L’accusa che è rivolta al
Cristianesimo è quella di aver ostacolato i diritti umani perché si sarebbe
posto sempre in una prospettiva contraria alla modernità filosofica. Ma è
proprio vero che i diritti umani siano nati con la modernità?
Anni fa, a
Torino, si tenne un seminario a porte chiuse sul tema
Chiesa cattolica e modernità
. Ad organizzarlo fu l’ambiente tipico
della Torino culturale, cioè l’ambiente che da sempre si “onora” di esprimere
il laicismo nostrano, quello neogobettiano…e da qualche anno possiamo anche
definire “neobobbiano”.
Il
leit motiv
fu questo: dal momento che i
diritti umani sono nati nella modernità e dal momento che il Cattolicesimo è
incompatibile con la modernità, ecco che il Cattolicesimo è contro i diritti
umani.
Ragionamento
che nella parte iniziale non fa una grinza, perché è vero che il cattolicesimo
è incompatibile con la modernità, quella filosofica naturalmente, non la
modernità come semplice progresso scientifico-tecnologico che invece è nata
grazie soprattutto al Cristianesimo. Per modernità filosofica s’intende il
tentativo dell’uomo di fare a meno di Dio, di diventare Dio di se stesso; per
dirla in termini più filosofici e difficili: di diventare fondamento immanente
di tutto.
Ma il
ragionamento poi prosegue falsamente, perché se è vero che il Cattolicesimo è
incompatibile con la modernità filosofica, non è affatto vero che i diritti
umani siano nati nella modernità, anzi. L’Illuminismo (siamo nel pieno della
modernità filosofica) ebbe una sua concezione dell’uomo, coerentemente conseguente
ai presupposti dell’Illuminismo stesso. Dal momento che – dicevano gli
illuministi – esiste solo la materia, l’uomo è solo corpo, un semplice organismo
cellulare, “una macchina”, come amava dire La Mettrie. Ora, se l’uomo non è
altro che un organismo cellulare, vuol dire che non ha un’anima, e se non ha
un’anima, vuol dire che ha un valore finito. Per il Cristianesimo, invece,
l’uomo è sì materia ma è anche spirito e nel suo spirito si esprime l’“
immagine e somiglianza di Dio
”, che è ha
in un certo qual modo un valore “infinito”, essendo il riflesso stesso di Dio
che è ontologicamente infinito.
Ma torniamo
all’Illuminismo. L’uomo, dunque, sarebbe solo un organismo cellulare, quindi
avrebbe un valore finito. Ma se ha un valore finito, vuol dire che può essere
posposto (messo dopo) ad altri valori: l’Ideologia, lo Stato, la Rivoluzione,
la Razza. Una volta infatti che si è ammesso che l’uomo ha solo un valore
finito, come si fa dimostrare che è un valore sempre e comunque superiore agli
altri?
Chi ha
studiato il XX secolo sa bene che questo secolo è riuscito a fare più morti
ammazzati di tutti i secoli precedenti. È vero che ha “beneficiato” di
strumentazioni belliche molto sofisticate, ma questo non basta a spiegare.
Quello che spiega è piuttosto un’altra cosa, e cioè che il mondo contemporaneo
si è costruito sulla convinzione che l’uomo non è necessariamente il valore più
grande sulla faccia della terra.
Noi oggi
parliamo dei genocidi del XX secolo (l’Olocausto, ancor prima l’Armenia, le
purghe staliniane, la Cambogia, la Cina maoista, le foibe, ecc...), ma
dimentichiamo che il concetto di “genocidio” è nato prima. Non a caso è nato
quando l’Illuminismo divenne prassi politica con la Rivoluzione francese,
precisamente quando il governo giacobino decise di “rispondere” alla rivolta
controrivoluzionaria della Vandea. In quel caso non si decise di intervenire
sui capi e sui soli colpevoli (“colpevoli” naturalmente dalla prospettiva
rivoluzionaria), ma su un intero popolo senza alcuna distinzione. Ciò che
contava era salvare la Rivoluzione, perché non era la Rivoluzione per l’uomo ma
il contrario. Ragionamento del tutto coerente con la filosofia illuminista, in
particolare, e con quella moderna, in genere.
E fu così che
vennero praticate (allora, non dopo) le prime tecniche di genocidio:
avvelenamento delle acque, dell’aria, uccisioni di massa, ecc.
L’Ottocento,
poi, non tradì certo la svolta antropologica del secolo precedente e anch’esso
fu all’insegna della strumentalizzazione dell’uomo. Un piccolo ma significativo
esempio, ci sarebbe da chiedere ai laicisti di oggi che tanto sono legati ai
padri del nostro Risorgimento: ma è figlio della Chiesa o della modernità un
Cavour che mandò a morte tanti uomini nella sconosciuta Crimea per potersi
sedere al tavolo delle trattative?
Finalmente il
Novecento che tutti conosciamo. La Grande Guerra, “inutile carneficina” voluta
a tavolino, dove per la prima volta si capì quanto l’uomo dovesse servire come terrificante
macchina da guerra, e poi Stalin, Hitler, Mao, Pol Pot e compagnia bella…pardon:
brutta!
Con questo non
si vuole dire che il mondo premoderno (cioè quello medievale perché quello
antico è in un certo senso prefigurazione della modernità) fosse immune da
violenza e prevaricazioni. Piuttosto si vuole dire un’altra cosa e cioè che
mentre nella premodernità la violenza esisteva ma non trovava nell’antropologia
nessun tipo di giustificazione, con la modernità la violenza e la
strumentalizzazione dell’uomo diventano l’esito coerente di una concezione che
decide di valutare l’uomo solo come un semplice organismo biologico.