Antichità – medioevo
– modernità:
la cultura dominante, i mass-media e l’insegnamento
scolastico ci hanno abituato a classificare la storia, la civiltà e il sapere
usando questa suddivisione temporale tripartita.
Una tripartizione
comoda ma contestabile
Nelle scuole di ogni livello, comprese quelle cristiane, le
scienze umane e le materie umanistiche vengono insegnate non in sé stesse ma nella
loro evoluzione temporale suddivisa nel modo citato; ad esempio, non s’insegna
la filosofia come tale, ossia quella vera, ma la storia delle opinioni e delle
correnti filosofiche, iniziando da quelle
antiche,
passando poi quelle
medioevali
(quando c’è tempo e voglia), infine arrivando a quelle
moderne;
lo stesso vale per la letteratura, le arti, la religione.
Tuttavia questa tripartizione temporale, pur essendo
metodologicamente comoda per il suo schematismo, non è affatto scontata o
neutrale come potrebbe sembrare; anzi, essa nasconde e veicola un implicito
giudizio di valore che colpisce alla radice la credibilità sia della retta
ragione naturale che dell’autentica Fede cristiana.
Una tripartizione
contraria alla ragione
La tripartizione storica
antichità-medioevo-modernità
è contraria alla retta ragione. Secondo
questa scansione temporale, partendo dalla
età
antica,
dominata dalla idolatria e della schiavitù, l’umanità si sarebbe
evoluta in quella
medioevale,
caratterizzata dalla superstizione e dalla tirannia, per giungere infine a
quella
moderna,
illuminata dalla
ragione e animata dalla libertà. Ma una tale valutazione ha senso solo se si
accetta il falso presupposto ideologico dello storicismo progressista
,
secondo il quale “la verità è figlia
del tempo” e ciò che viene dopo è sempre migliore di quanto lo ha preceduto.
Secondo questa tesi relativistica, non esiste un sapere che
possa essere considerato come vero in sé; pertanto bisogna semplicemente farne
la cronistoria per arrivare a celebrarne l’ultima versione, la quale sarebbe
valida per il solo fatto di essere “moderna”
,
ossia conforme alle supposte esigenze del nostro tempo; in tal modo, saperi
certi e perenni vengono ridotti a prodotto dei tempi e sostituiti da mode
discutibili ed effimere elevate al livello di dogmi.
Eppure questo relativismo ammette una significativa eccezione:
le cosiddette “scienze esatte” (matematica, fisica, chimica, biologia…) vengono
insegnate non nella loro storia ma nella loro teoria e pratica attuali; ciò
avviene perché si ritiene che queste scienze, essendo nate nella età moderna,
siano per ciò stesso valide, per cui il loro insegnamento non avrebbe bisogno
di essere storicizzato; questo significa che il solo sapere certo e sicuro
sarebbe quello inventato dalla modernità
,
ossia quello scientifico
,
nel senso
riduttivo impostosi da Galileo in poi.
Questa eccezione è rivelatrice, perché manifesta la
scorrettezza e faziosità dello storicismo progressista. Infatti esso elude il
fondamentale criterio della
verità
per
ripiegare su quello dell’
attualità;
teorie, comportamenti, avvenimenti e istituzioni sarebbero da giudicare non secondo
il criterio vero-falso o giusto-ingiusto, ma secondo il criterio
attuale-inattuale, ossia “moderno-retrivo”. Data questa premessa, la cultura
dominante non ammette critiche alla modernità
,
che vuole santificata per il mero fatto di essere
attuale
o pretesa tale; anche se oggi si
parla di superare il
moderno
nel
postmoderno,
si tratta pur sempre di
progredire nella stessa direzione, anzi di fare un salto di qualità per
risolvere le contraddizioni del primo nel secondo.
Da qui si vede che il metodo apparentemente neutro della
successione temporale viene usato per imporre slealmente un (pre)giudizio di
valore progressista che rifiuta la verità, elude la verifica richiesta dalla
ragione critica e induce a giudicare tutto in base alla mera attualità. Ciò
costituisce un gran vantaggio per le idee e i fatti più erronei e malvagi, che
in tal modo possono essere giustificati per il mero fatto di essere “moderni”
;
ad esempio, gli errori e orrori
comunisti sono stati giustificati per 70 anni col pretesto che “indietro non si
torna”.
