Nella cultura recente di
buona parte del mondo cattolico la dimensione strategica occupa uno spazio
assai ridotto e l’uso della forza militare in politica internazionale è
guardato con molto sospetto (solo in parte attenuato, non senza contraddizioni,
da quando si parla di
peacekeeping
e
di “ingerenza umanitaria”); quando esisteva il servizio militare di leva, tra i
giovani cattolici “impegnati” l’obiezione di coscienza, era alquanto diffusa (e
non per motivi meramente opportunistici).
I militari: «
ministri della
sicurezza e della libertà dei popoli
»
All’inizio degli anni ‘90
si assistette alla pubblica polemica tra il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo
di Milano, che aveva definito gli obiettori di coscienza «
i nostri giovani migliori
», e l’arcivescovo Ordinario Militare, mons.
Giovanni Marra, sceso in campo, è il caso di dire, in difesa delle sue
pecorelle in divisa.
Nel 2001 in occasione del
conflitto in Afghanistan, nella Chiesa si confrontarono apertamente posizioni
assai diverse, anche nella gerarchia: ad esempio da un lato il vescovo di Como,
mons. Alessandro Maggiolini, affermò che «
non
si può pensare che un popolo che ha subito una tale strage possa porgere
l’altra guancia (...) L’America ha diritto di difendersi e san Francesco, pur
essendo un esempio di santità, non può sostituirsi ad un ministro della Difesa
»,
mentre quello di Caserta, mons. Raffaele Nogaro, ha scritto che mai un politico
cattolico può in coscienza autorizzare l’uso della forza militare. Regna dunque
una certa confusione, almeno a livello di
mass
media
, sui concetti di liceità della guerra e di guerra giusta e
sull’atteggiamento cristiano verso la condizione militare.
In questi casi, una volta
valeva l’adagio «
Roma locuta est, causa
finita est
». La parola definitiva Giovanni Paolo II, figlio di un ufficiale
dell’Esercito austro-ungarico, l’aveva pronunciata in più di un’occasione. Ad
esempio il 2 aprile 1989, visitando la città militare della Cecchignola a Roma,
il Papa ricordò che «
fra i militari e
Gesù Cristo (...) ci sono stati incontri molto significativi. Pensiamo alle
parole che ogni volta ripetiamo avvicinandoci alla santa comunione “Io non sono
degno ...”. Esse sono parole di un militare, di un centurione romano che così
ha espresso la sua fede (...) Ma non solo questo. Se prendiamo gli Atti degli
Apostoli, è significativo che il primo convertito sotto l’influsso dello
Spirito Santo − convertito non ebreo ma pagano − sia stato un militare, un
centurione romano che si chiamava Cornelio
».
Nella stessa linea sono le parole pronunciate
il 19 novembre 2000 dal Santo Padre al Giubileo dei Militari e delle Forze di
Polizia. Nell’omelia della Santa Messa, il Sommo Pontefice si era tra l’altro
così rivolto alle molte migliaia di uomini e donne presenti in uniforme: «
Chi meglio di voi, carissimi militari e
membri delle Forze di Polizia, ragazzi e ragazze, può rendere testimonianza
circa la violenza e le forze disgregatrici del male presenti nel mondo? Voi
lottate ogni giorno contro di esse: siete infatti chiamati a difendere i
deboli, a tutelare gli onesti, a favorire la pacifica convivenza dei popoli. A
ciascuno di voi si addice il ruolo di sentinella, che guarda lontano per
scongiurare il pericolo e promuovere dappertutto la giustizia e la pace. Vi
saluto tutti con grande affetto
».
Il saluto particolarmente
caloroso si era ripetuto nella preghiera dell’
Angelus
al termine della Santa Messa, quando ricordando l’episodio
della visita di san Pietro al centurione Cornelio (
At
10, 2), il Papa esclamò: «
I
primi pagani battezzati da Pietro furono dunque i membri della famiglia di un
militare (...) anch’io sono figlio di un militare, perciò mi sento vicino a
tutti voi
». Proprio il centurione Cornelio, appartenente alla coorte
italica, è stato proclamato qualche anno fa Patrono dell’Esercito Italiano.
