Avevo pensato di non rispondere a qualche critica
che ho ricevuto per un mio post (di dolore, se qualcuno, non proprio aquila,
non ci fosse ancora arrivato) su Facebook riguardo l’ennesima telefonata di
papa Bergoglio, questa volta a Benigni, sia per non tornare ulteriormente
sull’argomento, sia perché tutti coloro che compiono la scelta di esternare
pubblicamente ciò che pensano e ciò in cui credono devono poi saper accettare
la critiche, specialmente su temi della massima gravità e importanza, non fosse
altro che per umiltà, la prima delle vie che conducono alla Verità e alla
Carità.
Però ho letto una educata critica di una signora e
la stima che nutro per la persona mi rende doveroso rispondere, soprattutto per
una questione che la signora ha posto. Questione a dir poco fondamentale.
La signora Betta (questo il nome di battesimo) mi
onora della sua quasi completa condivisione delle mie posizioni, ma questa
volta dice di essersi trovata in difficoltà a causa ovviamente della mia
critica al pontefice; non tanto perché non comprenda la gravità della
situazione o – e questo è per me essenziale – non abbia chiaro, a differenza di
persone più superficiali, che ciò che mi spinge è l’amore alla Chiesa che
produce dolore e rabbia, ma perché appunto ho mosso una critica pubblica al
successore di Pietro. E, in conclusione, si chiede: fare questo, “cui prodest”?
E questa è, come dicevo poc’anzi, il punto che mi
obbliga a rispondere e ora spiego perché. Cercherò di essere breve, sebbene
occorrerebbero interi trattati per essere esaustivi e precisi.
Un’ultima premessa necessaria. Scrive testualmente
la signora: «Però oggi, confesso di aver avuto un conflitto interiore, perché
d’impulso avrei voluto mettere un “mi piace” [si riferisce appunto al mio post],
ma siccome sono diventata adulta, mi sforzo di ragionare prima di agire (per
quanto la mia natura impulsiva me lo consenta)».
Che dire? Io, che ho la stessa natura impulsiva
della signora, non sono ancora diventato così adulto. Mi permetto solo di
ricordare a riguardo che se ogni tanto “sbotto” è appunto ogni tanto, nel senso
che nel frattempo mi sono vinto almeno 15-20 o più volte imponendomi il
silenzio, cancellando magari articoli che avevo già scritto, e per cose molto
più sostanziose che le telefonate ai lumi del mondo fuori luogo per un
successore di Pietro, Vicario di Cristo in terra. Ogni tanto, però, il mio
carattere impulsivo vince.
Mi dispiace se offendo la sensibilità di qualcuno, o
di molti. Che dire? Cercherò di non farlo più. Cercherò di portare la
resistenza da 20 a 50, se necessario a 100, sebbene questo pazzesco e
impensabile calcolo di obbedienza e pazienza non dovrebbe esistere e comunque
non può essere valutato con mera disposizione quantitativa, visto che una sola
affermazione può valere 100 telefonate o chissà cos’altro. Voglio dire che se
ogni tanto in me non vince l’adulto non è solo perché amo la Chiesa di sempre,
ma anche perché vedo sento e patisco quanto molti non si accorgono o fingono di
non accorgersi che accada, giorno dopo giorno. E, ripeto, giorno dopo giorno.
E cosa sta avvenendo? Non entro qui nello specifico
delle singole questioni teologiche, morali e anche comportamentali (non
finiremmo più) di cui potremmo dibattere, mi limito a far notare che sta
avvenendo questo: sta diventando normale ciò che normale non è affatto.
