Paradiso celeste; dall’altra l’empia tentazione di tradire
questa vocazione nella illusione di ricrearsi un paradiso terrestre. La prima
tendenza ha storicamente prodotto la Civiltà cristiana, fondata sui diritti di
Dio espressi nelle Tavole dei Comandamenti e nei precetti evangelici e guidata
dalla Chiesa, nel tentativo di costruire una società che sia anticamera del
Cielo; la seconda tendenza ha storicamente prodotto la pseudo-civiltà
rivoluzionaria, fondata sui pretesi “Diritti dell’Uomo” proclamati nelle Tavole
della Rivoluzione Francese (1789) e guidata dalle sette anticristiane come la
Massoneria, nella pretesa di costruire una società che assicuri felicità e
salvezza terrene, ma che ormai sta diventando un’anticamera dell’Inferno.
Dopo la divina impresa della Redenzione, dopo la
diffusione globale della Chiesa Cattolica e la costruzione della Cristianità
europea, la Rivoluzione rilanciò l’empio progetto della Torre babelica
riproponendolo in termini nuovi, in modo che fosse comprensibile e accettabile
per i cristiani, ossia presentandolo come un “nuovo inizio” che però non apparisse
in rottura bensì in continuità col passato cristiano.
La modernità
Per questo la Rivoluzione suscitò quella che poi verrà
chiamata “modernità”. Si trattò di una nuova sensibilità, mentalità e cultura
che, già per il solo fatto di porsi come “moderna” – cioè successiva non solo a
quella pagana (impropriamente detta “antica”) ma anche a quella cristiana
(ancor più impropriamente detta “medievale”) – affermava implicitamente una
falsità gravida di conseguenze: ossia che la Redenzione attuata da Gesù Cristo,
la Società di salvezza costituita dalla Chiesa Cattolica e la Civiltà cristiana
che ne deriva non fossero la rivelazione, la salvezza e la civiltà uniche e
definitive, valide sempre e dovunque, ma costituissero solo la preparazione di
una “nuova era” che avrebbe realizzato una rivelazione, salvezza e civiltà “più
progredite”
,
basate sulla naturalizzazione
e secolarizzazione delle conquiste
cristiane, in modo da assicurare una pace universale minacciata dalle
divisioni ideologiche e confessionali.
Questo progetto rivoluzionario si giustificava con la
seguente empia concezione della storia. Durante l’“età antica”, Dio si sarebbe
limitato ad allevarsi il solo Popolo eletto, abbandonando l’umanità bambina e
primitiva a una idolatria che divinizzava il cosmo. Durante l’“età medievale”,
Dio avrebbe elevato alla dignità divina un solo Uomo (Gesù Cristo) e fatto
maturare l’umanità intera, facendola passare dall’età infantile a quella
fanciullesca e dalla barbarie alla civiltà, ma lasciandola incapace di
governarsi da sola e quindi sottomessa a una idolatria sociale manifestantesi
nella dipendenza dalla Chiesa. Durante l’“età moderna”, finalmente, Dio avrebbe
permesso che l’umanità
passasse
dalla età fanciullesca a quella adulta, in modo da governarsi da sola
sfruttando i doni ricevuti da Lui, rendendosi padrona di sé e del mondo,
elaborando una scienza secolare e organizzandosi in una unità politica che le
permettessero di emanciparsi da ogni umiliante dipendenza ormai superflua, non
solo quella dal cosmo e dalla Chiesa ma anche quella da Dio stesso. Con questa
concezione della evoluzione storica dell’umanità, la vecchia ed empia pretesa del
Peccato Originale, della mitologia gnostica e dell’eresia pelagiana è diventata
riforma religiosa, programma culturale e progetto politico. In tal modo, come i
nostri progenitori si ribellarono a Dio Padre e la Sinagoga ebraica a Dio
Figlio, la Rivoluzione organizza da secoli la ribellione sociale a Dio Spirito
Santo, combattendo la Chiesa Cattolica e distruggendo la Cristianità.
A partire dal XV secolo, le sette rivoluzionarie
riuscirono a convincere le
élites
europee – comprese
alcune
élites
ecclesiastiche – che il
benessere, la pace e la felicità dei popoli sarebbero stati assicurati solo
edificando una civiltà
più progredita
di quella cristiana, nella quale la “misura di tutte le cose”, la norma della
verità, del bene e della giustizia, non fosse più Dio ma l’Uomo; per cui
sarebbe stato necessario
costruire una civiltà
più universale
di quella cristiana, nella quale vigesse una cultura e una religiosità
più aperta
di quella cattolica. Venne
quindi progettata la “città dell’Uomo”, surrogato sostitutivo della Chiesa Cattolica
e dell’Impero cristiano, versione secolarizzata della Gerusalemme Celeste
. L
’antica promessa biblica
del Regno messianico, che si realizzerà per gli eletti solo alla fine dei tempi
e nell’altro mondo, veniva quindi anticipata al finale millennio della storia e
in questo mondo.
Il resto è ormai storia ben nota. Dopo la rottura
culturale realizzata dall’Umanesimo, quella religiosa realizzata dal Protestantesimo
(I Rivoluzione)
,
quella politica realizzata dal liberalismo
e dal giacobinismo della Rivoluzione Francese (II
Rivoluzione)
, quella
economico-
sociale
realizzata dal Comunismo
(III
Rivoluzione)
, la Rivoluzione è oggi giunta al culmine con la rottura familiare,
morale ed emozionale realizzata dalla sua ultima fase
(la IV rivoluzione “sessantottina”)
con la
quale tenta di colpire il cuore dell’umana natura. Ma, con questo suo ultimo
attacco, la Rivoluzione ha posto le premesse della sua stessa fine rovinosa.
I vari aspetti e fasi rivoluzionari che operano da secoli
lungo la storia dipendono insomma da quella
Rivoluzione
totale
della quale sono applicazioni e alla quale servono da strumenti;
essi quindi possono essere compresi e combattuti solo nel contesto di questa
totalità rivoluzionaria, come tante teste di un solo drago,
il quale va colpito
al cuore.
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