Il Nuovo Testamento, come
notava nel 1991 il cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, alla IV
settimana di formazione per i cappellani militari, «
sembra nutrire una evidente simpatia per i centurioni
», poiché
nelle sue pagine ben quattro di questi ufficiali dell’esercito romano sono
citati con connotazione positiva. Oltre a Cornelio, si ricordano infatti il
centurione di Cafarnao, del quale Gesù loda l’eccezionale intensità della fede
e le cui parole, «
Domine non sum dignus
ut intres sub tectum meum ...
» (
Mt
8, 5-13 e
Lc
7, 1-10) sono entrate
nella liturgia e vengono ripetute al momento della Comunione, come ricordato
dal Papa, quello comandato a dirigere la crocifissione del Signore, che è il
solo con i suoi soldati a riconoscere nel condannato del Golgota il vero figlio
di Dio (
Mt
27, 54 e
Mc
15, 39), e il centurione Giulio che,
nel naufragio di Malta, si prodiga per salvare la vita a San Paolo, da lui
trattato «
con benevolenza
» (
At
27, 43).
La Chiesa, pur condannando
le guerre ingiuste, non ha mai mancato di mostrare la sua sollecitudine per chi
porta le armi al servizio dell’autorità legittima e qualunque opinione che
volesse considerare la vocazione alla vita militare come non coerente con il
Vangelo è del tutto infondata. Mons. Giuseppe Mani, allora Ordinario Militare
per l’Italia, nella Lettera di Presentazione degli Atti del Primo Sinodo della
Chiesa Ordinariato Militare in Italia scrive infatti: «
Ho visto dei veri cristiani in armi che hanno dato, con la loro vita,
una risposta chiara, una risposta che supera la domanda: non solo si può essere
soldati e cristiani, ma persino soldati e santi
».
Sempre l’Arcivescovo
Castrense, il 25 ottobre 1996 nell’omelia ad Assisi in occasione dell’indizione
del Sinodo, riferendosi al contingente italiano in Bosnia, esclamava: «
Mentre accogliamo rispettosamente le
motivazioni di chi in coscienza non si sente di portare le armi, riteniamo che
essi non siano più pacifici dei nostri giovani impegnati nello sminare quelle
terre. In questo momento voglio ricordare quella splendida e generosa gioventù,
animata dai nostri cappellani, con i quali ho condiviso la gioia della Pasqua e
che ho definito “uomini della Resurrezione”
».
Nei documenti sinodali
troviamo poi questa riflessione: «
Il
mondo militare, così come la liturgia, valorizza i segni e per loro mezzo si
esprime simbolicamente
». Nella stessa linea il Padre Lacordaire,
rifondatore dell’ordine domenicano in Francia nel secolo XIX, nell’
Elogio funebre del Generale
Drouot
osservava: «
Di tutte le analogie morali, nessuna è più viva dell’analogia del
religioso e del soldato. La medesima disciplina il medesimo sacrificio
». «
Militia super terram vita hominis est
»,
per il cristiano la vita è un combattimento, contro il peccato; il soldato, se
la causa per cui combatte è giusta, lotta anche contro il peccatore,
l’aggressore ingiusto.
Nell’occasione del
Giubileo, il Santo Padre, citando la Costituzione Pastorale
Gaudium et spes
(n. 79) definì anche i militari
«“ministri della sicurezza e della libertà
dei popoli” che “concorrono...alla stabilità della pace”
», e ricordò che «
la pace è un fondamentale diritto di ogni
uomo, che va continuamente promosso, tenendo conto che “gli uomini in quanto
peccatori sono e saranno sempre sotto la minaccia della guerra fino alla venuta
del Cristo”
(Gaudium et spes
, n. 78).
Talora questo compito, come l’esperienza anche recente ha dimostrato, comporta
iniziative concrete per disarmare l’aggressore
».
Con sano realismo
cristiano, il Sommo Pontefice richiamò dunque brevemente le condizioni in cui
oggi conserva validità la dottrina cattolica sulla “guerra giusta”.
