L’errore più grande che si può fare riguardo la vicenda del
Comune romano è quello di pensare e lasciar credere che sia una questione
locale. Non solo non è una questione limitata spazialmente (semmai Roma è lo
specchio ingigantito e perverso della realtà nazionale), ma non è nemmeno una
questione limitata temporalmente e questo è fondamentale capirlo. Chi ha una
pur minimale consapevolezza della storia generale della Repubblica Italiana sa
bene che la corruzione pubblica ne è l’elemento costitutivo perenne ed
ineliminabile, sempre, ovunque, costantemente. E questo senza calcolare il
progressivo devastante accrescimento di potere e influenza delle mafie di ogni
genere e tipo negli ultimi decenni, partite dal Sud e avanzate fino al Nord
come un incontenibile cancro.
Nel 1992 ci hanno detto che Di Pietro e soci stavano
salvando – come un chirurgo con il bisturi toglie il tumore maligno pena la
morte del paziente – l’Italia dalla sua corruzione endemica. Sono passati venti
anni e tutti sappiamo come Di Pietro e soci abbiano salvato e cambiato
l’Italia. Lo vediamo ogni giorno in tutti i settori della vita politica e
sociale in generale del nostro Paese.
Ma non possiamo nemmeno pensare che sia tutta colpa della
Repubblica Italiana. Questa ha solo condotto alle estreme conseguenze ciò che
già esisteva. Una pletora di storici comunisti prezzolati e di regime ha
scritto interi libri sulla corruzione – vera, presunta e inventata –
dell’Italia fascista.
Ma non possiamo nemmeno dimenticarci del livello di
corruzione dell’Italia postunitaria liberale, e non solo di Giolitti, che viene
spesso usato come parafulmine di ogni male di quei decenni, ma anche
dell’Italia risorgimentale, quella “eroica” stracolma di piazze e vie dedicate
per lo più a personaggi che nulla hanno a che invidiare con i nostri eroi
odierni. Oggi la storiografia libera dai vincoli ideologici del risorgimentismo
ha ben dimostrato la putredine morale di molti protagonisti dell’unificazione,
a partire anzitutto proprio dai “padri della patria” in giù.
Insomma, è tutta la storia dello Stato italiano unitario ad
essere infettata dalla corruzione, sempre e comunque, forse con qualche alto e
basso (durante le guerre mondiali e subito dopo avevamo in effetti altro a cui
pensare: ma sono state brevi soste di qualche anno dovute a fattori contingenti
eccezionali. Ammesso poi e non concesso che anche in quei frangenti il sistema
corruttivo sia scomparso del tutto…), ma mai esente dal male in questione.
Qualcuno allora potrebbe affermare che si tratta di un
problema degli italiani (magari dando come al solito la colpa alla Chiesa,
gobettianamente parlando, con le solite speciose e fantasiose argomentazioni).
E invece non è vero. Certamente noi italiani siamo esperti in materia di
corruzione, ma è assolutamente falso sostenere che il problema sia solo
italiano. Basti guardare alla storia anche degli altri grandi paesi
dell’Occidente (su quelli dell’Europa un tempo comunista, sul Medio Oriente e
sull’Asia intera non vale nemmeno la pena di insistere), dagli USA in giù, non
esclusi i celeberrimi paesi scandinavi e germanici, la cui forma di corruzione
infinitamente più grave è quella morale (è da notare che i Paesi “progrediti”
protestanti partono con la corruzione specificamente morale per finire con
quella economico-burocratica, mentre i paesi ex cattolici partono con quella
economico-burocratica per finire con quella specificamente morale. Ciò è
logico, perché la corruzione è un tumore dell’anima prima e della società dopo).
E non parliamo del Sudamerica o dell’Africa…
Allora, tutta l’umanità è corrotta?
E certo! Cosa pensavate, che il peccato originale fosse
un’invenzione dei preti (o, più correttamente, degli ebrei, aspetto che tutti
dimenticano)? Siamo tutti corrotti fin dal concepimento, e pertanto produciamo
corruzione, se non combattiamo contro noi stessi e nella società per il bene e
per la Verità.
Ma senza deviare il nostro discorso sul piano metafisico e
rimanendo sul piano politico, forse occorre cominciare, dopo più di due secoli
dalla Rivoluzione Francese e dall’introduzione nel mondo della democrazia maggioritaria,
a trarre qualche insegnamento conclusivo in merito.
La verità è che la nostra natura è corrotta, e pertanto, pur
essendo esseri naturalmente sociali e politici, siamo portati intrinsecamente a
fare i nostri interessi individuali a danno dell’utilità pubblica. Per questo
tutti i grandi pensatori dell’antichità, tutti i maestri dell’umanità, a
partire da filosofi presocratici per arrivare a Socrate e Platone, e poi
Aristotele, e tanti altri, fino ai Padri e ai Dottori della Chiesa, fino al
maestro supremo, san Tommaso d’Aquino, tutti hanno visto nella democrazia,
seppur con diverse sfumature e gradazioni, una forma di governo pessima, o al
limite, se pur accettabile in sé, comunque da evitare perché troppo sofisticata
per la natura umana corrotta.
Le celeberrime parole di Platone rimarranno per sempre
monito all’umanità mentitrice verso se stessa.
