La festa di capodanno,
e soprattutto l’ansia collettiva per questa festa, non può certo essere
catalogata fra le espressioni di maturità di una civiltà e di una popolazione:
inconsciamente, si festeggia in massa il tempo che passa, senza pensare che il
tempo che passa, anno dopo anno, ci avvicina inesorabilmente a ciò che non può
suscitare allegria, né collettiva né individuale.
Qualche
sociologo alla moda potrebbe obiettare che è proprio un rito per esorcizzare la
paura del tempo che vola via. Ma in realtà, noi che scriviamo, non crediamo
quasi mai ai sociologi, mai a quelli alla moda, né crediamo che la gente che si
autoimpone di dover essere felice una precisa notte dell’anno – qualsiasi sia
il proprio stato d’animo in quel momento della propria vita – sia in grado di
percepire realmente che è parte di un rito di esorcizzazione di massa… La cosa
è molto più terra terra…
Infine,
qualcuno potrebbe dire che in fondo si festeggia non il tempo e la vita che
passano, e nemmeno riti di massa, ma solo la speranza che l’anno nuovo sia
migliore del precedente.
La
speranza. È ancora di casa la speranza nel mondo occidentale odierno? Nel mondo
che fu cristiano e ora sputa odiosamente e sciattamente nel piatto dove è
cresciuto e si è nutrito di speranza (e di ricchezza di fede, di onore, di
carità, di bellezza, di cultura, di civiltà, di arte, di scienza e tecnologia,
oltre che di ricchezza materiale così abbondante da potersi permettere il lusso
di aver donato tutto ciò al resto dell’umanità) per diciassette secoli? C’è
davvero da festeggiare e sparare i botti? O magari sono giunti i giorni in cui
sarebbe necessario e intelligente fermarsi a riflettere seriamente su quello
che sta accadendo a un’umanità impazzita e senza più freno alcuno?
Non
si tratta di non andare a casa di amici che ci hanno invitato, o di non
spendere cifre esorbitanti per cenoni esorbitanti o di non ballare (per chi gli
va di ballare): ognuno fa quello che crede. Si tratta invece di non mentire a
noi stessi e di iniziare a dirci apertamente, senza più infingimento alcuno,
l’amarissima verità, che ogni giorno ci appare sempre più tragicamente
evidente, senza mai fare un passo indietro. E, pertanto, festeggiare il 2015,
in queste condizioni, è qualcosa che sfugge a tutte le spiegazioni logiche e
meno logiche, perché si festeggia la fine del nostro mondo. E questa sì che è
una fine collettiva.
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Si
continua a vivere come se non fosse vero che ai nostri bambini nelle scuole
materne o elementari stanno iniziando a imporre il gender, ovvero la
omosessualizzazione e perversione imposta dallo Stato per ottenere la
distruzione legalizzata, anzi statalizzata e (hegelianamente) eticamente
imposta, non di ciò che è cristiano, ma di ciò che è naturale, ovvero della
famiglia, del ruolo del padre e della madre, della retta sessualità naturale,
del senso pudore e quindi del senso stesso del Bene e del male, di ciò che è
normale e di ciò che non lo è.
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Si
continua a vivere come se non fosse vero che i nostri bambini vengono ogni
giorno sempre più affidati a coppie omosessuali.
·
Si
continua a vivere come se non fosse vero che viene loro insegnato nella più
tenerissima età la masturbazione personale e di gruppo, e dove? Nella scuola,
ovvero dove si dovrebbe insegnare l’educazione e la civiltà.
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Si
continua a vivere come se non fosse vero che chi protesta rischia la galera (specie
se passa la legge Scalfarotto), e che ciò già avviene in altri Paesi europei.
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Si
continua a vivere come se non fosse vero che l’eutanasia di Stato è già realtà,
e non solo per i malati anziani, ma anche per i bambini (come in Belgio e
Olanda), e che ciò significa che lo Stato non solo ci toglie il diritto alla
vita già da quando siamo nel ventre della madre, ma ora anche una volta che ne
siamo usciti: lo Stato è divenuto padrone della nostra vita e delle nostre
famiglie e pratica la più infame eugenetica.
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Si
continua a vivere come se non fosse vero che quello stesso Stato che difende
all’inverosimile gli assassini, gli stragisti, gli stupratori, i violenti, i
delinquenti di ogni risma, condanna a morte bambini ancora non nati o nati non
“perfetti” o anziani ormai “inutili”; o anche adulti giovani in coma che non
possono difendersi (qualcuno ricorda Eluana Englaro e chi l’ha condannata a
morte?).
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Si
continua a vivere come se non fosse vero che l’Italia è sotto invasione
straniera, quotidiana, mentre in Africa e in Medio Oriente avanza l’islamismo
terrorista e stragista, con migliaia di fratelli della fede scannati con
modalità orribili.