Quando la guerra è giusta
Nei primi tre secoli
dell’era cristiana «
molti cristiani
servirono come ufficiali o soldati nelle legioni romane (...) senza che la
Chiesa rivolgesse loro alcun rimprovero per questo motivo: molti di questi
furono anzi canonizzati. La cosa è resa più significativa dal fatto che il
servizio militare nell’Impero Romano non era né universale né obbligatorio,
salvo situazioni eccezionali (...) Gli ufficiali e soldati cristiani che furono
martirizzati in quest’epoca non furono messi a morte per aver rifiutato come
cristiani di servire nell’esercito, ma per aver rifiutato di partecipare a
cerimonie pagane imposte dai persecutori, ossia per aver rifiutato di compiere
atti di idolatria e di apostasia
» (R. de Mattei).
Naturalmente da sant’Agostino
in poi, i teologi si sono affaticati a identificare le condizioni per le quali
una guerra può essere permessa e avere un suo valore etico. Dal Concilio di
Arles del 314, che comminò la scomunica per i disertori, alla lettera di sant’Ambrogio
a Paterno del 393 per il quale «
Hostem
ferire victoria est, reum æquitas, innocentem homicidium
», da sant’Agostino
che legittima l’omicidio in guerra o contro un criminale fino al secolo XX vi è
una mirabile continuità di fondo nella dottrina cattolica. Si pensi al
Catechismo Maggiore
di San Pio X: «
È lecito uccidere il prossimo quando si
combatte in una guerra giusta, quando si esegue per ordine dell’autorità
suprema la condanna di morte in pena di qualche delitto; e finalmente quando
trattasi di necessaria e legittima difesa contro un ingiusto aggressore
».
Riguardo all’obiezione di
coscienza, la dottrina tradizionale afferma che «
non è normalmente il cittadino ordinario che deve giudicare se la
guerra è giusta o no: come principio il cittadino deve su questo punto
attenersi alla decisione del potere politico, il quale ha la responsabilità del
bene comune della nazione. L’obiezione di coscienza incondizionata – o rifiuto
totale ed assoluto di prendere le armi – non può perciò essere legittimamente
sostenuta da una coscienza retta
».
Riassumendo un
plurisecolare dibattito, a metà del secolo XX, il padre gesuita Angelo
Brucculeri identificava cinque condizioni in base alle quali la guerra «
può essere permessa e avere un suo valore
etico
»:
Auctoritas principis
(solo il potere sovrano ha diritto di dichiarare la guerra),
Iusta causa
(ovvero la necessità di
difendere un diritto di sommo rilievo, il diritto all’esistenza, alla libertà,
al proprio territorio, ai propri beni, al proprio onore; la causa deve
proporzionarsi ai gravi mali, che si affrontano nella guerra, deve essere
certa, deve esservi fondata speranza che i vantaggi prevarranno sui danni),
Ultima ratio
(se sono falliti i mezzi
pacifici di soluzione della controversia),
Intentio
recta
(l’intenzione dei belligeranti, dice san Tommaso, deve essere di fare
il bene e schivare il male),
Iustus modus
(l’uso della violenza deve essere diretto contro le forze armate nemiche, tutto
ciò che non è richiesto per la rivendicazione del diritto è illecito).
Il
Codice di morale internazionale
, approvato dal cardinale Van Roey,
Primate del Belgio, uno dei testi più completi espressione della dottrina
cattolica sull’argomento, ammette «
il
ricorso immediato alla forza (...) in tre ipotesi:
a)
allorquando
si tratta per uno Stato di respingere un’aggressione inopinatamente sferrata
dall’avversario;
b)
allorché uno
Stato si porta a soccorso d’un altro Stato ingiustamente aggredito, essendosi
obbligato ad assisterlo;
c)
allorché
l’avversario, rifiutandosi di sospendere i suoi preparativi bellici, prolunga i
negoziati per aver tempo a rinforzare i suoi apprestamenti di guerra e frattanto
la comunità organizzata delle nazioni si rifiuta d’intervenire per eliminare
l’imminente minaccia di guerra
».
