Negli ultimi giorni due
argomenti di tipo sociosessuale si sono rincorsi sulle pagine dei giornali arricchendosi
dei commenti di scrittori, tuttologi o semplicemente collaboratori un tanto ad
articolo delle testate. È interessante aver avuto un’ulteriore occasione per
rimarcare come nella porzione di cultura contemporanea che si esprime nel
politically correct dell’opinione corrente ospitata dai media, i ragionamenti
sono sempre monchi dell’ultimo passaggio del pensiero, quello che ci mette in
contatto con la verità universale che coincide con la nostra personale,
riguardando l’umano, cioè l’elemento comune che ci permette di parlare di
qualcosa che condividiamo a prescindere dalle sovrastrutture e dal contingente.
I due temi portati
all’attenzione a cui mi riferisco sono stati l’opportunità, prospettata dal
sindaco, di creare a Roma le cosiddette “zone a luci rosse” adibite al
commercio sessuale e il processo a Dominique Strauss-Kahn, l’ex presidente del Fondo
Monetario Internazionale, chiamato a rispondere dell’accusa di sfruttamento
della prostituzione. Ci è capitato in proposito di leggere, oltre alle prese di
posizione cattoliche, molto più chiare in merito con i loro Sì e i loro No
decisi, tre pezzi di altrettante “firme” come Maraini, Bossi Fedrigotti e
Trevi, sul quello che è considerato, per vendite e per prestigio il più
importante quotidiano nazionale, vale a dire il
Corriere della Sera
.
Partendo dal primo tema e
considerando esauriente a livello della responsabilità dello stato la presa di
posizione del prefetto Pecoraro e del comandante dei Vigili Clemente (
«Le zone a luci rosse non si possono fare, perché
significherebbe ammettere la prostituzione, cioè dire che è lecita. Nel
momento in cui si indicano delle zone significa favoreggiamento, cioè indurre
a fare prostituzione in quelle aree”) prendiamo in considerazione per gli altri
aspetti coinvolti l’articolo della nota scrittrice (
La
prostituzione e le colpe dei clienti. Non servono ghetti ma lezioni a scuola
del
10/2). Parte fornendo dati importanti (“
Dal
70 all’80% delle prostitute, secondo le stime dell’Onu, ormai sono straniere in
Europa. E quasi la totalità di queste straniere sono private dei passaporti,
rese clandestine e senza diritti, proprietà di commercianti di carne umana che
le comprano come merce da sfruttare e pretendono di farsi ripagare il prezzo
dell’acquisto e del trasporto, aumentato del trecento per cento, dall’attività
sessuale forzata e dai ritmi feroci degli accoppiamenti di strada. Un commercio
che rende ai trafficanti milioni e milioni di euro, diretto e condotto da varie
mafie. (..) L’industria della prostituzione rappresenta una voce importante nel
Pil di molti paesi europei. In Olanda corrisponde a circa il 5%, in Giappone è
fra l’1 e il 3%, in paesi come la Thailandia, l’Indonesia, la Malaysia e le
Filippine si calcola che rappresenti fra il 2 e il 14 % dell’insieme delle
attività economiche. In Italia si quantifica approssimativamente che il giro
di affari vada dai 150 ai 250 milioni di euro al mese.”) per ovviare
all’ignoranza più o meno ipocrita
sul fenomeno della
tratta delle bianche
(
“
cosa c’è dietro questo semplice scambio di prestazioni contro
soldi? ... quanti sanno che ormai non si tratta più di donne adulte e libere
che vendono autonomamente il proprio corpo, cosa lecita nel nostro Paese, ma
sempre più di donne soggette a tratte internazionali, nuove schiave che
vengono trattate peggio degli animali da macello?”) e per stigmatizzare le
presunte soluzioni improntate alla politica del minor danno (“Spostare questo
commercio in una specie di quartiere a luci rosse, forse può soddisfare qualche
cittadino che non vuole essere disturbato, ma non affronta il problema né
aiuta a risolverlo.
(…)
È facile dire che la
prostituzione è sempre esistita, che "bisogna abituarsi a conviverci"…).