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Si
continua a vivere come se non fosse vero che la Repubblica Italiana, concepita
serva dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale e nata e cresciuta serva di
stranieri per decenni, ha oggi perduto anche la sola sembianza di autonomia e
indipendenza a favore di poteri occulti finanziari che la massacrano ogni
giorno con tasse e provvedimenti burocratici imposti miranti a distruggere
l’intera economia nazionale e soprattutto tutto ciò che di bello il popolo
italiano aveva costruito con il proprio lavoro e ingegno.
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Si
continua a vivere come se non fosse vero che la scomparsa della moneta
nazionale, della propria Banca centrale e l’imposizione di una moneta
artificiale e straniera ha reso gli italiani poveri quando non miserabili,
creando di fatto il peggior impoverimento generale del nostro popolo dai tempi
dell’unificazione e tutto questo con la complicità dei nostri politici seri e
moderati.
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Si
continua a vivere come se non fosse vero che gli italiani vengono ogni giorno
aggrediti, spesso uccisi, da stranieri e se reagiscono si vedono mettere in
prigione, mentre gli stranieri hanno sempre più tutele non solo giuridiche, ma
anche economiche, a danno dei medesimi italiani, subissati di tasse fino a
vedersi spesso distruggere il proprio lavoro, la propria famiglia, la propria
dignità.
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Si
continua a vivere come se non fosse vero che la Repubblica fondata sul lavoro
ha il più alto tasso di disoccupazione di tutto il mondo occidentale, e uno fra
i più alti del mondo in assoluto e che la gioventù italiana ha perduto non solo
la gioia di vivere e di progettare, ma finanche la speranza di vivere una vita
dignitosa per sé e per la propria famiglia.
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Si
continua a vivere come se non fosse vero che tutto è “in crisi”: la famiglia,
la scuola, l’università, l’amministrazione pubblica, l’economia, la cultura,
l’arte, la letteratura, la libera intrapresa, l’intera società.
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Si
continua a vivere come se non fosse vero che ci stiamo dimenticando, giorno
dopo giorno, quanto era diversa e migliore, e più bella, l’Italia del passato,
quando era abitata solo da italiani accoglienti e qualche straniero educato e
lavoratore; quanto era meno povera l’Italia che produceva in proprio ed
esportava i propri beni senza dover essere schiava di potentati stranieri;
quanto era invidiata l’Italia fedele alle proprie radici religiose, culturali,
civili.
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Si
continua a vivere come se non fosse vero che ogni giorno il cristianesimo viene
sradicato dalla vita pubblica e anche privata degli italiani come se fosse una
peste, naturalmente con il pretesto di non dover offendere gli immigrati di
altre religioni; come se non fosse vero che la religione degli italiani viene
anche vilipesa e offesa in ogni maniera, anche la più sconcia, senza che
nessuno reagisca.
A
questo, e a molto altro che si potrebbe elencare, poi si aggiunge ciò che sta
accadendo, ormai da decenni, nella Chiesa, un tempo la barca della certezza nei
marosi della vita e della storia, oggi ormai una barca che sembra affondare
negli abissi dell’adesione sconsiderata e ingenua al mondo che precipita nel
tradimento verso Dio e verso il Bene.
Solo
questo ultimo aspetto di follia degenerativa meriterebbe interi libri di
approfondimento, fra teologi gnostici e seminari eretici, fra ordini religiosi
disertati e chiese svuotate, fra suore che cantano e sacerdoti che ballano, fra
liturgie blasfeme e un clero la cui unica preoccupazione è piacere al mondo,
fra scandali obbrobriosi e preti maestri d’iniquità e corruzione, fra ricchezze
immonde e tradimenti di ogni genere verso Dio e la sana dottrina di sempre.
Il
vero problema, oggi, il problema chiave che permette questa immensa rovina
collettiva (una rovina ovviamente premeditata, voluta e perseguita per secoli,
che, generazione dopo generazione, sta oggi raggiungendo i suoi estremi
dissolutori), nella Chiesa come nella società, è la mancata reazione dei buoni,
di tutti coloro che (pur non essendo pochi, anzi) capiscono e soffrono ma non
per questo reagiscono adeguatamente, per le più svariate ragioni. Il vero
problema, in fondo, è l’abitudine.
La
capacità di adattamento è la salvezza e la dannazione dell’uomo al contempo.