«
Si giustificano dinanzi alla ragione
– prosegue il documento –
la guerra difensiva (...) la guerra
offensiva, alla quale
[uno Stato]
ricorre
per essere reintegrato in un diritto ingiustamente violato; la guerra infine
d’intervento che apporta ad un belligerante, impegnato nella lotta, il concorso
armato d’una potenza alleata ed amica
(...)
Lungi dal riprovare in maniera assoluta la guerra, le S. Scritture e la
Tradizione abbondano in testi che affermano la legittimità del ricorso alla
forza allorquando essa si presenta quale mezzo unico di far rispettare la
giustizia e il diritto
».
A proposito delle
obiezioni pacifiste, il testo afferma: «
Anche
limitata alla guerra moderna, l’intransigenza d’un tale pacifismo non è
sostenibile (...) rifiutare, in ogni ipotesi, al diritto il concorso della
forza, che cosa può essere se non permettere alla forza di scavalcare il
diritto e abbandonar l’umanità al disordine assai più pernicioso della violenza
morale?
».
Infine, riguardo alla teoria
della guerra preventiva, secondo la quale uno Stato avrebbe il diritto di
attaccare, al solo titolo preventivo, un altro Stato, anche inoffensivo e
pacifico, ma che la consapevolezza della sua accresciuta potenza potrebbe un
giorno trascinare ad un’ingiusta aggressione, il
Codice
non la ammette come «
dottrina
»,
ma solo in caso di «
una precisa minaccia
reale e imminente
».
Un altro fondamentale
compendio della dottrina cattolica sul nostro argomento afferma: «
La guerra giusta (a). – Il precetto divino
della pace ci obbliga non solamente a rispettare, ma a proteggere e difendere i
beni essenziali che ci permettono di conseguire il nostro fine, naturale e
soprannaturale. È fuori dubbio che si ha il diritto, e spesso il dovere, di
difenderli, se essi sono gravemente ed ingiustamente minacciati (...) Di fronte
ad un aggressore del quale la slealtà è certa, si può essere costretti ad
iniziare per primi le ostilità, ad “attaccare”, senza per questo essere
“aggressore”. La Crociata (e). – Tra i beni da rispettare e difendere, come i
più essenziali, bisogna includere i beni spirituali, ed il più importante di
tutti, la fede, che ci permette di raggiungere il nostro fine soprannaturale:
Dio. È perciò cosa legittima, ed alle volte è un obbligo, difendere questo
bene, in caso di attacco o grave minaccia, se è necessario, anche con le armi
»
(
Insegnamenti pontifici
, a cura dei
Monaci di Solesmes).
L’azione della
Chiesa per contenere le guerre
La Chiesa deplora la
guerra, ma ne constata l’esistenza come giusto castigo, espiazione utile,
preparazione provvidenziale. La Chiesa autorizza le guerre giuste e cerca
almeno di porre limiti a quelle ingiuste, elaborando sia uno
jus ad bellum
, per evitare lo scoppio
dei conflitti armati, sia uno
jus in
bello
, per renderli meno cruenti se comunque esplodono.
Il Medioevo fu il tempo in
cui, come si espresse Leone XIII, «
la
filosofia del Vangelo governava gli Stati, quando la forza e la sovrana
influenza dello spirito cristiano era entrata bene addentro nelle leggi, nelle
istituzioni, nei costumi dei popoli, in tutti gli ordini e ragioni dello Stato,
quando la religione di Gesù Cristo posta solidamente in quell’onorevole grado
che le conveniva, cresceva fiorente all’ombra del favore dei Principi e della
dovuta protezione dei magistrati; quando procedevano concordi il sacerdozio e
l’impero
». In tale quadro la Chiesa poté esercitare la sua massima
influenza anche nel regolare il fenomeno della guerra, restringendone il campo
di esistenza, la crudeltà e la durata.
La prima di queste misure
fu la
Pace di Dio
, instaurata dalla
fine del X secolo e progressivamente ampliata, che istituiva la distinzione tra
combattenti e civili, proibendo di maltrattare le donne, i bambini, i
contadini, i sacerdoti e dichiarando inviolabili le case dei contadini e le
chiese.
