Uno studio serio dell’uomo
evidenzia inevitabilmente la dimensione della libertà. L’uomo, infatti, si
manifesta chiaramente come essere libero. Ovviamente, non si può parlare di una
libertà in senso assoluto, ma certamente di una libertà in senso relativo.
La definizione
precisa di libertà è:
esenzione dalla
necessità
. Infatti è libero ciò che non è vincolato dalla necessità.
Tranne alcuni
comportamenti che l’uomo avverte necessitati, è l’uomo stesso ad accorgersi di
come la gran parte delle sue azioni siano libere. Egli agisce in un modo, ma si
rende conto che potrebbe anche fare anche altrimenti. A riguardo è importante
ricordare la differenza tra
atti
dell’uomo
e
atti umani
. I primi
sono atti necessitati: respirare, mangiare, bere, dormire… i secondi, invece,
sono quegli atti tipicamente umani, ma liberi e che attengono al comportamento
morale.
L’idea di libertà nella storia della filosofia
Il concetto di libertà ha un suo
itinerario filosofico che è possibile ricostruire. Ma, per una migliore
sistematizzazione del discorso, ritengo sia meglio non procedere in maniera
rigidamente diacronica, bensì individuando tre tipologie di concezioni della
libertà.
Premettendo
che le definizioni sono state pensate da chi scrive, le tipologie che a mio
parere è opportuno indicare sono:
La libertà fondata sulla verità.
Ovvero
la libertà che muove da un fondamento metafisico.
La libertà fondata sull’uomo.
Ovvero la
libertà che muove da un’impostazione primariamente antropocentrica e
soggettivista.
La libertà fondata sul nulla.
Ovvero la
libertà che muove da un’impostazione nichilista.
Libertà fondata sulla verità
Per
Libertà fondata sulla verità
intendo
quella concezione della libertà che muove da un argomento di ordine metafisico.
L’esistenza e soprattutto l’irriducibilità metafisica delle categorie del bene
e del male ne costituiscono il fondamento.
Socrate
(470-399 a.C.) individua il bene nel “conosci te stesso”. Per lui
la libertà si realizza primariamente nel conoscere se stesso. Attenzione:
questa affermazione non è una legittimazione del soggettivismo, bensì un invito
a trovare in sé quei concetti universali che non erano stati riconosciuti dalla
Sofistica. Socrate, infatti, è colui che scopre l’anima umana.
Platone
(428-347 a.C.), soprattutto nel
Critone
e nel
Protagora
,
esprime la caratterizzazione del suo concetto di libertà: essa è finalizzata
alla conoscenza e al possesso del Bene. L’
eudemonia
(ricerca della felicità come vero fine) platonica è nel fuggire dal mondo
sensibile per liberarsi dalla prigionia del corpo, e quindi elevarsi
all’Iperuranio. La libertà è nell’esercizio della virtù per raggiungere un vero
oggettivamente dato.
Aristotele
(384-322 a.C.), a differenza di Platone, indica il fine della vita
dell’uomo non nel Bene universale, bensì in quello particolare. Ma anche la
concezione della libertà dello Stagirita è una concezione fondata sul
riconoscimento di un vero oggettivo. Aristotele afferma che la felicità è nel
vivere secondo ragione. Il fine degli esseri, e quindi anche dell’uomo, è nel
realizzare la propria essenza, che è oggettivamente e metafisicamente posta.
In questa
tipologia della
libertà dalla verità
vanno ovviamente ricordati i due grandi del pensiero patristico e scolastico:
sant’Agostino
(354-430) e
san Tommaso
d’Aquino
(1225-1274). Il
Vescovo di Ippona, ponendo in Dio le idee che nella filosofia platonica
restavano fuori di Dio (nell’Iperuranio), risolve il problema morale nel
raggiungere il vero fine della vita, che è il possesso di Dio. La vera libertà
è nutrirsi della Grazia (polemica antipelagiana) ed evitare il male, che è
privazione di essere e quindi privazione di Bene, essendo Dio l’essere nella
sua pienezza (polemica antimanichea).
In san Tommaso
permane questa concezione della
libertà
dalla verità
. Dio è causa ed è fine. La ragione conduce a Dio. Una morale
secondo ragione è il raggiungimento di Dio. La libertà è il raggiungimento di
Dio attraverso un comportamento correttamente razionale.
La libertà fondata sull’uomo
Vengo adesso alla seconda
tipologia. Cioè alla concezione che ho chiamato della
libertà fondata sull’uomo
. Non nascondo che questa titolazione può
essere ambigua, pertanto chiarisco: per
libertà
fondata sull’uomo
intendo una libertà non mossa da un riconoscimento
oggettivo e metafisico, ma da un’impostazione primariamente antropocentrica e
soggettivista.
Il pensiero
umanistico e quello rinascimentale esprimono una concezione della libertà in
cui l’elemento metafisico passa gradatamente in secondo piano, per essere
sostituito da una progressiva concezione dell’uomo come fondamento immanente
del reale. Dalla concezione antropocentrica di
Pico
della Mirandola
(1463-1494)
alla concezione di
Giordano Bruno
(1548-1600) degli “eroici furori”, il
criterio di giudizio della libertà non è più nell’adesione all’Assoluto, ma
nella conoscenza delle potenzialità dell’uomo. E queste, nel caso di Bruno,
divengono perfino potenzialità divine, desunte da un’impostazione
monistico-panteista.