Infatti, l’uomo – entro i limiti del possibile – cerca di adattarsi a tutto, e
così riesce a sopravvivere (basti pensare ai poli, al deserto, in prigione, o
magari in situazione di estremo dolore personale, ecc.) e questo è un bene. Ma
la capacità di adattamento ha il risvolto della medaglia e può divenire un
micidiale veleno che uccide l’anima: questo avviene quando l’uomo, per
sopravvivere o magari solo per non voler subire danni e invece voler avere
vantaggi e guadagni (di qualsiasi natura) accetta tutto, magari gradualmente,
passo dopo passo nel tempo, magari dicendo a se stesso e agli altri che accetta
questo passo per non cedere poi a quello successivo; precipitando così nell’accettazione
di cose che solo poco tempo prima erano del tutto impensabili. E in questo modo
il male avanza, inesorabilmente, e magari, solo per fare un esempio classico e
incontrovertibile, si inizia a parlare di “dialogo fra le generazioni” e si
arriva alla rivolta giovanile, si inizia a parlare di uomini padroni e si
arriva al divorzio, si inizia a parlare di diritti delle donne e si arriva
all’aborto legale, ovvero all’uccisione dell’innocente per antonomasia mentre
si aborrisce la pena di morte anche per i più feroci assassini, si inizia a
parlare di amore libero e si arriva all’imposizione dell’omosessualismo di
massa, e quindi ai bambini affidati agli omosessuali (come se i bambini non
avessero diritto ad avere un padre e una madre), e quindi alla promozione del
pedofilismo “pacifico”, dell’incesto, della bestialità, del “poliamore”, del
gender, e dell’inferno in cui stiamo tutti precipitando. E tutto questo solo in
pochi decenni, tutto questo (che farebbe inorridire e impazzire non un uomo
medievale ma già i nostri nonni) avviene sempre perché i buoni non reagiscono,
si adeguano, si abituano, appunto. E i “cattivi”… lo sanno bene: è la loro
forza, la loro arma vincente.
Forse,
tra un botto e una grande abboffata, sarebbe il caso di iniziare a porsi la
domanda: cosa sto festeggiando in questo capodanno del 2015? Cento anni fa, mio
nonno, il mio bisnonno, forse trisnonno, era al fronte a combattere una guerra
sbagliata solo per senso del dovere. Io invece per cosa sto combattendo? Non ho
forse davanti a me un nemico infinitamente più feroce e infame, infernale e
spietato, di quello che aveva mio nonno (e lo stesso potrebbero dire gli
austriaci, ovviamente)? Cento anni fa gli italiani morivano a centinaia di
migliaia per qualche chilometro di terra (che in buona parte neanche spettava
loro): e noi, cosa stiamo facendo per i nostri figli e nipoti, che sono sotto
attacco dell’inferno?
Ci
abituiamo all’inferno. Ecco cosa facciamo. Anzi, critichiamo pure chi si oppone
a tutto questo, magari tacciandolo di essere pessimista, o esagerato, o
fanatico. Ma, mentre facciamo questo, ci dimentichiamo di cosa altri stanno
preparando ai nostri figli (ai nostri figli, non a quelli degli altri: gli
altri oggi siamo noi) che un giorno potrebbero puntarci il dito accusandoci di
alto tradimento, tradimento verso di loro, verso la civiltà, verso il Bene,
verso l’ordine del creato, verso Dio. E nella Grande Guerra, come in ogni
guerra, i traditori e disertori venivano fucilati e impiccati, e additati al
pubblico ludibrio.
Sappiamo
che sono parole dure, ma duri, durissimi, sono i tempi che stiamo vivendo, i
giorni di una guerra talmente atroce da essere più atroce di tutte le guerre di
tutti i tempi messe insieme, perché è lo scontro epocale delle forze
dell’inferno con i loro immensi eserciti (fatti di finanzieri quasi
onnipotenti, politici burattini e traditori, giornalisti senza ritegno, forse
oscure e settarie, giudici venduti, docenti e intellettuali prezzolati, e
l’immenso numero degli ignavi già morti nelle loro anime) e le esigue ma
indomite forze del Bene, di coloro che, non possedendo nulla se non la loro
fede, il loro senso dell’ordine e dell’onore, la loro rabbia immensa contro
l’ingiustizia, il loro amore per la civiltà e i più deboli, si affidano
pienamente, pronti a pagare ogni prezzo, ogni giorno della loro vita, alla
Divina Provvidenza e alla sua forse ritardataria ma certissimamente presente
giustizia, una giustizia che arriva infallibilmente al momento della morte di
ognuno di noi, ma che di tanto in tanto colpisce anche già su questa terra. E
in questo abbandono lavorano ogni giorno al servizio di Colei che Dio stesso ha
scelto come meraviglioso, purissimo e invincibile strumento di guerra contro
tutti gli sgherri dell’inferno e che ci ha inviato, quasi cento anni fa, a
donarci, tramite tre bambini innocenti, la più grande promessa della storia
(dopo la Redenzione stessa): “Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà”.
Forse
c’è una cosa da festeggiare in questo capodanno del 2015, specie per chi ha la
grazia di essere cattolico e di capire cosa sta avvenendo nel mondo: un altro
anno è passato, un altro anno ci avvicina a un meraviglioso centenario, un
altro anno ci avvicina alla resa dei conti; che non sappiamo quando avverrà, ma
che avverrà!
Mentre
si brinda, chi brinda, brindi anche con questa promessa nel cuore (e chi non
brinda preghi con tutto il proprio cuore): quella di non abituarsi mai a tutto
questo e di combatterlo, come può, ogni giorno di questo 2015 e del tempo
futuro della sua vita, secondo i disegni che Dio ha su di lui.
Chi
scrive, ha preso indegnissimamente questo impegno e si offre, come può, a tutti
coloro che vorranno fare altrettanto nella lotta comune della Grande Guerra dei
nostri giorni, la guerra della civiltà.