La
Tregua di Dio
, instaurata a partire dall’inizio dell’XI secolo,
limitava la durata della guerra, proibendo di combattere dalla prima domenica
d’Avvento fino all’ottava dell’Epifania, dal primo giorno di Quaresima
all’ottava dell’Ascensione e, durante tutto il resto dell’anno, dal mercoledì
sera al lunedì mattina.
La
Quarantena del Re
, istituita da Filippo Augusto di Francia,
imponeva un intervallo di quaranta giorni tra l’offesa ricevuta e l’apertura
delle ostilità. Queste disposizioni non erano sempre rispettate, e valevano
solo nelle guerre tra cristiani, ma chi le violava sapeva di esporsi a severe
sanzioni, materiali e spirituali.
«
In non poche regioni, i secoli centrali del Medioevo beneficiarono
così, se non proprio di una totale scomparsa, almeno di una durevole
marginalizzazione della guerra; e quand’anche essa aveva luogo, i suoi effetti
erano più “canalizzati”
». Peraltro «
mai
la Chiesa docente condannò indiscriminatamente la guerra, mai votò alla
dannazione ogni specie di combattenti
», anche se talora, nell’Alto Medioevo
venivano imposte penitenze a chi uccideva un nemico in battaglia. Il pacifismo
e la non-violenza erano diffusi «
fra i
marginali, fra gli eretici e i loro simpatizzanti
»: contro i lollardi la
Chiesa ribadì nel 1393 che: «
combattere
per la difesa della giustizia non solo contro gli infedeli ma pure contro i
cristiani è cosa in sé santa e lecita
» (P. Contamine). Ai chierici e ai
monaci era proibito di portare le armi e di combattere, ma tale interdizione
non si applicava a quei chierici che avevano responsabilità temporali e
nell’alto Medioevo vescovi guidarono eserciti e morirono in battaglia; a metà
del X secolo Papa Giovanni XII fu costretto a difendere Roma con le armi in
pugno.
Pronunciamenti
dei Papi sulla guerra giusta in età moderna e contemporanea
La coscienza del dovere di
combattere per i diritti di Dio e della Chiesa è rimasta in età moderna e
contemporanea. Benedetto XIV, considerato anche dai laicisti uno dei Papi più
colti e “illuminati”, rappresentato letterariamente (nella commedia
Il Cardinale Lambertini
) come figura
bonaria, elargendo speciali privilegi e benefici all’Ordine di Malta, gli
esprimeva, con la lettera apostolica
Quoniam
inter
del 17 dicembre 1743, tutta la sua benevolenza e ricordava che la
Milizia dell’Ospedale di S. Giovanni di Gerusalemme «
combattendo, per la gloria di Cristo, contro i perduti uomini infetti
dall’errore maomettano, con sommo vigore, difende assiduamente e con tutte le
forze i paesi cristiani dalle incursioni di costoro
» e «
per sua istituzione, fa (...) guerra
continua contro il comune nemico del nome cristiano (...) e (...) a tale scopo
mantiene una flotta munitissima e ben dotata di materiale bellico e di ogni
macchina guerresca
». E ancora, sul tema della difesa armata della fede
cattolica, va ricordata la lettera apostolica
De periculis
del 30 aprile 1767 di Clemente XIII all’Imperatore
Giuseppe II, «
custode e difensore dalla
Chiesa cattolica
», per esortarlo ad agire con «
ogni zelo, ogni fatica e diligenza
» per liberare in Polonia «
il gregge del Signore dalle fauci e dalle
zanne dell’eresia
».
Il Beato Pio IX, pur con
dolore, non esitò a far spargere sangue in difesa del Potere Temporale e dei
diritti della Chiesa, anche di fronte a forze preponderanti che rendevano la
battaglia disperata. San Pio X nell’enciclica
Poloniae populum
del 3 dicembre 1905 lodava la costanza e il
coraggio dei polacchi che nei secoli avevano «
stroncato
» «
l’impeto dei
nemici del nome cristiano
», li avevano «
vinti
e ricacciati
». Pio XII, nella allocuzione del 24 giugno 1944 alla Congregazione
della Propaganda e alle Opere missionarie, esclamava: «
Le Crociate si proponevano la liberazione della Terra Santa, e
particolarmente del Sepolcro di Cristo, dalle mani degl’infedeli: fine senza dubbio
quanto mai nobile ed elevato! Oltre a ciò, esse storicamente dovevano servire a
difendere la fede e la civiltà dell’Occidente cristiano contro l’Islam
».