Ecco, appunto…e poi si
inoltra nelle motivazioni di fondo che spingono il
cliente ad usufruire della profferta (“il bisogno di dominare
l’altro: se compro un corpo, anche per pochi minuti, questo corpo mi appartiene,
posso farne quello che voglio.”). Tutto chiaro? Mica tanto, perché rimane
quella zona d’ombra su quelle “donne adulte e libere che vendono autonomamente
il proprio corpo, cosa lecita nel nostro Paese” che non escludono un giudizio
neutro sulla prostituzione in se stessa (“Ricordo le due coraggiose lucciole di
Pordenone che negli anni Settanta hanno teorizzato il diritto alla vendita
consapevole del proprio corpo e hanno aiutato molte donne della strada a
recuperare la stima di sé.”). Ma una che si prostituisce che stima di se
stessa può avere e perché Don Oreste Benzi come ricorda Antonello Iapicca su
La Croce
chiedeva alle ragazze di strada
“quanto soffri?” invece del “quanto costi?”
Lasciamo in sospeso la
domanda e cambiamo apparentemente argomento passando al
Elogio del libertino (non di Strauss-Kahn)
della Bossi Fedrigotti
che, come espresso dal titolo, esamina la vicenda di Monsieur DSK, forse
influenzata dalla nazionalità del soggetto, alla luce della figura del libertino…(“Libertino
è bello? Ovvio che sì. Perché il libertino è scapestrato, anarchico,
rivoluzionario oltre che libero, naturalmente. Non si attiene a noiose regole
buone per le masse, è diverso, speciale, affascinante, seducente.(…)Non
vorrebbero tutti gli uomini essere come loro? E tutte le donne non sognano
forse in fondo al cuore di avere a che fare, per una volta, almeno, con un uomo
così, invece del fedele fidanzato o marito non tanto brillante, non (più)
tanto eccitante?”) e non gli basta perché da donna estende il concetto al suo
stesso sesso
(
“la libertina la si può prendere
e lasciare senza troppe cerimonie, cerca spasso, la libertina, cerca diversivo,
divertimento, avventura, non banale accasamento, non la solita, uggiosa
sistemazione di coppia.”). Anche se per quanto attiene al politico francese
opera infine un distinguo (“stando alle testimonianze delle dirette
interessate, nel corso degli incontri le ha trattate «come bestie»? Sia che
fossero, come sostiene l’accusa, prostitute sia che, come sostiene l’imputato,
fossero, invece, semplicemente giovani donne «vogliose di giocare», trattare
come bestia una «compagna di giochi» più che a libertinaggio fa in realtà
pensare a perversione
.”).
Quindi il
perverso si identificherebbe per la psicologa esclusivamente con
la bestialità… Chi invece paga in cambio di favori sessuali sarebbe quindi normale…
E poi che c’entra il paragone con il libertino, non mi risulta che Casanova o
Don Giovanni pagassero le loro avventure; nevrotici e ossessivi certamente, non
per niente oggetto patologico di saggi vari, ma rispetto ai prosseneti quelli
almeno rischiavano tutto nella seduzione risparmiandosi la meschinità del
pagamento.
Insomma a latitare è un criterio
certo che fa discendere il giudizio sul bene e sul male da un paradigma stabile,
non soggettivo. Ma il crescendo relativista non si ferma qui, manca Emanuele
Trevi
(
Processo Strauss-Kahn la gogna mediatica dell’ultimo libertino
) che ci rifà col libertino e, diabolicamente o meno che sia,
persevera nell’errore di valutazione… (“il libertino è un individuo che
assegna al piacere un ruolo esistenziale che altri non sono in grado o non
vogliono assegnargli. In questo senso il libertino è un anarchico, un sovversivo,
uno che mette sul trono della realtà qualcosa che non dovrebbe starci, che nessuna
ideologia politica o tradizione religiosa approverebbe. La sua sconcertante e
variopinta figura attraversa la Storia come un’anomalia, una possibilità, un
sogno ad occhi aperti che mina i fondamenti stessi della società. La società
è il perfetto contrario del libertino: esiste in virtù di una regolamentazione,
di un addomesticamento del piacere, e del senso di virtù che ne deriva. Non è
che la società voglia produrre monaci che si ritirano nel deserto scambiando
le donne per diavoli. Ma elabora un modello di vita affettiva e di piacere
sessuale molto stabile, fondamentalmente monogamico, nel quale molto spesso la
fedeltà usurpa i diritti della felicità. Fuori dal cerchio magico della
coppia, si è sempre guardati con sospetto. (…) Come il suo archetipo,
l’aristocratico Don Giovanni, l’ex direttore del Fondo monetario internazionale
ha fatto del suo stesso prestigio un terreno di caccia, uno strumento di seduzione.