La falsa e artificiosa tripartizione temporale permette
allo storicismo di relativizzare quel patrimonio di civiltà e di saperi, ossia quella
tradizione, costituita dalla civiltà classica, bollata come “antica”, e
soprattutto da quella cristiana, bollata come “medioevale”
.
In tal modo, la cultura dominante tenta d’impedire che la memoria
di questa tradizione risusciti nella opinione pubblica, specialmente giovanile,
le fondamentali domande dell’esistenza comune (
Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Esistono la verità, la giustizia,
l’anima, l’aldilà, Dio?
). Su questi problemi cala una condanna pregiudiziale
e una censura sancita dal noto “divieto di far domande”, imposto da Marx e
denunciato da studiosi come Voegelin e Del Noce.
E così, la tradizione viene relegata nel passato e ammessa
solo come eredità da archiviare nei musei o da saccheggiare e dissipare per
scopi di diletto nostalgico o di utilità pratica. Talvolta, nei periodi di
crisi, sembra che si voglia rivalutare la tradizione; ma di solito lo si fa
solo per ridurla a fattore preparatore o sussidiario dell’evoluzione in corso, inglobando
passato e presente nella “tradizione vivente” e applicando la cosidetta
“ermeneutica della continuità”; al massimo,
antichità
e
medioevo
vengono ammessi come tesi
e antitesi preparatori di una
moderna
sintesi che relativizzi, assimili e superi entrambe. Le riforme
dell’insegnamento scolastico, da quella liberale a quella fascista fino a
quelle democratiche, rispondono tutte a questo noto schema hegeliano.
Una tripartizione
contraria alla Fede
La tripartizione
antichità-medioevo-modernità
è contraria non solo alla retta ragione ma anche alla Fede. Infatti, con
questa suddivisione, lo storicismo periodizza la storia religiosa dell’umanità
secondo un implicito giudizio di valore che relativizza il Cristianesimo.
Secondo questa valutazione, il Cristianesimo va considerato come un fatto storicamente
superato, relegato nel passato perché tipico del
medioevo,
ossia di un’età di mezzo, che vale solo come transizione
tra la idolatrica
età antica
e la
scientifica
età moderna.
Non a caso,
quando dall’insegnamento del
medioevo
si passa a quello della
modernità,
la
teologia e la filosofia esplicitamente cristiane scompaiono come materia di
studio, sebbene esse siano continuate nella vita culturale dei popoli fino ai
giorni nostri.
Secondo il presupposto storicista, il Dio della
Rivelazione biblica è il Signore non dell’umanità, ma solo di una sua fase storica
superata; Gesù Cristo non è il centro della storia, ma solo un suo protagonista
periferico, assieme a Budda, Confucio, Maometto; il Cristianesimo non può avere
pretese di universalità e di totalità, ma è solo una tradizione e un fattore
culturale relegato al tempo
medioevale
e allo spazio occidentale; la Chiesa non è la società di salvezza, ma solo una
società religiosa prodotta dalla propria epoca e superata da quella successiva.
Questa relativizzazione del Cristianesimo può avere una
versione radicale e una moderata.
Secondo la versione radicale, il Cristianesimo è un
relitto del passato, una mitologia superstiziosa che ha mancato le proprie
promesse e anzi ha impedito per due millenni, e tuttora ritarda, quel progresso
che libererebbe l’umanità dall’ignoranza, dai bisogni e dalla oppressione.
Pertanto, il Cristianesimo sarebbe semplicemente un errore da smentire e un ostacolo
da sopprimere, esiliando Dio in Cielo e cancellando la Chiesa dalla Terra e
dalla storia. Ciò fatto, la
modernità
(con quella sua conseguenza politica detta
laicità
)
potrebbe realizzerebbe la propria missione: costruire un antropocentrico regno
dell’Uomo capace di realizzare sulla Terra e nella storia quel paradiso
alienato dalle religioni in un Cielo e un’eternità inesistenti.