Ancora Pio XII, nella lettera
Sie Haben
del 27 giugno 1955 al vescovo di Augsburg, ricordava tra le grandi «
giornate della cultura occidentale
» la
battaglia di Lechfeld, nella quale il futuro imperatore Ottone il Grande
sconfiggendo gli Ungari salvò l’occidente cristiano dal grave pericolo
proveniente dall’oriente pagano, la vittoria di Carlo Martello a Poitiers nel
732 contro gli arabi e la vittoria di Carlo di Lorena e Giovanni Sobieski sotto
le mura di Vienna contro gli ottomani.
Gli esempi potrebbero
moltiplicarsi: il 22 agosto 1886, nell’enciclica
Quod multum
ai Vescovi di Ungheria, è Leone XIII a ricordare e
lodare lo zelo dei magiari nel riconquistare il loro paese e nel ricacciare i «
maomettani
». Lo stesso pontefice,
nell’enciclica
Caritatis
del 19 marzo
1894, ai Vescovi della Polonia ricorda le «
splendide
battaglie
» in cui i polacchi furono «
gli
strenui difensori, e fedelissimi, della religione e della stessa civiltà
».
Ancora Leone XIII, nell’enciclica
Insignes
Deo
del 1° maggio 1896, in occasione del millenario dell’Ungheria, afferma
che tale regno «
è sempre stato stimato il
più indicato per espandere le frontiere e la gloria del cristianesimo
»,
ricorda che «
molto spesso venne alle mani
con feroci nemici
», riportando «
splendide
vittorie
», «
per difendere e per
propagare la religione di Gesù Cristo
». Durante la Guerra Civile Spagnola,
Pio XI, nella
Allocuzione ai Rifugiati
spagnuoli
del 14 settembre 1936, esclamava: «
La Nostra benedizione si volge in modo speciale a quanti si sono
assunto il difficile e pericoloso compito di difendere e restaurare i diritti e
l’onore di Dio e della Religione
».
Nel discorso pronunciato
in Normandia il 4 giugno 2004 in occasione delle celebrazioni per il 60°
anniversario dello sbarco alleato, l’allora cardinale Ratzinger affermò: «
Se mai si è verificato nella storia un
bellum justum è qui che lo troviamo, nell’impegno degli Alleati, perché il loro
intervento operava nei suoi esiti anche per il bene di coloro contro il cui
Paese era condotta la guerra. Questa constatazione mi pare importante perché
mostra, sulla base di un evento storico, l’insostenibilità di un pacifismo
assoluto
».
In una lettera al
Presidente del Senato Marcello Pera, il cardinale Ratzinger affermava: «
Sul
fatto che un pacifismo che non conosce più valori degni di essere difesi e
assegna a ogni cosa lo stesso valore sia da rifiutare come non cristiano siamo
d’accordo: un modo di “essere per la pace” così fondato, in realtà, significa
anarchia; e nell’anarchia i fondamenti della libertà si sono pers
i». Tale concetto fu ribadito e
precisato in un discorso pronunciato a Subiaco il
1° aprile 2005,
poche settimane prima dell’elezione
a Sommo Pontefice
: «
La pace
e il diritto, la pace e la giustizia sono inseparabilmente interconnessi.
Quando il diritto è distrutto, quando l’ingiustizia prende il potere, la pace è
sempre minacciata ed è già, almeno in parte, compromessa. Certamente la difesa
del diritto può e deve, in alcune circostanze, far ricorso a una forza
commisurata. Un pacifismo assoluto, che neghi al diritto l’uso di qualunque
mezzo coercitivo, si risolverebbe in una capitolazione davanti all’iniquità, ne
sanzionerebbe la presa del potere e abbandonerebbe il mondo al diktat della
violenza. (…) Negli ultimi decenni abbiamo visto ampiamente nelle nostre strade
e sulle nostre piazze come il pacifismo possa deviare verso un anarchismo distruttivo
e verso il terrorismo
».