(…)
Magari di tanto in tanto
avrà pensato di ravvedersi, magari si è sempre accettato per quello che è:
fatto sta che la sua natura ha sempre prevalso non solo sul buon senso, ma
anche sul decoro che appare connaturato a certe responsabilità e a certi
mestieri.
(…)
Con DSK, a subire una
condanna sarebbe un certo tipo d’uomo, che può anche fare schifo come a me è
simpatico.(…) Sono tra coloro che pensano che mai un uomo o una donna dovrebbero
essere messi alla sbarra, se adulti e consenzienti, per aver comperato o
venduto piacere sessuale, organizzando festini o qualunque altra cosa volessero
fare. E per togliere di mezzo l’ipocrisia, aggiungo che se qualcuno si incarica
di organizzare uno di questi festini, la legge non ci dovrebbe vedere nessun male,
perché ogni commercio umano si avvale di mediatori, e appunto di
organizzatori.”).
Ora sovrapponendo i tre
articoli, sfrondandoli di ciò che li differenzia e riposizionandoli
indipendentemente dalle sensibilità maschili e femminili, risultano avere come
minimo comun denominatore il concetto che il consenso dell’adulto rispetto a
una pratica purchessia la rende di per sé lecita, che non a caso è il principio
a cui si è appellato Strauss-Kahn di fronte al magistrato donna che lo
interrogava. Non ci siamo. Ed è proprio quell’atteggiamento di don Benzi che ci
aiuta a capire che quello che manca è lo sguardo di un padre e di una madre che
discrimina ciò che è buono e giusto e ciò che non lo è: di fatti per un padre e
una madre è semplicemente intollerabile che sua figlia si prostituisca e così
tutte le altre donne che sono pur esse figlie, perché sa bene che quel tipo di
degrado esistenziale è effetto a sua volta della mancanza di una paternità-guida
che è venuta meno nella trasmissione coerente del modello. Quello sguardo da
padre che evidentemente manca a SFK e a Trevi, quello sguardo di madre che
stenta a venir fuori anche dai pezzi della Maraini e della Bossi Fedrigotti. Ed
è veramente preoccupante che su media così influenti e diffusi anche a livello
scolastico ci si attesti su posizioni morali così di minima e se ne cerchi
continuamente la giustificazione e l’approvazione senza mai provare a mettere
in relazione gli argomenti che si vanno via via trattando con una narrazione
dell’umano antropologica e cristiana, il paradigma di cui sopra.
PS Prima di trascrivere la
conclusione di questo contributo faccio un salto all’Istituto di Studi
Pirandelliani e del Teatro Contemporaneo in via Bosio già residenza del premio
Nobel agrigentino ad ascoltare proprio la Maraini parlare della sua esperienza
di drammaturga e quindi di teatro. Nell’introduzione il presidente Paolo
Petroni cita come caratteristica precipua dell’ospite presente lo “sguardo
femminile”… E che cos’è di grazia se non quello di una madre, o quantomeno di
una donna che deve ancora diventarlo o che non lo è diventata? Se lo sguardo
femminile non è materno allora che cos’è? Ma poi inizia la conversazione dell’autrice
e parlando di Pirandello vengono fuori i
Sei
personaggi in cerca d’autore
dove il dramma sta tutto nel “padre che va al
bordello e incontra la figlia”. Ma guarda un po’. Quindi, come sempre accade,
inevitabilmente la Maraini evoca gli spiriti di Moravia, di Siciliano e di
Pasolini, l’autore di
Mamma Roma
… Ecco,
si può parlare di prostituzione prescindendo dalla sofferenza di quella madre
magistralmente interpretato dalla Magnani? Da quella famosa camminata
nell’oscurità della notte? E potremmo chiudere benissimo con queste domande se
per rispetto della cronaca della serata non dovessimo citare l’ultima domanda
fatta alla scrittrice sull’importanza per gli sviluppi della sua vita del padre
antropologo…