Quello attuale rappresenta certamente uno dei
periodi piu’ drammatici della storia degli ultimi anni, non soltanto a causa
della grave crisi economica, spirituale e morale che è sotto gli occhi di
tutti, ma anche della situazione delicata nei rapporti con l’Islam, acuita dai
violenti attacchi terroristici attuati dai jihadisti, i quali stanno seminando
terrore e sgomento in tutto il mondo e, di recente, anche in Europa.
Nell’analizzare questa problematica, desidero
innanzitutto partire dal celebre discorso pronunciato da Papa Benedetto XVI all’Università
di Ratisbona nel settembre 2006, che rappresenta certamente una pietra miliare
del Magistero della Chiesa Cattolica non solo nel giusto rapporto tra fede e
ragione, ma anche con la religione musulmana, esaminando accuratamente il
pensiero del dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo. Riporto
testualmente un passaggio molto significativo della lectio magistralis del
Sommo Pontefice.
“Nel settimo colloquio (διάλεξις –
controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihād,
della
guerra santa. Sicuramente l'imperatore sapeva che nella
sura
2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È
probabilmente una delle
sure
del periodo iniziale, dice una parte degli
esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma,
naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate
successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui
particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il
"Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente
brusco,
brusco al punto da essere per noi inaccettabile, si rivolge al
suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra
religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto
ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come
la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli redicava".
L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così
pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede
mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la
natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue -
egli dice -, non agire secondo ragione, „σὺν λόγω”, è contrario alla natura di
Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre
qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare
correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere
un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di
strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare
una persona di morte…"
Com’è noto, queste eloquenti affermazioni di Papa
Benedetto XIV suscitarono all’epoca grandi critiche sia nel mondo cattolico
progressista che in quello musulmano. Tuttavia, a distanza di quasi dieci anni,
sono di dirompente attualità, com’è stato anche confermato di recente su
Asia News
da Padre Samir Khalil Samir,
gesuita arabo, docente di storia araba e di islamologia all’Università di
Beirut.
“
L’islam dovrebbe affrontare a fondo
le tematiche della modernità: l’interpretazione di fondo del Corano, la non violenza,
la libertà di coscienza, ma nessuno osa farlo. Una prima cosa che varrebbe la
pena accettare da parte di tutti è il principio della non violenza. Tutti i
musulmani affermano che “l’Islam è pace”, che non è violento, ecc… ma allora
perché alle «scurrili» vignette di
Charlie Hebdo
si risponde «con la
violenza? Perché a uno scritto non rispondere con uno scritto? Finché l’islam,
invece di battersi contro gli altri – apostati, cristiani, occidente, atei
– non farà un’autocritica e riconoscerà che il problema è al suo interno,
non se ne verrà fuori e i Paesi islamici saranno sempre più caratterizzati
dalla guerra fra di loro. Vorrei dire agli amici musulmani: affrontate, fate
l’autocritica, ripensate l’islam per oggi, reinterpretate le parole del profeta.
Anche nella Bibbia vi sono versetti che inneggiano alla guerra. Ma tutti noi
comprendiamo che occorre reinterpretarle e non prenderle alla lettera».
In questo
scenario caratterizzato da atti di inaudita violenza, ritornano purtroppo alla
mente le parole profetiche pronunciate
dalla giornalista Oriana Fallaci, scomparsa nel 2006, all’indomani
dell’attentato alle torri gemelle a New York, verificatosi l’11 settembre 2001.
“Il declino
dell’intelligenza è il declino della Ragione. E tutto ciò che oggi accade in
Europa, in Eurabia, ma soprattutto in Italia è declino della Ragione. Prima
d’essere eticamente sbagliato è intellettualmente sbagliato. Contro Ragione.
Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che
esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo
finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il
proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la
propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche
menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro
Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro
Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di
Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione. Perché non si può
purgare l’impurgabile, censurare l’incensurabile, correggere l’incorreggibile.
Ed anche dopo aver cercato il pelo nell’uovo, paragonato l’edizione della
Rizzoli con quella dell’Ucoii, qualsiasi islamista con un po’ di cervello ti
dirà che qualsiasi testo tu scelga la sostanza non cambia. Le Sure sulla
jihad
intesa come Guerra Santa
rimangono. E così le punizioni corporali. Così la poligamia, la sottomissione
anzi la schiavizzazione della donna. Così l’odio per l’Occidente, le
maledizioni ai cristiani e agli ebrei cioè ai cani infedeli”.
Parole molto
forti, pronunciate da una giornalista intellettualmente onesta, la quale aveva
focalizzato molto bene il nocciolo del problema, ossia la crisi morale e
spirituale diffusasi in tutta l’Europa, avvolta da un relativismo e da un
nichilismo molto profondi, di chiaro stampo massonico-mondialista, che hanno
soppiantato i valori cristiani, che avevano consentito nei secoli passati la formazione
dell’identità europea, com’è stato anche evidenziato di recente su
Tempi
da Camille Paglia, intellettuale
di sinistra e femminista attiva, dichiaratamente atea.
“Sono una
militante della libertà di espressione e un’atea, ma rispetto profondamente la
religione come sistema simbolico e metafisico. Odio profondamente le becere
derisioni alla religione che sono un luogo comune dell’intellighentia
occidentale secolarizzata. Ho scritto che Dio è la più grande idea che sia
venuta all’umanità. Niente dimostra l’isolamento della sinistra dalla gente
quanto la derisione della religione, che per la maggior parte degli uomini
rimane una caratteristica vitale per la loro identità. Le vignette di
Charlie
Hebdo
erano crude, noiose e infantili, insultavano il credo di altre
persone senza nessuna vera ragione artistica. Il massacro è stata una atrocità
barbara e la libertà di espressione deve essere garantita in tutte le
democrazie moderne. Ma quale visione della vita propone il liberalismo che sia
più grande delle prospettive cosmiche della grandi religioni? Siamo in un
periodo simile a quello del tardo impero romano, quando una élite sofisticata,
secolare e con uno stile di vita sessualmente libero pensava che il suo mondo
fosse eterno. Il suo vuoto spirituale era la sua condanna. Quella che è
arrivata dalla Palestina era una religione di passione e mistero che
valorizzava il martirio. L’Occidente ha perso la strada, che cos’ha da offrire
oggi?»