Asceso al soglio
pontificio, Benedetto XVI occupandosi specificamente del tema della pace e
della guerra si è mantenuto su un piano strettamente religioso e teologico,
evitando argomentazioni più direttamente politiche. Nel messaggio del Papa per
la consueta Giornata della Pace del 1° gennaio 2006 era ribadito il Magistero
tradizionale cattolico sul problema della pace. Spiegando il significato del
tema di riflessione scelto,
Nella verità,
la pace,
il Papa affermava: «
Occorre
tener ben presente che la pace non può essere ridotta a semplice assenza di
conflitti armati
»,
ma va compresa
come «
il frutto dell’ordine impresso
nella società umana dal suo divino Fondatore
», un ordine «
che deve essere attuato dagli uomini
assetati di una giustizia sempre più perfetta
». «
Sant’Agostino ha descritto la pace come “
tranquillitas ordinis
”, la tranquillità dell’ordine, vale a dire
quella situazione che permette, in definitiva, di rispettare e realizzare
appieno la verità dell’uomo
». «
E
allora,
− prosegue il Papa −
chi e
che cosa può impedire la realizzazione della pace?
». La risposta va alla
radice teologica del problema, ricordando l’episodio biblico del peccato
originale, «
la menzogna, pronunciata
all’inizio della storia dall’essere dalla lingua biforcuta, qualificato
dall'evangelista Giovanni come “padre della menzogna” (…) Alla menzogna è
legato il dramma del peccato con le sue conseguenze perverse, che hanno causato
e continuano a causare effetti devastanti nella vita degli individui e delle
nazioni. Basti pensare a quanto è successo nel secolo scorso, quando aberranti
sistemi ideologici e politici hanno mistificato in modo programmato la verità
ed hanno condotto allo sfruttamento ed alla soppressione di un numero
impressionante di uomini e di donne, sterminando addirittura intere famiglie e
comunità. Come non restare seriamente preoccupati, dopo tali esperienze, di
fronte alle menzogne del nostro tempo, che fanno da cornice a minacciosi
scenari di morte in non poche regioni del mondo? L’autentica ricerca della pace
deve partire dalla consapevolezza che il problema della verità e della menzogna
riguarda ogni uomo e ogni donna, e risulta essere decisivo per un futuro
pacifico del nostro pianeta
». In una prospettiva cristiana, quindi, solo «
il riconoscimento della piena verità di Dio
è condizione previa e indispensabile per il consolidamento della verità della
pace
».
L’attuale Magistero della Chiesa
Si potrebbero moltiplicare esempi e citazioni come
questi. Come indicato all’inizio, però, oggi nel mondo cattolico sembra diffuso
un pacifismo quasi assoluto. Senza indagare le ragioni profonde di questa
evoluzione, perché ciò porterebbe ad affrontare il discorso, per il quale non è
questa la sede appropriata, dello spartiacque rivoluzionario rappresentato dal
Concilio Vaticano II nella storia della Chiesa, vanno fatte almeno tre
considerazioni.
1.
Nessun atto del Magistero e nessuna seria riflessione teologica ha messo
in discussione e sconfessato la plurisecolare dottrina sulla guerra giusta, i
cui principi restano validi. Uno dei documenti più importanti successivi al
Concilio Vaticano II è la conferenza dal titolo
Tendenze del mondo
cattolico
sul tema della pace e della guerra
, tenuta il 20 gennaio 1992 al Centro
Alti Sudi per la Difesa dall’Arcivescovo Ordinario Militare Mons. Giovanni
Marra. Il Vescovo castrense affermava che «
le
posizioni dei pacifisti cattolici (...) non rappresentano affatto la linea
direttrice ufficiale della Chiesa cattolica nella sua gerarchia e nella
stragrande maggioranza del popolo cristiano
» e che la Chiesa «
conferma l’attitudine positiva e favorevole (...)