Insomma, per farla breve, la verità è che i personaggi
impresentabili della vicenda romana, dai terroristi ai capi clan, dai politici
ai quacquaracquà da mezza tacca, sono solo gli ennesimi esempi che per la
millesima e una volta ci hanno dimostrato l’esito inevitabile di ogni società
democratica. E questa volta non sfugge nessuno, per giunta: destra, centro,
sinistra (altro che “superiorità morale” della sinistra, la più idiota
barzelletta di questo sistema repubblicano). E non mancano, come sempre più
spesso accade, nemmeno esponenti delle forze dell’ordine: mancano ancora i
preti, ma vedrete che qualcuno prima o poi salterà fuori (e comunque sono già
venuti fuori tante volte in altri casi nel passato).
Non che anche nelle dittature non vi fosse corruzione, sia
in Europa che soprattutto nel terzo mondo. Non che anche nei sistemi politici
precedenti la Rivoluzione Francese non vi fosse corruzione (il peccato
originale è sempre presente, appunto…). Ma va da sé che la democrazia rappresentativa
spalanca le porte alla corruzione: sono interdipendenti, o tutte e due o
nessuna delle due. Più significativo di quanto appare a prima vista è il fatto che
ora, specie a sinistra, viene messo sotto accusa il sistema delle primarie. Solo
due anni fa era il più fulgido esempio di democrazia progressista e civile del
mondo (Prodi, Veltroni, vi ricordate?). E invece, ora, è un problema, perché,
ovviamente, nelle primarie non v’è controllo degli eletti, vince chi ottiene
più voti, e spesso sono proprio i più furbi e disonesti che controllano
l’accaparramento dei voti popolari. Per questo nel PD ora si propone di tornare
alla scelta centralista e partitocratica dei candidati. Ovvero, al rifiuto
della democrazia maggioritaria…
Se proprio vogliamo dirla tutta, siamo tutti ipocriti perché
facciamo tutti finta di non capire una cosa evidentissima e semplicissima:
ovvero che anche in tema di legge elettorale una qualsiasi forma di “premio di
maggioranza” – che dovrebbe essere una rara eccezione e comunque un cedimento
nei riguardi dei princìpi primi della democrazia parlamentare e che invece è
diventato di fatto il meccanismo supremo e irrinunciabile di qualsiasi
dibattito e decisione in merito – è una truffa antidemocratica, è il
rinnegamento implicito della funzionalità elementare del sistema democratico rappresentativo
e partitico.
Non stiamo dicendo nulla di nuovo: stiamo solo asserendo che
la democrazia moderna produce infallibilmente (a volte con tempi immediati, a
volte con tempi più lenti) corruzione, più ancora degli altri sistemi politici,
perché produce l’idea (in parte anche vera, in gran parte illusoria) che c’è
più spazio per tutti per “mangiare” (e questo è una delle ragioni del suo
successo). Il problema è che ormai di democrazia rappresentativa stiamo
morendo, sta morendo l’Italia, stanno morendo le giovani generazioni, stanno
morendo tutti gli ideali di una vita che valga la pena di essere vissuta. Ne
stanno morendo gli italiani.
Forse, è giunto il momento di fare come i nostri antagonisti
fanno con la Chiesa e la civiltà naturale: la sparano sempre più grossa, nella
consapevolezza che quello che oggi sembra eccessivo domani sarà possibile (ed
ecco l’omosessualizzazione della società, i bambini affidati a coppie omosessuali,
il gender, la pedofilia pacifica, la bestialità, ora anche l’incesto legale,
ecc.): è giunto il momento di spararla grossa, non però nella menzogna della
dissoluzione, come fanno i nostri avversari, ma nella Verità, costi quello che
costi, perché ciò che oggi sembra “eccessivo” ai moderati, domani sarà verità
per tutti:
la democrazia repubblicana è la rovina dell’Italia e di ogni
Paese, di tutti quei Paesi europei che quando non erano democratici (e neanche
repubblicani) hanno creato la più grande, splendida e feconda civiltà che la
storia ricordi e l’hanno donata al mondo intero.
È tempo di iniziare a dire la verità: non sta nella
democrazia e nella repubblica la nostra salvezza, ma la nostra rovina.
L’immagine della cena che in questi giorni si vede ovunque (“tutti insieme
appassionatamente”: politici di destra, di sinistra, faccendieri vari e
capiclan) è un’immagine che nel corso degli ultimi decenni, e in fondo di
questi ultimi due secoli, si è ripetuta centinaia e centinaia di volte, in
pubblico e in segreto, in Italia e ovunque vi fossero regimi “democratici”. È
l’emblema stesso della politica moderna. È troppo dura comprendere e
soprattutto accettare questo concetto?
La miglior forma di governo è un’altra, è una forma di
governo che non prevede questo tipo di cene, di alleanze, di interessi, di
meccanismi, di furbacchioni e cialtroni, di delinquenti e magnaccioni. Ma è una
forma di governo che per essere proposta seriamente deve prevedere una radicale
risistemazione dell’intera società italiana ed europea, una profonda revisione
della mentalità generale, in fondo una sorta di controrivoluzione spirituale e
“antropologica”, prima ancora che politica.
Questa dovrà essere la sfida del futuro.