A questa giusta domanda, che interroga tutte le
nostre coscienze, desidero rispondere con le illuminanti parole pronunciate da
Papa Benedetto XVI lo scorso 21 ottobre presso la Pontificia Università
Urbaniana, in occasione della dedica della propria aula magna al Pontefice
tedesco e dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’ateneo.
“
Oggi in molti, in effetti, sono
dell’idea che le religioni dovrebbero rispettarsi a vicenda e, nel dialogo tra
loro, divenire una comune forza di pace. In questo modo di pensare, il più
delle volte si dà per presupposto che le diverse religioni siano varianti di
un’unica e medesima realtà; che “religione” sia il genere comune, che assume
forme differenti a secondo delle differenti culture, ma esprime comunque una
medesima realtà. La questione della verità, quella che in origine mosse i
cristiani più di tutto il resto, qui viene messa tra parentesi. Si presuppone
che l’autentica verità su Dio, in ultima analisi, sia irraggiungibile e che
tutt’al più si possa rendere presente ciò che è ineffabile solo con una varietà
di simboli. Questa rinuncia alla verità sembra realistica e utile alla pace fra
le religioni nel mondo. E tuttavia essa è letale per la fede. Infatti, la fede
perde il suo carattere vincolante e la sua serietà, se tutto si riduce a
simboli in fondo interscambiabili, capaci di rimandare solo da lontano
all’inaccessibile mistero del divino».
Parole che
si ricollegano idealmente a quelle pronunciate dal grande San Francesco
d’Assisi nella
Legenda Maior
di San
Bonaventura al Soldano di Babilonia, racconto straordinario pubblicato sul
Timone.
“Francesco,
il servo di Dio, con cuore intrepido rispose che egli era stato inviato non da
uomini, ma da Dio Altissimo, per mostrare a lui e al suo popolo la via della
salvezza e annunciare il Vangelo della verità. E predicò al Soldano il Dio uno
e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo, con tanto coraggio, con tanta
forza e tanto fervore di spirito, da far vedere luminosamente che si stava
realizzando con piena verità la promessa del Vangelo: «Io vi darò un linguaggio
e una sapienza a cui nessuno dei vostri avversari potrà resistere o
contraddire» (Lc 21,15). Anche il Soldano, infatti, vedendo l’ammirevole
fervore di spirito e la virtù dell’uomo di Dio, lo ascoltò volentieri e lo
pregava vivamente di restare presso di lui. Ma il servo di Cristo, illuminato
da un oracolo del cielo, gli disse: «Se, tu col tuo popolo, vuoi convertirti a
Cristo, io resterò molto volentieri con voi. Se, invece, esiti ad abbandonare
la legge di Maometto per la fede di Cristo, dà ordine di accendere un fuoco il
più grande possibile: io, con i tuoi sacerdoti, entrerò nel fuoco e così,
almeno, potrai conoscere quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più
certa e più santa». Ma il Soldano, a lui: «Non credo che qualcuno dei miei
sacerdoti abbia voglia di esporsi al fuoco o di affrontare la tortura per
difendere la sua fede» (egli si era visto, infatti, scomparire immediatamente
sotto gli occhi, uno dei suoi sacerdoti, famoso e d’età avanzata, appena udite
le parole della sfida). E il Santo a lui: «Se mi vuoi promettere, a nome tuo e
a nome del tuo popolo, che passerete alla religione di Cristo, qualora io esca
illeso dal fuoco, entrerò nel fuoco da solo. Se verrò bruciato, ciò venga
imputato ai miei peccati; se, invece, la potenza divina mi farà uscire sano e
salvo, riconoscerete Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio, come il vero Dio
e signore, salvatore di tutti» (1Cor 1,24; Gv 17,3 e 4,42). Ma il Soldano gli
rispose che non osava accettare questa sfida, per timore di una sedizione
popolare. Tuttavia gli offrì molti doni preziosi; ma l’uomo di Dio, avido non
di cose mondane ma della salvezza delle anime, li disprezzò tutti come fango.
Vedendo quanto perfettamente il Santo disprezzasse le cose del mondo, il
Soldano ne fu ammirato e concepì verso di lui devozione ancora maggiore. E,
benché non volesse passare alla fede cristiana, o forse non osasse, pure pregò
devotamente il servo di Cristo di accettare quei doni per distribuirli ai
cristiani poveri e alle chiese, a salvezza dell’anima sua. Ma il Santo, poiché
voleva restare libero dal peso del denaro e poiché non vedeva nell’animo del
Soldano la radice della vera pietà, non volle assolutamente accondiscendere.
Vedendo, inoltre, che non faceva progressi nella conversione di quella gente e
che non poteva realizzare il suo sogno, preammonito da una rivelazione divina,
ritornò nei paesi cristiani”.
Occorre pertanto riscoprire la nostra identità
cattolica, partendo naturalmente dalla bellezza e dal fascino irresistibile
della Parola di Dio e anche dal coraggio della testimonianza, come fece l’umile
frate d’Assisi, con l’intento di portare al mondo intero la salvezza di Nostro
Signore Gesu’ Cristo, che è Via, Verità
e Vita per ogni uomo.