Cari amici, la capacità di adattamento è la salvezza
e la dannazione dell’uomo al contempo. Infatti, l’uomo – entro i limiti del
possibile – cerca di adattarsi a tutto, e così riesce a sopravvivere (basti
pensare ai poli, al deserto, in prigione, o magari in situazione di estremo
dolore personale, ecc.) e questo è un bene. Ma la capacità di adattamento ha il
risvolto della medaglia e può divenire un micidiale veleno che uccide l’anima:
questo avviene quando l’uomo, per sopravvivere o magari solo per non voler
subire danni e invece voler avere vantaggi e guadagni (di qualsiasi natura)
accetta tutto, magari gradualmente, passo dopo passo nel tempo, magari dicendo
a se stesso e agli altri che accetta questo passo per non cedere poi a quello
successivo. Precipitando così nell’accettazione di cose che solo poco tempo
prima erano del tutto impensabili (vogliamo farcela una domanda? Chi di noi
penava solo tre anni fa possibile che un Successore di Pietro potesse
telefonare a Scalfari, Pannella o Benigni? E non per convertirli o portare
Cristo… Vogliamo chiedercelo seriamente? E parlo delle telefonate, che in fondo
sono l’aspetto più pittoresco dell’intero dramma in corso…).
Riguardo il rischio dell’abitudine, ogni riferimento
alla presente folle e demoniaca situazione del mondo odierno non è ovviamente
casuale. Ma il principio vale anche per la Chiesa. Il modernismo o comunque
l’idiozia imperante oggi hanno trionfato in buona parte del clero anche perché
i fedeli si sono adattati. Oggi la signora Betta, Massimo Viglione e tanti
altri con loro (più di quanto si creda) si indignano nel vedere preti
ballerini, pagliacci sull’altare, l’Ostia profanata da cialtroni, liturgie
degne del festivalbar, clero eretico, preti da frontiera, ecclesiastici
traditori e suore canterine, ecc. Ma non possiamo nasconderci che siamo giunti
a questo anche perché in passato noi ci siamo adattati. È lo stesso identico
principio che vale per la società, solo ancor più potente in quanto retto
dall’idea della doverosa obbedienza all’autorità costituita della Chiesa.
Oggi stiamo tutti vivendo un’immensa tragedia, non
solo per quanto avviene ogni giorno nella Chiesa, ma anche a un livello
superiore, che incide la nostra stessa personale vita spirituale: il contrasto
cui siamo sottoposti dagli eventi, ovvero quello che il dovere dell’obbedienza
e del rispetto dell’autorità costituita e il dovere di difendere la Verità e
combattere l’errore in ogni sua forma.
È “il colpo da maestro di Satana”, come lo ha
definito in maniera eccellente mons. Lefebvre. Mons. Lefebvre si riferiva
precipuamente al clero, ma vale anche per noi laici cattolici che abbiamo
comprensione della realtà che ci circonda: a chi obbedire, prima a Dio o prima
agli uomini di Dio anche quando divergono dalle strade che la Chiesa per venti
secoli ha indicato essere quelle di Dio?
Oggi ci indigniamo, ma spesso dimentichiamo che
quello che accade accade perché l’autorità lo consente, quando non lo promuove
(per autorità intendo tutta la gerarchia nel suo complesso). Allora delle due
l’una: o in nome della Verità dobbiamo iniziare – trovando le giuste forme – ad
aiutare l’autorità – almeno quella fedele e buona – a reagire e contrastare il
degrado, oppure dobbiamo tacere per sempre per obbedienza e lasciarci in
silenzio condurre dove il flusso della storia ci condurrà, come pecore al
macello, senza poi lamentarci, per le ragioni suddette, adattandoci appunto a
ogni cambiamento.
Qualcuno potrebbe proporre la “terza via”: fare
resistenza nei termini opportuni, con rispetto e devozione, e con fermezza.
Benissimo. Tornando al mio post, se questo ha scandalizzato
qualcuno me ne dispiace: lo faccia qualcun altro! Qualcun altro ci indichi la
via da seguire per opporre resistenza alla propagazione dell’errore nella
Chiesa mantenendo al contempo la giusta obbedienza e devozione. Qualcun altro,
più bravo del sottoscritto (non ci vuole molto), trovi il modo di resistere
all’errore, difendere la Verità e salvaguardare la sensibilità dei fedeli. Che
venga fuori questo qualcuno, e io sarò il primo a seguirlo.
Ma deve venire fuori, però! Non ce la si può cavare
dicendo che è inopportuno reagire perché non si deve offendere l’autorità che
sbaglia.