per la professione militare
». Quanto all’obiezione di coscienza, seguendo
la conferenza già citata del cardinale Biffi, mons. Marra osservava che la
Costituzione Apostolica
Gaudium et Spes
prefigura «
più che una giustificazione
dell’obiezione di coscienza in se stessa e tantomeno un diritto soggettivo, la
raccomandazione a trattar bene, avere comprensione per coloro che credono di
doverla avanzare
». Inoltre l’Ordinario Militare rilevava che «
sia il Concilio sia i teologi moralisti
cattolici non amano più adoperare la tradizionale dizione di “guerra giusta”
»,
preferendo impiegare quella di «
legittima
difesa
», le cui condizioni sono peraltro le stesse tradizionalmente
indicate per la guerra giusta. Le parole di mons. Marra trovano piena
rispondenza nel
Catechismo della Chiesa Cattolica
, che, elencando le
condizioni di una «
legittima difesa con
la forza militare
», osserva: «
Questi
sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della “guerra
giusta”. La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al
giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune
»
(n. 2309). «
La legittima difesa
–
aggiunge il catechismo –
è un dovere
grave per chi ha la responsabilità della vita altrui o del bene comune
» (n.
2321). Infine il Catechismo legittima pienamente l’obbligo del servizio
militare e affronta il tema dell’obiezione di coscienza (nn. 2310-2311) nel
senso descritto dal cardinale Biffi e dall’Ordinario Militare. Alla luce del «
rendete a Cesare quello che è di Cesare, e a
Dio quello che è di Dio
» (
Mt
, 22,
21), la applicazione dei principi della «
guerra
giusta
» nella politica internazionale e nella politica militare, rientra
pienamente, come dice il
Catechismo
, nelle competenze degli Stati. È
quindi singolare che chierici e laici che hanno sposato la piena laicità dello
Stato si ergano poi a giudici in queste materie, le uniche nelle quali
ritrovano una antica intransigenza, abbandonata in molti altri campi.
2.
Qui si innesta la seconda considerazione. Se la «
pace è dono di Dio
», se «
Egli
è il solo fondamento stabile dell’ordine, il solo autentico garante della pace
»
e quindi «
è impossibile stabilirla al di
fuori dei principi del Vangelo
» non vi potrà essere vera pace, anzi
aumenteranno i conflitti nella misura in cui la Regalità Sociale di Cristo
verrà sempre più ripudiata. Da un punto di vista soprannaturale, «
se la pace è un dono del cielo, una grazia
»
(
Insegnamenti pontifici
), non si vede
quale valore possano allora avere le preghiere per la pace che accomunano
rappresentanti di diverse “religioni”, o, come si sarebbe detto un tempo,
cattolici, scismatici, eretici, infedeli e financo pagani. L’utilità di tali
incontri può essere al massimo solo politica o diplomatica.
3.
I cattolici non devono vergognarsi dei loro antenati
che in duemila anni di storia hanno impugnato le armi per difendere la fede e i
diritti della Chiesa. In un recente volume sulle guerre tra cristiani e
musulmani, ricordando le figure di due condottieri, difensori della Cristianità
dall’Islam, Giovanni Hunyadi e il francescano san Giovanni da Capistrano, che
la Chiesa ha proclamato patrono dei cappellani militari, l’autore giustamente
commenta: «
Nati in un’età di ferro, la
loro vita avventurosa e tormentata può forse scandalizzare la maggior parte dei
cristiani contemporanei, sicuramente più mansueti e pacifici: eppure la pace e
la libertà che permettono questa mitezza sono conseguenza diretta di quelle
battaglie
».
Per concludere con la
parola di un Papa, Pio XII, che si spera vedere presto elevato alla gloria
degli altari: «
La Chiesa deve tener conto
delle potenze oscure che hanno sempre operato nella storia. Questo è anche il
motivo per cui essa diffida di ogni propaganda pacifista nella quale si abusa
della parola di pace per dissimulare scopi inconfessati
».
Bibliografia