Dopo secoli di
abitudine, si finisce per dare per scontato ciò che non lo è affatto. Sto
parlando dell’istituzione ospedaliera, di cui tutti facciamo uso più volte
nella vita. Ebbene, prima di Cristo l’ospedale non esisteva. O meglio: ve ne
sono stati alcuni, sparsi qua e là, nel corso dei millenni. Sporadici, molto
limitati nell’accoglienza, sovente a pagamento.
L’ospedale
come luogo di ricovero, aperto a tutti, ricchi e poveri, e accessibile in ogni città,
è nato da una nuova idea di Dio e di uomo. Quella cristiana. Come sempre
infatti i dogmi religiosi non sono verità intellettuali astratte, che rimangono
sospese per aria, ma hanno una ricaduta concreta nella vita di tutti i giorni.
Il valore del corpo
Cristo
insegna all’uomo che Dio ha preso una carne: ciò redime la carne, tanto
disprezzata dagli gnostici e dalle filosofie orientali. Mostra all’uomo che Dio
ha scelto di soffrire: ciò redime il dolore, sovente visto solo e soltanto come
maledizione e punizione personale. Dice all’uomo che è morto per tutti noi: ciò
insegna l’uguaglianza tra gli uomini, sconosciuta a tutto il mondo antico.
Cristo compatisce, guarisce, si prende cura: Carità infinita,
infirmus et
medicus
nello stesso tempo
come dicevano i medievali. Cristo
insegna a prendersi cura dei più deboli. E ordina di fare altrettanto: «
Euntes
curate infirmos
»
(
Luca
10,3-9)
Come
ha scritto Gregorio di Skevra: «
Ha avuto fame, Chi dà cibo a tutte le
creature viventi; ha avuto sete, Chi ai suoi credenti dona l’acqua della Vita;
ha sentito stanchezza, Chi è riposo degli affaticati; ha pianto, Chi asciugò
ogni lacrima da tutti gli occhi
»
.
L’Ospedale figlio della carità cristiana
Nasce
così, dunque, nei secoli, l’ospedale: perché ogni cristiano è invitato prendere
esempio da Cristo, a vedere con gli occhi della fede, dietro il povero, il
pellegrino, il malato, un altro Cristo. “
Pauper tamquam Christus
”
, dicono i
medievali e aggiungono: “
hospes tamquam Christus
”
; “
infirmus
tamquam Christus
”
… Il povero, l’ospite, il malato, sono “come Cristo”.
Senza
questo sguardo non si capirebbe l’azione di Fabiola, che nel 390 d.C. fonda il
primo ospedale occidentale: il suo curarsi su corpi distrutti, il suo lavarli,
accudirli, nutrirli, in una delle sue dimore di discendente di nobile famiglia.
Così scrive di Lei san Gerolamo: «
Quante
volte ha lavato il pus da piaghe che altri non riuscivano neanche a guardare!
Nutriva i pazienti con le sue stesse mani e, anche quando una persona non era
altro che un povero corpo scosso dal respiro, lei ne rinfrescava le labbra con
alcune gocce d’acqua
».
Senza
lo sguardo insegnato da Cristo sul prossimo, non si capirebbe l’epopea dei
monasteri benedettini, dove per secoli si sono accolti i poveri, per lavare
loro i piedi, nutrirli e vestirli; non si capirebbe il fiorire di xenodochi,
refugios
,
hospitales
, sulle vie dei grandi pellegrinaggi medievali, verso
Roma, Gerusalemme, Santiago di Compostela….
I grandi ospedali medievali
Come nascevano i
primi ospedali? Fiorivano dal basso. Non dallo Stato. Non c’erano medici e
infermieri pagati, ma volontari che offrivano la propria vita, rinunciando
spesso persino a una loro famiglia, per assistere poveri, bisognosi e bambini
orfani (detti gettatelli o trovatelli).