Io ho sbagliato a scrivere quel post? Bene. Ma se
l’ho scritto non è perché ne traggo vantaggio alcuno (anzi, mi faccio solo del male
e questo penso che sia innegabile), ma perché io… non mi abituo.
Non mi abituo, signora Betta, non mi abituo cari
amici, e pure non amici… Mi conosco, non mi abituerò mai all’accettazione
passiva dell’errore e della falsità, specie anzitutto proprio nella Chiesa e a
danno della Chiesa. Ripeto: a danno della Chiesa. Posso solo promettere di
controllarmi maggiormente, di ricordarmi della prudenza che altri ritengono sia
necessaria, di contare fino a 100 come le pecorelle prima di reagire (se volete
pure fino a 200), ma io non mi abituo al fatto che il cielo sta diventando
verde e l’erba azzurra. Quella che lei, signora Betta, definisce prudentemente abitudine
(“
Non ci sono abituata, ho u
n’idea del papa diversa e quindi faccio fatica a
seguirlo nelle sue continue e se vogliamo discutibili innovazioni”) per me è la
semplice e pura realtà delle cose, cioè come la Chiesa deve essere, come è
sempre stata per quasi venti secoli e come deve tornare ad essere. Non possiamo
e non dobbiamo abituarci a ciò che giusto non è. E so per certo che anche lei
condivide questa mia ultima affermazione.
n’idea
del Papa diversa e quindi faccio fatica a seguirlo nelle sue continue e se
vogliamo discutibili innovazioni
Ho già una caterva di peccati da farmi perdonare: il
giorno del giudizio almeno voglio poter dire a mia difesa: in tutta la vita,
peccati e scempiaggini commessi a parte, ho difeso la Verità, e ho sempre
detto, pagando qualsiasi prezzo, che l’erba è verde e il cielo è azzurro.
Fino alla morte. Perché nemmeno Pietro può far
diventare il cielo verde e l’erba azzurra. E nessuno lo farà dire a me, che non
conto nulla, ma che devo rispondere della mia anima a Dio.
“Cui prodest” che almeno ogni 100 volte occorre
ribadire la verità? Giova alle anime, che troppo facilmente, per le più
svariate cause (debolezza spirituale, morale, intellettiva, o miseri interessi
personali, o anche sincera e acritica devozione all’autorità ecclesiastica,
ecc.) si abituano a ogni cambiamento, passo dopo passo, partendo dai meno
importanti (anche le telefonate inopportune costituiscono piccoli mattoni su
cui costruire poi l’abitudine a sconvolgenti cambiamenti) per arrivare poi alle
questioni che intaccano il Deposito della Fede.
Purtroppo, ci si abitua. Questo è il punto. A tutto.
E tutti noi, oggi, lo sappiamo molto bene quanto l’uomo si possa abituare a
ogni follia di ogni genere: lo vediamo ogni giorno intorno a noi, nella
devastante società in cui viviamo.
Ecco perché almeno ogni tanto è doveroso segnare il
passo, anche all’interno della Chiesa stessa. Io non lo faccio bene? Come già
detto, lo faccia qualcun altro più adatto di me, che sappia trovare i giusti e
opportuni metodi. Ma qualcuno lo faccia e io sarò il primo a seguirlo.
Perché io seguirò sempre chi dice che il cielo è
azzurro e l’erba è verde, mentre combatterò sempre, fino alla morte, chi
afferma il contrario, dentro e fuori la Chiesa. Costi quello che costi. Accetto
per umiltà le critiche sulla metodologia utilizzata (e mi sono già impegnato a
migliorare), ma non accetto che si metta in dubbio né il movente che mi spinge
né il fatto che abbia non il diritto ma l’inevitabile dovere di difendere la
Verità. E se a qualcuno non piace che io esercito questo dovere, che è il senso
della mia vita, non mi segua, vada per le sue strade. Siamo liberi, perché “la
Verità vi farà liberi”, ha detto il Fondatore della Chiesa, di cui Pietro è
Capo e servo al contempo e di cui io sono indegnissimo figlio, ma pur sempre
figlio. E di questa libertà dovremo tutti, nessuno escluso, un giorno
rispondere, insieme alla somma dei talenti ricevuti e da restituire.