Secondo la versione moderata, il Cristianesimo costituisce
un importante agente della storia, ma deve evolversi con questa adeguandosi al progresso
dell’umanità. Ciò significa che la Fede cristiana, rinunciando alla pretesa di
essere verità universale e necessaria, dunque obbligatoria, deve ridursi a essere
un fattore storico succedaneo e facoltativo, un “supplemento d’anima” capace di
contribuire a quella liberazione dell’umanità guifata dalle forze progressive
della storia.
Secondo questa tesi, durante l’
età medioevale
Dio elevò alla dignità divina un solo Uomo (Gesù
Cristo) e avviò la maturazione dell’umanità intera, facendola passare dall’età
infantile a quella fanciullesca e dalla barbarie alla civiltà; ma lasciò l’uomo
incapace di governarsi da solo e quindi sottomesso alla tutela della Chiesa e
al potere delle autorità. Durante l’
età
moderna,
finalmente Dio ha avviato la divinizzazione dell’umanità intera, facendola
passare dall’età fanciullesca a quella adulta, in modo che si governi da sola e
si renda padrona del mondo, elaborando una scienza secolare e organizzandosi in
una società
laica
che la emancipi da
ogni dipendenza dal sacro.
La
modernità
dunque porterebbe a compimento l’evoluzione religiosa riconciliando Dio e Uomo,
Cielo e Terra, Chiesa e Mondo, Tradizione e Rivoluzione, Autorità e Libertà, creando
una civiltà profana fondata su un
nuovo
umanesimo
che sia insieme teocentrico e antropocentrico, “fedele a Dio e
alla Storia”, secondo lo spirito del Concilio Vaticano II implicito nella sua
celebre
Gaudium et spes.
Concezione figlia
del relativismo e dell’evoluzionismo
Le due versioni sopra esposte, quella radicale e quella
moderata, derivano dalla comune visione relativistica ed evoluzionistica della
civiltà, della religione e di Dio stesso. Questa visione nega al Cristianesimo
la sua principale caratteristica e pretesa: quella di essere la verità divinamente
rivelata per la salvezza dell’umanità, verità valida in ogni tempo e luogo. Se
uno accetta la versione moderata, viene tendenzialmente portato ad accettare
poi, per coerenza, quella radicale.
Pertanto, quelle due versioni non sono in conflitto né in
alternativa ma anzi sono in collaborazione tra loro. Infatti la versione
radicale, tipica dell’ateismo ideologico e militante, serve a convincere gli “spiriti
forti”, esplicitamente e coerentemente irreligiosi, a combattere la Chiesa
considerandola come ostacolo a una storia che deve evolversi senza o contro di
Lei. Invece la versione moderata, tipica di cattolici liberali, modernisti e
“adulti” che si vergognano della Chiesa, serve a convincere gli animi tiepidi,
implicitamente e incoerentemente irreligiosi, a ridurla a fattore di una storia
che può evolversi meglio asservendola e strumentalizzandola.
Conclusione
Come abbiamo visto, la tripartizione temporale
antichità-medioevo-modernità
costituisce,
di per sé, un fattore che insinua nella opinione pubblica e insegna ai nostri
studenti, se non il rifiuto, almeno il disprezzo della retta ragione e della
vera Fede. Questo ci fa capire quanta influenza abbia l’insegnamento della
storia, che non può mai essere neutro o avalutativo, ma contiene e veicola
sempre una qualche filosofia implicita, ossia una concezione dell’uomo, della
civiltà, della società e della religione; se non è quella vera, è
inevitabilmente una radicalmente o moderatamente falsa.
Ne deriva quanto sia importante che nelle nostre scuole, a
cominciare da quelle nominalmente cristiane, si ristabilisca un corretto
insegnamento storico, basato su una vera filosofia e teologia della storia, nel
quale il Cristianesimo non venga esiliato in un “medioevo” da commemorare come
sorpassato, ma venga ricuperato come “
thèma
eis aèin
”, “
depositum aeternum
”,
tradizione perenne da vivere nel presente e da realizzare nel futuro, per
coglierne infine i frutti nell’eternità.