A
santa Maria della Scala (IX secolo), a Siena, in uno dei più belli ospedali
medievali, rettore e oblati, entrando al servizio degli infermi, abbandonavano
tutto e donavano i loro beni. Perché l’ospedale aveva bisogno di soldi: non
tanto per le cure, ancora rudimentali, ma per rendere il luogo il più possibile
accogliente; per pagare le balie che venivano ad allattare i bambini
abbandonati; per il vitto e l’alloggio di tanti nullatenenti, la cui povertà
portava, spesso, anche all’infermità…
E
poi occorrevano soldi perché la struttura fosse bella: l’ospedale medievale
assomiglia spesso a una chiesa, con una grande navata; è affrescato dai pittori
più famosi dell’epoca, che non dedicano le loro attenzioni solo alle chiese,
ma, appunto, anche agli ospedali. Esattamente come avviene con i famosi
musicisti, che non di rado dedicano qualche ora del loro tempo per suonare
nelle corsie degli ospedali, o per insegnare musica e canto ai bambini
trovatelli. Occorrono tanti soldi, per l’ospedale romano di Santo Spirito (XIII
secolo): con il suo splendido tiburio, la sua ruota degli esposti, il suo
teatro anatomico dove studierà Michelangelo, i suoi portali sontuosi…
L’elemosina del popolo cristiano
Questi soldi
vengono spesso dalla proclamazione delle indulgenze: il popolo di Dio dona del
suo, fa l’elemosina, per coprire la moltitudine dei propri peccati. Ma poi ci
sono le donazioni della gente comune – un letto, degli abiti, del cibo – e
quelle più ricche dei signori. Ci sono, soprattutto, i lasciti testamentari,
che iniziano spesso con parole come queste: «
Pauperes Christi heredes
nostros instituimus
»
. Oppure i soldi di grandi mercanti profondamente
religiosi, o che si pentono dopo una vita non sempre esemplare. O che sono
abituati, per formazione religiosa, a non dimenticare mai le elemosine. O che vengono
richiamati, dopo tanti affari, a pensare alla salvezza dell’anima, e finiscono
qualche volta persino per donare tutto e passare gli ultimi anni di vita in
estrema frugalità.
L’elemosina
sovente cresce durante i periodi più duri, quando imperversa una pestilenza,
perché è proprio un simile male – “castigo e misericordia”, come direbbe
Manzoni – che, come scrisse nel 251 d.C san Cipriano di Cartagine, «
mette a prova la santità di ognuno e pesa
sulla bilancia il cuore umano, giudica cioè se i sani servono gli infermi, se i
parenti assistono pietosamente i parenti, se i padroni hanno pietà dei servi
languenti, se i medici abbandonano i malati che li cercano, se i delinquenti
frenano le loro violenze, se gli usurai smorzano gli ardori indomabili della loro
avarizia
».
Così
durante la terribile pestilenza del 1347, molti ospedali crescono e si
ingrandiscono grazie alla beneficienza.
Analogamente
durante la peste del 1630, a Pistoia, in un’epoca in cui lo Stato è già entrato
da tempo a fianco della Chiesa e delle confraternite laiche nell’assistenza,
una buona parte del denaro speso durante l’epidemia arriva proprio dalle
donazioni. Scrivono gli storici William Naphy e A. Spicer: «
In un anno normale le entrate cittadine
ammontavano a 28.000 scudi. L’epidemia costò almeno 9100 scudi equivalenti al
36% delle entrate pubbliche. Come poteva una cittadina affrontare un simile
esborso di pubblico denaro soprattutto durante una crisi che, per sua stessa
natura, comportava il crollo della base imponibile?
». Poteva perché nel
1630 a Pistoia, come nel resto d’Italia, esistevano da secoli il
welfare state
della carità cristiana, le
offerte dei Monti di pietà, gli ausili delle fondazioni di carità create da
fedeli benestanti, con cui si provvide a circa la metà dei bisogni.
La
storia degli ospedali, che continua con personalità straordinarie come quella
di Ettore Vernazza, Giovanni di Dio, Camillo de Lellis… è una epopea stupenda,
che dimostra cosa significhi la forza dell’amore di Dio, attingendo al quale
anche noi, poveri uomini, possiamo grandi cose.
Per
approfondire:
“
Case
di Dio, ospedali degli uomini. Perché, come e dove sono nati gli ospedali
”,
Fede & Cultura, Verona, 2011.