In questa
tipologia va inserito anche
Cartesio
(1596-1650). Questi afferma che la
libertà è nel perseguire un’azione eticamente buona, la quale deve essere
conforme alla ragione. Sembra che non ci discosti dalle posizioni della
Scolastica, invece c’è una grande differenza. La ragione in Cartesio è ormai
svincolata da una prospettiva di realismo oggettivo e tutta orientata verso un
razionalismo anche di tipo soggettivo. Mentre Aristotele e san Tommaso
distinguevano tra volontà e libertà, ritenendo liberi soltanto le azioni
guidate alla ragione, Cartesio sovverte questo rapporto: la volontà presiede
alle funzioni della ragione imponendo le sue arbitrarie decisioni. Dunque, la
volontà non sottostà a nessuna norma, a nessun giudizio della ragione. “
Cogito ergo sum
”: non è più la realtà
oggettiva a garantire l’esistenza del pensiero, ma è il pensiero a garantire
l’esistenza della realtà oggettiva.
Nello stesso
empirismo inglese è ravvisabile una simile concezione della libertà. Quella di
Hobbes
(1588-1679) è di fatto una negazione della libertà, perché egli
parte dalla constatazione di un determinismo e quindi da una specifica
antropologia materialistica. Ma anche la concezione della libertà di
Hume
(1711-1776), pur essendo molto diversa da quella di Hobbes, muove da una
ben precisa concezione antropologica. Hume afferma che il fondamento della
morale è il sentimento. La libertà è quindi l’esercizio di questo sentimento,
cioè la “simpatia” di poter capire l’altro.
Lo stesso
Kant
(1724-1804) rientra in una tipologia di questo tipo. La libertà si misura
sull’imperativo categorico. Questo non è fondato metafisicamente, bensì ammesso
per esigenze morali, proprio perché la natura dell’uomo ne ha bisogno.
La libertà fondata sul nulla
Per quanto riguarda la terza
tipologia (
la libertà fondata sul nulla
),
la concezione della libertà muove da un’impostazione nichilista, cioè di
negazione di ogni ordine valoriale.
Nietzsche
(1844-1900), per bocca di Zarathustra, proclama la morte di Dio.
Dalla negazione del riconoscimento del bene e del male e dalla negazione della
loro irriducibilità, l’uomo deve superare la propria umanità. La libertà è
poter diventare legislatori di se stessi.
Ma,
paradossalmente, questa volontà di potenza finisce su un lettino di analisi. La
libertà diviene in
Freud
(1856-1939) la possibilità di
riconoscere una patologia psichica da cui liberarsi. La libertà vera
consisterebbe nel liberarsi dalla morale tradizionale che tende inevitabilmente
a reprimere gli istinti.
L’Esistenzialismo
conferma questo itinerario di una libertà che muove dalla negazione di
qualsiasi vincolo per sfociare in una sorta di autodistruzione di se stessa.
Sartre
(1905-1980) non solo riconosce il disagio del non senso, ma
esplicitamente afferma che l’uomo sarebbe “
condannato
ad essere libero
”. La libertà come pura esplicazione della volontà, ma
senza fondamento né direzione, diviene puro dinamismo che torna a vincolare,
questa volta imponendo una vita senza significato. Da qui la negazione di uno
statuto razionale della morale e, quindi, della stessa libertà.
Wittgenstein
(1889-1951) afferma che hanno valore solo le proposizioni
scientifiche e
Russell
(1872-1970)
nega alla morale la caratteristica di vera scienza.
E così si
palesa la questione della libertà nella
postmodernità
.
Se la modernità aveva significato la sostituzione delle certezze religiose con
certezze di ordine antropologico e scientifico, la
postmodernità
significa la negazione del concetto stesso di
certezza. Di fatto
Heidegger
(1889-1976) nega all’uomo la
possibilità di conoscersi per ciò che è universalmente, cioè nella sua natura
(impossibilità da parte dell’uomo di sapere come avvenga il costituirsi dell’
ente
per mezzo dell’
essere
). Non rimane che la singola esistenza con il suo destino
ineluttabile: la morte. La morte sarebbe l’unico principio di individuazione
della vita dell’uomo. Pertanto, la libertà che spetta all’uomo è quella di
riconoscere il suo destino ad una fine ineluttabile.
Non è un caso
che in questa atmosfera di nichilismo postmoderno un
Breton
(1896-1966)
può affermare che l’atto più
surrealista
– cioè più libero – è prendere una pistola e sparare tra la folla. Da qui anche
la dissoluzione causata dalla cosiddetta
morale
della situazione.
Come si può
notare, il cammino dell’uomo verso la comprensione della libertà segue un
itinerario complesso: si parte nell’antichità precristiana con lo studio del
problema nel rapporto fra l’uomo e la sua coscienza e fra questa e la divinità;
si passa nel pensiero medievale cristiano alla comprensione piena che l’unica
libertà consiste nella ricerca – e nella conquista per grazia – di Dio; si cade
nella modernità nel rifiuto di Dio per cercare nell’uomo ciò che non può
possedere; e si finisce nella postmodernità nella follia del nichilismo e della
disperazione.
Solo la
riscoperta del vero significato della libertà umana, che risiede esclusivamente
in Dio, potrà salvare l’uomo di oggi.
Bilbiografia
orientativa:
Corrado Gnerre
,
Studiare la filosofia per rafforzare la Fede
, vol.I e vol.II, Benevento
2008.
(S.A.),
I fondamenti della vita morale dell’uomo,
Pessano (Mi), 1996.